“Noi padani siamo realisti”, dice Cofferati e aggiunge: “La sinistra ha sottovalutato il tema sicurezza”. Il pacchetto Maroni? “Se riparte dal lavoro di Amato, non avrebbe senso non accettarlo”. Il Cav.? “Nuovo linguaggio”
Roma. “Noi padani siamo molto realisti e da padano come sono – lo sono più di Bossi perché sono nato in pianura – il dato oggettivo degli ultimi mesi è che la sinistra ha sottovalutato non solo il problema della sicurezza nelle città, ma anche il peso che nella vita quotidiana le persone hanno attribuito via via alla percezione dell’insicurezza. La destra è stata più credibile sul tema e questo è un fatto. A mio avviso, la percezione di maggiore credibilità è stata legata non all’efficacia dell’azione della destra ma, paradossalmente, all’inefficacia dei comportamenti espressi dalla sinistra. E’ anche per questo, è anche per l’uso un po’ esasperato di certa sociologia che oggi si è di fronte a una caduta di credibilità che a volte prescinde dalle stesse buone azioni portate avanti da governi e amministrazioni”. Lo dice con un sorriso, Sergio Cofferati; il sindaco di Bologna parte da questo ragionamento per spiegare il suo punto di vista a proposito di sicurezza e a proposito del nuovo approccio che, dopo le ultime elezioni, il Partito democratico dovrà avere su questi argomenti. Cofferati, che a sinistra è stato il primo a imporre nella agenda politica il tema della sicurezza come tema per cui non vale un colore politico rispetto a un altro, parlando con il Foglio spiega anche la sua posizione rispetto alle ultime scelte politiche di Veltroni e rispetto al dialogo con Berlusconi. (Cofferati giudica “importante” per il CaW “consolidare un metodo, quello del confronto, che con toni rispettosi e senza consociativismi renda possibile fare le cose insieme”). L’ex segretario della Cgil dà poi una sua chiave di lettura su uno dei punti cruciali della relazione fatta due giorni fa dal segretario del partito (alleanze con la sinistra radicale); ma è sul tema della sicurezza che il sindaco usa le parole forse più significative. Cofferati ritiene un errore considerare la clandestinità un reato ma dice che “se questo punto verrà derubricato dal pacchetto sicurezza del ministro Maroni quel pacchetto andrà valutato attentamente senza pregiudizi”. “Se come ha detto Maroni il pacchetto riparte dal lavoro fatto da Giuliano Amato, credo sia importante portare avanti un approccio che a me sembra giusto e che non avrebbe senso non accettare. Quello che bisognerà far notare, per incalzare il governo, è che in un disegno di legge di questo tipo, se si vuole intraprendere una politica seria, la sinistra deve pensare anche a questo: dare più fondi per le autorità di polizia e dotare di nuove risorse e di nuovi strumenti chi combatte il crimine. Perché, dietro all’azione preventiva e di controllo di cui giustamente Maroni ha parlato in questi giorni, bisogna essere in grado di risolvere il sovraccarico di lavoro che avranno le forze dell’ordine”.
Scendendo nel dettaglio, Cofferati giudica a loro modo “efficaci” le retate e gli arresti fatti nelle ultime ore e il sindaco non è contrario all’idea, per i comuni, di dotarsi di un commissario straordinario. “Bologna – dice Cofferati – non ha dimensioni del problema come quello che hanno Milano e Roma. Ma se avessi emergenze simili chiederei di poterle affrontare anche io in quel modo”. Continua Cofferati: “Io credo sia utile che il Partito democratico, così come la sinistra, riesca finalmente a misurare all’esterno la sua determinazione raggiunta sull’argomento. La sicurezza, spero sia chiaro, è un tema di sinistra perché l’emancipazione è una delle componenti più belle della storia della sinistra e nei processi di emancipazione l’elemento legalità e il rispetto della legge sono sempre stati due componenti fondamentali. Per quanto mi riguarda, il reato in quanto tale lo devi prevenire e, se non sei in grado di farlo, devi contrastarlo e reprimerlo. Ma quando cominci a dirottare la colpa di un reato verso qualcun altro e quando introduci delle giustificazioni rischi di incamminarti su una strada sbagliata. Io stesso mi sono trovato con una parte della mia maggioranza che quando ho sgomberato gli insediamenti abusivi nella mia città mi diceva: ‘No, lì non bisogna intervenire’, perché si preferiva il mantenimento di una condizione negativa per i più deboli pur di non far arrestare quelli che non erano in regola. Ecco: qualche volta la sinistra tende a sostituire le necessarie azioni di contrasto o di repressione con il tema sociale, e questo è sbagliato”.
Cofferati, che dice di essere rimasto colpito dal “nuovo linguaggio di Berlusconi”, giudica l’attenzione del Cav. verso l’opposizione “un elemento di novità positiva” e dà un consiglio al Pd: “Su questi temi, se c’è convergenza con il governo non bisogna avere timori a trovare posizioni comuni. La sicurezza è uno dei punti per cui per un partito o un governo non deve valere il ‘vantaggio a breve’”.
Sul tema delle alleanze del Pd, in particolare, l’impostazione veltroniana è simile a quella adottata poco tempo fa dallo stesso Cofferati. “Ci possono essere situazioni particolari, ma il Pd può decidere di andare da solo dove ci sono le condizioni”, aveva detto il sindaco. “Credo che Veltroni non abbia detto cose diverse rispetto a qualche mese fa. Il correre da soli è stata una scelta giusta ma le alleanze, anche con la sinistra radicale, sono una possibilità che va calibrata. Oggi non c’è un’identità chiara a sinistra e parlare di alleanze è ancora un po’ astratto. Certo, alle amministrative è evidente che si potranno creare coalizioni diverse rispetto a quelle delle nazionali ma per poter parlare di ‘alleanze’ a sinistra ci deve essere un punto di riferimento con cui dialogare e che oggi invece non c’è”. Cofferati, a proposito di uno dei temi affrontati ieri dal Cav. e da W., dice che per le prossime europee “c’è aria di sbarramento”. Per quanto lo riguarda, la semplificazione forzata dei partiti “è un errore perché le semplificazioni devono essere naturali”. A proposito di leadership, invece, Cofferati dice poi che l’unico vero “punto di equilibrio del Pd è e resta Veltroni”. “Qui – dice il sindaco, che invita il Pd ad avere una presenza capillare e più diffusa nel territorio – c’è un segretario che va incoraggiato a proseguire sulla strada dell’innovazione”. Cofferati, d’altra parte, non nasconde che qualche errore è stato fatto e che, in fondo, “sarebbe stato utile fare primarie per l’individuazione dei candidati. Non posso non notare, però, che oggi è importante che nel partito sia cominciata una discussione senza esasperazione. Certo, io pensavo che sarebbe stato utile fare subito un congresso, un congresso vero per confermare la leadership e la linea politica di Veltroni e invece nel partito – sorride Cofferati – non ci pensano proprio”.
Sugli equilibri del Pd Cofferati ha questa idea. “Io – dice il sindaco parlando anche di D’Alema – credo che avere nel partito tanti punti di vista potenzialmente sia una ricchezza. Ma se ci fosse qualcuno di noi che ha un punto di vista diverso e intorno a quello si costruisce un’aggregazione che ripropone quel punto di vista all’infinito, allora quella diventa una corrente organizzata. E questo, dice Cofferati, per il Pd sarebbe molto pericoloso”.
Claudio Cerasa
17/05/08
sabato 17 maggio 2008
Il Foglio. "Pd, Padano democratico". Intervista a Sergio Cofferati
venerdì 16 maggio 2008
Il Foglio. "Così W si crea il ruolo di interlocutore unico a destra e a manca"
Riunione di famiglia nel Partito democratico prima del pranzo con il cav.
Roma. Walter Veltroni incontrerà oggi a pranzo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e quando il leader del Partito democratico salirà al primo piano di Palazzo Chigi lo farà con una leadership più solida di quella che il segretario aveva percepito attorno a sé negli ultimi giorni. Ieri, per la prima volta, il Pd ha discusso a porte aperte del risultato delle ultime elezioni e per oltre un’ora Veltroni ha declinato le strategie che il partito seguirà nei prossimi mesi. Un partito che a prima vista sembra essersi cucito addosso un abito un po’ diverso e che certamente è uscito un po’ ritoccato dalla riunione di ieri (circa 150 persone tra segretari, parlamentari e sindaci). L’organismo di coordinamento del Pd è stato infatti allargato anche a Giorgio Tonini, Rosy Bindi e Vannino Chiti e l’ex ministro Giuseppe Fioroni, responsabile dell’organizzazione del partito, avrà da ora in poi lo stesso ruolo di peso che fino a pochi giorni fa aveva Goffredo Bettini. Veltroni, pur ricordando che la sconfitta del Pd va ricercata in alcuni comportamenti dell’ultima coalizione di governo (W. ha insistito molto sull’indulto), ha dedicato comunque cinque secondi di applauso a Prodi e ha ricordato, poi, che a suo avviso l’Italia non è però pronta per auspicare un bipartitismo perfetto come quello americano. Il punto più significativo del lungo intervento di Veltroni è, a pensarci bene, quello che riguarda le alleanze. Veltroni ha rilanciato la sua idea di vocazione maggioritaria e ha portato ancora un po’ di carburante al motore del CaW (verso il dialogo con Berlusconi, dice il segretario, “è sbagliato avere un atteggiamento di imbarazzo”). Ma, lasciando intendere di non avere alcuna intenzione di farsi scavalcare da nessuno nel gestire i rapporti del Pd con la sinistra rimasta fuori dal Parlamento, W. dice anche che nel futuro del partito ci potranno essere delle alleanze con la “sinistra radicale”. Magari già dalle prossime elezioni amministrative. “La politica delle alleanze – dice Veltroni – significa espandere la nostra rappresentanza nel paese. Io sogno di lavorare con intelligenza e umiltà, senza assegnare a nessuno dei ruoli, per cercare convergenze politico-programmatiche già sul territorio”. Le parole di Veltroni sono meno dure di quelle che il segretario del Pd aveva utilizzato prima delle ultime elezioni. Ma che la vocazione maggioritaria prevedesse una certa elasticità lo si era già capito dal giorno in cui, nel corso della campagna elettorale, a Spello, Veltroni aveva spiegato che il Pd non doveva correre solo ma bensì libero. “Il nostro impegno è dialogare con la sinistra radicale a partire dalla nostra posizione riformista. Non possiamo prescindere – ha detto W. – dalle voci critiche della società e non possiamo lasciare la protesta senza ascolto e senza voce. Il problema è quello di non dar vita più a coalizioni contro ma di lavorare con intelligenza e umiltà”. Una marcia indietro? Probabilmente no. Perché se è vero che le frasi del segretario del Pd sono simili a quelle utilizzate qualche giorno fa da Massimo D’Alema (“La più grande forza dell’opposizione deve stabilire un buon rapporto con tutte le forze d’opposizione al governo, anche per le elezioni locali”, aveva detto D’Alema), il senso delle parole di Veltroni a proposito di alleanze e autosufficenza lo ha riassunto bene un Piero Fassino sempre più sensibile al pensiero di W. “La pretesa di autosufficienza spesso è contraria a una vocazione maggioritaria”, avrebbe aggiunto Veltroni, prima di concludere il suo discorso e ascoltare le parole di Fassino. “La questione delle alleanze – ha detto l’ex segretario Ds – Veltroni l’ha posta in modo corretto. Non dobbiamo avere nostalgia delle alleanze di ieri, nessuno pensa che si può tornare indietro”. Così anche Franco Marini: “Il principio delle alleanze non può essere un grimaldello per ridefinire il profilo del Pd”. Veltroni, prima di ricordare che la spina dorsale del partito sarà costituita in futuro anche dalle fondazioni legate al Pd, ha pure detto che il partito liquido è un’espressione “astratta che non ha mai fatto parte del nostro vocabolario”. Ma è il rapporto con la sinistra che darà un peso diverso agli interventi dei relatori del Pd. D’Alema, a fine giornata, dirà che Veltroni “ha usato le mie stesse parole”; a questo proposito il primo passo che W. farà per aprire a sinistra, o forse “inglobare”, sarà l’incontro di lunedì con il leader della Sd Claudio Fava. Certo è che, comunque la si voglia mettere, il Veltroni visto ieri sarà anche un po’ meno liquido con le parole ma il messaggio che il segretario ha lanciato al partito è chiaro. Perché dopo essersi visto riconoscere dal Cav. come il leader con cui dialogare sulle riforme, ieri W. ha ricordato che anche nel dialogo con la sinistra radicale l’interlocutore è solo uno e si chiama Veltroni. E visto che Veltroni ha ricordato che oggi con il Cav. si parlerà anche di legge elettorale europea, l’impressione è che non soltanto la sinistra avrà difficoltà a ricattare W. ma che per non scomparire del tutto con il segretario l’Arcobaleno dovrà davvero cominciare a parlarci un po’ di più.
Claudio Cerasa
16/05/08
giovedì 15 maggio 2008
Il Foglio. "Il Pd è ancora liquido". Tessere e sezioni non si vedono. Le fondazioni sì. Letta, Verini, Garofani, Vita spiegano perché
Roma. Tutte queste tessere non si vedono, tutte queste sezioni ancora non si trovano e guardandolo con un po’ d’attenzione c’è un Partito democratico che sta crescendo un po’ più liquido di come si potrebbe immaginare. Liquido, leggero e verrebbe da dire americano con quelle fondazioni, quelle associazioni e quei think tank che non si possono chiamare correnti ma che nei fatti ci somigliano sempre di più. Il partito liquido non è un’opinione, vive nelle sue fondazioni e dire che la configurazione politica del Pd sarà sempre più legata a queste identità non è un errore. Enrico Letta, Walter Verini, Saverio Garofani, Vincenzo Vita (parlamentari del Pd) hanno ancora questa idea di partito e spiegano così al Foglio perché fondazioni e associazioni saranno il cuore del Pd. Fondazioni come ItalianiEuropei, di cui Massimo D’Alema è presidente; associazioni come Quarta Fase, di cui fanno parte gli ex Popolari Giuseppe Fioroni, Dario Franceschini, Antonello Giacomelli e Saverio Garofani; think tank come l’Arel e 360 gradi di Enrico Letta; come il Nens di Bersani e Visco; come l’Astrid di Franco Bassanini; come il Glocus di Linda Lanzilotta; come “libertaeguale” di Enrico Morando e come l’“associazione della sinistra” di Vincenzo Vita che si riunirà per la prima volta il 31 maggio. Un’associazione, questa, che come lista aveva portato 500 mila voti per W. alle primarie e che ora, lo spiega Vita, “sarà il punto di riferimento per chi non si sentirà più rappresentato nella Sinistra l’Arcobaleno”. E da sinistra i primi che potrebbe confluire nel Pd attraverso l’associazione di Vita, dicono al Loft, potrebbero essere alcuni iscritti della Sinistra democratica di Claudio Fava. “Il lavoro delle fondazioni può essere di rilevanza strategica per la mescolanza della cultura politica del Pd. E possono essere un esempio originale per il nostro paese di un nuovo modo di essere delle forze politiche – spiega Walter Verini, senatore del Pd e uomo assai fidato di Walter Veltroni. Nessuno – mi pare – vuole fare di fondazioni e associazioni luoghi chiusi e diversi da quella vocazione naturale alla ricerca e al dibattito politico-culturale. Le aree politico-culturali sono una ricchezza del Pd. Le cristallizzazioni correntizie, sconsigliate dal codice etico, vanno evitate”.
Il tesseramento ufficiale del partito è stato lanciato due settimane fa da Veltroni; ma studiando il modo in cui le fondazioni si stanno radicando nel partito, l’approccio che qualche tempo fa aveva il segretario del Pd vale ancora oggi. “A me piacciono le fondazioni culturali, i centri di elaborazione di pensiero, mi piace pensare a un partito più mobile”. Certo, almeno per il momento Veltroni non avrà una propria fondazione e la sua attività di formazione politica il segretario ha intenzione di programmarla solo con il Pd. (In questi giorni, spiegano al Foglio, W. ha deciso di lanciare per l’estate una “summer school”). Ma attorno al segretario del Pd ci sono alcune fondazioni che più delle altre orienteranno l’agenda politica del partito. Ieri, per esempio, D’Alema ha rilanciato il ruolo di quella che resta una delle più famose legate al Pd (ItalianiEuropei) – che tra l’atro avrà, come il Pd, una sua International Summer School – e lo ha fatto spiegando che la sua idea è quella di “fare una cosa che consiste nel mettere insieme trasversalmente persone di diversa provenienza”. I dalemiani di ItalianiEuropei – che ieri hanno ospitato un seminario di analisi del voto, che in questo numero della propria rivista hanno un’intervista a D’Alema e che poco tempo fa hanno tradotto anche in serbo alcune riflessioni sul partito – dicono senza polemica che “questa è una fondazione vera, non sappiamo le altre”. Dieci giorni fa, tra l’altro, la fondazione aveva riunito 50 parlamentari in un albergo romano spaventando alcuni veltroniani (“I baffi di D’Alema non possono far paura”, disse Ermete Realacci).
Assisi e i parlamentari di Letta
Ma l’associazione che troverà più spazio nel Pd nei prossimi mesi sarà senz’altro Quarta Fase. Quarta Fase con la sua rivista sta preparando per giugno una lunga inchiesta sul voto dei cattolici alle ultime elezioni e a partire dal seminario che organizzerà a fine settembre ad Assisi “aprirà le sue porte – dice Garofani – anche a tutti quei cattolici che non trovano spazio in altri partiti”. La differenza di questa associazione con tutte le altre centrali del pensiero del Pd è questa. Quarta Fase avrà infatti i suoi propri circoli e alla fine dell’estate avrà una sua sede in ogni regione d’Italia. C’è poi un caso particolare ed è quello dell’Arel di Letta. L’Arel è un’associazione che sarebbe sbagliato collocare rigidamente nel perimetro del solo Pd ma da qualche mese Letta ha un suo braccio politico più operativo. Si chiama 360 gradi e al contrario dell’associazione fondata da Beniamo Andreatta sarà molto simile, spiegano dall’Arel, a una “vera corrente”. Tanto che i deputati legati all’ex sottosegretario di stato dovrebbero avere la propria segreteria politica non alla Camera ma nelle sedi dell’associazione. Dice Letta. “La mia idea del Pd esiste in una cornice dove più iniziative libere ci sono e meglio è. Sono contrario a irrigidire un modello di partito e credo che le fondazioni servono a rendere il Pd più fluido, non liquido. Il meticciato è importante, però, e credo che per capire come si evolverà il dibattito nel Pd sarà utile comprendere come si muoveranno queste anime. Perché i vecchi partiti non ci piacciono più e fondazioni e associazioni sono un modo per dimostrare che non si torna indietro”.
Claudio Cerasa
15/05/08
martedì 13 maggio 2008
Il Foglio. "Quando fu abortito Moro. Maggio 1978, la tragedia italiana e cattolica del sacrificio di un uomo e del voto sulla 194
L’opposizione della Dc all’aborto legale era “ostacolo alla facilità di contatto con le masse e alla cooperazione. Era stato Moro il primo a piegare la testa alla “moderna coscienza pubblica”. Cronaca di un mese molto particolare
Le brigate rosse uccisero Aldo Moro con undici colpi di mitra il nove maggio di trent’anni fa, lasciando il corpo del presidente della Democrazia cristiana avvolto in un cappotto grigio dentro il cofano di una Renault 4. Era la primavera del 1978, Aldo Moro rimase prigioniero dei suoi assassini per cinquantacinque giorni e i brigatisti abbandonarono il cadavere del presidente della Dc a metà strada tra la vecchia direzione della Democrazia cristiana e quella del Partito comunista (in via Caetani). Passarono pochi giorni, i giornali continuarono a raccontare i dettagli della “strategia di annientamento” delle Br, Francesco Cossiga si dimise da Ministro degli interni, la Dc vinse le elezioni amministrative (42,7 per cento dei voti, crollo del Pci e passi in avanti del Psi) e poche ore dopo il discorso alle Camere su Aldo Moro del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il primo atto ufficiale del Parlamento fu l’approvazione della legge 194. La legge che Andreotti firmò il 18 maggio del 1978 e che dal 22 maggio del 1978 legalizzò ufficialmente l’aborto in Italia. In un clima però molto particolare. A Palazzo Madama, quel giorno ci furono centosessanta senatori che votarono a favore del testo e centoquarantotto che invece accesero le lampadine di un colore diverso. In Parlamento c’era anche Ferruccio Parri; c’era Pietro Nenni che si era appena ripreso da un collasso e che camminava a fatica poggiandosi su un bastone con la mano destra; e c’era il senatore comunista, Armando Cossutta, che durante la chiama dell’appello nominale si sbagliò, disse di no alla legge che voleva e fu applaudito dai democristiani di Palazzo Madama. Gli altri, invece, votarono tutti correttamente e la legge sull’aborto registrò così l’appoggio decisivo di questi partiti: Partito comunista, Partito socialista, Partito Socialista Democratico Italiano, Partito liberale e Partito repubblicano. Tutti, come si diceva allora, “a favore della autodeterminazione della donna”. Contro la legge, oltre al voto di Cossutta (che però poi corresse subito la sua dichiarazione) ci furono quelli della Democrazia cristiana e quelli del Movimento sociale italiano. Ma avvenne tutto in condizioni che alcuni cattolici non perdonarono ai dirigenti della Dc. Troppo transigenti, poco combattivi, poco convincenti e quasi rassegnati, si diceva.
Erano gli anni del compromesso storico e dei governi di solidarietà nazionale: a Palazzo Chigi c’era per la quarta volta Giulio Andreotti e al Quirinale Giovanni Leone. Enrico Berlinguer e Benigno Zaccagnini erano i segretari dei due principali partiti del paese, Pci e Dc; e il Partito comunista aveva votato, per prima volta, la fiducia al governo democristiano (a gennaio). E così, negli anni di piombo, negli anni in cui i cattolici e i democristiani cominciavano a viaggiare lentamente sui binari di convergenze parallele, la legge sull’aborto fu approvata in un momento utile da ricordare per capire il senso di una legge nata in uno stato commissariato dal terrore. E leggendo le cronache di quei giorni, e parlando con i senatori a vita Emilio Colombo e Giulio Andreotti (entrambi ex Dc), a trent’anni di distanza ci sono alcuni aspetti di quel maggio del 1978 che sembrano essere stati un po’ rimossi dalla memoria politica collettiva: perché la 194, il referendum, il terrorismo, Moro, il compromesso storico, gli anni di piombo, Berlinguer, Zaccagnini e Pannella sono tutte facce di una stessa medaglia senza le quali non è possibile capire come nella primavera di trent’anni fa l’Italia ebbe la sua legge sull’aborto. Condizioni particolari non solo per l’argomento trattato; ma soprattutto per gli equilibri che il Parlamento doveva mantenere in quelle ore.
Furono giorni molto intensi, quelli; e basta scandire le ore più significative di quelle settimane per capire in che clima fu approvata la legge. Il nove maggio fu ucciso Moro, il dieci maggio si dimise Cossiga, l’undici maggio a Milano le pistole di Prima Linea spararono sulla folla, il dodici maggio ci fu il funerale di Moro, il quattordici la Dc vinse le elezioni, il quindici il Pci si riunì per dodici ore per discutere della sconfitta elettoralee il diciotto maggio fu approvata la legge 194. Pochi anni dopo la votazione al Senato, Giulio Andreotti ricorderà così quelle ore: “Ebbi una crisi di coscienza e mi chiesi se dovevo firmare quella legge. Ma se io mi fossi dimesso nessun altro democristiano avrebbe potuto firmarla: si sarebbe aperta una crisi politica senza sbocco prevedibile e in un momento grave per il paese. Una crisi che avrebbe forse creato anche complicazioni internazionali. E da parte mia, con le dimissioni, avrei contribuito a un male maggiore di quello che volevo evitare. Così firmai”.
Le reazioni all’approvazione della legge sulla 194, dunque, furono la prima grande notizia italiana che trovò ampio spazio sulle agende delle redazioni dei giornali dopo la morte di Moro. Qualche esempio delle prime pagine di quei giorni è importante per comprendere l’energia con cui gli editorialisti degli anni Settanta interpretarono il senso di quella legge. Gino Concetti firmò l’articolo di fondo dell’Osservatore Romano (“La via omicida”) scrivendo così: “Oggi non si tutela la maternità, non si promuove il diritto alla vita. Si offre la spinta, si rafforza la tendenza a reprimere la vita. I crimini diventeranno quantitativamente e qualitativamente enormi. L’aborto libero e gratuito contribuirà a rendere il fenomeno della diminuzione delle nascite ancora più preoccupanti”. Sempre lo stesso giornale, in un corsivo non firmato, diede poi questa interpretazione dei ventidue articoli appena approvati. “Questa è una legge iniqua, una legge contro la vita, uno dei segni negativi del nostro tempo. E’ una legge che esprime l’egoismo, il permissivismo, la violenza cui la società non sa far fronte, che anzi asseconda e pratica. Una legge che con qualunque ideologia o sociologia resta (…) un freddo e calcolato no all’amore, una prevaricazione contro la persona, un tragico no ai più indifesi, proprio a coloro che sono nell’assoluta impossibilità di difendersi. Questa licenza di stroncare la vita umana è un esercizio della violenza che per quanto ora si compia con la protezione della legge, non perde nulla della sua estrema gravità”. Vista da sinistra, invece, e vista dalla penna di chi, come Miriam Mafai, difese e commentò a lungo l’argomento, quel giorno fu un momento elettrizzante; e ancora oggi l’editorialista di Repubblica rivendica il successo di quella legge. Mafai dice al Foglio di non avere lo spirito giusto per ricordare quegli anni perché, come ci spiega, “in quei giorni più che di aborto mi occupavo di Aldo Moro”. Ma sulla prima pagina del 19 maggio del 1978, accanto alle cinque colonne di fitto inchiostro con cui Repubblica dava notizia dei due covi scoperti delle Br e dei dieci terroristi arrestati, c’era proprio un articolo di Mafai. E c’è una chiave di lettura significativa. Secondo Mafai, la legge fu importante perché per la prima volta, tra le norme per la tutela sociale della maternità la donna non era più caratterizzata come oggetto di una decisione ma come soggetto; ed era la sola dunque a poter decidere di avviare un procedimento per l’interruzione di gravidanza. “Liberando le donne da una condizione di umiliazione, di paura – scrisse – la legge ha lo stesso peso, lo stesso valore innovativo che ebbe nel 1970 quella sul divorzio. Sia l’una che l’altra legiferano su una materia delicatissima, rinunciano a imprimere un segno ideologico alla scelta dei cittadini e proprio queste sono due leggi laiche per un paese laico; leggi che garantiscono a ognuno libertà di coscienza e di scelta”, spiegò Mafai; che nove giorni prima aveva descritto in prima pagina il cadavere di Aldo Moro avvolto nel suo cappotto nella Renault 4.
Aldo Moro, il terrorismo, il compromesso storico e l’aborto. La storia della legge 194, però, è anche altro. E’ anche la storia di una legge che contiene nelle sue radici il senso di un periodo dell’Italia. Un periodo in cui, per la prima volta, le donne vennero sottratte al cappio dell’aborto clandestino e videro cancellare una norma che fino a quel momento puniva l’interruzione di gravidanza anche con cinque anni di carcere. Le norme esistenti fino al 1978 erano quelle di matrice fascista che fece entrare in vigore nel 1931 il ministro della Giustizia Alfredo Rocco. All’epoca l’aborto era circoscritto nella sfera dei “delitti contro la integrità e la sanità della stirpe” ed era uno dei reati considerati contro gli interessi dello stato: la battaglia sulla legge 194 fu, tra le tante cose, anche una battaglia contro uno dei simboli di quel periodo storico dell’Italia.
Ma il dato che riuscì a mettere d’accordo gran parte delle forze politiche fu quello legato all’aborto clandestino. Negli anni in cui i Radicali e il Partito comunista erano impegnati (con forze naturalmente diverse) nell’individuare un approccio nuovo nello “stare nel movimento” e nel cercare di fare appello a certi tratti controllabili dello spirito rivoluzionario del tempo, il dramma dell’aborto clandestino fu l’unico tratto che ebbero in comune i due partiti. Il Partito radicale, partendo proprio dai numeri dell’aborto clandestino, già da diversi anni aveva avuto un certo successo nel promuovere – con Marco Pannella e Adele Faccio – dure battaglie per legalizzare l’aborto. Fu un successo. I Radicali chiedevano – e chiedono ancora oggi – una depenalizzazione totale dell’interruzione di gravidanza e organizzarono la prima raccolta di firme per indire un referendum sulla legalizzazione dell’aborto. Era il 1975, erano necessarie 500 mila firme, i Radicali ne raccolsero 800 mila e il referendum si sarebbe dovuto svolgere proprio nel giugno del 1978. Poi a maggio arrivò la legge e niente referendum abrogativo. (La sera prima dell’approvazione della legge, Marco Pannella, Emma Bonino e Gianfranco Spadaccia rimasero per ventiquattro minuti imbavagliati in televisione lamentandosi per il poco spazio ricevuto per il referendum. “Si deve trasmettere il nostro silenzio”, disse Pannella). Il Partito comunista si comportò invece, a proposito della depenalizzazione, in modo molto diverso; anche per non rompere gli equilibri con le altre forze del Parlamento. Depenalizzare ma senza esagerare. E questa era anche la posizione dei socialisti, tanto che i relatori dei due partiti principali che si schierarono contro la Dc (Giglia Tedesco Tatò per il Pci e Domenico Pittella per il Psi) poco prima dell’approvazione della legge risposero alle iniziative radicali così: “Se a far sparire la clandestinità e a debellare l’aborto non basta la depenalizzazione, questa è tuttavia il presupposto necessario, anche se non sufficiente, per affrontare in modo nuovo il problema. Un eventuale referendum per abrogare le norme del codice Rocco – argomentarono i due relatori – significherebbe incrinare un’intesa che rimane l’unica risposta utile per formare il valido argine alle manovre terroristiche e destabilizzatrici”. Dunque, la legge fu approvata soprattutto sotto il peso della tragedia della clandestinità, secondo i dati forniti in quell’anno dal ministero della Sanità, e sotto forte condizionamento politico nell’Italia del terrorismo. Il ministro all’epoca si chiamava Tina Anselmi – fu, tra l’altro, la prima donna ministro in Italia nel 1976 con Andreotti al dicastero del Lavoro – e gli aborti clandestini calcolati ogni anno erano ufficialmente circa 850 mila aborti. Numeri che però andavano a mettersi di fianco alle statistiche dell’Unesco (che ne stimò circa 1.200.000) e ai tre milioni di aborti clandestini registrati dal movimento femminista. “Già dai primissimi anni Settanta, l’aborto fu uno dei simboli decisivi di quel percorso di liberazione che avrebbe voluto svincolare le donne dall’oppressione in un contesto sociale profondamente modificato – spiega Aida Riberto in “Una questione di Libertà. Il femminismo negli anni Settanta”.
A Roma, anche per questo, si era costituito il Comitato romano aborto e contraccezione (Crac). Un comitato che agiva nella clandestinità e che mandava le proprie pazienti ad abortire a Londra o in Svizzera. Sempre in quegli anni, un movimento femminista romano (quello di via Pompeo Magno) rivendicò in modo originale il principio di autodeterminazione della donna: “Non vogliamo leggi sul corpo delle donne, fatene quante ne volete sull’eiaculazione”. Ma la dialettica di quei giorni, dopo che per settimane il governo di solidarietà nazionale era stato afferrato dal dramma dell’intransigenza contro i brigatisti, pesò molto nel voto e nel dibattito parlamentare sulla legge. E quando Tatò e Pittella parlarono di “unica risposta utile per formare il valido argine”, il senso fu quello di dare un segnale forte di unità per impedire che su un argomento così delicato e in un momento così importante si rompesse l’unità nazionale contro l’attacco al cuore dello stato. Serviva lo stato, serviva il governo e serviva una posizione omogenea del Parlamento. Per questo ci fu anche chi spiegò che la legge rappresentò un fatto “politico positivo”. Perché in quei giorni di tensione c’era anche un dato che andava al di là del contenuto dei ventidue articoli approvati al Senato: il Parlamento aveva trovato una maggioranza niente affatto scontata, lo aveva fatto in un momento in cui le Camere, l’esecutivo avevano bisogno di dare un segnale di forza e la prima occasione buona fu proprio quella che arrivò al Senato il 18 maggio del 1978. Ma c’è molto di più.
Le cronache di quei giorni sono la sintesi perfetta di come mondi completamente diversi, dopo essere stati travolti dai cinquantacinque giorni di prigionia del presidente della Dc, arrivarono in Parlamento a discutere nuovamente di “vita”. Prima del nove maggio, la vita in ballo era quella del presidente della Dc. Dal giorno dopo quegli undici colpi di mitra, le vite su cui discutere – e da difender oppure no – diventarono quelle dei nascituri. Comunque la si voglia mettere, una questione di umanità. Il sette maggio, due giorni prima che Moro venisse ucciso dalle Brigate rosse, l’Osservatore Romano scriveva così: “E’ una delittuosa serenità quella che si vuole ottenere con l’aborto. Chi fa della questione dell’aborto un problema di schieramenti parlamentari riduce la vita a una pratica burocratica. Non è solo nel segno dell’appartenenza a un partito o a una fede che bisogna difendere la vita, ma nel segno dell’umanità”. Umanità, dunque. Ma non solo questo. Giovanni Russo, sul Corriere della Sera in prima pagina, riassunse così il senso che quella legge poteva avere anche per gli osservatori laici. “L’aborto clandestino poneva la donna nella condizione di una solitudine atroce, la esponeva indifesa a ogni abuso e a rischi talvolta mortali soprattutto nelle classi meno abbienti”. In quei giorno, il tratto di pianificazione familiare nascostosi poi nel tempo dietro le leggi sull’aborto era ancora una paura che trovava riscontri solo in alcuni dibattiti parlamentari e solo sulle prime pagine dei giornali cattolici. Allora, forse, non era immaginabile quello che oggi anche per il Parlamento europeo sembra essere diventato chiaro. E’ vero: nel corso degli anni, in concomitanza con la legge 194 il ricorso all’aborto è diminuito sempre di più. Rispetto al 2007, in Italia le interruzioni di gravidanza sono scese circa del tre per cento ma 348 aborti al giorno sono comunque un numero che fa impressione. E anche a questo proposito è significativa una ricerca presentata due giorni fa a Bruxelles all’Istituto per le politiche della famiglia (“L’evoluzione della famiglia in Europa”) che spiega bene come parte dell’elettorato laico e cattolico aveva già previsto trent’anni fa: “Il collasso della famiglia nel vecchio continente”. I dati presentati a Bruxelles si commentano da sé. In Europa si registra un aborto quasi ogni trenta secondi rispetto al 1980, nel 2007 sono nati quasi un milione di bambini in meno e una gravidanza ogni cinque oggi finisce con un aborto. Come scriveva il Corriere della Sera, in prima pagina, due giorni dopo l’approvazione della legge 194 (l’editoriale di Giovanni Russo uscirà con un giorno di ritardo a causa dello sciopero dei poligrafici della federazione milanese), la sintesi di quell’iter legislativo si potrebbe anche concludere così: “L’aborto resta un dramma anche se non è più reato”. (Il Corriere della Sera, quel giorno – chissà se con malizia – pubblicherà tutti i ventidue articoli della legge nella stessa pagina dei necrologi).
Furono in molti a non poter far a meno di notare la coincidenza e il modo in cui i politici di quei mesi furono costretti a parlare di due argomenti naturalmente diversi ma ugualmente drammatici. Sempre Claudio Sorgi, per esempio, spiegò il suo punto di vista mettendo insieme la vita di Moro e la vita del nascituro (“Sia per la vita di un altissimo esponente politico, sia per la vita del nascituro nel seno di una donna decidere che anche solo uno dei due può essere ucciso significa decidere il principio del suicidio per la stessa umanità. Quanto meno di un suicidio morale, ma forse anche di un suicidio fisico”). Il ragionamento che però fa con il Foglio Giulio Andreotti è un po’ diverso. Il senatore a vita dice che l’aver fatto della questione dell’aborto un problema di schieramenti parlamentari ha sostanzialmente ridotto la vita a una pratica burocratica. Parafrasando alcuni commenti del maggio del 1978, l’ex presidente del Consiglio dice che non è solo il segno dell’appartenenza a un partito o a una fede che bisogna difendere la vita, ma lo si deve fare nel segno dell’umanità. “Come non è solo un fatto cristiano o – tanto meno – democristiano la difesa della vita dell’onorevole Moro o dei rapiti, feriti, uccisi in questi giorni così anche la vita dei nascituri non può e non deve essere solo un fatto religioso o partitico”, scrisse l’Osservatore Romano”. “La legge sull’aborto – dice Andreotti – fa parte di un capitolo basilare della storia della nostra nazione. Noi cercammo, anche se questo non era facile, di farne non una questione di Democrazia cristiana ma di farne un discorso più in generale. Sostenevamo, infatti, che se scientificamente si dimostra che il concepito è una creatura, allora uccidere una creatura è altrettanto grave, se non più grave, che uccidere un adulto. Uccidere un bambino di otto mesi, a mio avviso, è molto più grave che uccidere uno come me che ha novant’anni. Ma mi rendo conto che ancora oggi c’è chi fa fatica a concepire come un omicidio l’aborto. Ma a mio parere, le cose stanno così”. Il senatore a vita la 194 la firmò da presidente del Consiglio; e seppur la Democrazia cristiana provò a combattere in Parlamento una battaglia per tutelare il più possibile la vita del nascituro, il fatto è che in calce alla legge sull’aborto, oltre a quella di Andreotti, ci sono anche le firme di altri democristiani. Come Giovanni Leone e come i ministri Dc del governo che firmarono la legge: Francesco Paolo Bonifacio, ministro di Grazia e Giustizia, Tommaso Morlino, ministro per il Bilancio e la Programmazione economica e Filippo Maria Pandolfi, ministro del Tesoro, Tina Anselmi ministro della Sanità. Il capo dello stato, come notano le cronache di quei giorni, avrebbe anche potuto rimandare la legge 194 alle Camere per “sospetta incostituzionalità”. Leone, però, firmerà dopo quattro giorni il testo di legge.
La riflessione che oggi fa Andreotti con il Foglio è che ci fu una gran fretta di mostrare compattezza. E se pochi anni fa il senatore a vita, nel venticinquesimo anniversario della legge 194, disse “oggi preferirei dimettermi piuttosto che controfirmare quella legge”, ora l’ex presidente del Consiglio la mette così. “Sì, quella fu la prima grande legge approvata dopo Moro e in effetti io ricordo che noi rimanemmo molto male, per esempio, che data la tensione che c’era gli altri partiti non vollero nemmeno sospendere per qualche momento le sedute proprio quando eravamo tutti tesi alla ricerca di Moro. Questo fu uno dei motivi anche più aspri di discussione. A mio avviso, era comunque arrivata a livello parlamentare una svolta nella quale il ‘sì’ e il ‘no’ erano ormai maturi. Ritardare, certo, poteva evitare nell’immediato un impatto un po’ traumatico; però avrebbe anche protratto un dibattito su un tema così forte che giustamente interessava tutte le forze politiche e che, dall’altra parte, non poteva naturalmente essere l’unico tema a cui dedicare tutte le nostre forze. In quel contesto – continua Andreotti – è corretto dire che riuscire a convergere su una legge di quel tipo fu un segnale politico forte. Dopo tensioni molto forti in un paese c’è, e ci deve essere, un momento di respiro; un raffreddamento che qualche volta porta a vedere meno intensamente anche problemi importanti. Ma siccome la gran parte delle legislazioni del mondo l’aborto lo contemplava, ringraziamo Dio che ce lo siamo levato di torno perché ce lo saremmo ritrovato successivamente e magari avrebbe complicato ancora di più le cose”.
Andreotti ricorda i dati riportati in quei giorni dai giornali. In Ungheria l’aborto fu legalizzato nel 1955 e già nel 1972 si registrarono più aborti che nascite; e, per esempio, in Bulgaria la legge arrivò nel 1953 e gli aborti passarono dai 17.400 di quell’anno ai 119.500 del 1996. “Ufficialmente – continua il senatore a vita – a me non risulta che ci sia qualcuno che sia pentito del voto al Senato in quei giorni. E’ vero però questo, cioè che se anche qualche volta una norma sembra risolvere bene il problema poi ogni tanto si scopre che una norma non solo il problema non lo risolve bene ma ne apre altri che si sarebbero potuti evitare”.
Anche il senatore a vita Emilio Colombo, trent’anni dopo, ricostruisce così il clima difficile in cui quella legge fu approvata. Quel pomeriggio al Senato, il senatore Colombo spinse il bottone del no. “Il giorno dell’uccisione di Aldo Moro, io mi trovavo a pochi metri da via Caetani, in Piazza del Gesù, nella sede della Democrazia cristiana. Il partito aveva riunito tutta la direzione e ricordo che stavamo per discutere di una proposta che ci era arrivata attraverso la presidenza della Repubblica. Si trattava di uno scambio possibile con i brigatisti con un tale di cui non ricordo il nome. Si stava per esaminare questa faccenda quando sentimmo le urla di sotto che ci venivano ad avvertire. In quel momento, e in quei giorni, eravamo tutti sconvolti e trovarsi pochi giorni dopo di fronte alla spinta all’ordine del giorno sulla legge 194 non fu affatto facile. Perché un voto sull’aborto che non avesse raggiunto una maggioranza avrebbe indebolito il legame tra i partiti. Senza capire questo è difficile comprendere il senso di quei giorni”.
C’è però un altro filo sottile che nella seconda metà degli anni Settanta lega ancora di più l’ex presidente della Dc con la legge 194. Non sono solo coincidenze temporali, difatti, ma sono fianchi diversi di uno stesso profilo storico. Tre anni prima che la legge fosse approvata – e quando già l’Espresso aveva aperto un suo numero con una storica copertina in cui una donna nuda, incinta e crocifissa posava con il pancione a metà tra titolo (“Aborto: una tragedia italiana”) e didascalia (“Ecce Mater”) – fu Aldo Moro ad anticipare il modo in cui il partito avrebbe affrontato l’iter legislativo. Disse Moro: “La ritrovata natura popolare del partito induce a chiudere nel riserbo delle coscienze alcune valutazioni rigorose, alcune posizioni di principio che sono proprie della nostra esperienza in una fase diversa della vita sociale, ma che fanno ostacolo alla facilità di contatto con le masse e alla cooperazione politica. Vi sono cose che, appunto, la moderna coscienza pubblica attribuisce alla sfera privata, e rifiuta siano regolate dalla legislazione e oggetto di intervento dello stato. Prevarranno dunque la duttilità e la tolleranza”. E anche per questo, il 21 gennaio del 1977 Giulio Andreotti scrisse queste parole sul suo diario personale: “Seduta a Montecitorio per il voto sull’aborto. Passa con 310 a favore e 296 contro. Mi sono posto il problema della controfirma a questa legge (lo ha fatto anche Leone per la firma) ma se mi rifiutassi non solo apriremmo una crisi appena dopo aver cominciato a turare le falle, ma oltre a subire la legge sull’aborto la Dc perderebbe anche la presidenza e sarebbe davvero più grave”.
Ci sono però alcuni dettagli interessanti per capire come sulla approvazione della legge ci sia ancora qualche piccolo giallo e qualche numero che a distanza di trent’anni ancora non torna. Prima di arrivare al Senato, e prima che l’undici maggio fosse respinta la pregiudiziale di incostituzionalità al testo proposta dalla Dc (su Repubblica, Giorgio Rossi spiegò il senso di quel voto compatto con queste parole: ci fu “l’esigenza di non aprire lacerazioni nel paese”) la legge – un anno prima – fu approvata alla Camera con 308 voti a favore e 275 contrari. Solo che se fra i favorevoli i voti mancanti risultarono essere undici, fra i contrari invece i voti in meno furono ben trentatré. Tra questi, c’erano ventinove assenti. E tra gli assenti dodici erano deputati democristiani. Il discorso fatto in quei giorni, che sostenne le critiche rivolte negli anni ai deputati cattolici, fu questo: se tutti i contrari fossero stati presenti in Aula il sette giugno del 1977 la legge sull’aborto chissà quando sarebbe passata.
Ma per parlare del maggio del 1978, se è vero che non si può prescindere dagli anni che hanno preceduto l’arrivo della legge in Parlamento e non si può prescindere da Aldo Moro, non si può naturalmente prescindere neppure da Marco Pannella, dai movimenti femministi e dalle critiche più forti arrivate sulle spalle della Dc. (Il circolo via Pompeo Magno spiegò così la sua posizione sull’intoccabilità dei principi della legge: “L’irresponsabilità criminale dello sperma ritenuto intoccabile è l’imperfezione evolutiva dell’uomo che impediva che si realizzasse in lui la distinzione tra il piacere sessuale e la riproduzione”). Ci sono poi due aspetti politici molto importanti da considerare. Il primo è questo. La Dc non fece un vero e proprio ostruzionismo in Parlamento. Fece un’altra cosa: un’opposizione costruttiva. E’ vero, la Dc votò contro la legge; ma coloro che ancora oggi criticano l’atteggiamento un po’ remissivo del partito in quegli anni notano che non solo fu la stessa Democrazia cristiana ad essersi intestata ufficialmente la responsabilità di sostenerne la costituzionalità della legge nei mesi successivi (il testo fu inviato all’avvocato generale dello stato e fu poi difeso dalla Dc); non solo il gruppo Dc alla Camera votò insieme al Pci contro l’eccezione di incostituzionalità alla legge, ma lo stesso governo della Dc, il 5 dicembre 1979, si costituì in difesa della 194 davanti alla Corte costituzionale. (Poco prima della votazione e dopo le parole di Aldo Moro del 1976, la Dc ritirò inoltre ogni clausola che caratterizzasse l’aborto volontario come un crimine. Il Pci, invece, si comportò in maniera diversa). Il Partito comunista, dall’altro lato, era appena uscito dalle elezioni amministrative molto penalizzato. Il 10 giugno del 1976 i comunisti toccarono il 34,4 per cento e sette giorni dopo l’omicidio Moro, alle comunali, toccarono appena il 26,4 per cento. In quel contesto, il Pci accettò che nella legge venissero posti dei limiti alla libertà di scelta della donna, accettò che per le ragazze sotto i diciotto anni fosse obbligatorio il permesso dei genitori ad abortire; e il Pci non si oppose neppure all’articolo che prevedeva ai medici il diritto obiezione di coscienza.
Ma per spiegare il clima di quei giorni, l’intervento che a questo proposito fece nel 1999 l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga fu indicativo: “Un cattolico può separare convinzioni etiche e realtà politica. Si può dire che sono contro l’aborto, ma che non ne faccio questione di battaglia politica. Mi inchino al volere della maggioranza: non si rompe un governo sull’aborto”. “La Dc – scrisse invece Cossiga nel 1991 – ha meriti storici grandissimi nell’aver saputo rinunciare alla sua specificità ideologica e ideale: le leggi sul divorzio e sull’aborto sono state firmate da capi di stato e da ministri democratici cristiani che, giustamente in quel momento, hanno privilegiato l’unità politica a favore della democrazia, della libertà e dell’indipendenza”. Il senatore Colombo e il senatore Andreotti notano con il Foglio anche un legame particolare con la legge sul divorzio. Non fu un caso che il primo disegno di legge sull’aborto discusso in Parlamento fu quello presentato dal deputato socialista Loris Fortuna. Era l’11 febbraio 1973: per la prima volta una legge sull’aborto fu discussa in Aula. E Loris Fortuna fu proprio lo stesso deputato che nel 1965 presentò in Parlamento la legge sul divorzio.
Spiega il senatore Colombo: “Sia il divorzio che l’aborto arrivarono in un periodo in cui quelle leggi avrebbero indebolito la maggioranza. Naturalmente, come all’epoca del referendum sul divorzio, la Dc si schierò contro. Ma proprio come era accaduto pochi anni prima, anche quando si trattò di votare per l’aborto fu via via sempre più chiaro che alcune frange favorevoli della maggioranza erano meno impegnate e più superficiali di quello che si riteneva un tempo”. Anche Andreotti la pensa così: “In effetti, le due leggi noi le vedevamo abbastanza collegate anche se di per sé esiste un aspetto diverso. L’aborto è un assassinio. E’ l’uccisione di una creatura. Il divorzio è invece la recessione di un vincolo fondamentale. Ovvio che fisicamente non si tratta di un assassinio. Però lo sfondo culturale dei due temi ha una parte comune notevole”. Spiegano i due senatori a vita: “La legge fu comunque una conquista anche se bisogna vedere da che punto di vista. A me – dice Andreotti – pare però che l’argomento base che la legge dovrebbe avere, e che ancora non ha, è la tutela giuridica del concepito. Il concepito è un soggetto. Non è un pezzetto della madre con la partecipazione dell’uomo. Purtroppo oggi sull’argomento c’è meno sensibilità che all’epoca. I termini oggettivi del problema, però, non sono cambiati”.
Ci fu anche qualcuno che riuscì con un certo anticipo a prevedere quella che negli anni successivi sarebbe diventata indifferenza morale nei confronti dell’aborto. In pochi diedero ascolto a quelle parole; ma intanto, pochi giorni prima che la legge fosse approvata, l’Osservatore Romano scrisse così. “Non solo è necessario che una legge non imponga il crimine, ma è doveroso che non rimanga indifferente, non si disinteressi e tuteli uno dei diritti fondamentali della persona umana, anzi il diritto prioritario e primordiale come quello della vita senza distruggere i suoi fondamenti”. Così, oggi che si sono raggiunti il miliardo di aborti nel mondo, Andreotti registra in questo modo la sua idea di “aborto moralmente indifferente”. “Il fatto è che in quegli anni il Parlamento fu costretto a decidere su un argomento che aveva un suo valore e che gran parte del mondo aveva ormai legiferato. Ma bisogna fare attenzione. Ogni giorno in tutto il mondo ci sono furti e ci sono leggi nuove che cercano di prevenire i reati e salvaguardare alcuni diritti. Ma se un diritto è garantito da una legge quando questo diritto viene violato non è ammesso far finta di nulla”.
Il sette maggio di quell’anno ci fu un articolo significativo. Uscì ancora una volta sull’Osservatore Romano e il commentatore parlò di vita, parlò di Moro e parlò anche di pena di morte. “Non esiste spiegazione plausibile al fatto che la pena di morte venga oggi respinta in nome di un principio universale e perenne (la vita è sacra) mentre altre forme di attentato alla vita vengono accettate o sono state massicciamente accettate nel passato”. Tutto dunque cominciò nel 1975, passò in due anni e mezzo dalla Camera al Senato; passò per quel maggio del 1978, per il compromesso storico, per i governi di solidarietà nazionale, partendo da un referendum, dalle ototcentomila firme ed ebbe uno dei momenti più significativi del dibattito in un vecchio articolo di Pier Paolo Pasolini. Quello pubblicato nel 1975 sul Corriere della Sera, in risposta ad Alberto Moravia. Quello in cui Pasolini scrisse che “la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore”; quello in cui lo scrittore bolognese disse che “la falsa liberalizzazione del benessere ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà”; che il “primo risultato di una libertà sessuale regalata dal potere è una vera e propria generale nevrosi”; che “la facilità ha creato l’ossessione” e che il risultato è “una facilità indotta” e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza”. E tre anni dopo le paure di Pasolini si trasformeranno in legge.
Il Foglio.it "Sicurezza ombra. Minniti e Tenaglia per incalzare il governo s’ispirano pure al modello Essex. Disegno di legge pronto"
Minniti e Tenaglia vogliono “molestare i delinquenti”, come fanno gli inglesi. Parlano i due ministri dello shadow cabinet.
Roma. Ieri pomeriggio, il governo ombra del Partito democratico ha riunito i suoi ventuno ministri alla Camera dei deputati e il primo punto selezionato dall’agenda dello shadow cabinet è stato quello della sicurezza. Sull’argomento, Marco Minniti, ministro ombra dell’Interno, e Lanfranco Tenaglia, ministro ombra della Giustizia, spiegano al Foglio quale sarà la linea del partito sulle possibili proposte che la maggioranza proporrà nel primo Consiglio dei ministri e dicono che sul tema della sicurezza la linea dell’opposizione è chiara. Il Pd ha intenzione di dialogare con il governo e proverà a incalzare l’esecutivo anche con quella teoria del “frame and shame” già applicata con un certo successo dalla polizia inglese nell’Essex. Inquadrare i criminali, svergognarli, rompergli le scatole. L’idea del “frame and shame” ai due ministri ombra non dispiace affatto e proprio ieri Tenaglia ha depositato alla Camera un disegno di legge sulla sicurezza dalle sfumature molto anglosassoni. Ecco perché.
Le premesse fatte ieri dai due ministri ombra del Pd sono simili e lasciano ben sperare: Minniti e Tenaglia dicono di voler “collaborare” e di essere “disponibili al confronto con la maggioranza”. Certo, Minniti ha precisato che, a proposito di uno dei temi che rientrerà nel prossimo pacchetto sicurezza, ci sono aspetti sui quali difficilmente si troverà in sintonia con il ministro dell’Interno Roberto Maroni: l’ex viceministro del Pd ha detto che a suo avviso non è il caso di parlare di reati di immigrazione per i clandestini; che l’equazione “clandestino-immigrato uguale criminale” è molto pericolosa; e che tra i temi centrali dello shadow cabinet ci sarà quello di ristabilire subito l’effettività degli accordi tra l’Italia e la Libia. Ma ragionando con i due ministri ombra su come il Partito democratico imposterà la sua battaglia sulla sicurezza ci sono alcuni aspetti interessanti che Minniti e Tenaglia anticipano al Foglio e che potrebbero trovare interlocutori curiosi nella maggioranza. L’idea di un’opposizione pronta a incalzare su questi temi il nuovo esecutivo a Tenaglia e a Minniti piace. Piace l’idea del controllo del territorio, del contatto diretto con i criminali e della polizia molto attiva contro teppisti e malfattori. In Inghilterra si chiama “frame and shame” e, nella contea dell’Essex, Scotland Yard ha cominciato a fare una cosa semplice: molestare i delinquenti. Dice Tenaglia: “Denunciare preventivamente i comportamenti antisociali dei criminali è un atteggiamento giusto da cui si deve partire. Per quanto mi riguarda, garantire la sicurezza significa rafforzare le autorità che come la polizia quella sicurezza la devono garantire. Ecco perché la proposta inglese dell’Essex e l’idea di rendere la vita difficile ai criminali – rafforzando la presenza dello stato sul territorio – è un’ipotesi interessante in linea con l’impostazione che il Partito democratico ha sull’argomento”. A questo proposito, Tenaglia ieri ha fatto di più; e poco prima che lo shadow cabinet si riunisse ha depositato un disegno di legge alla Camera che ha questo titolo: “Istituzione di zone a protezione rafforzata”. “Il senso della proposta – spiega Tenaglia – è quello di stabilire aree in cui la polizia possa esercitare il proprio controllo sul territorio in maniera più forte. Stabilendo delle zone a protezione rafforzata (come scuole e uffici postali) dove i reati commessi saranno più gravi che quelli commessi altrove; e dove, intensificando i controlli anche con nuovi mezzi tecnologici, sarà possibile stare ancor di più con il fiato sul collo dei criminali”.
Marco Minniti due giorni fa ha già parlato a telefono con Roberto Maroni di sicurezza e oggi dice al Foglio di essere molto interessato a stimolare la maggioranza con il modello del “frame and shame”. “Certo, quella dell’Essex è una proposta che va approfondita, ma dire che uno degli obiettivi del governo ombra sarà quello di non dare tregua ai criminali direi che è corretto. Il controllo del territorio per individuare e colpire preventivamente la criminalità è in effetti in cima alla nostra agenda sulla sicurezza. Ma la nostra idea per far mettere pressione a chi non rispetta la legge è anche un’altra: è quella di costituire una banca dati in grado di individuare i delinquenti abituali prima che questi commettano reati. Un modo per far così sentire la presenza delle forze dell’ordine in maniera permanente nell’habitat naturale dei delinquenti vari che proporremo quanto prima al ministro Maroni. Quello dell’Essex – continua Minniti – è un modello convincente. Sarebbe un esperimento interessante anche per l’Italia se solo qui da noi una maggiore capillarità delle forze dell’ordine ci permettesse di seguire i malviventi anche nella loro quotidianità. Ecco, proprio perché in Italia manca la figura del poliziotto di contea (che nel Regno Unito invece esiste eccome), una proposta che rilanceremo nelle prossime settimane sarà quella del ‘patto per la sicurezza’: rafforzare i poteri dei sindaci e dare maggiore peso alle funzioni di poliziotti di quartiere. Resta il fatto che l’Essex è un ottimo esempio da cui partire e che riassume bene l’impostazione che il Pd avrà sul tema sicurezza: rompere le scatole ai criminali. Il nostro governo ombra comincerà a lavorare anche da questo”.
Claudio Cerasa
13/05/08
giovedì 8 maggio 2008
Il Foglio. "Così il nuovo Tremonti spiega perché D’Alema gli piace più di W"
Roma. Nel primo giorno del Cav. III, il terzo Giulio Tremonti nasce ieri pomeriggio alle quindici e trenta nella sala registrazioni della Rai. Con un faccia a faccia con Giovanni Minoli e con due frasi non certo casuali che il nuovo ministro dell’Economia ha dedicato a Massimo D’Alema. Perché tra Tremonti e D’Alema non ci sono solo due caratteri simili, con tratti comuni e con simpatie sfumate dietro frequentazioni condivise: Tremonti e D’Alema si piacciono. E se non fosse già sufficientemente chiaro, il ministro lo ha fatto capire ancora una volta ieri con parole che non aveva mai utilizzato. E così, dopo aver passato tutto il primo pomeriggio a Palazzo Grazioli con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti è arrivato in via Ettore Romagnoli per la registrazione dell’ultima puntata della trasmissione di Gianni Minoli (“La storia siamo noi”); ha parlato – anche a telecamere spente – con il conduttore dei possibili nuovi assetti della tv di stato; ha scherzato a fine puntata sul suo carattere un po’ tosto che alla fine però ha conquistato pure lo stesso Minoli (“Vede, il mio peggior difetto è invece essere simpatico”, dirà Tremonti); e una volta viste scorrere dietro le proprie spalle le immagini del 23 ottobre americano di quasi ottant’anni fa (martedì nero, crisi del 1929 e Borsa di Wall Strett a pezzi) il ministro dell’Economia ha confermato che se da un lato c’è un CaW con un motore ancora un po’ inceppato, dall’altra parte, invece, la cerniera diplomatica di Tremonti è in ottima salute e nei suoi rapporti con l’opposizione non potrà prescindere da Massimo D’Alema. Spiega perché due volte, Giulio Tremonti. Dice che con l’ex presidente dei Ds “si discute bene” e proprio per questo, premettendo che di “politici del genere non se ne trovano tanti in giro” Tremonti, con una certa naturalezza, tra il segretario del Pd e l’ex ministro degli Esteri dice di sentirsi in sintonia “più con D’Alema che con Veltroni”. E lo dice nel giorno in cui il dalemiano Nicola Latorre, giocando sul filo del paradosso, aveva spiegato a questo giornale che Tremonti viene “da una costola della sinistra”.
Il punto però è che ora il professore sembra stare al gioco: il Tremonti conciliante di oggi dice che personalmente ha bisogno di due anni per dare un giudizio definitivo su Tommaso Padoa-Schioppa e Romano Prodi; dice che nel dialogo con l’opposizione vanno fissati almeno due punti (riforma della Costituzione, federalismo fiscale); che la legge elettorale è l’ultimo dei problemi del governo; e che se proprio dovesse scoprire le carte sulle persone giuste con cui condividere un dialogo all’opposizione oltre a D’Alema i nomi buoni sono quelli del presidente dell’Emilia, Vasco Errani, e del sindaco di Firenze, Leonardo Domenici. E’ però un Tremonti con sfumature sempre diverse quello che è riuscito a far dissolvere in pochi mesi il vecchio e polveroso antitremontismo. Tremonti conta sempre di più a destra e piace sempre di più a sinistra e lo stesso Minoli, a fine puntata, non ha potuto che registrare così la sua piccola folgorazione tremontiana. “Mi sembra ormai una persona che ha acquistato una sicurezza definitiva del suo pensiero e che sia ormai consapevole del fatto che il suo libro e le sue riflessioni siano inevitabilmente un documento pogrammatico di sintesi per tutto il governo”. Tremonti sorride quasi imbarazzato quando Minoli lo paragona al Gesù che cacciava i mercanti (“Qui però i mercanti li hanno già cacciati”, si difenderà Tremonti); e parlando del suo ultimo libro (“La paura e la speranza”) dice inoltre di trovarsi in sintonia non solo con uno dei fratelli di Romano Prodi (Paolo) e non solo con l’avvocato Guido Rossi (“Dice cose molto profonde”) ma anche con l’ex ministro Emma Bonino. Solo che nel giorno in cui il Cav. III conclude le consultazioni al Quirinale e presenta la sua lista di governo il fatto è che c’è un nuovo Giulio Tremonti che approda al governo. Ieri pomeriggio ha ricordato di arrivarci, questa volta, “da politico e non da tecnico” e che già dalla prossima settimana potrebbe trasformarsi nella cerniera diplomatica alternativa a quella ancora un po’ debole del CaW.
Claudio Cerasa
08/05/08
mercoledì 30 aprile 2008
Il Foglio. "L’agenda Panebianco punta ancora sul CaW"
Roma. Qualche giorno fa, Massimo D’Alema l’aveva preventivamente definita come la nuova marea nera del centrodestra; e ora che l’onda lunga del successo ottenuto da Silvio Berlusconi ha travolto anche gli ultimi bastioni forti del Partito democratico, la sensazione che il dialogo tra premier in pectore e nuovo speaker dell’opposizione venga lentamente affogato dall’ebbrezza elettorale sembra esserci davvero. Per ragioni diverse, gli ingranaggi che avrebbero dovuto far scoppiettare presto il nuovo motore del CaW si sono un po’ allentati: Goffredo Bettini (con il suo modello Roma e con Veltroni) è uscito malconcio dalle elezioni più importanti (Campidoglio e Palazzo Chigi); e l’altra metà del CaW, Gianni Letta, tra un’intervista, un retroscena e qualche battutina maliziosa lasciata cadere qua e là, rischia di non avere più le stesse chiavi diplomatiche che aveva un tempo. Dunque tutto finito e dunque addio dialogo, addio CaW e addio nuove rivoluzionarie stagioni costituenti? No, probabilmente. Angelo Panebianco – politologo, editorialista del Corriere della Sera – dice al Foglio che, invece, il dialogo tra Veltroni e Berlusconi sarà uno dei temi di cui la prossima legislatura non potrà prescindere. Il CaW, secondo Panebianco, respira sì con un po’ di affanno ma potrebbe essere più vivo che mai. “A mio avviso, l’intuizione che aveva avuto Berlusconi del ‘non posso governare contro tutti perché sennò mi ritrovo nella situazione del 2001’ vale anche adesso. Certo, alcune delle condizioni del dialogo oggi sembrano essere venute meno: l’indebolimento di Veltroni è molto forte, ci sarà un grosso controllo sulla sua azione da parte del suo partito e il tentativo di spingere il Pd a riaprire verso la sinistra è un ostacolo di una certa importanza. Dall’altra parte, la sensazione rovinosa che il centrodestra sia convinto che la sua forza sia tale da non avere più bisogno del dialogo potrebbe esserci e sarebbe un errore clamoroso. Il centrodestra ha bisogno di costruire un rapporto con il sindacato e l’idea che sia possibile farlo da soli è sbagliata. Detto questo, io non credo che Berlusconi si sia rimangiato le parole che aveva detto qualche tempo fa”. Pronto al dialogo sulle riforme, aveva detto il CaW. “E’ vero, è possibile che nella sua maggioranza l’ubriacatura da risultato elettorale ci sia; ma i segnali che ha dato finora – anche con una sua campagna molto centrista – sono stati contrari. Va detto che non c’è oggi possibilità di discutere con l’opposizione senza che ci sia un Tremonti catalizzatore del dialogo; ma a prescindere dagli intermediari, in qualunque rapporto di questo tipo al centro del tavolo ci dovranno essere Berlusconi e Veltroni”.
Ieri mattina, il segretario del Pd ha già dato un piccolo strattone al mantello impolverato del CaW (“Finora – ha detto W. – non c’è stato nessun dialogo da centrodestra”). E prendendo spunto dalla prime ore di nuova legislatura, Panebianco dice che il leader del Pd è ancora il ponte di dialogo giusto per Berlusconi. Così, se Francesco Giavazzi aveva declinato una sua agenda economica, anche Panebianco oggi ne ha una sua. L’agenda CaW. “Proprio perché Berlusconi è forte dovrebbe interessarsi a non umiliare l’opposizione e a cercare ogni elemento di dialogo. Berlusconi ha sempre avuto una grande potenza elettorale e una forte debolezza istituzionale; e passati i cento giorni di luna di miele arriverà la dura opposizione organizzata della società. Dunque, senza Veltroni, Berlusconi avrà difficoltà a riformare politica estera e giustizia; a riscrivere la legge elettorale, a dialogare sul welfare, a rivoluzionare la pubblica amministrazione e a prevenire l’onda d’urto delle corporazioni che verranno colpite dal governo e a capo delle quali ci sarà presto l’opposizione”. Ma, secondo Panebianco, il filo del dialogo non si spezza solo se nel Pd rimane Veltroni. “Dal clima costituente, Veltroni potrebbe avere la possibilità di ridisegnare le regole del gioco, mantenendo l’immagine di forza moderata che ha costruito con la sua buona campagna elettorale e candidarsi per la volta successiva a fare quello che non è riuscito a fare questa volta, sfondare al centro. Il Pd non ci guadagnerà nulla delegittimando il segretario; e per questo, se i due leader non riusciranno a dialogare ci perderà la sinistra, perché quella di questo Pd è l’unica linea plausibile nel lungo periodo; ma ci perderà anche Berlusconi, perché non avrà più una sponda con cui fare le cose che si devono fare nel nostro paese”. Si potrebbe cominciare dalla sicurezza, conclude Panebianco; e visti i segnali arrivati ieri e viste le proposte di dialogo arrivate da sinistra dal veltroniano Achille Serra (ex prefetto di Roma e deputato di Forza Italia nella tredicesima legislatura) chissà non sia proprio questa la strada giusta da cui partire.
Claudio Cerasa
30/04/08