venerdì 13 luglio 2007

Il Foglio. "Il baco di Repubblica"

Tutto ciò che avreste voluto sapere e non avete mai osato chiedere in un blog che spia Largo Fochetti

Enrico Maria Porro abita a Cernusco sul Naviglio, ha un blog incredibile, è pazzo per Repubblica, tiene sotto controllo inviati, corrispondenti, cronisti, opinionisti e scrive cose che non avremmo voluto vedere, almeno fino a poco tempo fa. Le scrive da un anno e mezzo, dal 28 febbraio 2006, le scrive quasi ogni giorno e c’è chi le prende sul serio, “Hi, how can I contact Renato Caprile?”, e chi non crede che ci sia qualcuno che si metta lì a dire: “Come ci mancano le analisi di Bernardo Valli!”.
Era partito forte, il lettore P., con il suo pazzoperrepubblica.blogspot, fotografando chiunque avesse in mano una copia di Rep., riportando le rilevazioni audipress, seguendo, passo passo, “Scalfari, nel suo consueto editoriale domenicale”, non perdendosi gli spostamenti degli inviati, azzardando previsioni (“La situazione a Gaza sta degenerando, si rischia un’imminente guerra civile tra Hamas e al Fatah. Che farà il corrispondente di Repubblica da Gerusalemme? Commenterà tutto da là o cercherà di avvicinarsi alla striscia? C’è Renato Caprile da quelle parti? Vedremo”), raccontando i propri scoop (“E dai e dai, alla fine Alberto Stabile ce l’ha fatta ad arrivare a Gaza City. Tutta la redazione di Pazzo per Repubblica si complimenta con lui per il coraggio dimostrato”), preoccupandosi dei conti di Largo Fochetti (“che bisogno c’era di mandare Claudio Tito e Marco Marozzi in Giappone sapendo dello sciopero di sette giorni?”), suggerendo ristoranti (“Il prode Marozzi è a Varsavia. E noi gli suggeriamo di andare all’Angolo di Roma a mangiare), criticando il direttore (“A Bombay muoiono in 200 ma Ezio Mauro affoga la notizia a mezza pagina. Dentro, però, si riscatta”). Poi però succede qualcosa tra il giornale con il Fondatore più intelligente, il vicedirettore più bello, il corrispondente più alto, l’inviato più abbronzato e il suo lettore. Succede che il lettore P. si ferma, riflette e si incazza (“I black block ieri a Rostock non hanno picchiato nessun inviato di Repubblica. Anche perché non ce n’era”), inizia ad annotare i refusi (“Il milanese Ravelli, inviato a Rostock, è diventato Fabbrizio”), sospetta un mobbing mediorientale (“Ma che senso ha mandare la Longo a Gerusalemme e a Ramallah quando c’è già lì Stabile?”), ironizza sugli scoop di Rep. (“Gaza: Alan Johnston liberato dopo 114 giorni di prigionia. Ad attenderlo Alberto Mattone”) e racconta, a Valencia, il difficile ruolo degli inviati (“Finisce lo sciopero del vento ma continua quello di Carlo Marincovich che sifola in spiaggia”). Dopo un anno e mezzo, il lettore P. scopre che Rep. ha il dono dell’ubiquità (“Oggi troviamo Davide Carlucci come inviato a Padova e quattro pagine dopo lo troviamo a Milano”), critica, ancora, la linea editoriale (“Siamo sinceramente rimasti un po’ delusi nello scoprire, oggi, che Repubblica ha dedicato solo due pagine all’evento musicale Live Earth”) e inizia a rendersi conto del partito Rep. (“L’analista di Repubblica, Massimo Giannini, cerca di metterci una pezza con una lunga intervista al capo del governo Romano Prodi”). E poi, naturalmente, c’è Vittorio Zucconi. Dov’è Zucconi? In Liguria o in America? Da dove scrivi le tue “storie americane”, Vittorio? Risponde il redattore F. “Le storie americane che leggete sono state redatte sotto l’ombrellone di una comunissima spiaggetta ligure”. Sì, ma poi sarà tornato a casa. Risposta del redattore P. “Oggi a firma di un suo pezzo riappare la scritta ‘dal nostro inviato a Washington’”. Che significa? “Pronto rientro di Vittorio negli States o pronto intervento riparatore di Repubblica che finge che gli articoli di Zucconi siano scritti all’ombra della Casa Bianca?”.
Claudio Cerasa
13/07/07

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