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martedì 30 settembre 2008

Il Foglio. "Piddimetro, ecco chi comanda nel Pd"

Le parole di D’Alema e le nomine di Veltroni spiegano dove nasce l’accerchiamento del segretario. Le truppe del leader contano per il 29 per cento. Bettini si smarca, mentre Letta (Enrico) sale


Roma. Per una ragione o per un’altra, non c’è notizia, non c’è dichiarazione, non c’è iniziativa, non c’è proposta e non c’è intervista che nel Partito democratico non sia ormai letta come il sintomo più evidente dell’imminente crisi della leadership veltroniana. Basta un motivo qualsiasi, basta un Veltroni che scrive a Berlusconi (e dagli all’inciucio!), basta un Veltroni che parla con Casini (e dagli al centrismo!), basta un Veltroni che non discute con D’Alema (e dagli al correntismo!) e basta un Veltroni che dialoga con il Cav. (e dagli al dialogo!) per mettere gli osservatori politici nelle condizioni di dire che il segretario ormai è finito, che la leadership è ormai sfiorita e che nel partito non esiste dirigente alcuno che non sia convinto che sarà il flop delle prossime elezioni europee a certificare il necessario ricambio della classe dirigente del Partito democratico. A quasi un anno dalle primarie dello scorso 14 ottobre, però, è un po’ difficile provare a ragionare sui reali equilibri del Pd, e sul suo stato di salute, senza conoscere l’effettiva geografia interna del maggior partito dell’opposizione. Non è soltanto un discorso relativo al peso che possono avere in questo momento le correnti veltroniane, popolari, dalemiane, fassiniane, rutelliane o magari bersaniane. Si tratta piuttosto di andare a scoprire l’immagine più efficace per provare a capire il modo in cui le truppe del Partito democratico si andranno via via a schierare da qui alle elezioni europee. Facendo due calcoli, prendendo in considerazione le cariche più importanti assegnate all’interno del partito e mettendo insieme i membri del governo ombra (che tra ministri ombra, viceministri e sottosegretari arriva a contare 38 effettivi) e i più importanti organi dirigenti del partito (tra segreteria politica, tesoriere, area organizzazione, area comunicazione, area ricerca, area formazione, area relazioni internazionali, area forum, area sport, area terzo settore, coordinamento dell’iniziativa politica, responsabile propaganda, dipartimento Relazioni Internazionali, arrivano a un totale di trentadue) il risultato è che sembra essere sempre più evidente il modo in cui si va a configurare il progressivo accerchiamento attorno al segretario. Veltroni è naturalmente il leader più rappresentato all’interno del suo partito, ma dietro di lui può essere interessante scoprire quali sono le evoluzioni dei rapporti che esistono in questo momento tra popolari, bettiniani, rutelliani e naturalmente dalemiani. A oggi, il segretario del Pd si ritrova con venti dirigenti riconducibili all’universo veltroniano (da Tonini a Realacci, da Morando a Colaninno), dunque circa il 29 per cento del totale. Il leader del Pd sostiene da sempre che una delle caratteristiche della sua storia politica è stata quella di non aver mai creato attorno a sé alcun tipo di corrente (“Sulla mia tomba voglio che sia scritto che non ho mai promosso o aderito a una corrente”, ha detto Veltroni anche a questo giornale). Ma viste come stanno le cose oggi, e visto l’equilibrio precario della sua leadership, all’interno del Pd c’è già chi sostiene che il fatto di non essere riuscito a dare vita a una corrente tutta sua potrebbe essere piuttosto una delle tante armi a doppio taglio di W.: ieri segretario autonomo e indipendente, oggi semplicemente segretario isolato. Spiega al Foglio un dirigente del Partito democratico: “Vogliamo dirla tutta? Oggi, tra correnti e fondazioni, il Pd vive in uno stato surreale. Come tutti sanno, esiste un armistizio armato firmato da Veltroni e D’Alema. Un armistizio nato formalmente con la lettera che poco prima dell’estate Goffredo Bettini ha inviato all’Unità. Ma un armistizio che ha sul suo timer una data di scadenza precisa: le elezioni europee. Fino a quel giorno bisogna osservare con attenzione, da un lato, il modo in cui ci si andrà a posizionare accanto al segretario. Dall’altro, il modo in cui ogni corrente tenderà con forza a rivendicare la propria autonomia. Oggi, quando si parla di veltroniani si intendono nuovi dirigenti come Matteo Colaninno, vecchi ambientalisti come Ermete Realacci, riformisti come Enrico Morando e cattolici come Giorgio Tonini. Per il resto, la situazione è complicata. Le stesse parole di Goffredo Bettini sono oggi molto meno in sintonia con quelle di Veltroni, tanto che poco prima dell’estate è stato lo stesso ex braccio destro di Veltroni a ricordare che, per quanto lo riguarda, lui veltroniano non è – e non è un caso che anche sulla candidatura alla presidenza della Rai Bettini abbia detto una cosa (Pietro Calabrese) e Veltroni un’altra (Claudio Petruccioli). Inoltre, proprio in vista delle europee, tutti quei dirigenti che fanno capo a Pierluigi Bersani tendono ormai a distaccarsi sempre di più dalla stretta dei dalemiani. Semplicemente vogliono essere un’altra cosa. Dall’altra parte, invece, chi in questo momento dà un forte appoggio al segretario, oltre ai fassiniani, sono naturalmente i popolari. Ma anche in questo caso l’impressione che si ha nel partito è che i vari Fioroni e Franceschini si stiano anche loro preparando alla tempesta delle prossime elezioni, e che per questo si stiano muovendo per essere via via sempre più autonomi dallo stesso segretario”. Così, oggi, potrebbe essere sufficiente parlare con un qualsiasi dirigente del Pd per capire qual è il notevole peso raggiunto dai dirigenti di origine popolare. C’è Dario Franceschini, vicesegretario. C’è Beppe Fioroni, capo dell’organizzazione del partito. C’è Antonello Soro capogruppo alla Camera. E, con ogni probabilità, da gennaio ci sarà anche un riconoscimento per Franco Marini.

Dall’armistizio al seminario
A conti fatti, però, all’interno del Partito democratico gli ex Ppi sono arrivati a rappresentare circa il 22 per cento del totale (15 dirigenti). Un 22 per cento che per la prima volta si conterà ad Assisi il prossimo 10 ottobre, quando in Umbria i Popolari organizzeranno il primo grande convegno postelettorale. Oltre ai veltroniani e agli ex Ppi, tra gli organi dirigenti del partito vi sono anche sei rutelliani (che in tutto sommano il 9 per cento) e altri sei bettiniani. Mentre ancora più in giù si trovano rappresentati dalemiani, bersaniani e fassiniani, tutti con quattro dirigenti per uno. Certo, forse non sarà molto, ma nel Pd oggi sono in tanti a credere che in quell’armistizio armato firmato tra Veltroni e D’Alema ci sia di mezzo anche la composizione della geografia interna del Pd. E’ anche a questo a cui si riferisce sia il Massimo D’Alema che si lascia scappare frasi come quella di Firenze (“Tutti devono dare una mano, il mio ruolo lo devono stabilire Veltroni e i dirigenti del partito”) sia quelo un po’ minaccioso del libro di Bruno Vespa (“Nel Pd c’è qualche ‘pasdaran’, come Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini, che si presenta come veltroniano in aperta e violenta contestazione delle cose che dico io”). E’ anche a questo a cui si riferisce quel Franco Marini che ragiona sui futuri equilibri del Pd (“Serve un coordinamento rappresentativo di tutti”, ha detto poco tempo fa l’ex presidente del Senato). Certo è che – per comprendere come il Pd si schiererà prima delle prossime europee, per comprendere i giochi di forza interni al partito – per il segretario del Pd – per salvare la propria leadership e per difendersi dall’accerchiamento nel partito – sarà un po’ difficile prescindere anche da questi numeri. Ed Enrico Letta? Per ora non ha quasi nessuno, tranne se stesso, ben piazzato ai piani alti di quello che un tempo si chiamava loft. Dove il quasi – dicono – sta per Massimo D’Alema.
Claudio Cerasa
30/09/08

martedì 29 aprile 2008

Il Foglio. "Sul palco della sconfitta. Rutelli e Bettini. Così la sinistra ha scoperto di aver perso 100 mila voti nella nuova pancia di Roma"

Roma. Il resto è tutto un dettaglio: Zingaretti che vince negli stessi collegi che Rutelli invece ha perso; la sinistra della capitale che sceglie di togliere lo scettro del potere romano a chi l’aveva custodito negli ultimi quindici anni; il voto utile che nel suo volto locale si trasforma in un boomerang impossibile da evitare; e il Partito democratico che si chiude silenzioso nel suo fortino oggi ancora più assediato di due giorni fa. Il senso della sconfitta di Francesco Rutelli è però tutto lì: è tutto in quell’immagine alla fine del pomeriggio e in quegli occhi che si incrociano sul tappeto blu della sala stampa rutelliana. Francesco Rutelli, il modello Roma, i sette punti di distacco e l’abbraccio che si legge in uno sguardo con gli occhi affaticati di Goffredo Bettini. Tutti sul palco, a Roma stavolta si perde insieme. Rutelli esce frastornato dalle sue stanze alle diciotto e dieci minuti; stringe un paio di mani, ascolta qualche applauso, attraversa in un soffio un lungo cordone fatto di elettori, curiosi e giornalisti; e portando con sé lo staff che nelle ultime settimane aveva provato con lui a preservare l’ultimo serbatoio forte del Partito democratico, eccolo lì, salire sul palco seguito un istante dopo dall’inventore del modello Roma. Arrivano le prime proiezioni, arrivano i primi seggi scrutinati, le poltroncine del comitato sono ancora un po’ vuote ma già dal primo pomeriggio, pochi minuti dopo gli ultimi dati sui voti della provincia, era ormai chiaro che la dolce sconfitta di Rutelli era un po’ meno dolce di come il Partito democratico aveva provato a immaginarla qualche ora prima. L’ex sindaco di Roma fino a ieri aveva cinque punti in più di Alemanno e alle sedici e trenta di ieri ne aveva invece quasi sette in meno. Lo ammette subito, Rutelli; dice che il suo dovere lui comunque l’ha fatto; dice che la sconfitta oggi è più amara che mai; dice di credere ancora nelle energie importanti che il Partito democratico riuscirà a mettere in campo; dice che il Pd a Roma sarà in grado di guardare a poco a poco al proprio futuro e in quel momento, con un po’ di fiatone, con un po’ di ritardo accanto a Rutelli, Paolo Gentiloni, Roberto Giachetti, Renzo Lusetti decide di condividere lo schiaffo elettorale anche l’uomo che più degli altri aveva creduto in Rutelli, Bettini. E così, due settimane dopo essersi stretto accanto al candidato premier Veltroni, l’architetto del modello Roma era lì ad abbracciare il candidato sindaco: sconfitto proprio in quella capitale che per quindici anni aveva indossato l’abito risorgimentale dell’inventore degli ultimi anni di politica romana. Tutti sul palco, oggi più che due settimane fa. Perché nel giorno in cui la pancia elettorale della capitale ha dato a Rutelli sette punti di distacco nell’immagine di questa sconfitta c’è tutto: Veltroni, Bettini, Roma, Prodi, il Pd. Si perde, si va sotto di sette punti, il cuore rosso di Roma finisce nelle mani di Gianni Alemanno, Rutelli perde 97 mila voti rispetto alle elezioni di due settimane fa. Ma se si perde si perde insieme stavolta. E forse aveva ragione Ermete Realacci quando, pronosticando i possibili esiti di una disfatta, diceva, qualche giorno fa, che un’eventuale sconfitta di Rutelli “spargerebbe altro sale sulle ferite, senza cambiare i fondamentali del voto alle politiche”. Fatto sta che la Roma un po’ repubblicana e un po’ risorgimentale si sveglia oggi schiaffeggiata dal voto più popolare e di pancia che Roma abbia mai avuto negli ultimi anni. Certo, Rutelli era amreggiato, non aveva l’animo di citare il preferito di Bettini, Woody Allen (“Sono stato picchiato, ma mi sono difeso bene. A uno di quelli gli ho rotto la mano: mi ci è voluta tutta la faccia, ma ce l’ho fatta”). Ma ora che Roma è rimasta senza il suo modello chissà che l’unico modo per eleborare la sconfitta questa volta sia quello di capire davvero il senso del successo altrui.
(segue dalla prima pagina) E’ vero: a Roma si sorride pure al comitato elettorale: perché i cronisti fanno presto a innamorarsi di un sindaco nuovo e fanno presto a dire che in fondo Alemanno sarà un sindaco migliore perché almeno i portavoce rispondono ogni tanto al telefono. Perché, certo, si sorride e si ironizza sulla sfortunata collocazione del comitato elettorale (tra sede della croce rossa e famosa agenzia di viaggio) e qualcuno sbuffa pensando a chi recentemente aveva profetizzato, da sinistra, una marea nera e una serie di interminabili weekend elettorali per il Pd. Yes, weekend. Ma nelle stanzette del comitato di Rutelli si soffre tantissimo, c’è una ragazza con gli occhi azzurri che piange, un giovane dalemiano che ironizza sugli ottimi risultati ottenuti dal Pd a Nettuno, un piccolo rutelliano convinto che dieci anni fa l’elettore che non si presentava al ballottaggio era di destra e oggi invece è di sinistra. C’è chi è convinto che sarà difficile per W. ripetere a Roma quello che aveva detto due giorni dopo la prima sconfitta della nuova stagione (“Ha pesato il giudizio sul governo”). Nella sconfitta romana basta guardarsi intorno però per capire che c’è un po’ di Prodi, un po’ di Rutelli, un po’ di Veltroni, un po’ di modello Roma. La candidata vice sindaco Patrizia Sentinelli dice che se a Roma la sinistra ha perso il sindaco uscente qualche responsabilità ce l’ha. Nel giorno in cui il modello Roma perde la sua città, per la prima volta la sinistra, più che comprendere le sfumature di una sconfitta, chiede disperatamente tempo per capire le ragioni di una vittoria nemica che arriva dal popolo, dalla pancia della città.
Claudio Cerasa
29/04/08

giovedì 27 marzo 2008

Il Foglio. Intervista a Dario Franceschini

L'intervista extra large al vice di W. Tutto quello che non leggerete sul Foglio di carta
Tra tutti i temi della campagna elettorale, qual è quello che Dario Franceschini sente come proprio: "Il punto più importante di questa campagna elettorale, quello in cui mi riconosco più degli altri, è quello che si ha quando, girando per le province italiane, si incontrano quelle persone che noi definiremmo 'ceto medio': anziani, giovani, famiglie. Tutte persone che si trovano in quella fascia sociale che non riesce ad arrivare a fine mese. Vede, qui non parliamo di fasce di povertà. Qui parliamo di famiglie assolutamente normali, con due stipendi, due figli che studiano e che però ci vengono a dire che proprio non ci riescono; e che passano le giornate a dirci che purtroppo non ce la fanno. Il partito democratico deve essere una forza riformista che deve lavorare, anche per questo, senza vecchie preclusioni ideologiche. E deve farlo per lo sviluppo, per aiutare le imprese ma contemporaneamente deve anche sapere quali sono le altre priorità. E in questo momento, le priorità sono esattamente quelle persone cui non puoi dire 'aspettando che arrivi la crescita e che arrivi lo sviluppo' intanto arrangiatevi come potete".


Sulla conversione di Magdi Allam:
"Naturalmente rispetto la sua scelta, per carità. Devo confessare, però, che mi ha impressionato che un fatto così privato e un fatto così di coscienza sia stato trasformato, forse involontariamente, in un evento mediatico. Sarà che sono convinto che una parte della vita debba restare sempre privata, ed è altrettanto vero che il merito della vicenda sia poi stata gestita e spiegata in modo profondo e non propagandistico, ma detto questo l'idea che una scelta così privata, l'idea che una conversione diventi un dibattito pubblico, insomma, mi lascia un po' perplesso. Anche se, va detto, non credo assolutamente che questo possa essere un fattore di 'rischio' nel dialogo tra le religioni: la storia, in fondo, è piena di conversioni e di evangelizzazioni tutti i giorni".

Sul Papa:
"Non posso nemmeno pensare di osare una valutazione, naturalmente.Ma oggi è difficile non costatare la straordinaria forza di un intellettuale come Joseph Ratzinger, il grande peso che ha un uomo così forte, e il coraggio che ha e ha avuto il Papa di dire cose anche scomode. Ratzinger, anche su temi difficili, riesce a svegliare molte coscienze a volte un po' addormentate".

Il partito democratico e le elezioni.
"Premesso che io non sono uno di quelli che dice sempre 'bisogna dire che si vince', penso davvero che oggi ci siano tutte le condizioni per vincere e penso che ci siano ormai il giusto numero di indecisi, in campagna elettorale, per poter tentare un sorpasso finale: l'Italia, in effetti, non è più il paese del voto immobile, e lo si è visto anche nell'ultima campagna elettorale. Detto questo, con l'operazione di nascita del Partito democratico non si poteva immaginare che questa coincidesse con una campagna elettorale. Quella del Partito democratico è un'operazione più profonda per la politica italiana, va ben al di là delle elezioni e chiude definitivamente la transizione italiana durata quattordici anni e passata attraverso le coalizioni, naturalmente frammentate e litigiose, che però hanno fatto nascere quella democrazia dell'alternanza dove possono coesistere e contrapporsi riformisti e conservatori, progressisti e moderati, centrodestra e centrosinistra. La nascita del Partito democratico chiude quella fase e ne fa cominciare un'altra. Ed è anche in questo contesto che l'avvio molto timido, e per ora virtuale, del Popolo delle libertà nasca proprio dal percorso che abbiamo iniziato noi. Anche se, guardando indietro, il Pdl oggi più che un partito sembra solo un simbolo, tra l'altro neppure ben strutturato, che somiglia molto a quella lista, "Uniti nell'Ulivo", che abbiamo già visto alle Europee. Però, resta il fatto che quello del Pdl è un cambiamento strutturale, e da qui non si torna indietro; e una realtà dove esiste un sistema basato su due partiti e qualche alleato è decisamente un bel passo in avanti per il paese. Detto questo, per quanto riguarda il futuro del Partito democratico, io penso che questo sia davvero l'approdo di un percorso che durerà un secolo. Nel bene o nel male, questo sarà il partito dei nostri nipoti. Resta il fatto, comunque, che se oggi l'obiettivo principale è vincere, se uno non vince deve costruire per vincere la volta dopo; e proprio come avviene in tutti paesi del mondo, se non si vince non si smonta un partito e non si rimonta un soggetto politico. Sarebbe sbagliato. Il Pd avrà una vita lunga che alternerà vittorie e sconfitte. Oggi noi stiamo lavorando per partire da una vittoria, ma non si cambia un progetto, o un partito, in base all'esito elettorale. Questo deve essere chiaro".

Il Pd e il Pd americano
"Il Pd ha una caratteristica comune a tutti i grandi partiti, non solo quelli americani: il fatto di non essere un partito identitario. L'Italia è stata piena di partiti identitari, tutti piccoli e medio piccoli; il Pd è un partito in cui devono convivere identità politiche diverse; e questo non può che essere un fatto necessario per un partito che vuole mettere insieme almeno un terzo degli italiani. Diciamo che rispetto ai partiti europei del Novecento, il Pd ha molti punti in comune con il Partito americano: non è un partito ideologico, e non viene dal ceppo delle socialdemocrazie europee. Il Pd è un partito in cui convivono posizioni e culture politiche diverse dove il militante, vive in una forma partito molto aperta dove gli iscritti si aggregheranno per gruppi e per interessi".

A proposito di aggregazione, collocazione europea, che nel Parlamento europeo, le nuove realtà di centrosinistra, si dovrebbe creare una nuova struttura: è assolutamente giusto:
"La collocazione del Pd in nuovo quadro europeo, in un nuovo contenitore, è inevitabile. La nascita di un partito così forte come il Pd porterà naturalmente dei cambiamenti anche in casa altrui. Chiaro che vincendo le elezioni, e avendo il Pd di Veltroni al governo, questo avrebbe tra i tanti effetti positivi quello di accelerare il processo di costruzione di una casa europea in grado di contenere tutti i riformismi. Anche perché, in fondo, il Partito democratico non è un partito di soli socialisti".


Su Obama e Clinton
"All'inizio di questa campagna dissi, in effeti, che avrei votato Hillary, perché mi dava un senso di maggiore affidabilità e me lo dava in particolare per quanto riguardava la politica estera. Confesso che l'andamento delle primarie mi ha fatto cambiare idea, e Obama mi è piaciuto sempre di più. Perché, in lui che si è dimostrato un politico solido, prevale un dato di innovazione, di cambiamento e di speranza vera. Ecco, oggi se fossi un elettore americano voterei senz'altro Obama".


Di Pietro:
"Il fatto che l'Italia dei Valori, dopo il voto, confluisca nel Partito democratico fa parte degli accordi che abbiamo fatto tra persone serie. I deputati dell'Italia dei valori entreranno nel gruppo del Pd e da lì partirà un processo politico che porterà a una confluenza: del resto il partito democratico per sua natura resta aperto. Anche perché i partiti legati a una persona sola è difficile che durino decenni. E mi pare naturale, dunque, che per l'Idv ci sia una progressiva confluenza dentro il Pd. Detto questo, oggi come oggi, il programma della giustizia di Di Pietro non è certo il programma del Pd: Antonio Di Pietro ha già firmato il nostro programma, e le cose che faremo sono quelle”.


Mani Pulite.
"Non dimentichiamoci che quando parliamo di Mani Pulite parliamo di una storia che non c'è più. Di quella stagione si può conservare la voglia di una politica più trasparente e più pulita, ma tra le tante cose su cui il Pd deve lavorare, e tra i tanti abusi che il Pd deve combattere, il Partito democratico deve essere anche il partito che combatterà contro l'abuso della carcerazione preventiva".


Radicali
"Dentro il partito democratico devono, come detto, convivere varie realtà. Dunque, anche laici e cattolici. E' chiaro che i deputati radicali, che saranno nove su 350, porteranno un contributo di idee. E per altro, va detto, gli stessi radicali si stanno positivamente concentrando sui temi economici e sociali. Che poi dentro una grande discussione sui temi etici ci sia anche la presenza della voce radicale, non fa certo male. Io però più di tanto non mi preoccuperei. Se mi consentite una battuta, semmai dovrebbero essere i nove radicali a preoccuparsi di avere cento deputati cattolici. Io, fuori dalle battute, trovo molto affascinante, più che esserne impaurito, che nel Pd si riesca a discutere e ci si riesca a capire sui temi eticamente sensibili. La sfida del Pd si vince non se si alzano barriere, ma solo se si hanno grandi e forti luoghi di ascolto".

Partito dei moderati.
"Il partito dei moderati non è il partito democratico. Se mi si parla di un dato del carattere, sì: questo è il partito dei moderati. Ma come classificazione politica io c'andrei molto cauto".


Prodi.
"A Prodi va tutta la riconoscenza del Pd per aver fatto maturare l'idea del centrosinistra e dell'Ulivo e per avere governato in una situazione difficilissima ha fatto cose assolutamente positive. Oggi si passano le giornate a parlare male di Prodi, ma se al suo posto ci fosse stato qualunque altro, nella stessa situazione, probabilmente avrebbe fatto molto meno. E quindi, su Prodi, io ho un giudizio assolutamente positivo, anche di riconoscenza. E gli va dato atto di essere stato l'unico punto possibile di una coalizione fatta in quel modo. Perché l'unico problema è stato quello, del prodisimo: avere una maggioranza eterogenea".

Sugli imprenditori
"Bazoli è una persona di grande esperienza, di buon senso, che ha fatto cose importanti per questo paese, senza mai cercare i riflettori". "Passera è una delle persone emergenti su cui il paese, indipendentemente dal ruolo che ricoprirà, potrà contare nei prossimi anni". "Geronzi è una persona che ha avuto un ruolo importante, punto". "Carlo De Benedetti è una persona che conosco molto bene, è una persona di cui personalmente apprezzo la passione che ha per la politica e di cui apprezzo anche il distacco che tiene, correttamente, nel suo ruolo di persona importante nel mondo dell'economia". Pensa che potrebbe essere utile un giorno al partito democratico De Benedetti? "Ma io penso che sia già utile oggi il suo contributo di idee e di presenza. In modo però molto correttamente distaccato".


In che cosa non si somigliano Berlusconi e Veltroni.
"Intanto ci sono vent'anni di differenza. Ma lo dico non solo in termini fisici. Insomma, uno che è nato vent'anni dopo ha un'apertura su alcuni temi che altri non hanno. In più Walter è una persona che è vissuta di passione politica. Berlusconi penso che sia arrivato immaginando la politica come uno strumento come altri, poi però ha anche imparato a farla. In cosa si somigliano? I due direi che, come impostazione, sono tutti e due simpatici e danno l'impressione di divertirsi facendo le cose che fanno. Una qualità non da poco".

Lei crede sia giusto dire che il Partito democratico non avrà un suo giornale di riferimento? "Guardi, io credo che lo schema partito con sezione e con giornale di partito sia uno schema superato. E' chiaro, però, che il Pd avrà molte voci, molti strumenti tutti liberi e collegati, che diano spazio ad articolazioni che esistono nel partito". Quindi è possibile che né Europa né Unità siano giornali ufficiali del Pd". Ma, insomma: lo penseremo e li sosterremo. Abbiamo talmente corso che non abbiamo avuto il tempo. Penso che sicuramente sono realtà diverse tra di loro, ma sono sicuramente pezzi importanti che parlano a pezzi di società italiana. Oggi però credo che nessuno voglia davvero l'esclusività".

Sondaggi: "Oggi la distanza tra Pd e Pdl è poca, poca, i sondaggi ci danno tra il quattro e l'otto e significa che siamo tecnicamente lì: in qualsiasi paese del mondo una distanza così è assolutamente nulla".

Il Tibet, lei sarebbe favorevole a un gesto eclatante, o un boicottaggio alle Olimpiadi? "No, non penso che vadano organizzate le cose. Penso che le Olimpiadi, per come sono diventate, saranno il più formidabile strumento di apertura della società cinese. Perché possono anche oscurare YouTube, ma il meccanismo di apertura che mettono in moto le olimpiadi di Pechino avrà dei benefici assoluti".

Aborto
"Della campagna sulla moratoria credo che avere costretto a parlarne su un tema che sembrava tabù è stato assolutamente positivo. Farne una lista in campagna elettorale, francamente, mi pare negativo. Il tema come è stato posto all'inizio è un tema vero. Cioè: che in alcuni paesi del mondo l'aborto possa diventare uno strumento di regolazione delle nascite era un tema vero, ma poi via via si è trasformato in un tema di politica interna. Per quanto riguarda il discorso odierno sull'inciso del 'diritto alla vita dal concepimento fino alla morte naturale', su questo punto, lo tengo nelle mie convinzioni personali, altrimenti diventerebbe per me tema di campagna elettorale".

Su quali regioni lei si aspetta che il Pd farà un risultato inaspettato? "Il Lazio. Il Lazio perché qui c'è voglia di cambiamento e perché qui c'è la candidatura di Rutelli in comune e poi, naturalmente, c'è Walter".

Altri partiti:
"Tra i partiti che raggiungeranno risultati inaspettati, in senso negativo, credo che ci saranno partiti come Udc e Sinistra l'Arcobaleno. Sinceramente, non mi immagino che abbiano uno spazio in queste elezioni. Perché alla fine, anche senza dirlo, gli italiani vogliono utilizzare il loro voto per vincere, non per un'appartenenza sentimentale. Dall'altro lato, invece, penso che la Lega da una parte e l'Italia dei Valori dall'altra, avranno dei buoni risultati, dato che sono due partiti che con modalità diverse incrociano il vento dell'antipolitica; che soffia meno ma soffia ancora".

Per assurdo, se un giorno la Sinistra dovesse sottoscrivere il vostro programma, si potrebbe un giorno creare un unico partito di centrosinistra? "Non mi pare che ci siano le condizioni adesso. Ripeto, non esiste 'qualcosa' dopo il partito democratico. E' possibile che, in futuro, persone e gruppi entrino nel Partito democratico. Ma non ci sono più tappe, l'approdo è questo. Le tappe, ormai, sono quelle degli anni passati".

di Claudio Cerasa

mercoledì 9 gennaio 2008

Il Foglio. A Trento (non) nasce il Partito democratico a statuto speciale

Lassù c’è “una felice anomalia”. In Trentino il partito di W può sbocciare solo “manu militari” o come confederazione. Ecco perché

Roma. Nelle sei cartelle della bozza di statuto che il Pd tornerà a discutere sabato prossimo a via Santa Anastasia, tra gli articoli che disegneranno la spina dorsale del Partito democratico ce n’è uno – un po’ bavarese e un po’ catalano – che potrebbe essere molto utile per capire come nei prossimi mesi il Pd muoverà le sue pedine a nord del loft. Prima di stabilire se il Pd di W sarà un partito con o senza tessere, con o senza congresso, con o senza correnti, la commissione statuto presieduta da Salvatore Vassallo ha trovato un accordo su un articolo che, almeno a livello regionale, porta in seno quella grande coalizione già bocciata da W a livello nazionale, e che farebbe scivolare il Pd sullo stesso terreno su cui è fiorita l’esperienza tedesca dell’alleanza merkeliana tra i partiti della Cdu e del Psu; e questo proprio nell’unica provincia italiana dove il Pd non è ancora nato: Trento.
Lo scorso ottobre, infatti, i 23 mila elettori che hanno scelto 23 dei 2.800 membri della costituente nazionale hanno votato per un Pd che in Trentino, oltre a non avere né tessere né congressi, ancora non esiste; e visto che tra i partiti che si sarebbero dovuti stringere nel Pd uno dei due (la Margherita Civica, 25 per cento alle provinciali) non aveva – e non ha – alcuna voglia di sciogliersi, W ha dato un po’ di tempo in più per nascere e ha fissato una serie di ultimatum: l’ultimo dei quali, però, è scaduto a inizio dicembre. E’ “un’anomalia”, come ammesso dallo stesso Veltroni. Un’anomalia verso la quale nel corso dei mesi W ha via via corretto il suo giudizio, fino a inquadrare la situazione “anomala” sì, ma “felice”: tanto che, secondo W, sarà “di grande aiuto a tutto il Pd per radicarsi in questa decisiva parte del paese”, come ha spiegato in un’intervista al Corriere del Trentino, lo scorso ottobre. Per trasformare in un utile modello il pasticcio del Trentino (dove, allo stato attuale, il Pd sarebbe composto dai soli dirigenti dei Ds), la bozza finale della commissione statuto avrà un articolo dedicato al caso di Trento: un articolo in cui si stabilirà che quando sia presente un partito locale in grado di rappresentare “l’intero elettorato di orientamento democratico”, il Pd farà uno strappetto alla sua vocazione maggioritaria e stabilirà con quella realtà un rapporto “confederale”, ispirandosi al modello che corre tra la Csu bavarese e la Cdu tedesca. E quasi fischiano le orecchie a Umberto Bossi e Roberto Maroni, che da mesi ripetono che proprio il modello Cdu/Csu è quello “perfetto per noi”. E chissà a cosa si riferiva Maroni quando, parlando con il Foglio a novembre, spiegò che “la caratteristica di essere territoriali impone a partiti come il nostro alleanze con schieramenti di destra e di sinistra”. Certo è che dietro al laboratorio del Trentino qualcosa si muove: altrimenti un segretario del Pd non considererebbe come “anomalia felice” una provincia dove al Pd è stata concessa una deroga di qualche mese per nascere, dove uno dei candidati alla segreteria nazionale (Enrico Letta) è stato appoggiato da un presidente della provincia di Trento (Lorenzo Dellai) convinto che “in Trentino non nascerà il Partito democratico se non manu militari da parte di Roma”. Qualcosa sotto c’è, specie se Trento è la stessa provincia dove è stato eletto senatore Giorgio Tonini, uno dei consiglieri più ascoltati da W. “Credo che il Pd potrebbe arricchirsi con realtà ben radicate sul territorio com’è il caso della Margherita Civica a Trento”, dice Tonini al Foglio; che aggiunge: “Quello confederale potrebbe essere per il Pd un modello utile anche per quelle regione al nord dove il partito potrebbe avere qualche difficoltà”.
Claudio Cerasa
09/01/08

sabato 27 ottobre 2007

Il Foglio. "L’altra doppiavvù di w"

Il Foglio. "L’altra doppiavvù di w"

Si chiama Walter Verini, è il suo consigliere politico ed è lui che controlla la squadra invisibile di Veltroni. Oggi, a Milano, il suo esordio nel Pd

C’era anche lui quella mattina quando Walter Veltroni uscì dall’appartamento di via Velletri, scese le scale, saltò su in macchina, sfogliò le prime pagine, guardò l’orologio, arrivò in Campidoglio, salì una rampa, ne salì due, poi tre, poi quattro, chiuse la porta, aprì la sua agenda, accese il computer, posò il telecomando, compose due numeri e quindi li chiamò; chiamò il senatore Goffredo Bettini, e chiamò, subito dopo, Walter Verini: il suo consigliere, il suo portavoce, l’uomo che ha guidato Walter Veltroni nelle sue prime campagne elettorali nazionali in Umbria, che ha accompagnato W negli anni a Palazzo Chigi (da ministro per i Beni culturali, da vicepremier del primo governo Prodi), che lo ha scortato in Campidoglio nel 2001 e nel 2006 e che, in quasi trent’anni di convivenza, si è trasformato nell’altra metà, nella metà perfetta della Doppiavvù veltroniana. Li chiamò, Walter; e poi li guardò: “E’ giusto che io dia il mio contributo”, disse Veltroni. Era il 19 giugno 2007, il comitato dei 45 del Pd si era riunito la sera prima, aveva deciso di raddoppiare i membri dell’assemblea costituente (da 1.400 a 2.400, oggi però sono quasi 2.800) e fu lì, quel giorno, – con Verini e Bettini – che Walter Veltroni decise di candidarsi a quello che oggi diventerà ufficialmente il Piddì; quel partito che oggi alle 10.30 nascerà a Milano con la prima riunione dell’assemblea costituente dove Walter Veltroni non troverà Bettini (impegnato a Roma, con la Festa del cinema) ma dove troverà il suo primo uomo di fiducia: l’unico in grado di accompagnarlo dall’ufficio di Palazzo Chigi fino all’open space del loft del Piddì; proprio lui, Walter Verini. L’uomo con cui Veltroni ha costruito la sua campagna elettorale e con cui W costruirà, da oggi in poi, il suo futuro nel Piddì.
Walter Verini e Walter Veltroni si sono incontrati per la prima volta nell’aprile 1978, al terzo piano di un bellissimo palazzo perugino, in Piazza Dante (nello stesso edificio dove un tempo, seduta ai tavoli del Bar Turreno, si riuniva l’intellighenzia umbra e comunista), dove Verini si era appena insediato da direttore della prima televisione del Pci in Umbria – si chiamava Umbria tv – e dove Walter Veltroni, per due anni, ogni lunedì mattina dalle 11 alle 13 arrivava in sala, si sedeva, guardava la telecamera, cominciava a parlare di politica, salutava i compagni (che all’epoca diligentemente lo chiamavano “Budda”), e poi, per pochi minuti, si fermava a parlare con quel ragazzo con il suo stesso nome, quasi con lo stesso cognome, con la sua stessa età (52 anni Veltroni, 51 anni Verini), con la sua stessa passione (cioè, il giornalismo), la sua stessa militanza (quindi il Pci, il Pds, i Ds e ora il Pd) e le sue stesse esperienze lavorative: prima in Fgci, poi all’Unità, poi a Palazzo Chigi, quindi a Botteghe Oscure e infine in Campidoglio. Sempre così, un po’ in silenzio, un po’ nascosto, chiuso nella sua stanza di quaranta metri quadrati, con finestra su Piazza del Campidoglio, a due corridoi di distanza dal computer di Walter Veltroni: a cui nel corso degli anni Walter Verini, con quegli occhiali un po’ alla Woody Allen e un po’ alla Bill Gates, ha cominciato a somigliare sempre di più, anche fisicamente. E’ stato proprio l’altro W, Walter Verini, a costruire per il sindaco di Roma quella lunga campagna elettorale fiutata prima al PalaMandela di Firenze (quando i Ds si sciolsero e Verini pianse come Piero Fassino) e progettata, poi, poche settimane dopo, un po’ più su, un po’ più a nord, al Lingotto di Torino: dove la discesa in campo di Walter Veltroni fu organizzata e orchestrata proprio da quel Verini che Veltroni vide per la prima volta nel palazzo di Umbria Tv, e che Veltroni poi decise di richiamare, qualche anno più tardi.
Era il 1994, W aveva appena deciso di candidarsi in Umbria, una sera salì sul palco, avvicinò il microfono alla bocca, lo afferrò con due mani e davanti a tutti disse così: “Avessimo noi un riformista come te”. E poi lo guardò. E poi squillò il telefono, quattro anni dopo: era un aprile, erano le 20.30, Verini si avvicinò alla cornetta, sentì la voce di Walter e lo ascoltò: “Vedi, Walter – disse Veltroni – stiamo pensando di organizzare un giro per l’Italia, in pullman; sai, per l’Ulivo; per le elezioni. Ecco, mi piacerebbe che ci fossi anche tu. Ti andrebbe?”. Rispose: “Quando si comincia?”. “Si comincia domani”. Era il 1996, Veltroni poi vincerà le elezioni con l’Ulivo, salirà a Palazzo Chigi, ci resterà per due anni, porterà con sé Marco Causi – il consigliere economico più ascoltato da Veltroni, attuale assessore al Bilancio del Comune di Roma, marito della potente Monique Veaute (neoamministratore delegato di Palazzo Grassi a Venezia), piuttosto famoso in Campidoglio per le sue vacanze cambogiane e considerato un po’ come il Tremonti comunista di W – si porterà con sé Claudio Novelli – il ghost writer politico di Veltroni, innamorato di Flaiano, di Calvino, di Foa e di Rodari, autore del primo intervento in consiglio comunale di W, nonché grande esperto di Martin Luther King e gran consigliere anche per la Nuova Stagione del Lingotto – e si porterà con sé, quell’anno, anche Walter Verini: portavoce ieri a Palazzo Chigi, portavoce e capo di gabinetto oggi in Campidoglio e portavoce domani chissà dove.
Solo che a differenza di Walter Veltroni, che non è “mai stato comunista”, Walter Verini comunista (“comunista italiano”, dicono di lui) lo è stato eccome: lo è stato da giovane, lo è stato in Umbria, lo è stato in tv, lo è stato nei giornali, lo è stato in squadra con Veltroni e lo è naturalmente anche oggi. E lo si è visto quando Walter Verini – che all’epoca Francesco Merlo, sul Corriere della Sera, chiamò un po’ Veltroni e un po’ Verini, in sintesi Veltrini – dopo un’esperienza da consigliere comunale a Città di Castello (a 19 anni), dopo i tre anni passati da assessore alla toponomastica nella stessa città umbra, dopo l’esperienza a Paese Sera (in redazione con Lamberto Sposini e con l’attuale corrispondente di Repubblica in Umbria, Alvaro Fiorucci), dopo essere stato nominato coordinatore della regione Umbria del Pci e dopo essere stato anche il vice di Giuliano Pajetta a Botteghe Oscure, decise di candidarsi come sindaco di Città di Castello. Era l’aprile del 1997, l’altra metà della W si presentò nella sua Città, si schierò contro il dalemiano Adolfo Orsini (Verini non è considerato esattamente un dalemiano), fece imbufalire Romano Prodi, sperimentò un nuovo conio formato da Ppi, Rifondazione, Verdi e Cristiano sociali, prese una botta niente male (29 per cento) e creò una rumorosa spaccatura anche all’interno di Botteghe Oscure; e non a caso, in quei giorni, sul Corriere della Sera, Paolo Franchi firmò un editoriale in prima pagina titolato così: “Il futuro dell’Ulivo passa da Città di Castello”; dunque, anche da Walter Verini.
Fu quella l’ultima esperienza politica del consigliere numero uno in Campidoglio, prima del recentissimo successo delle primarie, dove Verini, insieme con Causi, è stato l’unico degli uomini ombra di Walter Veltroni a candidarsi – e a vincere – nel suo collegio di Gubbio, proprio in Umbria. Ma c’è dell’altro. Perché Walter Verini è naturalmente l’uomo che offre più consigli a W, è certamente anche l’anello di congiunzione tra il mondo di Veltroni e il mondo del tartufo (al berlusconiano patto della crostata, Verini ha risposto – come tecniche di concertazione – con il patto del tubero: tanto che – pochi giorni dopo la sua elezione a Gubbio – Verini ha festeggiato al settimo piano di un albergo romano, in zona Esquilino, con un equilibrato pranzo a base di gnocchi al tartufo, tartine al tartufo, supplì con formaggio e tartufo, filetto di manzo con tartufo e tramezzini con melanzane e tartufo, seduto al tavolo con moltissimi ospiti, con il sindaco di Città di Castello Fernanda Cecchini – anche lei nell’assemblea del Pd – e dove mancava solo la sua concittadina Monica Bellucci, reduce in quelle ore dal notevole flop della prima del suo non indimenticabile film presentato a Roma). Ma Verini è anche l’uomo con cui Walter Veltroni ha ideato parte di quella politica della toponomastica grazie alla quale W ha sedotto comunisti, fascisti, laziali, romanisti, calciatori, cestisti e scrittori. Come? Dedicando nella Capitale strade un po’ a tutti, un giorno a economisti come Marco Biagi e un altro giorno – tra poche settimane, prima di Natale, e questa è una notizia – a giornalisti come Oriana Fallaci; anche se ai tempi di Città di Castello Verini si superò e diede spettacolo in Comune inventandosi una piazza dedicata a Che Guevara e un’altra a Salvador Allende.
Non basta. Perché Verini è anche l’uomo che più degli altri ha lentamente costruito attorno a Veltroni una solida rete di lavoro che ha messo insieme il sindaco di Roma e i più importanti sindaci d’Italia (Verini, tra l’altro, conosce molto bene Sergio Cofferati); è l’uomo che politici, banchieri, sindacalisti, coordinatori, tassinari, imprenditori e naturalmente assessori, devono prima chiamare e poi consultare per aver accesso alle stanze di W (vale per Luigi Abete, valeva per Alessandro Profumo, valeva per Matteo Arpe); è l’uomo che ha messo lo zampino nella fortunata lista veltroniana con la parolina “sinistra” ed è sempre anche grazie a lui che Walter Veltroni è riuscito a consolidare il suo ormai evidente asse con il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani (“Veltroni è il miglior candidato a guidare il Partito democratico”, dirà lo stesso Epifani poco prima delle primarie). Perché Verini, tra gli uomini di W, è quello che meglio di tutti conosce i sindacati, e li conosce da tempo, li conosce dalla sua prima intervista a Luciano Lama per Paese Sera (1978, ad Amelia), li ha continuati a studiare negli anni in cui da coordinatore regionale del Pci in Umbria ha conosciuto Sergio Cofferati; e lo capisci, questo, quando tu vai in libreria e quando ti accorgi che tra le 2.754 pagine che compongono l’impressionante mole di letteratura democrat, tra “La Scoperta dell’Alba”, “Che cos’è la politica”, “La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi”, “Il disco del mondo. Vita breve di Luca Flores, musicista” (con o senza dvd), “Il sogno spezzato. Le idee di Robert Kennedy”, “La rivincita di Roma Ladrona”, “Berlinguer. La sua stagione”, “Il piccolo principe”, “Walter ego”, “L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo” (di Barack Obama, e con introduzione di Walter Veltroni), se guardi bene trovi anche un libro che sulla copertina ha l’altra doppiavvù: quella di Walter Verini stampata su carta patinata rossa, sotto il titolo “Sinistra con vista, conversazione con Luciano Lama” (l’ex numero uno della Cgil), ristampato lo scorso giugno, con prefazione di Walter Veltroni e postfazione di chi? Naturalmente di Guglielmo Epifani.
Ed è vero, in Campidoglio sono davvero tanti quelli che sentono il nome di Verini, ti sorridono, ti guardano e iniziano a parlare piano piano; e ti dicono che Verini sta a Veltroni come Henry Paulson stava a Richard Nixon; e ti dicono – probabilmente ossessionati dal Robert Redford di “Tutti gli uomini del presidente” – che Paulson, oltre a essere stato il segretario particolare di Nixon alla Casa Bianca, era anche quello che si vantava di avere scritto su un foglio affisso sul muro del suo ufficio: “Quando li tieni per le palle, il cuore e la mente ti seguiranno”. Ma è altrettanto vero, però, che è stato proprio Walter Verini a tessere la lunga tela democratica attorno a Veltroni; e lo ha fatto soprattutto quest’estate, quando W era ancora alle Maldive e quando Verini fu decisivo nello scrivere, nel valutare e nello scegliere i nomi di quelli che sarebbero poi diventati i coordinatori regionali del Partito democratico. E va detto: non furono giorni facili quelli; tutt’altro. Perché erano i giorni in cui Veltroni era immerso tra gli atolli tropicali, erano i giorni in cui il sindaco di Roma non riusciva più a trovare sui giornali le sue toccanti citazioni quotidiane di Ghandi, di Kennedy o magari di Martin Luther King (ma si rifarà, Veltroni: tanto che nel suo unico colloquio con Repubblica – il 5 ottobre – W riuscirà a parlare di Luther King in un’intervista solo sul welfare), erano i giorni in cui – senza sindaco e senza vicesindaco – pur di farsi immortalare con la fascia tricolore di W al collo, gli assessori romani più intraprendenti venivano notati mentre si arrampicavano, la domenica mattina, su, su fino al colle del Gianicolo, per farsi fotografare accanto ai granatieri, e accanto al bum del cannone di mezzogiorno, giusto per poter essere protagonisti di quello che era ormai diventato una specie di concorso a premi, ribattezzato da alcuni smarriti e terrorizzati assessori romani: “Vuoi essere anche tu sindaco per una settimana?”.
Ecco, diciamo che Verini al Gianicolo non ci andrebbe mai; diciamo che Verini non pubblicherebbe mai un editoriale sulla Stampa, non scriverebbe mai un saggio su Veltroni, non scriverebbe mai un libro né sui compagni di scuola del Pci, né sui compagni di classe dei Ds, e preferirebbe stare lì, un po’ in mezzo ma non troppo; un po’ come Oriali e un po’ come Facchetti, l’ex presidente dell’Inter di cui Verini – già numero 10 del Città di Castello (nella vecchia quarta categoria) – era molto amico. (Una volta l’anno, la sera prima che l’Inter giocasse a Perugia, i due cenavano in Umbria, a Torgiano: al ristorante le Tre Vaselle).
Ecco, diciamo che la regola, nello staff di Veltroni e di Verini – decisamente poco dalemiano e decisamente poco poco poco prodiano – è questa; e l’altra metà della doppiavvù di Walter la ripete dal primo giorno in cui le due W arrivarono in Campidoglio: “Essere presenti ma non essere invadenti”.
Lo staff, dunque. Perché proprio a destra e a sinistra di Walter Verini, oltre ai già citati Marco Causi e Claudio Novelli, si trova un solido gruppo di alter ego veltroniani, in Campidoglio ma non solo lì: si trova il triumvirato dell’ufficio stampa formato da Roberto Benini, Ilaria Capitani e Luigi Coldagelli; si trova il vicecapo di gabinetto di W, Luca Odevaine, già segretario della sezione di Piazza Verdi – ai tempi della Fgci – negli stessi anni in cui Veltroni era appena stato eletto nella sezione di Piazza Verbano (sempre a Roma); e si trova l’altro capo di gabinetto: Maurizio Meschino, ex consigliere di stato, già funzionario della Camera dei deputati, gran lettore di Giancarlo De Cataldo, amante del cavillo giuridico più che della Festa del cinema (impressionante – si nota in Campidoglio – come la leadership della Festa del cinema sia sovrapponibile con quella del Piddì), e così apprezzato che lo stesso Veltroni ha aperto per lui un varco nel muro dell’ufficio, proprio per collegare la sua stanza con quella di Meschino; che ora è l’unica con vista su W.
Poi però gli disse di no, Verini. Gli disse di no a metà dell’anno 2000; quando Veltroni arrivò a Botteghe Oscure, accese il computer, sbirciò i giornali, chiamò Verini, lo guardò e gli disse così: “Walter, mi candido a sindaco di Roma”. E Verini gli parlò dei sondaggi, gli ricordò dei voti, gli disse che pochi mesi prima, alle elezioni Regionali, a Roma Piero Badaloni aveva preso ben otto punti da Francesco Storace e allora lo guardò e gli disse di no. No, Walter; non candidarti. Solo che Veltroni si candidò ugualmente, vinse nel 2001, vinse nel 2006, arrivò in Campidoglio, posò il telecomando, compose due numeri, chiamò Bettini, chiamò Verini e arrivò al Lingotto dopo aver scritto la sua Nuova Stagione una sera in via Velletri, a casa sua (il 24 giugno), insieme con il consigliere Marco Causi, insieme con lo scrittore Claudio Novelli e insieme con l’altra metà della doppiavvù: oggi portavoce del sindaco e oggi membro dell’assemblea costituente del Piddì; che certo, non vorrebbe apparire troppo, non vorrebbe vedere le sue foto sui giornali, vorrebbe soltanto continuare a essere un po’ ombra, un po’ politico, un po’ Facchetti, un po’ Oriali, ma che se Veltroni glielo chiedesse, se solo Veltroni lo volesse come portavoce, ora nel Piddì e domani chissà, Verini lo guarderebbe e gli direbbe così, gli direbbe semplicemente di sì.
Claudio Cerasa
27/10/07

mercoledì 17 ottobre 2007

Il Foglio. "La squadra di W alza la Voce"

Perché il fondatore di Rep. critica il capo della Fondazione De Benedetti

Roma. Nella sempre più fitta rete economica costruita dal leader del Partito democratico, Walter Veltroni, c’è un robusto gruppo di economisti italiani che nel corso degli ultimi mesi ha aumentato il proprio peso specifico nel sistema veltronomico. Sono gli economisti che orbitano intorno alla Voce.info. Sono presenti nel dibattito democrat con proposte di legge, con editoriali sui più importanti giornali (sulla Stampa scrive Tito Boeri, Repubblica pubblica interventi del duo Boeri-Garibaldi, sul Corriere scrive il più blasonato dei redattori della Voce, Francesco Giavazzi). Dialogano direttamente in modo sempre più fitto con Veltroni sui temi della politica economica. Lavoce.info era un think tank, è diventato una lobby liberista progressista la cui indiscutibile sovraesposizione mediatica (e antiprodiana) irrita gli esclusi e ha finito per mettere di malumore pure il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari; il quale, domenica scorsa, ha chiesto loro come mai non abbiano “tempestato di critiche quotidiane il governo Berlusconi come stanno facendo da un anno e mezzo col governo Prodi”. Ha attaccato questi “economisti indipendenti” che negli anni del Cav., spiega Scalfari, “non avevano certo i calzoni corti”. Ma l’attacco del Fondatore di Rep. rischia di aver creato un succoso caso diplomatico. Perché tra i firmatari della lettera di risposta dei vocianti a Scalfari (“Silenti con Berlusconi? Mai”), pubblicata lunedì su Repubblica, il primo nome a comparire sulla lista è quello di Tito Boeri: animatore della Voce.info, ideatore del festival dell’economia di Trento (era lui sul palco quando il pubblico contestò Prodi), autore con Tiziano Treu della proposta di contratto di lavoro unico fatta propria da W (proposta che ha scatenato la gelosia del ministro Cesare Damiano, il quale sospetta che Boeri voglia prendergli il posto), ma soprattutto uomo scelto da Carlo De Benedetti, presidente del gruppo Espresso e aspirante alla prima tessera del Pd veltroniano, per guidare la fondazione che prende il nome del padre: Rodolfo De Benedetti. Che la cosa sia sfuggita al Fondatore? “Difficile non lo sapesse”, dice al Foglio Tito Boeri, con un sorriso.
Tra questi economisti c’è una varietà di ruoli. Francesco Giavazzi è l’uomo che sceglie la parte di chi vuole influenzare il dibattito culturale: è l’ideatore della provocazione di maggior successo di questi mesi, “il liberismo è di sinistra”. Altri vorrebbero essere loro stessi a rafforzare la loro influenza culturale anche con ruoli operativi all’interno del Pd. E se Boeri già partecipa a quella robusta squadra dei consiglieri economici (insieme con Marco Causi, Enrico Morando e Nicola Rossi) con cui il sindaco di Roma sta provando a costruire la sua rupture democratica – e con cui prodiani e scalfariani non vanno d’accordo – ci sono altri nomi sui quali W ha puntato lo sguardo. Per esempio la vociante Daniela Del Boca (invitata un mese fa da Veltroni a un dibattito sul patto generazionale) e, soprattutto, Pietro Garibaldi: l’uomo con cui Boeri firma i contributi pubblicati da Repubblica, già consigliere economico dell’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco e – curiosamente – componente del consiglio di sorveglianza della prodiana Intesa Sanpaolo (in quota torinese).
Claudio Cerasa
17/10/07

martedì 16 ottobre 2007

Il Foglio "La gara tra Corriere e Rep. per intestarsi un eventuale governo di W"

Roma. E’ l’ultima pagina di una gara, combattuta finora a colpi di fioretto, tra i direttori dei giornali più diffusi d’Italia, Ezio Mauro e Paolo Mieli; una gara che parte dagli anni trascorsi insieme alla direzione della Stampa, che riprende fiato nel 2005 attorno a un tavolo seduti accanto a Giuliano Amato (si parlava, a Roma, di futuro e di Partito democratico) e che si è riaccesa ieri mattina, sulla prima pagina del quotidiano di Largo Fochetti; con il direttore di Repubblica, Mauro, che, dopo una lunga e ovvia riflessione nei giorni precedenti sull’opportunità o no di commentare quello che poteva essere un possibile flop da primarie democratiche, ha seguito le votazioni del Pd, ha letto gli exit poll sui candidati, ha acceso il suo computer e in quattro cartelle ha messo in tasca a Repubblica la tessera numero uno, oltre che del Partito democratico, anche del Partito della crisi; posizionando così il suo quotidiano ai primi blocchi di partenza nella gara a chi tra i due sarà, da qui alle prossime elezioni, il quotidiano più a favore dello strappo, dopo la delusione di Romano Prodi. E lo ha fatto, Mauro, scegliendo parole nette, naturalmente non casuali e nascondendo dietro a quella che potrebbe essere letta come una sorta di sfiducia preventiva all’attuale esecutivo (bisogna cambiare ancora, spiega Mauro, “a costo di strappare, come sarà inevitabile”), un attacco indirizzato proprio alle scrivanie terziste di via Solferino, sede milanese del Corriere. Scrive Mauro: “E’ per il paese che questa riserva di fiducia e di partecipazione può contare. (…) Perché separa la protesta di questi mesi dalla sua frettolosa definizione: non era antipolitica, infatti, ma richiesta di una politica ‘altra’, radicalmente diversa. In questo modo, la ribellione può prendere la strada (la spinta) dell’impegno a cambiare, separandosi (…) soprattutto dai sospiri impazienti di chi da fuori pesava già le macerie politico-istituzionali, sperando in una nuova supplenza imprenditorial-terzista-professorale capace di forzare con alleanze da rotocalco la Costituzione, il bipolarismo e i partiti”. Imprenditorial, terzista, professorale: dice proprio così Mauro. Ed è un attacco, questo, che arriva in un momento decisamente non come tutti gli altri. Perché Repubblica, a differenza del Corriere, non ha problemi né a rivendicare la sua appartenenza culturale al Pd di cui Carlo De Benedetti (presidente del gruppo Espresso) ha richiesto la tessera numero uno né naturalmente a schierarsi anche in maniera molto dura contro le scelte di Prodi, bilanciate ormai solo la domenica dal fondatore Eugenio Scalfari, che per motivi “deontologici” domenica ha preferito non votare. (Ieri, tra l’altro, la lettera del presidente del Consiglio, “Vi spiego i ritocchi al patto del welfare”, era sulla prima pagina di Rep. ma nascosta in basso a sinistra quasi dimenticata e con un invisibile segue a pagina 12). Dall’altro lato, invece, per il direttore del Corriere è più difficile trovare un equilibrio, nonostante le sue parole chiarissime a Capri, tra la vocazione da Partito della crisi di via Solferino e alcune istanze più prodiane presenti anche nella compagine societaria dello stesso Corriere. “Fate subito e non rinviate. Se non vi muovete vi conviene portarci alle urne al più presto”, aveva detto, accompagnato da un lungo applauso, lo stesso Mieli ospite al convegno dei giovani della Confindustria, pochi giorni fa, a Capri, aggiungendo, come per voler dare maggiore peso alle sue parole, che “parla una persona che per questo governo ha speso una parola, nel suo piccolo, decisiva”. Da quel giorno, comunque, passando da una dura presa di posizione dal presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo (“Attenzione ai facili entusiasmi, a dire andiamo a votare domani”) e da un rapporto considerato da alcuni osservatori (come Rinaldo Gianola, sull’Unità) non troppo idilliaco tra Mieli e Giovanni Bazoli (presidente di Intesa Sanpaolo, azionista Rcs e sostenitore prodiano), il Corriere rischia di lasciare spazi di manovra al giornale e al direttore concorrente in quella gara che ha in fondo un obiettivo semplice semplice: chi darà per primo uno scossone per portare a Palazzo Chigi il nuovo leader del Pd? Sarà il Corriere eurocentrista che con i suoi editorialisti – oltre a cercare con una certa continuità una sintesi politica alla propria inchiesta anticasta – non si è mai risparmiato negli elogi a potenziali tecnici protagonisti come Mario Draghi (con lui “quasi niente sarà più come prima”, ha scritto il vicedirettore Dario Di Vico) o sarà, piuttosto, quel giornale che ieri ha dato un deciso strappo sul governo Prodi, e che è arrivato all’attacco post primarie dopo una serie di editoriali, tutti firmati dal suo direttore (“La sinistra nella crisi della politica”, “Sì alla miccia del referendum”, “Antipolitica per chi suona la campana?”) i cui titoli, da soli, danno idea del clima battagliero del quotidiano (dove ormai la solitudine del fondatore Scalfari sembra essere sempre più simile a quella di Romano Prodi nel “suo” Partito democratico). Un giornale che avendo cominciato da tempo a mettere la gonna corta corta al suo Partito della crisi, e al suo Pd, gradirebbe ora essere il primo a ballarci insieme. O magari l’unico, se possibile. Poi però tocca vedere, a Largo Fochetti, che la megaintervista prima del voto Veltroni la dà al Corriere. Rep. si sta già attrezzando per rispondere, colpo su colpo, magari con Prodi.
“Noi non auspichiamo affatto la crisi del governo di Prodi. Noi – spiega al Foglio il vicedirettore di Repubblica, Massimo Giannini – siamo semplicemente convinti che nel caso in cui l’attuale esecutivo dovesse trovarsi in una situazione oggettiva di crisi tra una soluzione di governo tecnico-istituzionale e una soluzione politica, in ipotesi estrema una staffetta tra Prodi e Veltroni, la seconda sarebbe preferibile. Ciò non toglie che, per certi versi, questa staffetta sarebbe meglio non ritrovarsela affatto e sarebbe dunque preferibile che Prodi continuasse il suo lavoro a Palazzo Chigi; ma attenzione, questo non deve accadere a qualunque costo: perché rimanere in piedi significa governare, non sopravvivere”.
Claudio Cerasa
16/10/07

giovedì 4 ottobre 2007

Il Foglio. "Dal Pd al dvd"

Il perfetto elettore democrat deve spendere 320 euro per 2.754 pagine Ma i filmati sono a richiesta

Roma. Per semplificare la comprensione delle idee democraticamente indispensabili per le primarie del 14 ottobre, oltre agli appassionanti romanzi epistolari a puntate, con Veltroni che scrive a Repubblica (11 luglio, 5, 24, 30 agosto e 29 settembre), con Letta che risponde sull’Unità, con Bindi che si incazza su Europa e con Adinolfi che risponde con un post, per non perdere neppure una parola dell’imperdibile battaglia delle idee democratiche, ci vogliono esattamente 320 euro per le 2.754 pagine che compongono l’impressionante mole di letteratura democrat; una letteratura composta – ad oggi – dal libro del candidato Letta, dal libro del candidato Adinolfi, dagli 8 libri con W veltroniana stampata su copertina e dagli 11 manuali che, negli ultimi mesi, hanno impreziosito la scoperta del vero significato, non solo dell’alba, ma anche di quel Pd che, se ancora non si vede, lo si legge e lo si trova sugli scaffali anche più di un Camilleri o magari di un Moccia. Ed è, dunque, un incredibile elenco a bassissimo gradiente ormonale che il lettore democratico riconosce in successi sicuri che passano per “la Generazione U” (di Mario Adinolfi), “In questo momento sta nascendo un bambino” (di Enrico Letta), “La fabbrica del programma. Dieci anni di Ulivo verso il partito democratico” (di Giulio Santagata), toccano “Il Partito democratico. Alle origini di un’idea politica”, sfiorano “Quale via per il partito democratico?” e si bloccano sull’emozionante “Domani è un altro giorno. Il racconto di cinque anni di battaglie in Senato. Il progetto dell’Unione. Il Partito democratico”, scritto dal senatore Willer Bordon, che non ha avuto neppure il tempo di trovarlo in libreria che subito si è ritrovato a dire “che non entrerà mai nel Partito democratico”.

Una lunga lista dalla A alla W
Lista che però trova una sua storia a parte nel pantheon letterario che il sindaco di Roma ha copiosamente costruito negli anni (ma soprattutto negli ultimi mesi); una travolgente escalation editoriale piuttosto efficace nell’andare ad anestetizzare qualsiasi tentativo di isolare una singola idea forte del grande candidato del Pd; una lista composta da classici come “La Scoperta dell’Alba”, “Che cos’è la politica” (con dvd), “La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi”, “Il disco del mondo. Vita breve di Luca Flores, musicista” (con o senza dvd), “Il sogno spezzato. Le idee di Robert Kennedy”, “La rivincita di Roma Ladrona” (su Walter Veltroni, di Stefano Marroni), “L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo” (di Barack Obama, ma con introduzione di Walter Veltroni), “Berlinguer. La sua stagione” (con dvd, ma solo a richiesta); volumi che – capita soprattutto nelle librerie romane della Feltrinelli – sono spesso maliziosamente affiancati, oltre che dai libri di Salvati e Macaluso, da un significativo pamphlet di Giulio Marcon: “Come entrare in politica senza entrare in nessun partito”. Ed è un elenco indubbiamente interessante, magari non seducente, un elenco che forse potrà anche essere arricchito da saggi veltroniani sul “basket, metafora della nuova stagione” scritti a quattro mani con Michael Jordan, con introduzioni di Jury Chechi e con progetti grafici di Fuksas; ma è, questo, un elenco per certi versi anche un po’ preoccupante per l’elettore democratico: che – pur trovandosi nella posizione privilegiata di chi può leggere e studiare quasi 3.000 pagine dedicate a un partito che non si vede ma si legge altroché, ed essendo poi abituato a una letteratura politica che fino a qualche tempo fa si limitava nella travagliesca demolizione preventiva del nemico – ecco, ora il lettore democrat si perde in questo prosperoso pantheon letterario (inclusivo più che esclusivo); non riesce più ad associare una singola idea a un singolo candidato; e finisce, l’elettore – ma anche il Pd – per sentirsi sempre più simile al “Penso positivo” di Jovanotti (con un Pd “che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, passando per Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano”); e finisce che pantheon e Pd siano sempre più simili alle parole scritte da W in “Io e Berlusconi (e la Rai)”, dove W in uno dei passaggi più piccanti spiega, seriamente, che la tv “è facile guardarla, ma difficile vederla”; era il 1990, si scriveva di Rai, ma sembra proprio sentir parlare, più che di tivvù, proprio di Piddì.
Claudio Cerasa
5/10/07

venerdì 28 settembre 2007

Il Foglio. "Le 2.227 liste per eleggere segretario e stato maggiore del Pd"

Inizia sabato la campagna elettorale per le primarie. Niente preferenze, la lotta tra i 1.181 raggruppamenti che appoggiano W

Roma. Dopo aver attraversato una fase di riconosciuta creatività artistica-elettorale tra vaporetti, aliscafi, battelli e motobarche galleggianti e con la non proprio emozionante politica “on the boats” (quella sul Po con Franceschini, Prodi e Fassino e quella di Rutelli in Costiera Amalfitana), nella guerriglia elettorale del Partito democratico ci sarà una campagna nella campagna che potrebbe essere anche un po’ più eccitante della scontata acclamazione veltroniana del prossimo 14 ottobre, giorno delle primarie democrats. Una campagna che tra cantanti, attori, nuotatori e architetti, comincerà sabato alle 10, al centro congresso Frentani, a Roma, e sempre alle 10, al numero 231 della romana via di Ripetta (con Veltroni, Bettini, Fassino, Follini, Gasbarra e Morricone) dove i primi candidati delle 1.181 liste veltroniane (su un totale di 2.227, 471 per la Bindi e 476 per Letta) cominceranno a elaborare le proprie strategie per appendersi a tutti gli spigoli a forma di “W” della futura leadership democratica; una campagna un po’ particolare, dove tutti, comunque sia, andranno a contrastare la prima delle tre liste di Veltroni, quella che verrà lanciata ufficialmente sabato a via di Ripetta (la numero tre, a sinistra per Veltroni, verrà presentata a via Frentani, mentre la numero due, la ecodem, sarà schierata entro mercoledì prossimo).
E sarà una battaglia con regole rigide, forse un po’ noiose, dove sarà possibile farsi pubblicità solo senza comprare spazi sui giornali, dove sarà possibile volantinare ma contenendo le spese (i limiti sono 250 mila euro per la candidatura a segretario nazionale, 50 mila per il segretario regionale e 5.000 per l’assemblea costituente); e dove, questa volta, dopo la “riuscitissima” campagna elettorale sulla “serietà”, si è scelto di puntare su un’altra efficace parola chiave: “sobrietà”. Ma sarà comunque una campagna elettorale nuova e per certi versi rivoluzionaria per gli elettori di centrosinistra: con i candidati che si vorranno molto bene, magari parleranno anche di Birmania, ma dove, per poter essere ammessi nell’universo costituente veltroniano, dovranno stare attenti a non sembrare troppo poco severi con la prima lista di W; dato che per essere eletti dovranno conquistare più di quel previsto 12 per cento delle liste di Rosy Bindi. Dunque, non uno scherzo. E’ per questo che sarà comunque una battaglia vera, che tra l’altro verrà combattuta con la strategia elettorale che ha portato in trionfo negli ultimi anni il modello del sindaco d’Italia: quella delle comunali. Quindi ci saranno molti manifesti, tantissimi volantini, parecchi opuscuoli, qualche video su YouTube, tanti dibattiti per strada, qualcuno parlerà nelle scuole, in Veneto verranno inviate nelle case di tutti gli elettori delle lettere democratiche, in Piemonte saranno distribuite cartoline a mo’ di promemoria, in Toscana, Sandro Veronesi, a Prato, sembra stia preparando degli eventi in piazza con la sua lista completamente formata da lavoratori stranieri; ci sarà anche una notevole invasione porta a porta dei candidati e si faranno pure happening nei parchi cittadini (ieri ha cominciato Veltroni nel Villino medievale di Villa Torlonia, con tantissimi sedicenni). Anche se poi gli strateghi meno conosciuti delle liste veltroniane (Andrea Martella e Andrea Orlando per la lista uno, Lucia Urciuoli e Renzo Innocenti per la lista due e Vincenzo Vita per la lista tre) sanno che i manifesti che a breve cominceranno a intavedersi in giro per le città appariranno un po’ anomali; cioè, senza facce, senza nomi, senza cognomi ma con simboli verdi, rossi e probabilmente arancioni che saranno gli unici veri punti di riferimento elettorali delle liste regionali e nazionali (liste, naturalmente, bloccate). E tra attori, sportivi, scrittori e artisti c’è qualcuno che però già brontola; qualcuno che avrebbe preferito le liste un po’ diverse e con i nomi dei candidati più famosi ben in vista sugli opuscolini. Perché per poter contare qualcosa tra i quasi 2.500 rappresentanti della prima riunione dell’assemblea costituente del 27 ottobre (già ribattezzata come “Woodstock democrat”) oltre a essere eletti sarà importante non farsi schiacciare sotto la pressione degli amici ma anche un po’ nemici veltroniani. E senza preferenza questo sarà semplicemente ancora un po’ più difficile.
Claudio Cerasa
28/09/07