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lunedì 17 marzo 2008

Il Foglio. "Le mamme di Rignano al Senato, l’ultimo ammanettamento elettorale del Pd"

Roma. Le nuove stagioni democratiche, che si apparentano con i tintinnii spensierati delle manette dei valori, passano anche dall’asilo di Rignano Flaminio e candidano al Senato una simpatica mamma con i capelli rossi – già attrice, già autrice, già scrittrice, già coordinatrice dell’associazione dei genitori di Rignano – che porterà in Parlamento, leggiamo le sue parole, la “tutela dei minori”; che testimonierà alle Camere la “paura di prendere posizioni su temi così spinosi come la pedofilia”; e che avrebbe già presentato tre proposte di legge per “inasprire le pene contro i pedofili”. Niente di strano: il tema della lotta dura contro la pedofilia scorre già da tempo nel cuore della campagna elettorale del Pd; al loft, e non solo lì, non è stato così difficile comprendere, da subito, che razza di formidabile strumento di consenso elettorale sia questa tolleranza zero a prezzi stracciati; e in fondo, non era stato lo stesso W, rispondendo a Fini che aveva già risposto di suo a Calderoli, a confessare di non poter proprio escludere, in futuro, la castrazione chimica per il pedofilo? Ma certo che sì! Il problema, però, è questo: è inesatto, davvero inappropriato, dire che le Rignano in Parlamento “rappresentano il diritto delle famiglie di mettere il proprio figlio in una scuola senza temere che finisca in un giro di pedofili”. Perché la nuova stagione che mette in lista, in settima posizione, il simbolo forte di tutte quelle prime pagine, tutte quelle didascalie e tutti quei titoli caduti a peso morto – per mesi e mesi – sulle vite di uomini e donne accusati, e arrestati, per i peggiori reati di questo mondo (e indagati ancora oggi senza che sia stato trovato uno straccio di prova certa); se c’è una nuova stagione, che non solo giustifica ma candida con allegria le espressioni pop di quella scorretta inclinazione alla caccia alle streghe; ecco, tutto questo mette un po’ paura; e non può che spaventarti quel tipo di idea politica che non resiste alla seduzione dei tesoretti elettorali fatti di manette e di colpevoli inchiostri preventivi.
Parliamo di Rignano; parliamo di Garlasco; parliamo di Perugia; parliamo di Gravina; parliamo di tutte quelle terribili culture del sospetto senza presunzioni di innocenza, così asfissianti, oggi, da colpire anche chi in passato aveva chiuso un occhio sì e l’altro pure. “C’è la sgradevole sensazione di trovarsi alle prese con una magistratura che indispettita dai suoi errori non riesce a correggere sé stessa”, aveva, infine, scritto due giorni fa Giuseppe D’Avanzo su Repubblica. Qui, ovviamente, non c’è nulla contro la candidata dell’Idv, Roberta Lerici: quella mamma, molto gentile, che per mesi, a pochi chilometri da Rignano, accoglieva nella sua casa tantissimi giornalisti e che già nel maggio del 2007 accompagnava in conferenza stampa a Montecitorio l’onorevole Stefano Pedica (oggi candidato numero uno in Senato, nel Lazio, per l’Idv). Il punto è che, come scritto ieri da Filippo Facci, sarebbe stato magnifico se con la candidata mamma ci fosse stata anche la candidata maestra di Rignano; sarebbe stato splendido se la corrente, oggi un po’ fiacchina, della nuova stagione, insieme con quella mamma – che giustamente combatte perché si comprenda cosa è successo a Rignano (che è cosa però diversa dal dirti che, senza dubbio, “quei bambini sono stati deflorati”) – avesse proposto anche, non so, il candidato in quota “maestra di Rignano” o il candidato in quota “ingiustamente arrestato”, come il Patrick Lumumba di Perugia. In fondo, parlando con questo giornale, era stato proprio W a dire che non si sarebbe mai fatto accecare dalle cacce alle streghe; ed era stato proprio lui, parlando degli anni Novanta, a dire che “quella (del giustizialismo) è una stagione che non andrebbe ripetuta, nel senso dell’uso di strumenti giudiziari secondo me sproporzionati rispetto alla situazione data”. Ecco: è davvero un peccato, dunque che, qui a sinistra, tra tutti i Calearo, le Madia e gli ammanettamenti dei valori, non ci sia stato nessuno che abbia deciso di metterti in lista quelle semplici presunzioni di innocenza che evidentemente, anche se tanto evidente non lo è, andrebbero garantite a tutti quegli elettori che non hanno la fortuna di potersi permettere l’assistenza dei grandi principi del foro.
Claudio Cerasa
14/03/08

giovedì 28 febbraio 2008

Il Foglio. "Così la castrazione chimica è entrata in campagna elettorale"

Sceriffo, forbici, pedofili e il pugno durissimo di Veltroni e Fini. Se ne può parlare? Forse sì, forse no

Roma. E ora? Che fare con questa storiaccia della castrazione? La notizia è quella che avete letto su tutti i giornali: la castrazione chimica per i pedofili è diventata un muscoloso argomento da campagna elettorale, Walter Veltroni ha confessato di non poterne escludere l’applicazione, Gianfranco Fini, già qualche giorno prima, aveva usato più o meno le stesse parole di W e l’ex ministro Roberto Calderoli aveva anticipato la questione già cinque anni fa: quando però il tema della pedofilia non era arrivato così violentemente anche in seconda serata e quando l’approccio della tolleranza zero contro i pedofili non era stato ancora identificato come formidabile strumento di consenso elettorale (come spiegato anche su questo giornale da Emily Horowitz). Il tema è molto delicato: la pedofilia è uno di quei crimini che viene circoscritto a fatica nell’espressione, un po’ rozza ma efficace, di “reato come gli altri” ed è per questo molto difficile trovarsi in disaccordo con chi parli di “tolleranza zero” e di “certezza della pena”. Allo stesso tempo, però, è altrettanto faticoso non ammettere che l’espressione “castrazione chimica” non può che far venire parecchi brividi, per quanto poi dietro l’idea di una grande forbice spalancata ci sia in realtà una cura farmacologica a base di ormoni che inibiscono la produzione di testosterone; ma si sa: tra “cura ormonale” e “castrazione” lo sceriffo in foto viene meglio impugnando la seconda.

La cronaca di oggi e la Turco di ieri
Certo, viene da sorridere sul consenso che oggi Veltroni trova sul suo “pugno duro”, come scritto ieri dall’Unità (anche se nel testo della proposta di legge il Pd di castrazione non ne parla mai), visto che qualche anno fa, sulla stessa proposta di castrazione, era il ministro Turco a ricordare che “misure di questo tipo ledono inutilmente lo stato di diritto: non si deve cadere nell’emotività quando si legifera su questioni tanto orribili”.
Che dire, dunque, di questa storiaccia? Ieri mattina, il Foglio ha riflettuto a lungo sull’argomento e ha ragionato su un paio di punti che potrebbero essere interessanti per circoscriverlo. E’ vero che il costo sociale di un detenuto può anche essere una delle motivazioni che giustificherebbe la castrazione (allo stato costa meno un ormone che una detenzione); è vero che l’eco di eugenetica mengeliana è sufficientemente forte da far mettere la testa sotto il cuscino; ed è altrettanto corretto dire “un conto è proporre l’inibizione ormonale come possibile integrazione di una pena, un altro, meno comprensibile, è quello di considerare questa ‘cura’ semplicemente sostitutiva”. Ma forse il punto è un altro: è giusto, per esempio, ridurre tutto a pura medicalizzazione? Non è difficile, infatti, trovarsi di fronte a casi di pedofili recidivi, come successo pochi giorni fa ad Agrigento con un uomo condannato per abuso di minori che uscito di carcere ha abusato ancora; e non è neppure difficile trovarsi di fronte a casi come quello capitato a Roma, qualche anno fa, quando un uomo arrestato per pedofilia aveva chiesto di “essere sottoposto alla castrazione chimica per tornare a essere un uomo normale”. Davvero lo stato può combattere il testosterone solo con la sua forbice chimica? L’impressione è che sia un po’ pericoloso ammettere che alcuni reati come quelli a sfondo sessuale (quindi causati da pulsioni per alcuni incontrollabili) siano “risolvibili” solo con cure mediche e siano quindi per certi versi inevitabili. Può essere così, ma questa può anche essere una scappatoia facile facile per non ammettere il fallimento della prevenzione di un reato e la mancata funzione rieducativa della detenzione. Si dirà: e se il pedofilo sconta la pena e dice di non essere pentito? Le soluzioni non mancano. In Italia, assieme al carcere, ci sarebbero gli arresti domiciliari e in Francia, per esempio, si discute della possibilità che un giudice prolunghi la pena del detenuto nel caso in cui ci sia possibilità di recidiva (si chiama retention de surete). Ci sono poi un paio di altre cose poco chiare: non è chiaro se la castrazione deve essere prevista anche per una maestra dell’asilo, per chi scarica materiale pedopornografico e per chi molesta i minori senza violentarli direttamente. Come detto ieri al Foglio, non c’è dubbio che con la castrazione si tagli la testa al toro, ma è anche probabile che parlare di “estensione dei termini di custodia cautelare per i pedofili” – e dire dunque che per reati più reati di altri lo stato di diritto può pure essere strapazzato – è rischioso, vista la facilità con cui sotto la polvere di reati così spaventosi spesso si nascondono mostri, ma altrettanto spesso germogliano terribili e spaventose cacce alle streghe.
Claudio Cerasa
28/02/08