giovedì 21 febbraio 2008
Il Foglio. "La caccia alla strega pedofila da Rignano a New York. Dissequestrato il libro Ho Visto L'uomo nero"
Roma. Dopo settanta giorni di sequestro passati tra interrogatori e magistrati, avvocati e udienze, memorie e collegi, reclami e garanti, la prima sezione del tribunale civile di Roma ha deciso di dissequestrare il mio libro su Rignano Flaminio, con un’ordinanza che arriva nello stesso giorno in cui, dopo la testimonianza di una delle bambine dell’asilo Olga Rovere, gli orchi di Rignano forse sono un po’ meno orchi. Un’ordinanza significativa, questa: perché in sette pagine di motivazioni i giudici hanno spiegato, e forse anche ricordato, perché sia giusto “garantire il diritto di libera manifestazione del pensiero” e perché “l’interesse alla circolazione della stampa ha prevalenza su altri interessi contingenti”. Il libro dissequestrato si chiama “Ho visto l’uomo nero”, l’editore è Castelvecchi, il suo sottotitolo è “l’inchiesta sulla pedofilia a Rignano Flaminio, tra dubbi, sospetti e caccia alle streghe” e queste 170 pagine ricostruiscono giorno per giorno il Sabba di quel paesino a 39 chilometri da Roma, riportano le denunce delle mamme, le testimonianze delle maestre, le memorie degli avvocati, le descrizioni dei bambini spiegando contro quali pareti è andato a scontrarsi il carrozzone del circo mediatico giudiziario, partito il 24 aprile 2007 da Rignano e finito in pochi mesi sulle prime pagine dei giornali e sulle poltroncine delle seconde serate. In questi casi si dice così: solo presunti innocenti, non presunti colpevoli.
Ricordate? Sono passati poco più di dieci mesi dal giorno in cui, in quel paese in provincia di Roma, tre maestre, una bidella, un benzinaio e un autore televisivo venivano arrestati con l’accusa di satanismo, sottrazione di minore, sequestro di persona, atti osceni in luogo pubblico e violenza sessuale su diciannove bambini, di tre e quattro anni. Pedofili, gridavano i giornali. Poi, poche settimane dopo e a sedici giorni dagli arresti, un tribunale del riesame dirà che per gli indagati, pardon, per i “pedofili” non esistono gravi indizi; un famosissimo avvocato arriverà da Cogne a Rignano, passando per Matrix, chiedendo nuovi arresti, la Cassazione spiegherà perché, nell’indagine, “gravi indizi” non esistono; i carabinieri ammetteranno di non aver trovato nessuna prova sui computer e i giornali e i tg, via via, parleranno un po’ meno (sono tutti titoli veri) di “pedofili ogni domenica a messa”, di “bambini drogati dalle maestre” e di “piccole vittime” che “dovevano bere il sangue e fare massaggi alle maestre”. (Cosa che invece non ha mai fatto Carlo Bonini di Rep.). Così, a ottobre, succede che alcuni dei genitori che il 9 luglio del 2006 avevano denunciato per primi i presunti abusi di Rignano, chiedono il sequestro d’urgenza del mio libro, sostenendo che quelle pagine avrebbero agevolato “l’identificazione dei minori coinvolti nelle vicenda” e avrebbero ripercorso il caso in modo “fazioso e offensivo”; libro che sarebbe stato possibile veicolo di “morbosità, pressioni psicologiche, rischi di ulteriori molestie ed atti intimidatori”. Il tutto perché, spiegano i genitori, scrivere il nome di battesimo di un papà o di una mamma, e scrivere l’iniziale del nome di un bambino è sufficiente per violare la privacy del minore. (Anche se quello stesso genitore era andato poche settimane prima a Porta a Porta senza nascondere né nome né cognome). Il 5 dicembre, dunque, con un’elegante formula per non dire “sequestro”, un giudice romano ordina “l’inibizione, la vendita, la distribuzione e la diffusione ulteriore del volume”. Ieri, però, dopo che anche il garante della privacy aveva escluso violazioni della riservatezza dei minori, i giudici del tribunale di Roma hanno spiegato perché – a prescindere dalla materia trattata – il sequestro preventivo di un libro va contro la libertà di stampa. Lo spiegano così, i giudici; scrivendo che nel libro “il trattamento dei dati dei minori presunte vittime di abusi sessuali risulta a ben vedere effettuato nei limiti del diritto di cronaca e in particolare di quello dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico”, che “l’indicazione del nominativo dei minori mediante la sola iniziale del prenome appaiono adeguati a garantire la reale protezione dei dati personali dei soggetti coinvolti” e che, in casi come questi, va “evitato che la pretesa tutela dei dati personali divenga un facile escamotage per condizionare o comprimere la libertà di stampa”. L’ordinanza del tribunale civile arriva in un momento molto significativo, sia per quanto riguarda il caso Rignano sia per quanto riguarda il tema dei reati di pedofilia. Martedì pomeriggio, infatti, una bambina di cinque anni – una delle testimoni impossibili di un’inchiesta complicata come quella di Rignano, dove per trovare traccia di “gravi indizi” i magistrati sono costretti a interrogare in tribunale bambini di quattro anni – ha detto che “le maestre sono cattive perché dicevano cose brutte ai bambini, e me lo ha detto la mamma e alla mamma l’ha detto un’altra mamma” (riferendosi, la bimba, alla notte prima delle denunce, quando alcuni genitori, come si legge dai verbali, sarebbero “venuti a conoscenza di situazioni gravi”). Il momento è però significativo anche da un altro punto di vista, perché sul terribile reato della pedofilia oggi c’è chi, come Walter Veltroni e Gianfranco Fini, sta costruendo importanti battaglie elettorali. La pedofilia fa notizia e porta pure voti. Perché, come spiegava qualche settimana fa su questo giornale Emily Horowitz, docente di sociologia al St Francis College di New York “queste cause hanno un consenso generalizzato, e appoggiare o promuovere leggi sempre più severe per i colpevoli di reati sessuali fa lievitare i sondaggi”. E naturalmente i sondaggi – così come gli ascolti e così come i lettori – lievitano solo quando sei lì, sulle prime pagine dei giornali o seduto sulle poltroncine in seconda serata a parlare di orchi cattivi e di streghe crudeli, facendo a gara a chi in studio fa tintinnare di più le manette. Legittimamente, si capisce; ma un po’ meno legittimo è invece non ricordare che anche per gli orchi vale quella regola lì: che non ci sono presunti colpevoli ma solo presunti innocenti. E come si è visto a Rignano può sembrare scontato, ma non lo è. Ieri, a modo suo, lo ha ricordato anche un tribunale di Roma.
Claudio Cerasa
21/02/08
venerdì 21 dicembre 2007
Ho Visto l'uomo Nero su Repubblica
Giudici divisi sul testo che parla del caso Olga Rovere. L´editore Castelvecchi annuncia un ricorso
Ancora una volta i giudici si dividono su Rignano Flaminio. In questo caso non è in discussione
la correttezza o meno dell´inchiesta sui presunti abusi denunciati da diciannove bambini della
Olga Rovere ma la libertà di stampa e il sequestro di un libro. Il volume in questione è "Ho visto l´uomo nero" scritto dal giornalista de Il Foglio Claudio Cerasa, edito da Castelvecchi. E ora l´editore chiede il dissequestro: «Aver vietato la vendita di un libro è un attacco alla libertà di stampa».
Il volume, in appena tredici giorni, è stato oggetto di due sentenze di segno diametralmente opposto. Così succede che il 22 ottobre il giudice Alessandrina Tudino del Tribunale penale di Cassino nega il sequestro richiesto da quattro genitori di Rignano, e invece il successivo 5 dicembre un altro giudice, Marza Ienzi, del tribunale civile di Roma, sentenzia il contrario e ne proibisce la vendita.
«Quest´ultimo provvedimento ha tutti gli effetti di un sequestro e nel panorama editoriale è un fatto eccezionale» spiega il legale del giornalista Giovanna Corrias Lucente «Da oltre vent´anni non accadeva che la magistratura ritirasse un libro dagli scaffali». A richiedere il sequestro sono stati gli avvocati Antonio Cardamone e Franco Merlino, legali delle famiglie di quattro bambini che accusavano il testo di aver i nomi i battesimo dei genitori dei bambini, così da rendere possibile l´identificazione di alcuni dei minori vittime dei presunti abusi. Ma, oltre alla tutela della privacy dei minori, la vicenda solleva la questione della libertà di stampa. Non a caso il giudice Tudino nell´argomentare il rigetto del sequestro del libro di Claudio Cerasa parla esplicitamente di «salvaguardia della libertà di stampa» e soprattutto dell´articolo 21 della Costituzione che sancisce: «la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure...». Considerazioni che non sono mai state prese in esame dal Tribunale civile che ha ammesso di non averne ricevuto documentazione. «Non condividiamo il provvedimento di Cassino che affronta la questione da un´ottica diversa dal giudice civile che ha inteso tutelare la riservatezza dei minori, interesse costituzionalmente garantito tanto quanto la libertà di stampa» replica Franco Merlino, avvocato delle quattro famiglie.
La pensano in modo completamente differente l´editore Alberto Castelvecchi e l´avvocato Corrias, che ieri hanno annunciato un´istanza per chiedere il dissequestro del volume. «Il libro - afferma la Corrias - non viola né il diritto alla privacy né quello alla riservatezza. L´identità dei genitori è tutelata con l´indicazione del solo nome di battesimo, quella dei bambini con l´indicazione della sola iniziale del nome. Una ben più ampia esposizione dell´identità è stata fatta in televisione, prima della pubblicazione del libro, in particolare in due trasmissioni di grande ascolto in seconda serata, il 14 e il 21 maggio scorso, dove i genitori sono stati presentati con le loro generalità complete. Ma nessuno di loro ha reclamato». E anche l´editore Castelvecchi sottolinea: «Il sequestro di un libro è un fatto gravissimo in un Paese democratico. Il testo non divulga particolari delle indagini più di quanto lo abbiano fatto altri media e non insulta nessuno. Cerca, invece, di documentare come possa nascere una moderna caccia alle streghe e quali risvolti mediatici possa avere. Insomma è un libro che risulta scomodo perché invita a ragionare». L´autore, Claudio Cerasa, invece puntualizza: «Ribadisco il profondo rispetto verso tutte le vittime di questa brutta vicenda a cominciare dai bambini, dai loro genitori fino alle maestre indagate che un giorno si sono ritrovate in carcere e sui giornali additate come mostri. Da subito mi sono posto il problema di difendere la loro privacy. Ma il mio libro è stato accusato di essere innocentista solo perché vuole essere garantista. Forse è questo l´aspetto che ha dato davvero fastidio».
Marino Bisso
21/12/07
Ho Visto l'uomo nero su Liberazione
Claudio Cerasa del Foglio è autore di un istant book sull'inchiesta per pedofilia a Rignano Flaminio, "Ho visto l'uomo nero". E' un libro garantista. Ma il giudice ne ha vietato la diffusione perché violerebbe la privacy dei minori coinvolti nel caso.
Prendi tre maestre, una bidella, un addetto cingalese a una pompa di benzina e un autore televisivo. A dirla così sembra l’inizio di una barzelletta. E’ l’inizio, invece, di una grottesca tragedia, ambientata nell’ormai tristemente nota Rignano Flaminio. I sei, di cui ormai si sa tutto, sono stati arrestati il 24 aprile 2007 con l’accusa più infamante: violenza sessuale su minori. Pedofilia, reato odioso e insopportabile, ancor più se a perpetrarlo sono le persone a cui affidi i tuoi figli, all’asilo. Subito diventato “asilo degli orrori”. E i presunti colpevoli, “mostri”. Quasi da subito sono spariti condizionali, punti interrogativi, aggettivi dubitativi. Una tempesta mediatica si è abbattuta sugli indagati, gli organi di informazione (non tutti, ma troppi), l’immancabile Vespa in testa, hanno subito pronunciato sentenza, pena e scomunica. Pazienza se molte cose non quadrano e se tuttora- sia chiaro- la verità non è uscita fuori. Il tribunale del riesame di Roma il 10 maggio, ha fatto scarcerare cinque dei sei imputati, il recente responso dei RIS ha stabilito che alcuna traccia degli stessi è stata rinvenuta in luoghi, cose e case citate nelle testimonianze. Allo stesso tempo bambini, più o meno timidamente, continuano a raccontare di eventi orribili e giochi raccapriccianti. Il tutto è diventato una guerra: da una parte genitori preoccupati e organizzatissimi, che con assemblee e apparizioni pubbliche e persino un’associazione (l’Agerif, associazione genitori di Rignano Flaminio)hanno fatto sentire la loro voce, partecipato alle indagini e contribuito all’epurazione delle maestre. Il paesino è diviso, lacerato, ed è stato occupato da legioni di giornalisti in cerca di notizie. O forse solo scandali. In questo esercito c’è e c’era un giovane collaboratore del quotidiano “Il foglio”, Claudio Cerasa. Faccia da intellettuale, pignolo, giovane. Anche Giuliano Ferrara voleva occhi e orecchie a Rignano. Una collaborazione divenuta un libro: “Ho visto l’uomo nero- L’inchiesta sulla pedofilia a Rignano Flaminio fra dubbi, sospetti e caccia alle streghe”, edito da Castelvecchi. Editore irrequieto che tra alti e bassi ha pubblicato libri che altri neanche immaginano. “Nel rispetto dei rapporti civili- ci ha detto- abbiamo sempre cercato di illuminare gli aspetti inquietanti della nostra realtà”. Se state cercando il libro, fermatevi: non lo troverete. Perché Cerasa, come l’assonante Cederna di decenni fa, il suo libro l’ha visto censurato e sequestrato. Pardon, inibito. Non è possibile venderlo, né diffonderlo (persino gratuitamente). Un giudice civile del tribunale di Roma, Marta Ienzi, ha provveduto a bloccarne e impedirne la distribuzione accogliendo il ricorso di quattro famiglie di Rignano, “in quanto contenente dati che rendono agevole l’identificazione dei minori coinvolti con conseguente violazione del diritto alla riservatezza degli stessi”. Peccato che il gip di Cassino, Alessandrina Tudino, in sede penale, invocando l’art.21 della costituzione sulla libertà di stampa, avesse rigettato un ricorso preventivo in merito. E peccato che, come ricordano gli avvocati Marco Mastracci, legale della Castelvecchi editore, e l’agguerritissima avvocata del Cerasa, Giovanna Corrias Lucente, due dei quattro ricorrenti, abbiano partecipato a Porta a Porta, senza timore di mostrare le loro facce, con nome e cognome in sovraimpressione. “Io ho citato i soli nomi di battesimo dei genitori, salvo autorizzazione, e dei bambini c’è solo l’iniziale puntata- conferma Guido Cerasa, nella conferenza stampa di ieri-. E’ un doppio paradosso quello che mi sta accadendo: ho scritto questo libro per ribellarmi a quella caccia alle streghe acritica, per tutelare anche la privacy dei presunti colpevoli. E ora mi ritrovo a pagare per aver violato, dicono, quella delle presunte vittime. Mi chiedo, poi, soprattutto una cosa: se il libro non fosse stato garantista, sarebbe stato inibito?”. Quello che riesce meglio a Cerasa, da giornalista vecchio stampo, è fare domande. Il suo libro, nell’attacco della prima pagina ne fa una decina, e tutte dannatamente pertinenti. Non è il giornalista embedded che segue il gregge dei colpevolisti, né il bastian contrario innocentista. Con piglio garantista, con voglia di indagare e domandare, intervista, cerca, legge, scova e illumina un po’ di angoli bui, fino a settembre 2007. Un instant book, un reportage con talento investigativo pari a quello letterario. “Una democrazia di fatto e di diritto non può impedire al pubblico di farsi un’idea- riprende Castelvecchi-. Questo libro non insulta nessuno, mostra solo come nasce una caccia alle streghe, si indaga l’origine mediatica e antropologica di un mondo che per dirla alla Totò, è colpevolista e innocentista a prescindere e che porta persone in galera- non entro nel merito ma guardo i fatti- per prove per lo meno incoerenti. Ricordo che LeGoff un giorno disse di Woytila che era il Medio Evo unito alla tv. Ecco, quello che è successo a Rignano mi sembra una commistione molto simile”. Assordante è stato il silenzio degli organi d’informazione. Mentre scriviamo l’FNSI sta battendo un comunicato di solidarietà a Cerasa, che ha raccolto anche quella di Pierluigi Battista e del “suo” direttore Giuliano Ferrara. Difetto di informazione (la conferenza stampa è arrivata solo dopo il responso “innocentista” dei Ris) ma anche colpevole dimenticanza e negligenza. Accecati, magari, da censure altrettanto ingiuste ma più famose e urlate, trascuriamo colleghi che con lo stesso coraggio, ma meno mezzi, affrontano un sistema, mediatico e legale, distorto e perverso.
Boris Sollazzo
21/12/07
Ho Visto l'Uomo Nero su ePolis
Ho visto l’uomo nero, il libro del giovane redattore de Il Foglio che ha seguito per il quotidiano le vicende del caso e i suoi sviluppi mediatici è stato pubblicato a ridosso del 18 settembre, giorno in cui la Cassazione confermava la scarcerazione degli indagati per i presunti abusi sugli alunni dell'asilo di Rignano Flaminio. La sentenza recita così: "Allo stato delle investigazioni se vi sono state violenze, ipotesi non scartata dal Tribunale del riesame, esse sono state perpetrate con modalità differenti da quelle riferite nelle denunce".
L’inchiesta sulla vicenda giudiziaria “tra dubbi sospetti e caccia alle streghe”, come riporta il sottotitolo, ha avuto ovunque ottime recensioni Cerasa ha raccolto molte lodi per un’inchiesta giornalistica rigorosa e paziente, diario di un cronista che ha ricostruito le fasi dell’inchiesta mentre il caso andava creando mediaticamente una caccia alle streghe ingestibile.
Nel libro vengono passati al vaglio avvocati, genitori, riscontri giudiziari, testimonianze, perizie, interrogatori, comitati di difesa, assistenti sociali, talk show, tra le complessità istruttorie, i tanti paradossi dei resoconti e il filo rosso della sparizione dal lessico comune della parola presunto.
A ottobre però un’agenzia batte la denuncia di alcuni genitori nei riguardi del libro. Poche settimane dopo il 22 ottobre il Gip di Cassino rigetta la richiesta di sequestro preventivo presentata da quattro famiglie di Rignano, che sostengono che il testo avrebbe agevolato l’identificazione dei minori coinvolti nelle vicenda.
I legali di Cerasa e Castelvecchi fanno in tempo a segnalare alla stampa la notizia, ma la copia della certificazione della sentenza, come si è appreso ieri nella conferenza stampa indetta da Castelvecchi, non viene notificata per tempo al tribunale di Roma, chiamato in causa nel frattempo sempre dalle stesse famiglie. In assenza del documento di Cassino – che tirava in ballo l’articolo 21 della costituzione - il tribunale accetta il ricorso. Una questione di tempi, dunque, poteva evitare l’inibizione di un libro che paradossalmente proprio sulla difesa della privacy è stato minuziosamente costruito da Claudio Cerasa. E che volente o nolente, sta ricevendo una pubblicità inconsapevole ma notevolissima, in un periodo dell’anno in cui si sarebbe stato meglio pensare unicamente al Natale.
Stefano Ciavatta
21/12/07
martedì 18 dicembre 2007
Il Foglio. Il manifesto politico di W. “Tutti da soli alle elezioni”. Intervista con Walter Veltroni
Due mesi fa tre milioni di elettori scelsero W come leader del Pd; due settimane fa, al quinto piano del palazzo dei gruppi parlamentari, W ha incontrato il leader dell’opposizione Silvio Berlusconi; tra poche settimane Romano Prodi dovrà affrontare quella verifica di governo di cui sabato Veltroni ha parlato con Romano Prodi: tra un’intervista alle 9.15, un matrimonio celebrato alle 11.30 e un compleanno centenario festeggiato alle 10.30 a casa della signora Broccolo. E’ un Veltroni un po’ meno spagnolo, sempre meno tedesco, molto americano ma pure un po’ francese. E’ un Veltroni che fa un paio di assist al Cav., che rilegge in modo curioso un aspetto dello strappo di Fausto Bertinotti con Prodi e che, quando si parla di religione e di politica, non ha nulla da ridire sulle parole di Obama (“I laici sbagliano a chiedere ai credenti che entrano in politica di lasciare da parte la religione”). W sorride leggendo la prima pagina del Foglio di sabato sui leader cristiani in corsa in America per la presidenza; e alla domanda: “Che cosa significa Cristo in politica?”, dà una risposta che farà insospettire chi crede che sia “molto difficile essere laici nel paese delle chiese” (Eugenio Scalfari, Repubblica 16 dicembre).
Spiega Veltroni: “Cristo in politica è giusto e legittimo che lo porti chi ha Cristo dentro di sé. E che lo porti e non lo lasci a casa. L’idea che qualche volta la politica ha avuto anzi, che spesso la politica ha, fa parte di una visione del mondo che io non condivido: che la laicità dello stato – che io considero come un valore assolutamente indiscutibile e indisponibile – presupponga una sorta di rinuncia alle identità di ciascuno. Qui dentro però io ci vedo una delle chiavi della possibile convivenza del nuovo millennio: il tema del rapporto tra identità e dialogo. E’ un tempo, questo, in cui di fronte alla paura delle grandi trasformazioni economiche e finanziarie, e della circolazione delle persone con la loro visione del mondo e la loro religione, sembra prevalere in ciascuno l’idea di arroccarsi in una dimensione identitaria: un po’ per conforto, un po’ per rassicurazione; ma con l’idea che questo possa essere l’antidoto al processo di melting pot in corso. Tutto questo lo si può affrontare in due modi: lo si può affrontare accettandolo passivamente. Ma il rischio dell’accettazione passiva è che si finisca con il legittimare anche le forme attraverso le quali questa identità figlia di divisioni culturali, religiose, di concezioni della comunità pubblica diversa dalle nostre, si fa integralista, fino ai rischi del fondamentalismo. Oppure lo si può accettare con l’idea che l’identità non sia uno straccio. E che l’identità sia figlia della storia, delle culture, delle radici, delle ragioni e che sia un valore. Perché se è vero che è necessario il dialogo, il dialogo ha senso se ci sono tante identità. E se qualcuno afferma e difende queste identità. La grandezza della cultura politica dovrebbe essere quella di far convivere la propria identità con la disponibilità all’apertura. Qui sta l’idea del rapporto tra stato laico e punto di vista religioso”.
Veltroni ora entra nel cuore del discorso: “Personalmente non sono credente e non avrebbe senso che io fossi considerato un christian leader, anche perché esiste una sfera che è assolutamente personale che mi dà fastidio dover usare quando c’è qualcosa che è pubblico (ho visto, a proposito del rapporto tra politica e religione, trasformazioni troppo repentine determinate dalle contingenze del momento). Però vorrei che la mia idea fosse chiara: a me ha sempre culturalmente affascinato la vocazione pastorale della chiesa mentre mi piace meno quella chiesa che ogni giorno sforna prescrizioni morali di comportamento: lo considero un po’ una riduzione della grandezza della missione e della funzione della stessa chiesa. Io sono stato molto affascinato da Giovanni Paolo II, l’ho conosciuto ho avuto modo di parlare con lui diverse volte, mi piaceva enormemente la coesistenza in lui di identità e dialogo. Mi piaceva il fatto che sulle questioni che attengono alla responsabilità della chiesa lui avesse le sue posizioni, che per altro misurava con grandissima sapienza. Ma non dimentichiamolo mai è stato il Papa delle invettive contro il capitalismo egoista, è stato il Papa che ha denunciato lo strazio dell’Africa, è stato il Papa più impegnato per la pace e il dialogo tra le religioni. Ecco: a me interessa che nel Partito democratico ci siano persone che portano il punto di vista, le esperienze, la cultura religiosa con la disponibilità a incontrarle laicamente. Come dice il Dalai Lama, ‘la religione deve in qualche misura sempre essere consapevole del carattere parziale, limitato della sua funzione’”.
Manca però, nel discorso di Veltroni, un concetto chiave: la libertà di coscienza. Quella libertà che, due settimane fa, ha portato la cattolica Paola Binetti a votare “no” alla fiducia di Romano Prodi sull’emendamento che a sinistra continuano a chiamare “antiomofobico” e in realtà riguarda l’identità di genere, cioè una formula ideologica. Omofobia è una parola che Veltroni conosce bene; e che, in un certo senso, ha affrontato anche ieri in consiglio comunale, dove è stato votato un testo presentato dal consigliere della Rosa nel Pugno Gianluca Quadrana sul tema del registro delle unioni civili. Veltroni la pensa così. “Su questo argomento, a Roma, abbiamo già fatto un grandissimo passo in avanti. Mi spiego: tutto ciò che è previsto nelle politiche sociali lo diamo attraverso la residenza anagrafica, per cui se due persone risiedono anagraficamente nello stesso posto hanno la possibilità di accedervi indipendentemente dalla natura della relazione che li ha portati a vivere sotto lo stesso tetto. Ecco, penso che quello che si sta facendo in Parlamento con i Cus sia una base abbastanza giusta; cioè l’idea di avere definizione in forma privata dell’identità di relazione che c’è e che può essere diversa da quella della famiglia tradizionale, anche se io sono perché la famiglia costituzionalmente prevista sia assolutamente garantita. Però i Cus sono una buona base su cui ragionare”. E il matrimonio tra omosessuali? “I Cus sono una buona base su cui ragionare”, ripete Veltroni. Che poi aggiunge: “Non mi piace tra i cattolici, tanto quanto non mi piace tra i laici, quando si utilizzano vicende di questa delicatezza a fini simbolici. Alla mia domanda ai presentatori della proposta del registro sulle coppie di fatto, ‘cosa cambia nella vita delle coppie di fatto delle quali parliamo’ la risposta è: ‘Nulla, ma ha un valore simbolico’. Ecco, a me piacciono le cose concrete. Mi piace costituirmi parte civile con il comune quando un omosessuale viene aggredito. Mi piace dedicare una strada a un omosessuale che è stato ucciso e che è vittima dell’omofobia. Mi piacciono le cose che abbiano una loro concretezza nella vita delle persone”.
Parlare però di libertà di coscienza è un’altra storia. Veltroni capisce quali possano essere state le perplessità di Paola Binetti, ne condivide lo spirito ma non ne accetta l’impatto politico. “Attenzione, sulle questioni etiche sono convinto che la libertà di coscienza non può essere compressa da nessuno. Ma la libertà di coscienza sul voto di fiducia è un’altra cosa. Perché altro è un giudizio politico, altro è un impegno di permanenza del governo. E’ chiaro che su questioni etiche, sulle questioni ‘veramente’ etiche – cioè quando si parla di questioni che chiamano in causa i valori fondamentali nei quali credere, che andrebbero però sempre affrontate con quella curiosità che devono avere i laici e devono avere i cattolici – nessuno può chiedere a nessuno di rinunciare alla propria coscienza. L’idea di trasformare la politica in una grande assemblea col clergyman non sarebbe né giusta né bella per nessuno. Ma detto questo io credo che nessuno può chiedere di lasciare a casa le proprie convinzioni, anche quando si concorre alla formazione e alla scrittura delle regole laiche dello stato. Ma la libertà di coscienza deve essere usata come una fonte feconda. Perché a me non piacciono gli integralismi. Non mi piacciono umanamente e non mi piacciono culturalmente. E se discutiamo dei temi della bioetica, o se discutiamo dei temi della famiglia, mi interessa che l’idea e il punto di vista religioso abitino in un contesto in cui si ricerchino delle soluzioni per uno stato laico che sia ampiamente condivisibile”.
Bioetica, dunque. Giovedì scorso, il filosofo della scienza Mauro Ceruti ha presentato al loft la prima bozza del manifesto dei valori del Pd. Una bozza che potrebbe essere però motivo di scandalo laico, visto il “riconoscimento della rilevanza nella sfera pubblica e non solo privata delle religioni e delle varie forme di spiritualità”.
Questa bozza a Veltroni non dispiace. Il leader del Pd, quando ci spiega la sua idea di “buona scienza”, è in sintonia con le stesse parole utilizzate da Joseph Ratzinger. Il discorso sulla bioetica di W comincia dalle cellule staminali, Veltroni, sfiora il suo pensiero sui pericoli dell’aborto (“Vanno rafforzati i consultori. La legge sull’aborto è una buona legge, ma l’obiettivo che si è proposta è quello ridurre il numero degli aborti: questo obiettivo va confermato. Per questo bisogna rafforzare tutta la parte di prevenzione per chi fa ricorso all’aborto.”). Prima di parlare del Pd, Veltroni dice un paio di cose che potrebbero aiutare a capire meglio come intende ragionare su politica, bioetica, scienza e religione. “Il mio pensiero sull’uso delle cellule staminali? Massimo di libertà scientifica e massimo di ricerca, perché la ricerca scientifica non può conoscere limiti. Attenzione però: sull’applicabilità della ricerca scientifica c’è un discorso delicato da fare. Perché è proprio qui che conta il punto di vista delle istituzioni democratiche. Per esempio, leggere che negli Stati Uniti c’è chi ha messo in cantiere la clonazione degli esseri umani mi fa pensare che c’è un limite al quale bisogna fermarsi”. E’ quindi giusto per Veltroni (“Assolutamente sì”, dice) sintetizzare l’idea di buona scienza così: “Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito”; quindi con le stesse frasi usate da Ceruti nella bozza del Pd, ma con la stesse parole che Veltroni potrebbe trovare nel documento della congregazione per la Dottrina della fede firmato il 22 febbraio 1987: quando l’allora cardinale Joseph Ratzinger, per definire il suo pensiero sul “rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione” utilizzò gli stessi termini che oggi userebbe W: “Ciò che è tecnicamente possibile non è per ciò stesso moralmente ammissibile”.
Prima di parlare di riforme elettorali, di referendum, di Berlusconi e di Casini, Veltroni parla anche del modello americano del suo Pd e delle sue idee su quanto in questi mesi sta succedendo tra Washington, Teheran e Baghdad. E qui, cioè sull’Iraq, a Veltroni scappa l’unico “ma anche” dell’intervista. Un “ma anche”, però, per certi versi clamoroso: perché Veltroni, parlando di Iraq e di Petraeus usa parole nuove. “L’islamismo radicale è un vero pericolo e non è un’invenzione di Dick Cheney. Io non mi riconosco nell’unilateralismo. Credo però che non si possa avere un atteggiamento ideologico di contrapposizione all’idea che la democrazia possa nascere da un sostegno esterno, quando non nasce spontaneamente. Se mi si chiede cosa hanno fatto i soldati americani i cui corpi sono sepolti ad Anzio e a Nettuno, io risponderei così: ‘Hanno cercato di portare la libertà e la democrazia in un continente dove la libertà e la democrazia ce l’eravamo giocate’. Il problema, oggi, è che questo sia avvenuto in forma unilaterale. E questo a me non piace: non mi piace l’idea di Bush di regolare le contraddizioni del mondo attraverso una struttura unipolare: non è quello di cui c’è bisogno”. Arriva il “ma anche”. Perché se a Veltroni gli si chiede se in Iraq stiamo esportando o no la democrazia, e se in Iraq ci sia o no un successo del generale David G. Petraeus, Veltroni non parla di necessaria “accelerazione del cambiamento delle politiche degli Stati Uniti”, come fatto da Romano Prodi (8 novembre 2006), non parla di una “guerra in Iraq che doveva portare la fine del terrorismo, l’esportazione della democrazia e la pacificazione del medio oriente e ha portato all’esatto contrario” (Massimo D’Alema, 28 marzo 2004), di un “chi fa la guerra adesso lavora allo scontro di civiltà” (Fausto Bertinotti, 9 settembre 2004). Dice invece Veltroni: “Rispetto a Saddam Hussein sicuramente le cose stanno migliorando. Quando si vive sotto una dittatura è chiaro che quando la dittatura finisce le cose migliorano. Ma tra il migliorare la situazione e l’aver risolto tutte le contraddizioni c’è un abisso. E purtroppo il rosario quotidiano di morti ammazzati che ormai non finiscono neanche sui giornali ci dicono quanto ancora quell’area sia un’area che ha bisogno, certo di un intervento militare, ma anche di una grande intelligenza politica. E quella che è mancata nel corso di questi anni è stata l’intelligenza politica applicata alla prevenzione del conflitto”. Veltroni seguendo la scia arriva a discutere anche di Iran: lo aveva già fatto quest’estate parlando di giuste sanzioni all’Iran; e lo fa anche oggi, spiegando perché l’impostazione offerta al problema iraniano dal ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, è proprio quella giusta. “Il mondo deve prepararsi al peggio… cioè alla guerra”, aveva detto, provocatoriamente, il ministro di Nicolas Sarkozy. “Adesso con l’Iran – precisa W – il problema deve essere non quello di avere l’idea di un intervento militare; deve essere un altro, e cioè fare pressione. Negoziare, fare pressione e auspicare l’applicazione di ‘sanzioni’. Perché penso che con l’Iran l’idea di risolvere il problema con il bombardamento sia una tragica illusione. E’ uno di quei casi in cui bisogna usare lo strumento della forza come produttore di un negoziato. Per questo penso che le parole di Kouchner debbano essere seguite con attenzione”.
Il discorso di Walter Veltroni su islam e fondamentalismo si sposta su Hamas ed Hezbollah. Veltroni spiega perché si deve discutere, in certi casi, anche con gli estremisti. “Per cercare la pace, per fare la pace, si discute anche con chi si ritiene che non sia titolato da un punto di vista morale a poterlo fare. Faccio un esempio. Io penso che Ingrid Bétancourt vada liberata non con un intervento militare ma con una negoziazione. Dio solo sa se considero le Farc un interlocutore, avendo loro rapito tremila persone, ed essendo immerse nel narcotraffico. Però mi chiedo: cosa si può fare? O si decide che quelle migliaia di persone moriranno, oppure si decide di negoziare. La storia della democrazia è anche la storia della negoziazione. Ricordiamoci che a Yalta, accanto a Franklin Delano Roosevelt c’era Stalin”. Veltroni, dunque, concorda con le idee di Kouchner e con quelle parole “provocatorie”; fa capire che in America voterebbe Barack Obama, e anche se a gennaio, parlando di politica estera, Obama aveva detto: “Nessun presidente deve mai esitare a usare la forza, unilateralmente se è necessario, per proteggere noi stessi e i nostri interessi vitali”, Veltroni dice che “Obama è una persona che stimo moltissimo che ho conosciuto e le cui idee e la cui visione del mondo e la cui leadership calda mi piace”. W, a proposito di leadership calde (“Anche George W. Bush è una leadership calda, sicuramente lo è stato più di John Kerry, come lo sono Lula o la Bachelet”), dice di apprezzare il linguaggio di Nicolas Sarkozy (“Va oltre gli steccati della politica, e questa secondo me è la grande funzione della politica moderna”) e prende spunto dalla sarkoeconomics per ragionare su economia, salari e straordinari (“La detassazione degli straordinari va vista dentro un contesto di accordo sulla produttività. La questione, in Italia, è che il paese cresce poco e che i salari crescono poco. Oggi c’è bisogno di fare un grande accordo sociale fondato sulla produttività, che consenta, anche attraverso l’utilizzo dello strumento fiscale, la riduzione della pressione fiscale sul costo del lavoro e che permetta alle imprese di alleggerire il costo e agli operai di guadagnare di più”).
Veltroni comincia ora a parlare del Pd. Parla di leadership (“Noi abbiamo introdotto con le primarie un forte elemento di novità, tre milioni e mezzo di persone hanno partecipato e scelto: la leadership discende da quel voto, anche se, ovviamente, si confronta e collabora con un gruppo dirigente più largo, con intelligenza ed equilibrio. Il mandato delle primarie è fare un partito nuovo. A questo mi sento assolutamente legato”); parla della collocazione europea del Pd (“fino al 2009 resteremo nei gruppi parlamentari in cui siamo stati eletti. Ma da qui al 2009 stiamo lavorando con il Pse e con altri soggetti per cercare di creare costruzioni di un luogo del centrosinistra europeo. Sarebbe molto importante, se Pse e internazionale socialista cambiassero la loro denominazione. Perché non è vero che oggi è solo l’identità socialista che identifica il campo del centrosinistra in Europa. E, a mio avviso, se l’Internazionale socialista si chiamasse ‘internazionale dei socialisti e dei democratici’ sarebbe un enorme passo avanti in questa direzione; e la stessa cosa vale per il partito del socialismo europeo”).
Parla anche di cinema, W; Veltroni, qualche tempo fa, aveva detto che con il Pd sarebbe cominciato un nuovo film. Era una battuta; però il sindaco di Roma ora sta al gioco: e se dovesse pensare a un film per il Partito democratico, la prima pellicola che gli viene in mente è il noir di François Truffaut “Finalmente domenica”, tratto dal romanzo di Charles Williams “Morire d’amore”. E se dovesse pensare, invece, a un film per il governo di Prodi? Veltroni ci sta, e sorride: “Direi che il titolo che più si avvicina è ‘Staying alive’”: quel Rocky in versione musical di Sylvester Stallone, con John Travolta che balla vestito da Tony Manero. Torniamo al loft. Per quanto riguarda il Pd ci sono infatti due aspetti che spiega di voler ereditare dal Pd americano. Il primo è il modello (seppur con qualche ritocco) del finanziamento ai partiti, il secondo è il ruolo delle lobby e delle correnti. “Vorrei che ci fossero correnti di pensiero nel Pd, non correnti organizzate. Le correnti organizzate come strutture piramidali che si occupano poco di pensiero e molto di chi viene eletto qui e chi viene eletto là, non mi hanno mai affascinato. Tanto è vero che in vita mia non ho mai fatto parte di nessuna corrente, neanche di una corrente che facesse riferimento a me stesso. Vorrei che si sia scritto sulla mia lapide: non ha mai partecipato a una corrente”, dice Veltroni, scortato a destra da Luigi Coldagelli (dell’ufficio stampa del Comune) e da Roberto Roscani, portavoce del Pd e collega di W all’Unità. Veltroni continua: “A me piacciono le fondazioni culturali, i centri di elaborazione di pensiero, mi piace pensare a un partito più mobile”. Liquido, verrebbe da dire. “Nel Pd americano non ci sono le correnti. Ecco: non mi piace un tipo di leadership esclusiva, né una struttura correntizia di tipo italiano: quella fatta da gente per la quale nella politica conta ‘quanti dei miei ci stanno in questo o in quel consiglio regionale o nel cda di non so che cosa’. Per quanto riguarda il finanziamento e il modello di raccolta fondi americano, ecco, io vorrei che ci fosse una nuova legge che disciplini il finanziamento. Abbiamo bisogno di essere tutti più chiari su questo argomento e, se vogliamo, anche un po’ più contenuti nella macchina della politica. Abbiamo bisogno di alleggerire il numero dei parlamentari, abbiamo bisogno di alleggerire il fatto che si possano avere tanti gruppi parlamentari con tutti i privilegi dei gruppi parlamentari e lo stesso discorso vale anche per la stampa di partito. Cioè, come negli Stati Uniti, la politica deve essere più lieve”. Liquido e leggero. E possibilmente senza tessere e congressi. “Negli Stati Uniti non c’è una macchina organizzativa che dura tutti i giorni che lavora tutti i giorni attorno a quello che in Europa è la vecchia struttura del partito. Però, detto questo, io penso che per quanto riguarda il Pd dobbiamo pensare molto al finanziamento diretto. E’ importante. Noi, in questi giorni stiamo progettando un portale 2.0 del Pd, dove sarà assolutamente attiva una via di finanziamento diretta dei cittadini che vorranno sottoscrivere entro un certo tetto naturalmente. Io, da parte mia, moltiplicherò le cene e le occasioni di fund raising: ne farò già una questa settimana, poi ne farò un’altra subito dopo. Poi, sinceramente, sono anche perché ci sia (ma con attenzione perché noi non siamo gli Stati Uniti), il finanziamento da parte di imprenditori, entro certi limiti e con assoluti criteri di trasparenza”. E – forzando un po’ il link con l’argomento – se per D’Alema è inevitabile che la politica si interessi della finanza, Veltroni non è d’accordo: “L’ideale è che ci sia il massimo dell’autonomia nel mondo finanziario; anche se poi è chiaro che è significativo quello che fa Sarkozy in Francia con Air France ed Edf, perché promuove la Francia. Allo stesso modo tutti i capi di stato e i capi di governo forti promuovono il loro paese. Ma mantenendo quel livello di distanza e di autonomia che è necessario”.
Tornando al modello americano, W non ama il fatto che “si spendano tanti soldi per la politica, e che sulla base di quanti soldi hai raccolto le tue possibilità di essere eletto aumentano. Ma è anche vero che se una lobby deve finanziare il Pd deve farlo alla luce del sole, anche se in America, a mio avviso, gli stessi democratici e repubblicani cominciano a sentire un po’ troppo il peso delle lobby sulla vita politica: pensate a cosa succede quando si deve lavorare a una riforma sanitaria o a una sul controllo dell’uso delle armi”.
E’ pero il ragionamento sul sistema elettorale il cuore della novità politica di questi giorni per W. E le parole di Veltroni sul referendum potrebbero aprire un nuovo fronte di battaglia o di confronto. Più probabile il primo però. Il sindaco di Roma arriva al punto partendo da lontano; spiega come è possibile che in pochi anni sia passato dal criticare, anche in modo brusco, il sistema proporzionale a farne praticamente un elogio. “Sì al sistema proporzionale, no al premio di maggioranza per evitare coalizioni con alleanze fatte dopo il voto”, aveva detto a novembre. Ma a leggere gli editoriali scritti negli anni in cui W era direttore dell’Unità il cambiamento sembra però essere più pesante di quello che sembra. E in effetti un po’ lo è. “Stanno perfino trovando un capo, i nostalgici della proporzionale: Silvio Berlusconi. Il Cavaliere sa di non potercela fare a tornare al governo attraverso una battaglia in campo aperto, un bel confronto bipolare tra Ulivo e Polo. Si sta quindi convincendo che è meglio puntare sulla riesumazione della vecchia politica di accordo al centro, su una parodia della Prima Repubblica, da mandare in scena già in occasione della prossima elezione del capo dello stato. Si tratta di miasmi che vanno rapidamente spazzati via. L’Italia ha bisogno di andare avanti, non di tornare indietro”, scriveva Veltroni il 18 aprile del 1999 sull’Unità, concludendo con un: “Sì per più maggioritario e meno proporzionale. Sì per il doppio turno, sì per il bipolarismo, sì per le riforme”. La situazione ora è ribaltata. E Veltroni spiega senza imbarazzo perché. “Ma certo, non è che sono convinzioni ideologiche le leggi elettorali. Le leggi elettorali sono funzioni di ciò di cui un paese ha bisogno in un determinato momento storico. Noi abbiamo sperimentato un sistema maggioritario con il premio di coalizione; e non ha funzionato. Bisogna prenderne atto. Ovvio: se mi si chiede qual è la soluzione che preferisco è il sistema francese. Elezione diretta del presidente della Repubblica e sistema a doppio turno. Ma siccome sono un uomo politico, e so che bisogna fare i conti con la realtà, verifico che oggi la convergenza più elevata è sul sistema proporzionale: e quello che mi sforzo di fare è un sistema proporzionale che non butti a mare il bipolarismo e che non metta l’Italia nella condizione di ingovernabilità, che è il rischio di un sistema proporzionale non bipolarizzato; non per caso in tutti gli altri paesi europei vi sono partiti attorno al 35 per cento”. E proprio rispolverando le parole e i sistemi elettorali della Prima Repubblica, W accetta di parlare di Tangentopoli, anche in modo duro: “Sì, quegli anni sono stati degli anni terribili. Io facevo il direttore dell’Unità e penso di poter dire che abbiamo tenuto fuori il giornale dall’impazzimento giustizialista che c’era, andando contro anche all’arresto del fratello di Berlusconi; questo perché faccio fatica ad accettare la dilatazione della carcerazione preventiva per chi non ha compiuto atti contro altre persone. Sono convinto che vanno condannate in maniera forte la corruzione e l’utilizzo spregiudicato del potere: perché sì, in quegli anni i giudici sono andati oltre i loro confini, però poi c’è stata contro i magistrati una campagna inaccettabile; e per questo quella è una stagione che non andrebbe ripetuta, nel senso dell’uso di strumenti giudiziari (secondo me sproporzionati rispetto alla situazione data) e nel senso che non va neanche ripetuta quella soluzione di corruzione spaventosa che questo paese ha conosciuto e ha vissuto e che non so neanche dire se sia del tutto finito”. Come Fausto Bertinotti, il giudizio sulla “transizione dalla Prima Repubblica, per Walter Veltroni è lo stesso che il presidente della Camera ha usato dieci giorni fa, attaccando Prodi: “fallita”. “Io credo di essere tra le persone in Italia più angosciate dalla crisi della democrazia italiana: sento che il paese in questo momento è vicino a una crisi molto profonda. Sono convinto che, in questo senso, la democrazia italiana non è compiuta. Perché? Perché il paese non riesce a trovare un assetto di governo stabile. Cioè, un sistema istituzionale ed elettorale che dia ai cittadini la sensazione di essere governati. E dia a chi governa il potere per governare”. Un discorso che può tornare utile anche per comprendere meglio come il leader del Pd si stia muovendo per costruire una specie di nuova Prima Repubblica in grado di prescindere completamente dall’esperienza della Seconda. E su questi temi, il suo asse con il Cav. per il momento regge. E nel CaW, tra l’altro, c’è qualcosa che W ammette di condividere con il leader del Pdl: “Una certa tensione a un rapporto diretto con i cittadini”. E sarà anche per questo che Veltroni crede che con lui, con W, la destra stia facendo oggi lo “stesso errore che la sinistra ha fatto con Berlusconi”. W spiega perché: “L’errore è quello di dire che Veltroni è quello della Festa del cinema, così come si diceva ‘Berlusconi è quello della televisione’; senza capire che per formazione personale e per convinzione politica io ho un rapporto con la vita reale, con le persone, molto diverso da quello che in generale ha la vita politica italiana”. Ma dice di più Veltroni; e lo fa quando parla di quello che la sinistra, secondo lui, non ha capito del Cav. “Io considero quello di non aver capito Berlusconi un sottosistema di un problema più grande, cioè il fatto di non aver letto le trasformazioni della società. Berlusconi è stato in grado, per esempio, nel rapporto con l’imprenditoria di dare voce a un’Italia che voleva rompere un po’ di lacci sulla quale ha messo una cosa che a me non piace culturalmente, e cioè una visione del mondo egoista, se vogliamo, individualista della crescita sociale. Combattere la politica di Berlusconi è stato ed è giusto, ma l’errore della sinistra – insiste W – è stato naturalmente quello di demonizzarlo”.
Sul CaW Veltroni, da come parla, sembra puntarci davvero. E a questo proposito oggi è un giorno molto importante. Perché dopo aver discusso per giorni e giorni sulla bozza ispano-tedesca del Vassallum, la commissione Affari costituzionali del Senato esaminerà questo pomeriggio un’altra bozza elettorale: quella presentata dal senatore Enzo Bianco. Una bozza molto proporzionale che vorrebbe mettere d’accordo il Pd di Veltroni, il Pdl di Berlusconi, il Prc di Bertinotti, la Lega di Bossi e l’Udc di Casini. Della bozza Bianco, Veltroni ne ha parlato sabato con Prodi e venerdì con Clemente Mastella, ma nella discussione sulle riforme elettorali la novità oggi è questa: la vocazione maggioritaria del Pd Veltroni la vede anche nel referendum; un referendum, tra l’altro, su cui hanno lavorato anche due costituzionalisti che hanno ideato per W le cosiddette bozze Vassallum: Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti. Il discorso di Veltroni è questo: a prescindere dalla legge elettorale che ci sarà il Pd deve correre da solo. Sia che ci sia il tedesco, lo spagnolo, sia se ci sia il referendum, sia, se dall’altro lato, nascerà nuovamente la Casa delle libertà. Anche se, dice Veltroni, insieme alla Sinistra L’arcobaleno è “fisiologico” che nasca anche una Cosa bianca. E, se succederà, secondo W il merito sarà del Pd. “Sì, sono convinto che la vera novità nella politica italiana l’ha introdotta sia la nascita del Partito democratico che l’utilizzazione, da parte mia, di un’espressione: ‘un partito a vocazione maggioritaria’, tanto che il primo effetto è stata la fine della Cdl”. Parla ancora di unilateralismo Veltroni: ma questa volta, a differenza dell’Iraq, ne parla con entusiasmo. “La mia idea è che, anche unilateralmente e anche a prescindere dalla legge elettorale, si possa rompere il sistema di vincoli che sono discesi per tredici anni da quel modello di mondo politico separato dalle due contrapposizioni. Ed è per questo che noi siamo disposti ad andare da soli, proprio per segnare questo elemento di discontinuità che è necessario al paese. Certo – continua Veltroni – può darsi che si costituirà una forza di centro. Può essere una delle dinamiche che da un lato la riforma elettorale dall’altro la Casa delle libertà mettono in moto. Però, se devo essere sincero, io non so se ci sarà una Cosa bianca. Perché? Perché francamente ho dei dubbi sul fatto che la chiesa italiana che ha avuto come riferimento politico un grande partito come la Dc voglia avere come riferimento politico una forza dell’otto o del nove per cento”. Cioè un partito che, in percentuale, varrebbe tre o quattro volte in meno rispetto a quello che è nelle mani di W.
Con un po’ di acrobazie diplomatiche Veltroni parla anche del governo (“io sono perché Prodi non cada non solo perché ovviamente sono impegnato con quello che faccio oggi, ma perché oggi la permanenza del governo Prodi è la condizione per fare le riforme”), se gli si chiede cosa farà nel caso in cui Prodi dovesse cadere lui risponde con un “non esamino la subordinata”; se gli si domanda in cosa si sente diverso da Prodi e da D’Alema lui prima ride, poi dice che “la risposta è molto semplice: ciascuno è se stesso”, poi, incalzandolo un po’, ti dice “che ti potrei dire che sono diverso da diciotto persone, ma perché da Prodi e da D’Alema e non da Giolitti o da chessò?”; quindi, facendo un ultimo tentativo, alla fine parla un po’ di Prodi. “In cosa sono diverso? In mille cose. Perché siamo due persone diverse, abbiamo due caratteri diversi, abbiamo due formazioni culturali diverse, siamo di due generazioni diverse. Siamo tutti diversi per fortuna, l’uno dall’altro. Mentre siamo simili nel fatto che abbiamo creduto, anche quando tutti ci tiravano le torte addosso, che si sarebbe fatto il Partito democratico. E questa è la cosa che ci ha resi simili e uniti per tanti anni”. Ma se Veltroni dovesse poi pensare a un futuro in cui l’unica condizione per governare sia quella di un accordo tra il più grande partito di destra con quello di sinistra, Veltroni prova a cavarsela dicendo che “senza sapere con che legge elettorale si va a votare come si fa a dare una risposta a questo tema?”. Veltroni, però, dice anche qualcosa di più. Dice no, W. Per il momento dice no. “Comunque la mia risposta è no. Siamo alternativi, e il carattere netto e trasparente del nostro dialogo è proprio qui. Mi auguro che venga il tempo in cui in questo paese questa domanda non si debba porre. Perché il vero obiettivo deve essere un altro: che i poteri siano tutti riconoscibili perché decisi dagli elettori. Io non capisco quando sento dire in questi giorni da Fini o da altri ‘ma voi volete togliere potere agli elettori’. Ma dico? Ma guardate lo scenario che c’è. Ma sono forse gli elettori che in questo momento decidono o meno la stabilità del governo Prodi o la sua sorte? No, sono piccoli gruppi che si sono costituiti. Io invece vorrei veramente che ci fosse il potere degli elettori, però per avere la possibilità di dare il potere agli elettori bisogna che ci sia un sistema elettorale e istituzionale come quello francese”. Dunque Veltroni, tra un tedesco impuro, uno spagnolo bavarese, un mattarellum comunale, un vassallum democratico e un porcellum caldaroliano, conferma che il suo sogno, in realtà, è un sistema elettorale da Quinta Repubblica francese. Certo è che se oggi dovesse scegliere tra il referendum e il sistema elettorale tedesco puro (cioè quello che piace a Massimo D’Alema, a Francesco Rutelli, a Franco Marini, a Pier Ferdinando Casini e quello che fino a qualche tempo fa piaceva anche a Fausto Bertinotti), Veltroni non avrebbe alcun dubbio, e sceglierebbe il primo. “Qui entriamo in un ragionamento che può essere delicato ma molto interessante. Ecco, io credo che se i miei avversari dicessero, in presenza del referendum, ‘ciascuno di noi va da solo’, introducendo per virtù personale ciò che l’assetto non ci consentirebbe, questo sarebbe un fatto molto importante”, spiega Veltroni. “Io per parte mia – prosegue – dico che, noi, la nostra vocazione maggioritaria intendiamo coltivarla quale che sia il sistema elettorale. Ma se Forza Italia e Alleanza nazionale, in ragione delle differenze che sono emerse negli ultimi tempi, avessero l’onestà politica di dire ‘se c’è il referendum ciascuno di noi va per conto suo’ e nessuno rifà le alleanze, questo introdurrebbe nella politica italiana un forte elemento di discontinuità”. Discontinuità, dunque, e sì al referendum, ma a certe condizioni. Veltroni, che concorda con Giorgio Napolitano quando il presidente della Repubblica dice che si deve andare a votare solo con riforme istituzionali e con riforma elettorale fatta (“puoi fare la legge elettorale più bella del mondo, ma poi se non si è fatta la riforma dei regolamenti parlamentari, da una sola lista nascono diciotto gruppi parlamentari. E se non si è fatta la riforma istituzionale i meccanismi di decisione restano lenti e rischiosi”), sembra voler fare questo discorso; sembra voler dire che, se si dovesse arrivare al referendum e se la destra dovesse formare una nuova Cdl, in nome della vocazione maggioritaria il Pd potrebbe addirittura presentarsi da solo per sfruttare i bisticci della destra e puntare su una proposta unica come quella del Pd. Veltroni ci pensa, e il Cav. lo ascolterà; e chissà se Berlusconi comincerà a parlare un po’ in francese come fa W oggi. Ma all’impossibile modello del CaW, Walter Veltroni, oggi, sembra crederci un pochino. Cioè molto.
Claudio Cerasa
19/12/07
venerdì 26 ottobre 2007
Il Foglio. "A Rignano cinque famiglie vogliono sequestrare il libro su Rignano. Risposta"
Sono stato invitato dal tribunale civile di Roma a presentarmi in aula il prossimo sette novembre per essere ascoltato su quanto scritto nel mio libro – “Ho visto l’uomo nero. L’inchiesta sulla pedofilia a Rignano Flaminio, tra dubbi, sospetti e caccia alle streghe” – dopo che le cinque famiglie che per prime hanno denunciato i presunti abusi di Rignano hanno ufficialmente richiesto, “in via d’urgenza”, il sequestro delle mie centosettanta pagine, presentandomi pure una bella denuncia.
I motivi sono questi: riconoscibilità di alcune delle vittime dei presunti abusi e di alcuni dei genitori coinvolti nei fatti di Rignano e “divulgazione di atti relativi al procedimento penale in corso”. Dunque, non so esattamente come funzioni, ma le venti pagine che mi sono arrivate martedì mattina a casa, firmate da alcuni legali delle famiglie di Rignano, accusano me e il mio libro di aver fornito “informazioni precise e circostanziate” e così dettagliate da permettere “una immediata identificazione delle vittime degli abusi e dei loro genitori”, con tutte le conseguenze “in termini di morbosità, pressioni psicologiche, rischi di ulteriori molestie ed atti intimidatori che da ciò possono discendere”. Morbosità, scrivono gli avvocati, aggiungendo che “la vendita e l’ulteriore diffusione non potranno che aggravare la situazione indotta”, e che la mia idea era di “voler sfruttare, ai fini della vendita del volume, la morbosità dei lettori”.
Certo, genitori e legali si sono dimenticati ancora una volta di utilizzare la parolina “presunti” che andrebbe ripescata, accanto alla parola abusi, anche quando si scrive un ricorso, visto che le indagini sono ancora in corso. Peccato però che il punto sia un altro. Nel mio libro, così come negli articoli scritti sul Foglio, credo di aver sempre raccontato in modo sereno il caso di Rignano e credo di aver sempre riportato, senza voler offendere la dignità morale di nessuno, tutte le posizioni in campo (quella degli indagati, quella degli avvocati, quella degli psicologi e quella dei genitori, compresi quelli da me intervistati); limitandomi a riportare i fatti, le parole e gli atti (pubblici) del procedimento per raccontare nei dettagli una complicatissima vicenda giudiziaria, facendo molta attenzione a non riportare i nomi dei bambini (né sul libro, né negli articoli apparsi su questo giornale) e spiegando, in modo credo preciso, come è nato il caso di Rignano Flaminio, come sono nate le contraddizioni di un’inchiesta e come sei persone indagate – che fino a prova contraria sono innocenti, giusto? – sono finite in galera con accuse sì mostruose ma in base a indizi definiti “insufficienti” e “contraddittori”; anche perché i genitori (compresi quelli che hanno appena presentato ricorso) avrebbero ricostruito i fatti di Rignano con “domande suggestive”, e con “denunce, se non sospette, sicuramente particolari”, come raccontato nel mio libro e come successivamente ribadito dalla Corte di cassazione lo scorso dieci ottobre (i virgolettati sono della Corte, non miei).
E se proprio avessi voluto sfruttare la “morbosità dei lettori”, sarebbe stato più semplice per me non riportare le sole iniziali dei nomi di alcuni dei bambini (cosa fatta nel libro); sarebbe stato molto più comodo seguire l’esemplare intervista di un famoso avvocato che difende le famiglie di Rignano e che, il trenta luglio, in un colloquio con la Stampa ha svelato il nome di una bambina vittima dei presunti abusi a Rignano. E lo ha fatto pronunciando il nome per esteso, non con una lettera seguita da un puntino.
Claudio Cerasa
26/10/07
sabato 22 settembre 2007
Panorama. "Chi è il genio di Ryanair "
Sono passati vent’anni dal giorno in cui Michael O’ Leary si affacciò sul mercato con un’idea rivoluzionaria e a bassissimo costo che ha portato la Ryanair, in poco tempo, dalla gestione di un paio di tratte tra Inghilterra e Irlanda alla conquista dei cieli d’Europa. Passando dalle voci su un suo possibile interessamento per Alitalia («Non la vorrei neanche in regalo» spiegherà poi) e arrivando all’impegnativa offerta per gli slot di Malpensa. E lo ha fatto a modo suo, O’Leary; senza giacca, senza cravatta, senza camicie di seta e senza completini gessati, ma con un progetto di successo grazie al quale la low cost nata a Dublino è diventata la compagnia più amata del pianeta (secondo un sondaggio di giugno dell’International air transport association).
E gran parte del merito è proprio di questo irlandese di 46 anni (la cui storia è stata recentemente raccontata da Alan Ruddock nel libro A Life in Full Flight), il primo grande manager europeo ad aver eliminato i viaggi in business class, ad avere fatto aumentare del 10 per cento – negli ultimi mesi – il valore delle azioni della sua società e ad avere aperto i portelloni degli aerei a quei ragazzi che viaggiavano solo sui binari dell’inter-rail. Ma O’Leary, intervistato dal Wall Street Journal dice che in fondo il suo è uno «stupid business», dove «a parte qualche compagnia low cost, nessuno riesce davvero a guadagnare qualcosa». O’Leary sogna di incassare solo con le pubblicità per eliminare i costi dei biglietti e puntare su un nuovo obiettivo: abbassare sempre di più i prezzi dei cieli, e fare davvero concorrenza anche ai binari dei treni.
22/09/07
giovedì 20 settembre 2007
"Ho Visto l'uomo nero" sul Foglio
A Rignano è successo di più, ma anche di meno di quello che avete letto. Un libro lo racconta
Pubblichiamo il primo capitolo del libro “Ho visto l’uomo nero. L’inchiesta sulla pedofilia a Rignano Flaminio, tra dubbi, sospetti e caccia alle streghe” (Castelvecchi editore, 14 euro), scritto da Claudio Cerasa, e in uscita venerdì 21 settembre
Quei pedofili ogni domenica a messa.
Il Tempo, giovedì 26 aprile 2007
I bambini dell’asilo drogati dalle maestre.
La Stampa, mercoledì 25 aprile 2007
Don Henry non è scortese, ma preferisce riattaccare, grazie.
Di fronte all’altare della chiesa più importante di Rignano Flaminio ci sono sedici bambini, tutti bianchi, tutti silenziosi, tutti in fila. Sono lì, aspettano la prima comunione. Quattro di loro appoggiano la mano sinistra sopra la destra, gli altri dodici aprono la bocca. Don Henry si avvicina. Prese il calice, rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse.
Don Henry non ha mai imparato a parlare vicino al microfono. Lo tiene sempre un po’ troppo distante dalla bocca e le quindici casse della chiesa di San Vincenzo e Anastasia sono praticamente inutili. Don Henry, però, ha un’ottima voce. Urla, Henry. Proprio come faceva nella sua chiesa di Caracas, prima che a Rignano, don Henry, iniziasse a difendere le maestre. Quelle maestre.
“Desidera?”.
La finestra di don Henry è al secondo piano di una palazzina costruita sul lato destro della parrocchia dove ogni domenica mattina celebra la sua messa, canta, prega, discute, consiglia. Don Henry ha i capelli bianchi, pesa 98 chili, ha 46 anni, gli occhi chiari, le guance affaticate, canta con le dita delle mani intrecciate tra loro, non parla con nessuno e non ha voglia di dire nulla. Niente telecamere, niente microfoni, niente giornalisti, niente radioline, niente interviste, grazie. Dalla porta dell’alloggio di don Henry fino all’ingresso principale della chiesa ci sono sedici metri, due scalini, un campetto da calcetto di cemento, cinque bambini con un Super Santos infilato in un sacchetto di plastica e poi un muretto, due palmette, altre due palmette e tredici scalini che portano qui, dentro la chiesa di Rignano Flaminio.
La chiesa è davvero molto brutta.
Don Henry socchiude gli occhi, saluta e non toglie mai le mani dalle tasche. E’ piuttosto arrabbiato, Henry.
La parrocchia di San Vincenzo e Anastasia, da tre minuti, è tutta piena. A Rignano c’è un solo parrucchiere, un solo sarto e una sola camiceria. O perlomeno, di parrucchieri ce ne sarebbero tre, ma “quello bravo”, come lo chiamano qui, è solo uno. Gli altri però sono tutti amici. Sarà per questo che gli uomini, quasi tutti, hanno i capelli a spazzola, le donne un caschetto nero che sfiora le orecchie, le signore una camicia di seta fiorata, i ragazzi le scarpe Lotto, i pantaloncini corti, le tute Adidas, le magliette Nike e le calze Ellesse. Dai cinquant’anni in su, qui, sono tutti praticamente uguali. Stessi capelli, stesso sarto, stesso negozio.
Se non sei di Rignano ci mettono due minuti per capirlo, ovvio.
Alle 9.05 don Henry non è ancora arrivato. Le telecamere, per il momento, non si vedono. Di fronte alla chiesa ci sono molti ragazzi, molti maglioncini cuciti a mano, qualche bimbo, tre passeggini, una macchina che arriva dalla farmacia, una dalla biblioteca comunale, altre due dal ristorante, una dal bar e un’altra dalla banca accanto alla sede locale dei Carabinieri. La scuola “Olga Rovere” si trova ottocento metri più giù, sotto la collinetta, prima della fermata dell’autobus.
Eccolo, “l’asilo degli orrori” (Il Corriere della Sera, venerdì 27 aprile 2007).
Di fronte all’ingresso laterale della parrocchia, accanto al banchetto con gli ultimi numeri dell’Avvenire, ci sono quattro signori vestiti con la giacca grigia, i jeans con la piega al centro, una camicia bianca infilata dentro i pantaloni. Sono seduti vicini, qualcuno li saluta. Tre di loro hanno gli occhiali da sole. Non parlano mai, fanno impressione.
Insieme a me, nascosti un po’ qua e un po’ là, ci sono solo due giornalisti: un ragazzo della Repubblica e uno del Tempo, entrambi molto simpatici. Il primo è arrivato a Rignano oggi. Il secondo il giorno dopo il primo articolo comparso su un giornale: era il 13 ottobre del 2006. Otto mesi dopo sono arrivato anche io.
Don Henry in chiesa non è ancora arrivato. Qualcuno inizia a farsi delle domande. Rignano ora ha davvero paura. Perché non dice nulla, Henry? Perché difende le maestre? Perché non difende i genitori? Perché non difende i bambini? Perché fa così, Henry? Perché è così silenzioso, don Enrico. Ci dica. Sì, lei. Ci dica: sa qualcosa? Li conosceva? Le conosceva? Ha qualcosa che vorrebbe raccontarci? Ha qualcosa da dire sui presunti pedofili? E su quella scuola? E su quelle indagini? Ci dica, don Enrico: perché tutto questo silenzio?
***
Don Henry guarda la chiesa, sale il primo scalino, ha le mani ancora in tasca e sorride. Oggi finalmente parlerà. Sul muro un po’ incrostato all’interno della parrocchia ci sono cinque certificati di matrimonio. Fuori, all’ingresso, due volantini stampati in carta plastificata. I volantini sono molto colorati. Sono due inviti, o meglio, due offerte per Lourdes: Partenza alle otto di mattina, ritorno alle diciotto di sera. In basso, a destra, prezzo, data, agenzia e condizioni: aperto a tutti, sani e malati. Don Henry entra in chiesa in questo momento. Cinque passi e arriva al centro della navata centrale, sotto un crocifisso alto due metri, tutto di legno, poco illuminato e appeso di fronte a una finestra a vetri a forma pentagonale.
La giornata non è granché.
Arriva un fotografo e i genitori nascondono i bambini: “Prova a scattarne una e ti ammazzo”, dice un signore con un paio di pantaloni neri, a righe, più o meno gessati. Sono le 9.10, è il 29 aprile, anno 2007. Dopodomani, primo maggio, Sagra del Pecorino. Oggi, Messa del fanciullo. Cinque giorni fa, a trecento metri dalla parrocchia, gli arresti: atti osceni in luogo pubblico, sottrazione di minore, sequestro di persona, violenza sessuale e poi quei terribili giochi di cui parlano i giornali: il gioco della patatina, il gioco del pisellino, il gioco del dito a punta, il gioco della banana, il gioco della punta azzurra, il gioco del tavolo, il gioco del dottore, il gioco della mamma, il gioco dei figli, il gioco dello scatolone, il gioco del lupo, il gioco della tigre e il gioco dello scoiattolo.
Erano, anzi, sono coinvolte quattro maestre, una bidella, un autore televisivo e un benzinaio: Patrizia Del Meglio, Marisa Pucci, Silvana Candida Magalotti, Cristina Lunerti, Gianfranco Scancarello (marito della Del Meglio) e Kelum Weramuni De Silva. Sedici giorni dopo gli indagati verranno tutti rilasciati. Ma a Rignano c’è qualcuno che le sentenze non avrà alcuna voglia di aspettarle. Basta l’indagine. Basta l’essere presunti. Basta solo il dubbio, solo l’idea. Bastano solo le foto, magari solo quei nomi, solo le facce, solo i titoli. A Rignano ci vuole così poco, solo il sospetto, per iniziare a credere che tutti quegli “orchi” (La Stampa, venerdì 11 maggio 2007) tutte quelle “braccia amputate” (La Repubblica, giovedì 26 aprile 2007) e tutti quegli “uomini incappucciati” (La Repubblica, giovedì 26 aprile 2007) non siano presunti, ma esistano davvero.
“Buongiorno, don Enrico”.
(segue dalla pagina I) Quattro mesi fa da Rignano partono le prime accuse. Siamo a novembre, l’anno è il 2006. Pedofilia, sissignore. Ogni mese nuove denunce, nuovi controlli, nuove perizie, nuovi sospetti e poi tutte quelle associazioni, quelle visite, quegli specialisti, quelle psicologhe, quegli interrogatori, quelle nuove denunce e quelle nuove mamme che, per mesi, hanno raccontato dei figli, della scuola, degli abusi, degli orchi. Dei presunti abusi, naturalmente. Dei presunti orchi, naturalmente. Ma chissà perché a Rignano quella parola, presunti, la dicono così, la dicono sottovoce, la dicono piano piano.
“Ha altro da aggiungere, signora?”.
“Si?”.
“Prego”.
La signora si chiama Patricia, la piccola si chiama N. La signora è una delle mamme di Rignano Flaminio. Mia figlia, dice, è stata abusata. La signora racconta di quel supermercato. Lo racconta a Bracciano e lo racconta qualche mese dopo quell’incontro molto strano. Il supermercato si chiama Super Emme, si trova sulla Flaminia, la strada che parte da Roma e arriva fino a Rimini e che al chilometro 39 si ferma qui, a Rignano Flaminio. La signora, a Bracciano dai Carabinieri, parla di un parroco, parla di un prete di colore e di un altro un po’ più basso di lui. Racconta di questo prete, di quello un po’ più alto, e racconta di quel parroco, ancora, che alla vista di mia figlia le dà uno schiaffetto, o come si chiama, un buffetto sul capo, e poi le sorride.
“Altro, signora?”.
“Si?”.
“Prego”.
La mia bambina si è voltata, mi ha guardato, si è irrigidita e io le ho chiesto: tesoro, lo conosci quel signore? E lei no, negava, negava con forza e diceva di non voler parlare. Sa, io non frequento la chiesa, non conosco quella persona, non conosco quei due preti. Io in parrocchia non conosco proprio nessuno. Ecco, le confesso: sono rimasta impressionata dall’incontro.
Un parroco. Un supermercato. Un buffetto.
Don Henry, naturalmente, con i presunti pedofili e con tutti quegli “otto anni di violenze” (Il Tempo, venerdì 27 aprile 2007) non c’entra nulla, chiaro. Don Henry, a Rignano, non è mai stato indagato, non è mai stato interrogato, non mai è stato denunciato. Semplicemente, lui con la storia della scuola degli orrori non c’entra proprio niente. Ma da quando quel giorno ha difeso le maestre, da quando ha difeso i presunti pedofili, a Rignano c’è qualcuno che non lo capisce più. Perché quelle parole? Perché difendere gli indagati? Perché parlare di azzeccagarbugli? Perché parlare di indagini e di arresti? Perché?
Quel giorno, Henry, disse molte cose. Disse di stare attenti e non dare retta alle malelingue, di non ascoltare le falsità e di non dare retta alle persone cattive. Mentre i giornali, in quelle ore, ricordando “il supermercato”, parlavano di “nuovi eventi”, raccontavano delle “indagini che vanno avanti” e descrivevano nei minimi particolari un paese “dove il clima, comunque, resta molto pesante”. “E pensare, eh”, mi dice una signora con un bambino sottobraccio, accanto all’uscita dalla chiesa di Rignano Flaminio. E continua, la signora: “E pensare che quelle maestre venivano sempre a messa a pregare, e pensare che pregavano, si inginocchiavano, sembravano pure devote. E sì, signore, lei ha ragione. L’arresto è grave, è molto grave, però non crede che con tutte queste voci che girano qualcosa non sia successo davvero? O sbaglio? No, mi dica”. Mi dica lei: “Sa, di storie strane qui a Rignano ne girano, sa? La sa, la conosce la storia dei pedofili della bassa Emilia? Lo sa che li hanno assolti tutti? Lo sa che a Modena sono tutti a casa, ora? Mi dica, mi dica perché. Mi dica perché in carcere non c’è più nessuno. Lei che è un giornalista, mi dica: è possibile che in quel paese non sia successo nulla? Come è possibile non credere ai nostri bambini?”.
***
Nel 1999, nella bassa Emilia, un certo don Govoni venne indagato per pedofilia. In quei mesi i grandi giornali si scatenarono, iniziarono a raccontare la città dei presunti orchi (dove la parola presunti, come qui a Rignano, era scritta piccola piccola) e provarono a scoprire cosa era successo, lì, nella bassa Emilia. In quei giorni si scriveva delle “tragiche violenze”, di tutti “quei misteri” e di quelle “famiglie distrutte”. In quei giorni, Gad Lerner, in uno scrupoloso articolo uscito sulla Repubblica il 9 giugno del 2000 (intitolato “Il Diavolo tra i campi di grano, viaggio nei paesi dei pedofili”), riportava le sue impressioni su quel paese dove alcuni bambini sarebbero stati violentati da genitori, zii, nonni, fratelli, preti e naturalmente maestre. In quei giorni si scriveva che don Govoni era a capo di un gruppo di satanisti pedofili, un gruppo che agiva nei cimiteri di Mirandola e Finale Emilia, un gruppo che celebrava finti funerali, decapitava bambini e gettava le loro teste in un fiume. Rifletteva, Lerner, sul “racconto convergente di quei poveri bambini” e lo faceva anche se di provato non c’era nulla, in quel momento: non un resto umano, non una foto, non un filmato, nulla che potesse condannare quei presunti pedofili e quel diavolo di un prete. “Don Giorgio, proprio don Giorgio, il Diavolo?”, scriveva Lerner. Un anno dopo, la Corte d’Appello di Bologna assolverà il sacerdote modenese dall’accusa di pedofilia: tra “i campi di grano”, in effetti, non c’era proprio nessun diavolo. Ma quando lo si scoprirà sarà ormai un po’ troppo tardi: il giorno prima del processo (il 19 maggio del 2000, 21 giorni prima del servizio di Gad Lerner), dopo che il Pubblico Ministero aveva richiesto la condanna del prete, don Govoni era stato trovato per terra. Un infarto, innocente, stecchito. Anche se fino a pochi giorni prima, quel prete strano strano era per tutti così, un diavolo di pedofilo.
***
Don Henry cammina velocemente. Sorride, abbassa la testa e parte. E’ la prima messa dopo gli arresti, la prima dopo che Rignano ha scoperto cosa significa aver paura, la prima comunione dopo che un intero paese ha capito cosa significa quello che monsignor Angelo Amato chiama un “film perverso sul male”, un film “che viene girato ogni giorno in ogni parte del mondo con sceneggiature sempre nuove e crudeli”. Un film di cui Amato (segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede) parlava pochi giorni prima che a Rignano i giornali iniziassero a raccontare di arresti, di orchi e di streghe cattive. Scriveva Amato che oggi è come se il male non esistesse più: oggi è l’uomo che esercita la sua ragione per far finta di non conoscerlo, il male, ed è come “se tutti i mali avessero un’origine sociale”. Come se il male non ci fosse più. Come se l’orrore non esistesse più. E invece no, e invece eccola qui, all’improvviso, la percezione del male. Eccola qui quella scuola che i giornali amano definire “degli orrori”(La Stampa, venerdì 27 aprile 2007), eccolo qui quello che sembra un “sabba delle streghe cattive”, con tutta quell’atmosfera malvagia, tutti quegli articoli, quei titoli, quei servizi e quelle cronache che arrivano all’improvviso e che arrivano così, a 39 chilometri da Roma. In un paesino dove si dice che esistono le streghe, dove si dice che le streghe vanno bruciate, dove non c’è ancora Gad Lerner ma dove c’è già Vincenzo Cerami. Un paesino dove però, dopo un anno di indagini, di quelle streghe di cui parlano i giornali e di quegli orchi presunti di cui i parlano i tiggì, si sa davvero ancora poco.
E lei, don Henry, cosa sa? Ci spieghi un po’, ci dica perché due maestre sbattute in cella erano catechiste nella sua parrocchia. Ci spieghi perché lei ha difeso quelle maestre prima che venissero arrestate, prima che a Rignano arrivassero i Ris e i Gip, prima che qui, a 39 chilometri da Roma, arrivasse la Polizia e il sindaco vietasse pure le manifestazioni. Ci spieghi, Henry. Cosa c’entra lei con il paese dove le maestre (così si sospetta) bevono il sangue delle bambine, dove le maestre chiudono i bambini in uno scatolone e le bidelle tagliuzzano le braccia dei nostri piccoli? Don Henry, ne sa qualcosa lei?
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Dopo venti minuti di messa si sparge una voce. Chi non è di Rignano si riconosce subito, naturalmente. Si riconosce dai vestiti, dai pantaloni, dai capelli o dal telefonino che squilla. Ed è probabile che il blocchetto degli appunti del giornalista della Repubblica, l’auricolare nero del giornalista del Tempo e la suoneria livello quattro del mio telefonino qualche sospetto possano pure averlo creato.
Ci sono tre giornalisti, occhio. Ma don Henry lo sapeva da un pezzo che oggi, oltre ai fedeli, ci sarebbero stati anche i cronisti. E sapeva che per lui non sarebbe stata una domenica come le altre. Tutte quelle domande, quegli articoli, quei genitori. Tutto quel male. E quel paese che continua a chiedere a don Henry una sua parola, una sua risposta: un sì o magari un no. Ed è anche per questo che la sua predica, oggi, è davvero forte ed è un po’ diversa dal solito. Non dice vostro onore, ma poco ci manca. Dice così, Henry: “Il Buon Pastore non lascia le sue pecorelle nel momento del bisogno”. E poi: “Quanti azzeccagarbugli, quanti arruffapopoli in questi giorni bui hanno rivelato invece segreti istruttori e professionali per farsi pubblicità. Stiamo attenti. Non esistono solo le pecorelle smarrite. Esistono anche quelle che conducono le altre verso il male. Ma ricordatevi. Il pastore conosce le sue pecorelle e vigila su di loro. Sapete, io avrei potuto far carriera e andarmene da qui. Ma sono rimasto, perché questo è il momento del bisogno e, come sapete, i sacerdoti sono gli unici ad essere sempre reperibili. Proprio come i Carabinieri”.
I Carabinieri, quelli in borghese, con le Nike nere (con baffo rosso), marsupio Invicta, jeans chiaro, giacca nera (very young), occhiale nero (a goccia), capello a spazzola (sempre nero), una mano in tasca, telefonino Motorola, così, a pelle, non sembrano riscontrare grossi punti di contatto con il parroco. Però non fiatano: sanno che i problemi sono altri. Sanno che chi abita a Rignano sono mesi che ormai legge quelle parole che aveva sentito solo quando qualcuno in Tv, davanti a un plastico, parlava di Cogne. Processo. Circo mediatico. Psicosi. Interrogatori. Incidenti probatori.
Nessuno, qui a Rignano, avrebbe mai pensato che nella chiesa del paese qualcuno si mettesse a evocare gli azzeccagarbugli. Che qualcuno tra un “il Signore sia con voi” e un “prese il pane e rese grazie” parlasse di “violazioni del segreto professionale” e di “preti che avrebbero potuto fare carriera e che invece sono rimasti a Rignano”. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare di vederlo così, Henry. Di vederlo parlare di indagini in chiesa, di vederlo sfilare per le maestre di fronte a Rebibbia, di sentirgli ricordare che “anche tra i primi cristiani c’erano disaccordi” (e che “Pietro e Paolo li hanno risolti pregando insieme”), di sentirgli dire che “un barattolo vuoto fa sempre più rumore di un barattolo pieno”, di sentirlo parlare di processo mediatico, in chiesa, di chiedere “allo Spirito Santo il conforto dell’amore e della pace per questi bambini e le loro famiglie”. O dire che “oggi, a Rignano, non è facile essere genitori” o sentirsi chiedere a fine messa, scusi, padre, cosa è un azzeccagarbugli?
***
“Buongiorno, come posso aiutarla?”
Si avvicina un signore, all’improvviso, un po’ minaccioso. Avrà trentacinque anni, mi guarda, mi punta e mi fa: “Scusi, è del posto?”. Beccato. “Volevo sapere dove giocare la schedina”. Mi spiace, chieda al bar.
Il bar, qualche minuto dopo, è già pienissimo. Poche ore dopo la messa c’è il derby, il numero 128. Quello con la rovesciata di Mancini, la punizione di Ledesma e la botta di De Rossi, la solita, vicino al palo. Roma-Lazio finirà zero a zero. Su “l’Unità” Roberto Cotroneo, in quelle ore, scriveva che “l’aria di tenebra non la senti, la vedi proprio, come fosse un fiume invisibile, la vedi negli occhi della gente, nei silenzi, nelle mezze parole, nei movimenti indecisi, di chi non sa bene come comportarsi”. “E’ la banalità del male che annega tutto in un gratta e vinci, in una panchina ben tenuta nella piazza, negli occhi di questa gente” e dove si trova un “Henry nato a Caracas, da una famiglia di emigrati di Rignano che sono tornati e hanno ora un figlio prete”.
Don Henry esce dalla chiesa, la messa è durata meno di un’ora e lui non dice nulla, tiene la testa bassa, ha ancora le mani in tasca, gli si avvicina prima una giornalista del Tg2, no grazie, poi una giornalista del Tg3, no grazie, poi un cronista dell’Ansa, no grazie. I presunti mostri di Rignano sono in carcere da quattro giorni, don Henry non parla con nessuno, ma a Rignano c’è qualcuno che non capisce. Qualcuno che vorrebbe sapere qualcosa di più, che a quei presunti pedofili ci crede davvero, che quei pedofili non li ha visti, non li ha toccati ma li ha sentiti. Li ha spiati con gli occhi dei propri figli. Li ha seguiti con le orecchie dei propri bimbi. Qualcuno che ora, per questo, non si ferma, parla, ascolta, prega, accusa, ricorda e continua a chiedere. Continua a pregare. A dire vi prego, ascoltateci. Vi prego, fermatevi. Vi prego, credeteci. Vi prego. Come fate a non credere ai nostri bambini?
Claudio Cerasa
20/09/07
mercoledì 19 settembre 2007
"Ho visto l'uomo nero" su Repubblica
L´UOMO NERO diario di un cronista
La vicenda di Rignano Flaminio: un libro di Claudio Cerasa.
Quella parola la pronunciano sempre «piano piano». Quasi per forza, sottovoce. Quella parola - presunti - è come se avessero paura di farla sentire agli altri. E´ da mesi e mesi che l´hanno dimenticata, perduta fra le loro angosce. Da quando si incontrarono per la prima volta in una casa per confessarsi sui loro figli, i bimbi che frequentavano la scuola materna. Era due estati fa, i primi giorni del luglio del 2006. Fu allora che in paese cominciarono ad apparire all´improvviso gli «orchi», che cominciarono a circolare quelle spaventose descrizioni sugli «uomini incappucciati» e sui piccoli che «bevevano sangue». Orchi e non presunti orchi. Diavoli e non presunti diavoli. Mostri e non presunti mostri. Neanche uno di quei genitori aveva più cuore per aspettare un processo e una sentenza. Bastava il dubbio.
Bastava il sospetto. Bastava anche solo l´idea. Quella parola - presunti - fu seppellita già prima degli arresti. E mai più dissotterrata. Nemmeno dopo le scarcerazioni.
La complicatissima e scivolosissima vicenda di Rignano Flaminio e dei suoi (mai presunti) pedofili della scuola materna «Olga Rovere» è diventata un racconto. I passi dell´inchiesta giudiziaria che si intrecciano con i personaggi, rivelati uno dopo l´altro nelle loro pieghe più intime fra la cronaca degli avvenimenti e quella suggestione di massa che ha piegato la realtà condannando inesorabilmente tre maestre, un autore televisivo, una bidella e un benzinaio di colore ancor prima che la giustizia potesse dimostrare uno solo di quegli orrori. Un piccolo paese come specchio dell´Italia intera. Di tutte le sue paure. Il titolo del libro è Ho visto l´Uomo Nero (Castelvecchi, pagg. 180, euro 14) e l´ha scritto Claudio Cerasa, giovane redattore de Il Foglio. Sarà in libreria dal prossimo 21 settembre.
E´ una narrazione che ha il rigore dell´inchiesta giornalistica.
Le drammatiche testimonianze dei bambini. Le risultanze delle perizie e delle controperizie. I pareri dei dottori. Gli atti dei pubblici ministeri. I dubbi degli avvocati. Le grida delle madri disperate. Tutte le ragioni di tutti sono finite nel diario di un cronista inviato in quel paese a trentanove chilometri da Roma il 26 aprile del 2007, appena poche ore dopo l´arresto degli «orchi». In Ho visto l´Uomo Nero c´è anche, c´è soprattutto un j´accuse «contro l´incredibile caccia alle streghe» che si è scatenata a Rignano Flaminio. I sospetti subito condannati. Già tutti colpevoli. Tutti messi in croce.
E´ proprio un giornalista che questa volta ha puntato il dito contro il grande delirio mediatico-giudiziario. Il libro di Cerasa ricostruisce ciò che è accaduto sin dalle prime denunce dei genitori e dalle prime visite mediche. Dalle prime smentite. Dai primi «pezzi» sui giornali e dai primi seguitissimi talk show. Nei dettagli ricostruisce un incontro - anche quello il primo - dei genitori dei bimbi «abusati». E´ uno dei punti chiave della brutta e controversa storia di Rignano Flaminio. Le prime denunce dei genitori vengono verbalizzate dai carabinieri della caserma di Bracciano fra il 9 luglio e il 9 settembre 2006. Verrà riportata successivamente in un passo dell´ordinanza di custodia cautelare contro gli indagati: «Non inficia in alcun modo l´affidabilità di tali denunce, la circostanza che i genitori dei minori si siano a un certo punto confrontati su quanto andava emergendo».
Confrontati. I genitori dei bimbi della scuola materma «Olga Rovere» si erano «confrontati» prima e durante e dopo le denunce ai carabinieri. Avevano «interrogato» i loro figli prima e durante e dopo quelle denunce. Li avevano addirittura filmati i bimbi, per raccogliere e documentare ogni loro parola. E´ tutto riportato nei vari capitoli di Ho visto l´Uomo Nero, verbali agli atti, prove di accusa che in futuro potrebbero facilmente trasformarsi in robusti elementi a favore delle difese. Sono le contraddizioni di un´indagine che in più fasi appare disordinata. Gli arresti a nove mesi dalle denunce e poi le scarcerazioni a quindici giorni dagli arresti. La Cassazione, proprio ieri, ha confermato il ritorno in libertà degli indagati.
Ho visto l´Uomo Nero racconta anche tutto quello che è avvenuto dopo gli arresti. Sui giornali. In tivù. Nell´ultimo capitolo c´è una raccolta dei titoli sulle prime pagine dei quotidiani italiani. Quella parola - presunti - non compare quasi mai.
«Violentavano i bambini e li filmavano». «Dovevano bere il sangue e fare massaggi alle maestre» «Quei pedofili ogni domenica a messa» «Bambini drogati e filmati» «Narcotizzavano i bimbi, poi gli abusi». «Anche le donne lo fanno con i loro bimbi». Scrive Cerasa: «In quei giorni, come capita spesso qui in Italia e come capita con un certo successo dal 1992 ad oggi, non esistevano indagati, non esistevano sospettati e non esistevano "presunti pedofili". Esistevano solo mostri».
Le ultimissime pagine sono dedicate alle trasmissioni televisive. Nelle tre serate che Porta a Porta si è occupata degli «orchi» ha registrato il 19, il 25 e il 27 per cento di share. Nelle quattro serate sui «mostri» Matrix ha raggiunto il 14, il 15, il 20 e il 29 per cento. E´ la pedofilia che fa audience, l´Uomo Nero turba e richiama. Gli ascolti salgono, salgono sempre con i bimbi e con i diavoli.
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