mercoledì 11 giugno 2008

Il Foglio. "Investigare senza sbobinare? Si può". Per Mantovano e Ghedini l’auricolare impigrisce e penalizza le indagini

Arriverà venerdì prossimo in Consiglio dei ministri ed è facile prevedere che il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche continuerà a far borbottare ancora per giorni magistrati, giudici, giornalisti e parlamentari di ogni schieramento. Ma dietro ai numerosi spunti di riflessione che anche ieri hanno appassionato sottosegretari, ministri, senatori e deputati, c’è un punto senza il quale non è possibile entrare nel cuore del dibattito. Le prime indiscrezioni lasciano intendere che il divieto “assoluto” di ordinare, eseguire e diffondere intercettazioni varrà per ogni tipo di reato che non abbia a che vedere con le inchieste su camorra, mafia, ‘ndrangheta e terrorismo. Ma per tutte le altre inchieste, invece, come la mettiamo? Come si fa a indagare senza guardare dal buco della serratura? E’ possibile? Luca Palamara, presidente dell’Anm, sostiene che ogni genere di intercettazione sia “fondamentale per le investigazioni”. Parlando con il Foglio, però, il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, il presidente della commissione Giustizia del Senato Filippo Berselli (Pdl) e il deputato azzurro Nicolò Ghedini spiegano perché nella stragrande maggioranza dei casi la registrazione delle conversazioni telefoniche non solo non aiuta le indagini ma spesso finisce per sottrarre spazio a tecniche indiziarie ben più solide. “Le intercettazioni impigriscono, mi sembra evidente, e il loro uso spropositato è una delle cause che hanno via via addormentato le facoltà autonome della polizia giudiziaria. Io – dice Ghedini – credo che la prima riforma da fare oggi sia quella di restituire autonomia alla polizia giudiziaria. Certo, bisogna considerare che in Italia ci sono dei pm bravissimi, ma è chiaro che poliziotti e carabinieri sono più bravi dei magistrati nel raccogliere elementi utili per un’inchiesta giudiziaria. Un conto è avere un pm che coordina duecento indagini, un altro è avere un poliziotto che ne coordina cinque, che quel lavoro lo fa per mestiere e che, potendo colloquiare direttamente con i suoi informatori, riesce a essere più tempestivo sul territorio di uno stesso magistrato. Parliamo di tolleranza zero? Perfetto. Ma se vogliamo davvero rompere le scatole ai criminali, seguendo il buon modello adottato dalla contea dell’Essex, per ogni tipo di reato vale la regola della prevenzione a tutto campo. E con un apparato investigativo di pregio si possono raggiungere risultati migliori rispetto a quelli ottenuti con le intercettazioni. Un esempio. Non è vero che senza le conversazioni registrate casi come Bancopoli e Calciopoli non sarebbero mai emersi. E’ falso, i reati non erano nelle intercettazioni, esistevano ancora prima nei bilanci delle stesse banche. E’ per questo che avendo i soldi per pagare consulenti in grado di studiare ogni tipo d’operazione sospetta, la giustizia sarebbe capace non solo di scoprire per tempo quei reati, ma anche di prevenirli”. A questo proposito Mantovano suggerisce un parallelo significativo tra due date e due argomenti. 2001, legge sui pentiti. 2008 legge sulle intercettazioni. Il sottosegretario la mette così.
(segue dalla prima pagina) Dice Mantovano: “A fronte di reati gravi devono essere utilizzati tutti gli strumenti a disposizione dell’autorità giudiziara, nessuno escluso e senza pregiudizi. L’intercettazione va benissimo, ma l’investigatore non può rinunciare a priori a misure efficaci come i pedinamenti, gli appostamenti, i sequestri e la ricerca di testimoni. In passato le indagini si sono adagiate sulle dichiarazioni dei pentiti e lo stesso capita oggi con le registrazioni telefoniche. Il paradosso è che ci troviamo con uno strumento importante come quello delle intercettazioni che si ritorce contro chi lo utilizza. Per questo, se nel 2001 vi erano tempi maturi per riformare la legge sui pentiti oggi una simile situazione la si può riscontrare per quanto riguarda le intercettazioni”. “E’ errato – secondo il senatore Berselli – credere che la bontà delle indagini sia legata alla sbobinatura delle telefonate. Intercettare deve essere l’eccezione rispetto alla regola e invece oggi non lo è. Il mio parere è che le intercettazioni deresponsabilizzano il pm, perché gli danno un risultato apparentemente immediato che spesso al riscontro processuale non regge. Non è un mistero che negli ultimi cinque anni la giustizia abbia speso un miliardo e 150 milioni per registrare conversazioni (che tra l’altro, per il novanta per cento dei casi non portano a nessun risultato). Solo che oggi servono più pedinamenti, più interrogatori, più controllo del territorio e più agenti infiltrati. E per questo concentrare quel numero spaventoso di energie dietro un telefono spesso è più dannoso di quello che si potrebbe immaginare.
Claudio Cerasa
10/06/08

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