sabato 26 dicembre 2009

La Presa di Roma sul Corriere della Sera/2

Quando la (buona) Fiction riesce a Raccontare la Realtà 
Oggi rischiamo di affogare nella fiction, nella sua dispotica invasività. Tutto deve inesorabilmente somigliarle (politica, cronaca, emergenza sociale, vicende giudiziarie...), altrimenti nella società della comunicazione non «passa», non buca il video (o la pagina). Ma se questa è la tendenza, o meglio coazione, dell' epoca, almeno si tratti di buona fiction, fatta cioè con sapienza retorica, probità intellettuale, abilità artigianale. Penso alla grande tradizione americana del New Journalism (celebrata 35 anni fa da Tom Wolfe in un polemico manifesto), che nasce da una intuizione di fondo: la realtà ha bisogno di essere messa in scena. Altrimenti resta opaca, inanimata. E per metterla in scena occorre non tanto infiorettarla di aggettivi e metafore o renderla «intrigante» quanto padroneggiare le tecniche e strategie della narrazione. La linea rossa che separa la cattiva letteratura (mascherata da informazione) da un onesto e immaginativo giornalismo narrativo è sottile. Segnalo alcuni libri italiani recenti che mi sembrano esemplari: «Il Gorgo» di Gianfranco Bettin, dolorosa, lucida immersione nel cuore di tenebra del Nord-Est, è degno di «A sangue freddo». Nella «Presa di Roma» di Claudio Cerasa troviamo almeno due personaggi memorabili, presi dalla realtà: un taxi driver pieno di tatuaggi e il direttore di un circolo canottieri dove si decidono le nomine politiche del Paese. Un penetrante sguardo dall' alto sulla città (sulle stanze del potere), cui si contrappone nei reportage di Andrea Carraro «Da Roma a Roma» lo sguardo dal basso, ad altezza di strada, di panchine periferiche e sopravvivenza quotidiana. Come ridisegnare quella sottile linea rossa di separazione tra qualità rappresentativa e spettacolarità coatta? Credo che dietro al «racconto», pur necessario, della realtà dovrebbe esserci non l' ossessione di intrattenere ma la umile voglia (oltre che il talento personale) di dire la verità - nel modo più efficace - , su un qualsiasi evento o situazione o esperienza. 
Filippo La Porta
24/12/09

mercoledì 23 dicembre 2009

La Presa di Roma sull'Espresso

Claudio Cerasa, giornalista del “Foglio”, ha narrato le gesta di Alemanno e dei nuovi padroni della Capitale nel libro “La presa di Roma”, edito dalla Bur. Un’inchiesta sull’ascesa di Alemanno, i motivi che hanno causato il ribaltone del 28 aprile 2008, le radici della vittoria del popolo delle periferie, della piccola borghesia che ha mandato a casa un centrosinistra incapace, dopo lustri di governo, di rappresentarne le istanze. Un libro che spiega anche i perché della crisi del modello Rutelli- Veltroni e le armi (politiche e damagogiche) con cui si è imposta la nuova destra, che in campagna elettorale ha puntato sul degrado delle periferie, sul senso d’insicurezza diffuso anche tra gli elettori tradizionalmente “rossi”, sulla voglia matta di chiudere un ciclo durato troppo. Cerasa descrive la geografia dei nuovi poteri forti, dal Vaticano alla lobby dei tassisti,
dagli uomini d’oro delle municipalizzate ai costruttori. Protagonisti dell’epoca vecchia, ma di nuovo in scena nella Roma del sindaco Alemanno.

lunedì 21 dicembre 2009

La Presa di Roma sul Messaggero

Tra i consigli di dieci scrittori per scegliere il libro giusto da leggere nei giorni di Natale pubblicati sul Messaggero, Giancarlo De Cataldo scrive così:

Per chi voglia capire come ha fatto la sinistra a perdere Roma, e se la destra ce la farà a tenerla, La presa di Roma, di Claudio Cerasa, intelligente problematico e bipartisan

La Presa di Roma sul Sole 24 ore

Roma e Milano, avvicinate dall'alta velocità e dalla politica, sembrano monopolizzare l'attenzione riducendo l'Italia che conta, quella dove vive la maggior parte della gente, al rango di comprimaria. Comprenderne le dinamiche interne, discuterne i fallimenti politici, studiarne i cambiamenti, significa forse poter arrivare un giorno a smitizzare queste due capitali molto meno morali di quanto servirebbe all'Italia. Claudio Cerasa, giornalista al Foglio dal 2005, e Marco Alfieri, giornalista al Sole 24 Ore, ricostruiscono le vicende della politica e dell'economia locale rispettivamente a Roma e Milano, in due libri densi di informazioni e suggestioni interpretative.

Milano e Roma continuano ad attrarre intelligenze e speranze, continuano a travolgere vite, continuano a consumare ambiente e relazioni umane. La fragilità che generano è forse più grande della fortuna che offrono, anche se fa meno rumore. Eppure, sebbene si viva peggio a Milano e a Roma che a Trento o a Trieste (ne parla il Sole in questi giorni), le persone che cercano fortuna vanno più spesso nelle due metropoli che altrove. Evidentemente perché sembrano offrire una prospettiva. E non tradirla è una responsabilità di quelle città.

I libri di Cerasa e Alfieri, informatissimi e storicamente consapevoli, mostrano due città in difficoltà. Ne emerge l'impressione che in fondo Milano sia una piccola metropoli, più piccola che metropoli. E Roma sia una piccola capitale, più piccola che capitale. Le beghe del potere, i network sociali che contano, le miserie della spartizione delle risorse, pesano come macigni sulla capacità di queste città di definire un progetto e di sviluppare un futuro.

I momenti decisionali fondamentali per la gestione dei circenses dell'Auditorium riproducono a Roma in chiave modernista dinamiche da basso impero, mentre il fallimento dei primi anni di preparazione all'Expo mostrano a Milano l'incapacità di sviluppare un progetto che superi i particolarismi delle grandi famiglie di poteri locali.

Roma e Milano, nei libri di Cerasa e Alfieri, sembrano incapaci di darsi proprio quello che chi le ammira ritiene che abbiano: ampiezza di prospettiva. Ma è chiaro che la distanza tra l'impressione di chi le studia, soprattutto guardando alla politica locale, e l'aspettativa di chi le sceglie come posto dove vivere, non si spiega considerando i fenomeni in modo unilaterale. Un'ipotesi: forse la politica è sovrastimata, mentre troppo poco ci raccontiamo quella parte della vita delle persone che dipende dalle loro capacità.

La Presa di Roma su Metro

Qual è la geografia del nuovo potere nella Città eterna? Palazzinari, clero, architetti, editori, tassisti, lobbisti: Claudio Cerasa, nel suo libro “La presa di Roma” (Rizzoli, 208 pagine, 9,80 euro), ricostruisce minuziosamente la rivoluzione, silenziosa e carsica, che è in atto nella Capitale.

Il suo libro comincia con il collasso del consenso del centrosinistra. Chi ha riempito oggi quel vuoto?
Sta tentando di riempirlo il sistema di potere che ruota intorno ad Alemanno. Ed è un progetto molto ambizioso, che in futuro punta decisamente ad uscire dai confini locali.

Il sindaco Petroselli, che girava le periferie sulla 500 per capire i problemi della gente, è una figura lontana. Altri tempi: oggi lei dice che Alemanno fa uso smodato dello spoil system...
Alemanno ha vinto perché è riuscito ad intercettare voti del centrosinistra: nello specifico quelli di chi vive nelle periferia, nei luoghi lontani dalla “grande festa” veltroniana. E poi ha smontato i sistemi di potere preesistenti, rimettendo tutto in discussione. “Alemanno ha avuto il consenso di chi vive in periferia, lontano dalla ‘grande festa’ veltroniana”.

Come è cambiato il sistema di relazioni tra Campidoglio e Vaticano?
Molto. In realtà anche il “primo” Veltroni ebbe buoni rapporti con la Chiesa, ma con Alemanno il discorso è diverso. La dice lunga il fatto che in un solo anno da sindaco ha incontrato il Papa otto volte.
Chi comanda oggi a Roma?
In questo momento contano molto i poteri terzi, perché il sindaco non è riuscito ad imporre la sua leadrship. Parlo di costruttori, imprenditori, establishment.
Crollata la saldatura del potere Bettini-Letta oggi c'è un nuovo schema di potere: quale?
Diciamo intanto una cosa: Roma è fatta apposta per essere governata in maniera bipartisan, con due capisaldi politici che dialogano e interagiscono. Fino a ieri sono stati Bettini e Letta, oggi sono Alemanno e D’Alema.
Che ruolo giocano i costruttori?
Hanno un ruolo diverso. Sono un mondo che ha grande influenza e giocano una partita autonoma. Alemanno si sente molto riconoscente nei confronti di Caltagirone e spesso si comporta quasi come se dovesse essergli eternamente grato. Veltroni ha scelto di stringere simpatie con altre persone, penso alla famiglia Toti, ma nel momento decisivo, prima della campagna elettorale, non c'è dubbio che la richiesta di discontinuità arrivata da Caltagirone abbia giocato un certo ruolo nello sconvolgere gli equilibri.
Un'ultima cosa: perché chiama il sindaco Lupomanno?
Era il nome che negli anni Ottanta i camerati romani davano ad Alemanno. (ANDREA BERNABEO)

lunedì 14 dicembre 2009

La Presa di Roma su Europa

Roma in tilt, è l’era (breve) di Aledanno

Roma in tilt. Dicembre è il mese nero di una mobilità cittadina che non ha mai smesso di essere disastrosa. Giornate nelle quali i romani scuotono la testa e pensano: «Neanche questo ce l’ha fatta».
In realtà «questo», Gianni Alemanno, non si fa tanti problemi.
Un anno e mezzo da sindaco, e già la città ha capito che il suo mandato non passerà alla storia. La prima volta di un post-missino al Campidoglio, e la rivoluzione annunciata s’è inabissata subito. Neppure i tassisti sono contenti dell’uomo che hanno spedito, con le buone e più spesso le cattive, al governo. La sicurezza promessa, soprattutto alle periferie, è un lontano ricordo, e per le strade domina la legge del più forte dopo i molti messaggi di “liberi tutti” lanciati dall’amministrazione (parcheggi a pagamento tolti e rimessi, multe condonate, apertura dei varchi ztl, libertà di doppia fila).
Insomma, fallimento su tutte le questioni che i cittadini possono valutare con mano. Per il sito Dagospia, il sindaco è ormai definitivamente Aledanno.
Lui non se ne cruccia. E giovedì sera, quando terribili ingorghi si erano appena sciolti, ha raccolto la Roma che conta intorno al più banale feticcio della politica di questi tempi: una fondazione. Con dispendio di fantasia si chiama Nuova Italia, dichiara di volersi occupare dell’agenda delle riforme per il paese e, incongruamente con questa ambizione nazionale, è presieduta dal sindaco di Roma. Il quale poi è volato a Londra: un po’ weekend prenatalizio da italiano coi soldi, un po’ visita ai cantieri olimpici.
Da ammirare e dimenticare.
Per dirla con una frase: Alemanno è in Campidoglio da diciannove mesi ma già si sente con un piede fuori. Fare il sindaco non è mai stata la sua vera ambizione e più rapido sarà il passaggio verso una leadership nazionale, più contento sarà: come Rutelli e Veltroni ma a velocità tripla, e senza la passione per il mestiere che i due se non altro fecero mostra di avere.
Tracce, spunti e conferme intorno a questo percorso si trovano nell’ottimo libro del giornalista del Foglio Claudio Cerasa (La presa di Roma, Bur), utile a chi voglia aggiornarsi sulla nuova mappa del potere romano nell’era alemanniana. Il libro di Cerasa fa intendere che, naturalmente, il vero potere romano non è cambiato affatto nel trasloco capitolino da sinistra a destra. Si è adattato ai nuovi padroni politici, e dopo averne agevolato l’ascesa gode ora del trattamento privilegiato di un’amministrazione subalterna come mai prima.
Nella ricca galleria di personaggi dominano, in questo ruolo, Caltagirone e Malagò, col contorno del generone dei circoli sportivi e sotto la complessa architettura di banche, enti, fondazioni, camere di commercio.
L’effetto si coglie subito: sono colonne che resteranno al proprio posto, mentre i vari Croppi, Rampelli, Augello (più altri, meno presentabili) corrono per un’avventura che li porterà presto lontano dagli uffici con vista sui fori.
C’è poi il capitolo del rapporto col Vaticano, fin qui pezzo forte della costruzione alemanniana di se stesso, dove si rileva come sull’altare della rivaticanizzazione di Roma proceda la cancellazione della storia risorgimentale che la fece Capitale.
Le relazioni coi poteri ci portano a misurare analogie e differenze fra il raider Alemanno e chi l’ha preceduto.
Bisognerà approfondire il tema, che è di grande interesse perché tocca il destino di una metropoli più usata che governata, vittima del sovrapporsi di ambiziose classi dirigenti nazionali e mediocri classi dirigenti locali. Cerasa ne parla, ma potrà tornarci su (approfondendo per esempio il luogo comune, accolto troppo supinamente, che il centrosinistra abbia abbandonato le periferie: il giudizio andrebbe dato almeno sull’arco dei mandati dal ’93).
Rutelli, Veltroni dopo di lui (e Bettini sempre) hanno edificato un sistema di potere che alla fine ha estenuato la città di mezzo, ma ha sostenuto un ciclo col quale tutti, dopo averlo condannato, devono fare i conti (infatti Alemanno/Croppi li fanno). Tanti errori, ma anche cambiamenti autentici (certo, contrattati con le immobiliari) nell’auto-percezione, nella materialità e nel tessuto urbano della città.
Prima di poter dire che Alemanno abbia fatto un decimo di quel lavoro, probabilmente lui sarà già altrove. Se si districa dal traffico.

venerdì 4 dicembre 2009

La Presa di Roma su Sicilia Informazioni

(pm) Da qualche giorno è in libreria il nuovo libro di Claudio Cerasa, nato a Palermo, giornalista al “Foglio”, dal titolo La Presa di Roma, edito da Rizzoli (9,80 euro). E’ la cronaca della rivoluzione e dei segreti di una città dagli anni di Rutelli e Veltroni a oggi. È il ritratto della nuova destra romana, guidata da un sindaco, Lupomanno, come lo definisce l’autore, che, conquistati quartieri e categorie sociali inascoltati dal centrosinistra, ha imparato a governare le stanze più segrete della Capitale. E si prepara a essere il prossimo vero candidato di centrodestra alla guida del Paese.

Una analisi attenta e precisa del cambiamento politico avvenuto nella capitale. Il 28 aprile 2008 Gianni Alemanno viene eletto sindaco di Roma: la capitale d’Italia cambia bandiera dopo 15 anni. Cosa c’è dietro questa inversione di rotta che ha sconvolto la geografia del potere italiano? Quali sono state le mosse che hanno permesso di mettere le mani sulla Capitale e manovrarne il destino?


In appena un anno di governo Alemanno, Roma si ritrova circondata da una nuova e ben salda rete di potere, fatta di palazzinari, avvocati, architetti, immobiliaristi e soci dei più prestigiosi circoli sportivi. E che mette insieme Vaticano, centri sociali, editori, giornalisti, tassisti, lobbisti, fascisti, ex comunisti e curvaroli.

(qui il link)


La Presa di Roma su Panorama



E va bene che c’è il giornalismo ma ci vuole un libro per raccontare la potente novità di Roma, la Capitale che ha cambiato colore e padroni, ed è “La presa di Roma”.
Lo ha scritto un giornalista, Claudio Cerasa, capo redattore de Il Foglio, già collaudato nella grande inchiesta (la sua più importante, quella su Rignano Flaminio). C’è una precisa mappatura della gens nova arrivata in Campidoglio in questo libro. Tutti al seguito di Lupomanno, ovvero Gianni Alemanno, il sindaco inaspettato che – con la sua elezione – nell’assecondare l’onda del successo berlusconiano, ha cancellato l’epoca segnata Rutelli-Veltroni. Fu un’epoca, quella del centrosinistra, certamente importante e di grandi opportunità per la Capitale. Un capitolo della politica nazionale “de sinistra” sfumato col voltafaccia di lobby, circoli e parrocchie. Quel calderone di varia umanità romana, insomma, trasmigrata a destra per riscrivere la geografia del potere in Italia. Con questo volume Bur (euro 9,80), Cerasa che non si sottrae alle suggestioni culturali e social, col metodo del parlare a nuora affinché suocera intenda spiega quello che nessun sociologo saprà decifrare: come è possibile che un manipolo di tassinari abbia saputo mettere in scacco l’inamovibile potere della Roma pariola. Come è possibile, poi, che una ridotta di canaglie – senza giornali, senza salotti e priva di visibilità – abbia saputo guadagnare il successo alle urne. E con la vittoria elettorale, infine, incontrare l’abbraccio di quei potenti presso cui ricevere il compimento della definitiva trasformazione: la rispettabilità democratica. Nella descrizione di Cerasa, Roma, coi suoi Lupomanni, diventa un romanzo cinico e sazio, fosse solo per il brulicare di storie e per l’avventura iniziata dal solitario protagonista, il sindaco, aspirante leader del centrodestra nientemeno. Appunto. E qui c’è l’unico appunto che proponiamo a Cerasa: da Mussolini a Craxi, fino a Berlusconi, è sempre Milano quella che decide. Gioco e giocatore. Né Rutelli, né Veltroni. E anche Andreotti, vecchia volpe, fu sul filo della pellicceria. Figurarsi Alemanno.
Pietrangelo Buttafuoco
5/12/09

Presentazione della Presa di Roma con Mario Staderini (segretario dei Radicali)

Presentazione della Presa di Roma alla libreria Arion di Roma, con Mario Staderini.

giovedì 26 novembre 2009

La Presa di Roma su Dagospia/2

CAFONALINO - METTI una sera A CENA "LA PRESA DI ROMA" - SBIRciANDO l'orientamento romano dell’Udc di Casini e soprattutto del 'padrone' Caltagirone si capirà lo stato dei rapporti tra Pd e Pdl e il partito più coccolato d'Italia - Esiste un modello Alemanno?...

Molto del futuro della regione attualmente più "in voga" d'Italia è stato spifferato l'altra sera nel corso del cenacolo organizzato da Marco Antonellis.

Monica Cirinna

Oggetto: "La Presa di Roma", il libro scritto dal giovane caporedattore del "Foglio" Claudio Cerasa. Zitti zitti, giovedì pomeriggio l'ufficio di presidenza del Popolo della libertà dovrebbe finalmente rivelare quale sarà il candidato che cercherà di conquistare la regione.

Perché qui, gli accordi politici avranno anche un riflesso nazionale. Ecco, per esempio, avete presente l'Udc di Pier Ferdi e del suocero Francesco Gaetano Caltagirone? Diciamo che l'orientamento romano dell'Udc di Casini e soprattutto del Calta offrirà un segnale sullo stato dei rapporti tra Pd e Pdl e il partito più coccolato d'Italia.

l onorevole Fabio Rampelli

Di questo hanno parlato lunedì sera al Cenacolo l'attuale presidente reggente della regione Esterino Montino il senatore ombra di Alemanno Andrea Augello, il deputato Fabio Rampelli, l'assessore Umberto Croppi, il Presidente di Confcommercio Roma e di Confcommercio Lazio Cesare Pambianchi (che per tutta la serata ha suggerito alla destra e alla sinistra come fare per non perdere nel suo Lazio).

Marco Antonellis ed Esterino Montino

Il libro di Cerasa fa discutere da settimane i principali esponenti della politica romana. Esiste un modello Alemanno? Rampelli e Pambianchi dicono di sì, Croppi e Augello si guardano fiduciosi, Montino scuote la testa.

Domandone finale: il sindaco di Roma punta a succedere a Berlusconi? Ai posteri l'ardua sentenza.....

[26-11-2009]

AugelloEsterino MontinoAugello Croppi Cerasa AntonellisMarco Antonellis e Claudio CerasaArrivano Croppi e AugelloCesare PambianchiMarco Antonellis ed Esterino Montino

La Presa di Roma sull'Opinione

Claudio Cerasa, 27enne caporedattore del quotidiano “Il Foglio”, è una delle migliori firme emergenti del panorama giornalistico italiano. Già autore, nel 2007, del libro “Ho visto l’uomo nero. L’inchiesta sulla pedofilia a Rignano Flaminio tra dubbi, sospetti e caccia alle streghe” (Ed. Castelvecchi), lettura obbligata per la comprensione della famigerata vicenda giudiziaria di Rignano Flaminio, Cerasa ha da poco fatto uscire la sua seconda opera, “La Presa di Roma” (2009, Ed. Rizzoli), che presenta a L’Opinione.

Che cosa racconta “La presa di Roma”?

La presa di Roma è un’inchiesta sulla rivoluzione sotterranea di Roma. Su tutto quanto quello che è successo dietro le quinte nella Capitale non soltanto negli ultimi diciotto mesi di governo alemanniano ma anche negli anni di Rutelli e di Veltroni. La Presa di Roma è la storia della rivoluzione sotterranea di una città governata non soltanto dalla politica ma anche da costruttori, imprenditori, palazzinari, tassisti, centri sociali di destra ed è la cronaca di quello che negli ultimi tempi è diventata Roma: un vero e proprio laboratorio politico in cui le dinamiche interne hanno sempre più un risvolto nazionale. Roma è un trampolino di lancio per coltivare ambizioni politiche future. Veltroni e Rutelli hanno costruito, o almeno hanno tentato di costruire, qui nella Capitale la propria rete di potere. Per chi non se ne fosse accorto, Alemanno ha iniziato a fare la stessa cosa.

Che cosa L’ha spinta a scegliere questo argomento, dopo aver trattato - in maniera magistrale - il caso di Rignano Flaminio nel Suo primo libro?

La presa di Roma è un’inchiesta come lo era il libro su Rignano. Sono due esempi chiave di due realtà molto significative del panorama politico italiano. Rignano è l’esempio di quello che succede quando un’inchiesta giudiziaria viene costruita con difficoltà e quando le indagini vengono frullate nel circuito, o meglio, nel circo mediatico giudiziario. Roma, come scrivo all’inizio del libro, è invece l’esempio di ciò che accade quando i monumenti di una città durano troppo a lungo. Le parole sono di Andy Warhol, e a mio avviso spiegano bene molto di quello che è successo a Roma negli ultimi anni.

Chi comanda, oggi, nella Capitale?

Quando la politica non ha la forza necessaria per governare in totale autonomia capita che è più facile riconoscere chi sono i protagonisti che comandano da dietro le quinte. Lo scrivo nell’introduzione: “La Roma di oggi è come un fiume dopo la tempesta: il letto del torrente svela chi ha resistito alla piena e chi no, e rivela chi l’onda l’ha patita e chi l’ha dominata.

Dopo il subbuglio, le acque tornano trasparenti e le cose appaiono più nitide”. Oggi nella Roma di Alemanno le realtà che hanno più peso sono quelle dei circoli sportivi, dei costruttori, degli imprenditori. Due nomi su tutti: Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Abete.

In che modo è cambiata, Roma, dalla storica vittoria di Alemanno? Quali sono state, a Suo avviso, le chiavi del successo del candidato del centrodestra (e quelle dell’insuccesso di Rutelli)?

La chiave del successo di Alemanno è stata quella di aver conquistato elettori di sinistra. È un interessante rivoluzione quella del sindaco. A Roma è successo che le vecchie periferie, quelle legate alla tradizione comunista, quelle che votavano per Petroselli prima ancora che per Veltroni, pur rimanendo de sinistra hanno scelto un sindaco che parlasse un po’ il loro linguaggio. In altre parole: le chiavi dell’insuccesso del centrosinistra sono tutte spiegate nel primo capitolo del mio libro. E non è un mistero che la vittoria di Alemanno è stata la vittoria contro la sinistra che ormai governava solo su quel quadrilatero fighetto e devoto agli aperitivi che esiste attorno a Campo dè fiori.

Quali effetti ha avuto sul centrosinistra romano, per la prima volta privo del potere dopo quindici anni? E, di riflesso, quali sul centrodestra?

Il centrosinistra romano è uscito rivoluzionato, e una volta tolto lo scettro del padrone della città a Walter Veltroni ha affidato la presa di Roma al suo più grande rivale: Massimo D’Alema. La destra invece si trova nelle condizioni di poter lavorare senza troppa fretta per costruire una terza via di pensiero nel Pdl. Una cosa alternativa sia a Fini sia a Berlusconi. Perché Alemanno a questo punta: succedere al Cavaliere.

Cosa ha significato, per la scena nazionale, la vittoria di Alemanno? La sua vicenda - e la realtà romana - possono essere utilizzate come chiave di lettura per analizzare lo scenario nazionale (o eventuali avvicendamenti futuri)?

Assolutamente sì. Alemanno è riuscito a comportarsi come una sorta di Prodi di centrodestra. Ha avuto l’abilità di diventare sintesi felice di tutte quelle realtà della destra romana, anche di quelle più estreme sia chiaro, che nel corso degli anni erano state confinate nel silenzio delle catacombe e che ora si sono invece trovate tutte rappresentante nel nuovo mondo alemanniano. C’è un po’ di tutto nel mondo di Lupomanno. Ci sono fascisti e post fascisti. Ci sono tassisti e vescovi. Ci sono imprenditori e costruttori. E a volte, guardando a fondo, si scopre che accanto a lui ci sono anche un bel po’ di comunisti.