martedì 30 settembre 2008
Il Foglio. "Piddimetro, ecco chi comanda nel Pd"
Roma. Per una ragione o per un’altra, non c’è notizia, non c’è dichiarazione, non c’è iniziativa, non c’è proposta e non c’è intervista che nel Partito democratico non sia ormai letta come il sintomo più evidente dell’imminente crisi della leadership veltroniana. Basta un motivo qualsiasi, basta un Veltroni che scrive a Berlusconi (e dagli all’inciucio!), basta un Veltroni che parla con Casini (e dagli al centrismo!), basta un Veltroni che non discute con D’Alema (e dagli al correntismo!) e basta un Veltroni che dialoga con il Cav. (e dagli al dialogo!) per mettere gli osservatori politici nelle condizioni di dire che il segretario ormai è finito, che la leadership è ormai sfiorita e che nel partito non esiste dirigente alcuno che non sia convinto che sarà il flop delle prossime elezioni europee a certificare il necessario ricambio della classe dirigente del Partito democratico. A quasi un anno dalle primarie dello scorso 14 ottobre, però, è un po’ difficile provare a ragionare sui reali equilibri del Pd, e sul suo stato di salute, senza conoscere l’effettiva geografia interna del maggior partito dell’opposizione. Non è soltanto un discorso relativo al peso che possono avere in questo momento le correnti veltroniane, popolari, dalemiane, fassiniane, rutelliane o magari bersaniane. Si tratta piuttosto di andare a scoprire l’immagine più efficace per provare a capire il modo in cui le truppe del Partito democratico si andranno via via a schierare da qui alle elezioni europee. Facendo due calcoli, prendendo in considerazione le cariche più importanti assegnate all’interno del partito e mettendo insieme i membri del governo ombra (che tra ministri ombra, viceministri e sottosegretari arriva a contare 38 effettivi) e i più importanti organi dirigenti del partito (tra segreteria politica, tesoriere, area organizzazione, area comunicazione, area ricerca, area formazione, area relazioni internazionali, area forum, area sport, area terzo settore, coordinamento dell’iniziativa politica, responsabile propaganda, dipartimento Relazioni Internazionali, arrivano a un totale di trentadue) il risultato è che sembra essere sempre più evidente il modo in cui si va a configurare il progressivo accerchiamento attorno al segretario. Veltroni è naturalmente il leader più rappresentato all’interno del suo partito, ma dietro di lui può essere interessante scoprire quali sono le evoluzioni dei rapporti che esistono in questo momento tra popolari, bettiniani, rutelliani e naturalmente dalemiani. A oggi, il segretario del Pd si ritrova con venti dirigenti riconducibili all’universo veltroniano (da Tonini a Realacci, da Morando a Colaninno), dunque circa il 29 per cento del totale. Il leader del Pd sostiene da sempre che una delle caratteristiche della sua storia politica è stata quella di non aver mai creato attorno a sé alcun tipo di corrente (“Sulla mia tomba voglio che sia scritto che non ho mai promosso o aderito a una corrente”, ha detto Veltroni anche a questo giornale). Ma viste come stanno le cose oggi, e visto l’equilibrio precario della sua leadership, all’interno del Pd c’è già chi sostiene che il fatto di non essere riuscito a dare vita a una corrente tutta sua potrebbe essere piuttosto una delle tante armi a doppio taglio di W.: ieri segretario autonomo e indipendente, oggi semplicemente segretario isolato. Spiega al Foglio un dirigente del Partito democratico: “Vogliamo dirla tutta? Oggi, tra correnti e fondazioni, il Pd vive in uno stato surreale. Come tutti sanno, esiste un armistizio armato firmato da Veltroni e D’Alema. Un armistizio nato formalmente con la lettera che poco prima dell’estate Goffredo Bettini ha inviato all’Unità. Ma un armistizio che ha sul suo timer una data di scadenza precisa: le elezioni europee. Fino a quel giorno bisogna osservare con attenzione, da un lato, il modo in cui ci si andrà a posizionare accanto al segretario. Dall’altro, il modo in cui ogni corrente tenderà con forza a rivendicare la propria autonomia. Oggi, quando si parla di veltroniani si intendono nuovi dirigenti come Matteo Colaninno, vecchi ambientalisti come Ermete Realacci, riformisti come Enrico Morando e cattolici come Giorgio Tonini. Per il resto, la situazione è complicata. Le stesse parole di Goffredo Bettini sono oggi molto meno in sintonia con quelle di Veltroni, tanto che poco prima dell’estate è stato lo stesso ex braccio destro di Veltroni a ricordare che, per quanto lo riguarda, lui veltroniano non è – e non è un caso che anche sulla candidatura alla presidenza della Rai Bettini abbia detto una cosa (Pietro Calabrese) e Veltroni un’altra (Claudio Petruccioli). Inoltre, proprio in vista delle europee, tutti quei dirigenti che fanno capo a Pierluigi Bersani tendono ormai a distaccarsi sempre di più dalla stretta dei dalemiani. Semplicemente vogliono essere un’altra cosa. Dall’altra parte, invece, chi in questo momento dà un forte appoggio al segretario, oltre ai fassiniani, sono naturalmente i popolari. Ma anche in questo caso l’impressione che si ha nel partito è che i vari Fioroni e Franceschini si stiano anche loro preparando alla tempesta delle prossime elezioni, e che per questo si stiano muovendo per essere via via sempre più autonomi dallo stesso segretario”. Così, oggi, potrebbe essere sufficiente parlare con un qualsiasi dirigente del Pd per capire qual è il notevole peso raggiunto dai dirigenti di origine popolare. C’è Dario Franceschini, vicesegretario. C’è Beppe Fioroni, capo dell’organizzazione del partito. C’è Antonello Soro capogruppo alla Camera. E, con ogni probabilità, da gennaio ci sarà anche un riconoscimento per Franco Marini.
Dall’armistizio al seminario
A conti fatti, però, all’interno del Partito democratico gli ex Ppi sono arrivati a rappresentare circa il 22 per cento del totale (15 dirigenti). Un 22 per cento che per la prima volta si conterà ad Assisi il prossimo 10 ottobre, quando in Umbria i Popolari organizzeranno il primo grande convegno postelettorale. Oltre ai veltroniani e agli ex Ppi, tra gli organi dirigenti del partito vi sono anche sei rutelliani (che in tutto sommano il 9 per cento) e altri sei bettiniani. Mentre ancora più in giù si trovano rappresentati dalemiani, bersaniani e fassiniani, tutti con quattro dirigenti per uno. Certo, forse non sarà molto, ma nel Pd oggi sono in tanti a credere che in quell’armistizio armato firmato tra Veltroni e D’Alema ci sia di mezzo anche la composizione della geografia interna del Pd. E’ anche a questo a cui si riferisce sia il Massimo D’Alema che si lascia scappare frasi come quella di Firenze (“Tutti devono dare una mano, il mio ruolo lo devono stabilire Veltroni e i dirigenti del partito”) sia quelo un po’ minaccioso del libro di Bruno Vespa (“Nel Pd c’è qualche ‘pasdaran’, come Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini, che si presenta come veltroniano in aperta e violenta contestazione delle cose che dico io”). E’ anche a questo a cui si riferisce quel Franco Marini che ragiona sui futuri equilibri del Pd (“Serve un coordinamento rappresentativo di tutti”, ha detto poco tempo fa l’ex presidente del Senato). Certo è che – per comprendere come il Pd si schiererà prima delle prossime europee, per comprendere i giochi di forza interni al partito – per il segretario del Pd – per salvare la propria leadership e per difendersi dall’accerchiamento nel partito – sarà un po’ difficile prescindere anche da questi numeri. Ed Enrico Letta? Per ora non ha quasi nessuno, tranne se stesso, ben piazzato ai piani alti di quello che un tempo si chiamava loft. Dove il quasi – dicono – sta per Massimo D’Alema.
Claudio Cerasa
30/09/08
lunedì 28 luglio 2008
Il Foglio. "Fototessere rai"
La Rai: perché è come uno specchio, perché è come il resto, perché è come il paese e perché a settembre sarà la prima volta per W. e la terza per il Cav. La Rai: perché ci sono i nomi, ci sono i luoghi, ci sono i segnali, ci sono i giorni e perché, finalmente, tra due mesi tutto si saprà. Le nomine, i consiglieri, i direttori e i nuovi dirigenti. La Rai: perché non c’è solo il caso Saccà, non c’è solo il caso Cappon, non c’è solo il caso cda, ma c’è qualcosa di più. La Rai: perché si può dire tutto ciò che si vuole, si può pensare tutto ciò che si crede ma perché, alla fine, vale sempre quello che Orson Welles scriveva qualche anno fa. La odio. La odio come le noccioline. Non riesco a smettere di mangiare noccioline. Era il 1956. Si parlava di tv, sembrava si parlasse di Rai.
Bisogna esserci in questi giorni in Rai. Bisogna entrare dal numero quattordici di Viale Mazzini, bisogna salire al secondo piano del palazzone con cavallo di bronzo e portone di vetro e bisogna parlare con i dirigenti, i consiglieri e i giornalisti per capire il senso di ciò che è accaduto negli ultimi mesi. Per capire cosa è successo, per capire cosa accadrà, per capire chi ci sarà e per capire cosa c’è dietro a tutte quelle parole, dietro tutti quei segnali e dietro a tutti quei titoli. La Rai alla paralisi. La Rai nella bufera. La Rai sotto accusa. La Rai spaccata. Ecco. Non è un periodo come gli altri, in Rai. Perché dopo sei anni, dopo le ultime nomine arrivate nell’autunno del 2002, c’è parecchio che non è cambiato e c’è qualcosa che adesso cambierà. Le direzioni di rete e quelle dei tg. La scelta dei consiglieri e la nomina dei presidenti. Un po’ a me e un po’ a te, e senza che ci sia nulla di male. Ma in questi giorni c’è qualcosa di più. C’è la prima volta del Cav. e W., che per assegnare i posti che gli spetteranno tra Viale Mazzini e Saxa Rubra – che si voglia o no – dovranno ricominciare a dialogare. E ancora. C’è la nomina del presidente della Vigilanza (29 e 31 luglio), c’è la candidatura di Leoluca Orlando, c’è il veto – su Orlando – di una parte della maggioranza, c’è l’ultimo accordo tra dalemiani e veltroniani e c’è l’ultima intesa tra rutelliani e popolari. Poi ci sono i consiglieri che a settembre verranno rinnovati, ci sono i compiti dei redattori che verranno rivoluzionati e ci sono, già oggi, i sintomi che qualcosa si sta muovendo e che qualcuno si sta riposizionando. E ci sono modi precisi per scoprire come vanno le cose, per scoprire come funzionano le mosse, per scoprire quali sono i profili e per scoprire come si fa a capire quando il giornalista che sta di qua prova a fare un passetto per andare di là. Per questo, due mesi dopo le elezioni e due mesi prima del giorno in cui tutto cambierà, abbiamo fatto un giro in Rai e abbiamo parlato con un cronista veltroniano, uno berlusconiano e uno dipietrista.
***
Op-po-si-zio-ne du-ra! E sen-za pa-u-ra! Il veltroniano, aridatece er Caimano, è un berlusconiano perfetto solo con i capelli un po’ più a caschetto. Anche in Rai, come al Loft e come nel Pd, il veltroniano vede il dalemiano in ogni dove. Lo riconosce in ogni avverbio, lo inchioda a ogni “onestamente” sfuggito e a ogni “francamente” percepito. Il dalemiano, secondo il dalemiano, esiste solo nella testa dei non dalemiani. Il veltroniano – soprattutto quello della Rai – lo vede invece ovunque ed è una ossessione. Lo vede a mensa, lo vede in diretta e, ultimamente, lo vede anche tra i signori che passeggiano con il Caimano. Il veltroniano, aridatece-er-Caimano, sarà lottizzato per la prima volta a settembre e in questi giorni, in vista dell’evento, si prepara ad affrontare l’incarico di responsabilità; si prepara ad articolare pensieri importanti e già si esercita su concetti fulminanti. “La trasparenza è un elemento di novità e progresso”. “La destra non ci trascinerà nella giungla”. “E’ necessaria un’operazione di crescente legittimazione”. “Bisogna superare il duopolio”. “Bisogna portare la banda larga in tutta Italia”. “Bisogna mettersi tutti attorno a un tavolo per risolvere con determinazione i problemi”. “Non è stato garantito il pluralismo”. “E’ stato violato il rispetto istituzionale”. “La destra si esercita in annunci improvvisati”. “Le contraddizioni interne alla maggioranza ci impediscono di sottoporre un progetto credibile”. E così via. E poi, il veltroniano – che dice che la destra nasconde la verità, che vede nani e ballerine in ogni redazione, che dice che Cappon il suo lavoro lo fa, che dice che Saccà va condannato ma non ha capito bene perché – non vorrebbe essere “vittima della lottizzazione”. Dice che non ha mai parlato con il conduttore Giorgino, dice che non ha mai sbirciato il Grande Fratello e dice che un giorno ha temuto che “Uno due tre stalla” fosse un programma di Rai Uno. Per quanto lo riguarda, inoltre, lui non accetta quella descrizione. Quella classica, quella del veltroniano che in Rai ha il gessatino, la cravatta alla Mourinho, il giornale stropicciato, il capello un po’ schiacciato, gli occhiali alla Sassoli, il sorriso alla Mannoni e lo stile alla Dandini. E ancora, il veltroniano non capisce che cosa c’entri con la Rai Follini, non capisce perché alla Rai non ci va Bettini e, infine, vedendo ancora insieme Tremonti e Letta, Veltroni e Berlusconi, non capisce in che senso da qualche parte ci sarebbe una “nuova stagione”. Il veltroniano, aridatece er Caimano, ha letto – anche se non può dirlo – tutti gli ultimi distensivi libri di Travaglio – “ll bavaglio”, “Regime”, “Mani Sporche”, “Inciucio”, e un’altra dozzina di utilissime sentenze rilegate. Il veltroniano, però, a volte è atipico e a volte è anche un po’ disorientato. Perché il veltroniano è anche l’eterno candidato che diventa eternamente inadeguato. Il veltroniano è anche quello che non è mai stato comunista e che in Rai dice che gli conviene dire di essere un semplice socialista. Il veltroniano è anche quello che dopo la prima caduta del governo Berlusconi ha festeggiato, ma poi c’ha ripensato. Perché sperava che con l’arrivo dei nostri arrivasse la svolta e invece la svolta non è arrivata e lui è finito come sempre e con il suo programma che la sera finisce ancora un po’ prima di mezzanotte. E poi, ancora, è quello che ha intervistato una volta Prodi – e l’ha fatto per primo, l’ha fatto al Tg1 – ed è anche quello che poi, in gran segreto, quando il Prof. ha perso, ha scritto a tutti i colleghi un famoso messaggino con tre paroline e tre punti esclamativi. Libertà! Libertà! Libertà! Ma il giornalista veltroniano, in alcuni casi clamorosi, può essere ancora più atipico. Perché – e in Rai ce ne sono in molti – è anche quello che era veltroniano ancora prima che arrivasse il veltronismo e che quindi, ora che è deluso per non dire rassegnato, ci ha messo un attimo a diventare dalemiano. Poi c’è quello non atipico, quello che la W. la sente fino al midollo, quello che dice di non essere sfiduciato, quello che dice che aspetterà ancora il suo turno, quello che dice di essere motivato, quello che dice di pensare a una tv senza tessere, a una Rai liquida, a una televisione leggera. E’ lui quello che ti parla solo di piani industriali, è lui che ti descrive scenari fatti di infinite reti digitali. Il veltroniano perfetto – che ha i capelli bianchi e il taglio un po’ a caschetto – considera la Rai un “grande strumento a sostegno della modernizzazione”. Dice di non aver mai scritto una fiction, dice di non essere riuscito ad aggiornare il suo blog, dice che sulla Repubblica vorrebbe leggere Fortebraccio, dice che non ha capito se le elezioni le hanno vinte gli altri o siamo noi quelli a cui hanno fatto il culo. Dice che non ha capito in che senso ci servono cinque milioni di firme, non dice mai di aver scritto più libri di quanti ne ha letti e poi dice di non aver capito da che parte sta Giorgino. Dice che vorrebbe essere valorizzato – e non, dunque, lottizzato – dice che alla Rai servirebbe una riforma, dice che il cda andrebbe cambiato, dice che il consiglio andrebbe azzerato, dice che qui ci vuole un nuovo presidente, dice che qui ci vuole una nuova vigilanza epperò – per quanto sia necessaria una opposizione dura! E senza paura – non ha ancora capito in che senso Orlando c’entrerebbe con i valori.
***
Il redattore-ebbasta co’ sta storia del Caimano è silenzioso, è prudente, è misurato e ha letto la maggior parte dei libri che lui stesso risulta aver firmato. Non ama la lottizzazione e non la chiama mai per nome. Ti dice che in Rai il problema non è mai politico ma che, piuttosto, si tratta solo di una questione “industriale”. Vede comunisti in ogni dove e li vede alla Rai, all’Usigrai, alle mense e in redazione. Dovunque, tranne che tra i colleghi del Pd. Il redattore-ebbasta co’ sta storia del Caimano, riconosce il veltroniano nei corridoi perché è quello che cammina con la mazzetta, è quello che passeggia con i giornali stropicciati, è quello che lo senti parlare a mensa di “supremazie antropologiche”, è quello che ogni tanto ti confessa che Veltroni si incazza con Riotta – ché il leader del Pd non sopporta un audio senza volto o un servizio con una singola foto. Il cronista che non ha paura di essere considerato berlusconiano è quello smaliziato che ti racconta tutto quello che succedeva nei giorni prima e quello che succedeva nei giorni dopo. Tra un’elezione nazionale e un ballottaggio locale. E’ quello che ricorda, a pochi giorni dalle elezioni, le lunghe file di fronte agli uffici del direttore e di fronte alle stanze del caporedattore. E’ quello che ricorda tutti quei colleghi di fede contraria che improvvisamente provarono a far di tutto per passare di qua. E i passaggi di fede, per non dire di proprietà, si vedono quando sei in fila dal direttore. Si vedono nelle mense fuori dalla redazione. Si vedono la mattina prima e dopo una trasmissione. Si vedono con il cronista conduttore che in tempi prossimi alla lottizzazione sta molto attento alle parole e parla poco di nuova stagione – preferisce chiamarla semplicemente “una nuova situazione” – e ti confessa che lui non aveva dubbi, che Napoli non è mai stata così bella e che oggi serviva proprio un gran comunicatore.
“Io so’ sempre stato dei vostri, diretto’!”.
Il cronista, ebbasta co’ sta storia del Caimano, è anche quello che negli anni ha imparato a conoscere il profilo del candidato che già da oggi, in Rai, è sostanzialmente un mezzo trombato. Lo riconosce subito. E’ quello che parla e poi non piglia. E’ quello che promette e non mantiene. E’ quello che ti si avvicina e ti dice “Dotto’! Mo’ tocca a me!”, e che in tempi di spoils system ci mette poco a non demonizzare il gran lottizzatore e ci mette poco a dire che, Lui, è sempre stato in fondo un gran comunicatore. “Il Parlamento – ti spiega – non mi spaventa che sia azionista di riferimento della televisione pubblica”. Evviva! Evviva la lottizzazione! E poi, il berlusconiano – che crede ancora nella cordata, che non ha mai amato Moretti, che non ha mai letto un’intercettazione, che non ha mai sbirciato su Dagospia e che l’ha sempre detto che quel Brunetta lì… – ti spiega esattamente come funziona il processo dell’allontanamento. O meglio. Del riposizionamento. Ti dice che c’è un esempio e ti dice che è un esempio biondino, che ha il cognome che sembra un diminutivo e che ieri stava con noi e che oggi sta invece un po’ più al centro. E il passaggio si formalizza con una dichiarazione. Magari con un’allusione. Certe volte basta una specifica posizione. Perché basta arrivare alla mensa e sedersi in un altro tavolino. Basta cominciare a bere il caffè dove sai che i compagni non ti starebbero vicino (un esempio, in Viale Mazzini, è il bar e quelle mattonelle vicino al balconcino). E spesso basta scegliere di fumare una sigaretta accendendola non nel cortile – che è più democrat che Cav. – ma di fronte a quell’ingresso con il cavallino. Di là ci sono i compagni, di qua invece no. Ma il cronista – ebbasta co’ sta storia der Caimano! – ragiona ormai solo con logica bipolare. Vede solo maggioranza e opposizione, vede solo Pd e Pdl e, prima delle elezioni e prima dei consigli di amministrazione, sa che ci sarà sempre un politico che ti chiamerà perché nei servizi vuole che il suo audio sia accompagnato dal video, vuole che nel pastone la sua voce sia prima di un altro e chiede – se proprio deve essere rispettata la par condicio – di scegliere le voci più incazzose tra quelle dell’opposizione.
“E ricorda: quelli che litigano devono essere sempre gli altri!”. Inoltre, il cronista che non ha paura di essere chiamato berlusconiano e che a pranzo preferisce accontentarsi di una semplice coppa di gelato, si chiede come mai i comunisti sono rimasti solo in Rai e come mai solo in Rai ci sono ancora giornalisti che possono fare campagna elettorale, che possono andare in piazza, che possono presentare il proprio candidato premier e che possono considerarsi imparziali anche quando, con il microfono in mano, un giorno – davanti al pubblico – dicono “signori qui dobbiamo disinfestare la piazza che fino a ieri c’è stato il nano!”. Mentre poi, zitti zitti, il giorno dopo si mettono in fila dal direttore e dal caporedattore. “Io so’ sempre stato dei vostri, diretto’!”.
***
Il tintinnante condottiero dei valori, in Rai, è un comunista un po’ più accigliato ed è un lottatore che sognava la falce e il martello e che adesso si ritrova invece con una trebbia di governo. Non vuole inciuci e non vuole regimi. Fosse per lui, all’Onu vorrebbe Marco Travaglio, alla Caritas Di Pietro, all’Intelligence Giulietto Chiesa e alla Rai tutti i tre della famiglia Guzzanti. Dice che avrebbe letto volentieri i romanzi di Camilleri ma non ha mai superato la sindrome “deficit da Travaglio”, ché, sommando le ultime opere scritte dal grande giornalista dei valori, il cronista dipietrista si ritrova spesso a leggere più o meno seimila pagine di libri tintinnanti. Epperò quanto è bravo sto’ Camilleri, signo’! Il condottiero dei valori – che ti dice che in fondo lui è la vera anima dell’azienda – è poi anche quello che dice di avere le conoscenze giuste. E’ anche quello che, se serve una carta, sa dove cercare e dove trovarla ed è anche quello che – pur non apprezzando la lottizzazione – a lottizzare dice che ci penserà da sé. E allora evviva la revolución! Evviva il compagno Leolucà!
E se gli chiedi, al compagno dei valori, chi è il più veltroniano dei veltroniani lui ti parla degli occhialetti di Sassoli. E se gli chiedi chi è il più berlusconiano dei berlusconiani lui ti parla della vicedirezione di Maurizio Ciarnò. E se gli chiedi di D’Alema lui ti dice che in Rai il dalemismo è “un dato trasversale”. Un po’ di qua e un po’ di là. E se gli chiedi come finirà lui ti dice che tutto sarà in un inciucio, che non ci sarà alcun candidato dei valori, che alla Vigilanza finirà a schifio e che non ci sono le prove ma i fatti ci sono eccome. Per questo, la presidenza Rai andrà a un veltroniano – al massimo a un rutelliano – e la vigilanza – ahilui! – sarà terreno fertile per un bravo dalemiano. Poi, il dipietrista giornalista dei valori, prende e ti fa la mappa del potere. Ti dice che sono sei anni che in Rai cambia poco o nulla, che a Rai Uno il nome giusto potrebbe essere quello di Minoli e che dipendesse dai berlusconiani – che i condottieri dei valori conoscono meglio dei veltroniani – oggi ci sarebbero due nomi che valgono più degli altri. Quello di Lorenza Lei, una cattolica che piace anche a Casini. Quello di Gianfranco Comanducci, vicedirettore della Divisione uno. Quello di Giuliana Del Bufalo, che non dispiace al ministro Tremonti. E poi, ti spiegano, per il Tg1 ci sono i nomi di Pierluigi Battista e di Maurizio Belpietro. Al Tg2 ancora quello di Mauro Mazza (o al massimo Pasquale D’Alessandro). Al Gr – e forse al tgr – finirà la Lega. Il Tg3 rimarrà rosso, non rimarrà a Paolo Ruffini e forse arriverà Francesco Pinto (direttore del centro Rai di Napoli). Poi, ti spiegano ancora, alla presidenza bisogna stare attenti, perché Stefano Parisi – l’amministratore delegato di Fastweb per il quale Goffredo Bettini e Gianni Letta avrebbero già trovato un accordo – non è un uomo di cui il Cav. si fida del tutto. Perché dipendesse da lui, al posto di Claudio Petruccioli, ci vedrebbe bene il dottor Guido Resca (*1). Poi, il dipietrista – che ha una storia complicata, che è stato comunista, che è stato pidiessino, che ha militato nella Rete e che però ci tiene a dire che non è mai stato dei Ds – ti fa il suo ragionamento. Ti dice che il bipolarismo è la rovina della lottizzazione. Ti dice che al voto utile corrisponde il giornalista utile, che al voto non utile corrisponde il giornalista non indispensabile, che non capisce cosa c’entri Giorgino con Casini e che non capisce lo strano caso del cronista con la targhetta Udc. Che è all’opposizione, che in Sicilia si sente di governo, che nel Lazio è in confusione e che a Bologna, ormai smarrito, crede ancora Follini sia tra i nostri. Ma il condottiero tintinnante dei valori – che sa come andrà a finire, che sa che né il 29 né il 31 verrà eletto nessuno alla Vigilanza – sa che c’è qualche dipietrista che ha pronte le carte giuste, che promette che se Orlando non avrà la Vigilanza all’improvviso, giù in Sicilia, c’è chi è pronto a combinare pasticci, e c’è chi è pronto a dimostrare che – in certi casi – i valori giusti fanno sempre quel rumorino lì. Anche se in fondo si tratta di Rai. E’ proprio come le noccioline. Non riesci a smettere. Tin-tin.
Claudio Cerasa
26/7/08
*1 (In realtà Resca alla fine potrebbe andare non alla presidenza ma alla direzione generale)
venerdì 20 giugno 2008
Il Foglio. "Marini pensa a come allontanarsi da W., ma il CaW non è finito"
europea, più che il dibattito sull’effettivo peso di correnti
e fondazioni, e più che tutti i retroscena sul possibile
successore di Romano Prodi (la cui scelta potrebbe slittare
a fine anno), c’è un aspetto che più di ogni altro rischia di
dare un contributo notevole al logoramento della leadership
di Walter Veltroni. Così, nelle ore precedenti alla convocazione
odierna dell’Assemblea nazionale del partito, tra
i segnali minacciosi registrati dal segretario del Pd quello
più pericoloso riguarda senz’altro Franco Marini. Racconta
un parlamentare del Pd che da qualche settimana l’ex presidente
del Senato considera quella di Veltroni “un’esperienza
destinata a volgere al termine”. Il punto è che il filo
che fino a qualche tempo fa legava il triangolo formato dagli
ex Popolari non è più così unito come un tempo: Giuseppe
Fioroni e Dario Franceschini continuano a investire sulla
“nuova stagione” e per non perdere capacità d’azione da
tempo provano a trasformare Marini in semplice padre nobile
del partito. Dall’altro lato, però, Marini (che difficilmente
sarà presidente del Pd) è intenzionato a non farsi mettere
da parte e per non trovarsi impreparato alla possibile
successione del segretario ha scelto di intensificare i sui
rapporti con Massimo D’Alema. Anche per questo, l’onorevole
Nicodemo Oliviero, uomo fidato di Marini, è presente
nelle liste dei parlamentari iscritti alla Fondazione ItalianiEuropei
e non è un mistero che il dialogo con l’ex ministro
sarà favorito anche grazie alle idee condivise a proposito
di riforma elettorale. Marini e D’Alema la vogliono riscrivere
in tedesco e W. invece no. Ma nella dolce rottura tra
gli azionisti di maggioranza del Pd c’è dell’altro ed è anche
qualcosa in più che una coincidenza: perché nella stessa sera
in cui gli ex Ppi del Pd si preparavano per l’Assemblea
di oggi e domani, Marini era invece da tutt’altra parte, a cena
con Francesco Rutelli a discutere di Europa. Sarebbe
sbagliato parlare di vera rupture, ma come spiega un senatore
del Pd “tra gli alleati più fedeli alla linea del segretario
oggi c’è qualcuno come Marini disposto a non difendere
più Veltroni in modo incondizionato ”.
Movimenti del CaW. E’ vero: pochi giorni fa era stato Walter
Veltroni a spiegare con toni definitivi che con Silvio Berlusconi
“il dialogo è finito”. Non c’è dubbio che nelle prossime
settimane il segretario del Pd farà la parte di quello duro
nei confronti del leader della maggioranza, ma dall’altra
parte è difficile contestare che il motore del CaW abbia ormai
innescato una serie di processi per certi versi irreversibili.
E non saranno pochi i casi in cui ci si ritroverà di fronte
a inevitabili parlamentari inguacchioni. In fondo, dopo
aver ricevuto tra martedì e mercoledì al Quirinale sia Veltroni
sia Berlusconi, il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano ha lanciato un messaggio chiaro ai leader della
maggioranza e dell’opposizione e ha chiesto di non tradire
quel clima nuovo di dialogo parlamentare costruttivo. Su che
cosa? Il CaW proverà a ricompattarsi partendo dalla Rai e
molto dipenderà dalla disponibilità che il centrodestra offrirà
sulle nomine della presidenza, del cda e della Vigilanza
(ieri la maggioranza ha però respinto la candidatura di
Leoluca Orlando dell’Italia dei valori). Per il resto, come
spiega al Foglio Ermete Realacci ministro ombra del Pd, “ci
sono dei terreni su cui un rapporto tra maggioranza e opposizione
è indispensabile quali che siano i rapporti e le condizioni
del dialogo. Posso dire che il Pd avrà un atteggiamento
costruttivo non soltanto sulle riforme istituzionali, ma anche
sulla riforma elettorale europea, sulla questione dei rifiuti
e sulla sicurezza. L’opposizione non avrà uno stile ispirato
al tafazzismo e non diremo di no a tutte quelle leggi che
negli ultimi mesi abbiamo dimostrato di condividere”. Sulla
Finanziaria, dice Realacci, “dovremo valutare punto per
punto un testo che ancora non conosciamo”. Ma chissà che
anche per il pacchetto Tremonti non valgano le parole usate
da W. due giorni fa: “Faremo un’opposizione dura ma non
torneremo al passato”.
Claudio Cerasa
20/06/08
lunedì 26 maggio 2008
Il Foglio. "Veltroni al nord (da Formigoni). Il CaW va forte anche a Milano, ma con W. vuole trattare Bossi"
Sicurezza, dunque, e poi giustizia, nucleare, welfare e soprattutto federalismo. Si è parlato di questo nel secondo Cdm parallelo del gabinetto ombra. Il segretario del Pd ha inoltre aperto in maniera forte sul tema delle riforme federali e lo ha fatto in un giorno particolare, concluso con l’incontro con il presidente della provincia (Filippo Penati) e cominciato con un colloquio con il governatore Roberto Formigoni. Se è vero che la posizione del Pd, anticipata al Foglio dal ministro ombra per le Riforme Sergio Chiamparino, è contraria al modello proposto dalla Lombardia (“Un testo che spacca il paese”), è anche vero che Veltroni non ha alcuna intenzione di stropicciare troppo il mantello del CaW. Con un piccolo gioco di prestigio grazie al quale W. non boccia almeno a parole il modello lumbard, lo shadow premier alla fine l’ha messa così: “Il federalismo verrà affrontato a partire anche dal lavoro svolto in Lombardia”. Anche.
L’incontro tra segretario e governatore è stato però seguito dai leghisti con occhio vigile e sospetto; dopo che il capogruppo della Lega alla regione (Stefano Galli) aveva minacciato su questo giornale il voto anticipato contro Formigoni, il Pdl ha risposto con il consigliere Paolo Valentini: “Galli vuole anticipare le elezioni? Noi siamo pronti: la Lega prenda una posizione chiara, ritiri gli assessori e presenti una mozione di sfiducia. Vedremo se sarà davvero pronta a seguire il capogruppo”. Il rischio di voto anticipato – ci spiega il consigliere Romano La Russa – è “per il momento prematuro”. La Russa, che nel Pdl arriva da esponente di An, dice di essere “stupito dalle frasi dei leghisti” e si chiede perché “la Lega voglia dare questa accelerata alla successione alla presidenza quando è proprio con Formigoni che il federalismo ha fatto passi in avanti”. La Russa aggiunge che nel futuro della regione per la presidenza, oltre a Formigoni e Lega, “si dovrà tenere conto anche del peso che An ha in Lombardia”. Certo è che, a livello nazionale, nel gioco di sponde tra centrodestra e centrosinistra sul federalismo, Lega, Pd e Pdl non sembrano essere così distanti. I ministri Umberto Bossi e Giulio Tremonti e il sottosegretario alle Riforme Aldo Brancher avevano parlato a lungo con Chiamparino (incontro definito “utile” da Bossi) ed era stato lo stesso W. a dire che, nonostante il caso Retequattro, “il dialogo sulle riforme non è in pericolo”. A questo proposito, il deputato leghista Matteo Salvini, parlando con il Foglio, apre in modo significativo al Pd. “Il dialogo è assolutamente doveroso e necessario per una questione di serietà. Questa è un’occasione storica; perché sulla carta il nord ha supporter trasversali almeno per il 90 cento e perché almeno a parole tra i colleghi dell’opposizione oggi non se ne trova nemmeno uno che su questo tema non voglia raggiungere una soluzione assieme a noi”.
Claudio Cerasa
24/05/08
venerdì 16 maggio 2008
Il Foglio. "Così W si crea il ruolo di interlocutore unico a destra e a manca"
Roma. Walter Veltroni incontrerà oggi a pranzo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e quando il leader del Partito democratico salirà al primo piano di Palazzo Chigi lo farà con una leadership più solida di quella che il segretario aveva percepito attorno a sé negli ultimi giorni. Ieri, per la prima volta, il Pd ha discusso a porte aperte del risultato delle ultime elezioni e per oltre un’ora Veltroni ha declinato le strategie che il partito seguirà nei prossimi mesi. Un partito che a prima vista sembra essersi cucito addosso un abito un po’ diverso e che certamente è uscito un po’ ritoccato dalla riunione di ieri (circa 150 persone tra segretari, parlamentari e sindaci). L’organismo di coordinamento del Pd è stato infatti allargato anche a Giorgio Tonini, Rosy Bindi e Vannino Chiti e l’ex ministro Giuseppe Fioroni, responsabile dell’organizzazione del partito, avrà da ora in poi lo stesso ruolo di peso che fino a pochi giorni fa aveva Goffredo Bettini. Veltroni, pur ricordando che la sconfitta del Pd va ricercata in alcuni comportamenti dell’ultima coalizione di governo (W. ha insistito molto sull’indulto), ha dedicato comunque cinque secondi di applauso a Prodi e ha ricordato, poi, che a suo avviso l’Italia non è però pronta per auspicare un bipartitismo perfetto come quello americano. Il punto più significativo del lungo intervento di Veltroni è, a pensarci bene, quello che riguarda le alleanze. Veltroni ha rilanciato la sua idea di vocazione maggioritaria e ha portato ancora un po’ di carburante al motore del CaW (verso il dialogo con Berlusconi, dice il segretario, “è sbagliato avere un atteggiamento di imbarazzo”). Ma, lasciando intendere di non avere alcuna intenzione di farsi scavalcare da nessuno nel gestire i rapporti del Pd con la sinistra rimasta fuori dal Parlamento, W. dice anche che nel futuro del partito ci potranno essere delle alleanze con la “sinistra radicale”. Magari già dalle prossime elezioni amministrative. “La politica delle alleanze – dice Veltroni – significa espandere la nostra rappresentanza nel paese. Io sogno di lavorare con intelligenza e umiltà, senza assegnare a nessuno dei ruoli, per cercare convergenze politico-programmatiche già sul territorio”. Le parole di Veltroni sono meno dure di quelle che il segretario del Pd aveva utilizzato prima delle ultime elezioni. Ma che la vocazione maggioritaria prevedesse una certa elasticità lo si era già capito dal giorno in cui, nel corso della campagna elettorale, a Spello, Veltroni aveva spiegato che il Pd non doveva correre solo ma bensì libero. “Il nostro impegno è dialogare con la sinistra radicale a partire dalla nostra posizione riformista. Non possiamo prescindere – ha detto W. – dalle voci critiche della società e non possiamo lasciare la protesta senza ascolto e senza voce. Il problema è quello di non dar vita più a coalizioni contro ma di lavorare con intelligenza e umiltà”. Una marcia indietro? Probabilmente no. Perché se è vero che le frasi del segretario del Pd sono simili a quelle utilizzate qualche giorno fa da Massimo D’Alema (“La più grande forza dell’opposizione deve stabilire un buon rapporto con tutte le forze d’opposizione al governo, anche per le elezioni locali”, aveva detto D’Alema), il senso delle parole di Veltroni a proposito di alleanze e autosufficenza lo ha riassunto bene un Piero Fassino sempre più sensibile al pensiero di W. “La pretesa di autosufficienza spesso è contraria a una vocazione maggioritaria”, avrebbe aggiunto Veltroni, prima di concludere il suo discorso e ascoltare le parole di Fassino. “La questione delle alleanze – ha detto l’ex segretario Ds – Veltroni l’ha posta in modo corretto. Non dobbiamo avere nostalgia delle alleanze di ieri, nessuno pensa che si può tornare indietro”. Così anche Franco Marini: “Il principio delle alleanze non può essere un grimaldello per ridefinire il profilo del Pd”. Veltroni, prima di ricordare che la spina dorsale del partito sarà costituita in futuro anche dalle fondazioni legate al Pd, ha pure detto che il partito liquido è un’espressione “astratta che non ha mai fatto parte del nostro vocabolario”. Ma è il rapporto con la sinistra che darà un peso diverso agli interventi dei relatori del Pd. D’Alema, a fine giornata, dirà che Veltroni “ha usato le mie stesse parole”; a questo proposito il primo passo che W. farà per aprire a sinistra, o forse “inglobare”, sarà l’incontro di lunedì con il leader della Sd Claudio Fava. Certo è che, comunque la si voglia mettere, il Veltroni visto ieri sarà anche un po’ meno liquido con le parole ma il messaggio che il segretario ha lanciato al partito è chiaro. Perché dopo essersi visto riconoscere dal Cav. come il leader con cui dialogare sulle riforme, ieri W. ha ricordato che anche nel dialogo con la sinistra radicale l’interlocutore è solo uno e si chiama Veltroni. E visto che Veltroni ha ricordato che oggi con il Cav. si parlerà anche di legge elettorale europea, l’impressione è che non soltanto la sinistra avrà difficoltà a ricattare W. ma che per non scomparire del tutto con il segretario l’Arcobaleno dovrà davvero cominciare a parlarci un po’ di più.
Claudio Cerasa
16/05/08
martedì 13 maggio 2008
Il Foglio.it "Sicurezza ombra. Minniti e Tenaglia per incalzare il governo s’ispirano pure al modello Essex. Disegno di legge pronto"
Roma. Ieri pomeriggio, il governo ombra del Partito democratico ha riunito i suoi ventuno ministri alla Camera dei deputati e il primo punto selezionato dall’agenda dello shadow cabinet è stato quello della sicurezza. Sull’argomento, Marco Minniti, ministro ombra dell’Interno, e Lanfranco Tenaglia, ministro ombra della Giustizia, spiegano al Foglio quale sarà la linea del partito sulle possibili proposte che la maggioranza proporrà nel primo Consiglio dei ministri e dicono che sul tema della sicurezza la linea dell’opposizione è chiara. Il Pd ha intenzione di dialogare con il governo e proverà a incalzare l’esecutivo anche con quella teoria del “frame and shame” già applicata con un certo successo dalla polizia inglese nell’Essex. Inquadrare i criminali, svergognarli, rompergli le scatole. L’idea del “frame and shame” ai due ministri ombra non dispiace affatto e proprio ieri Tenaglia ha depositato alla Camera un disegno di legge sulla sicurezza dalle sfumature molto anglosassoni. Ecco perché.
Le premesse fatte ieri dai due ministri ombra del Pd sono simili e lasciano ben sperare: Minniti e Tenaglia dicono di voler “collaborare” e di essere “disponibili al confronto con la maggioranza”. Certo, Minniti ha precisato che, a proposito di uno dei temi che rientrerà nel prossimo pacchetto sicurezza, ci sono aspetti sui quali difficilmente si troverà in sintonia con il ministro dell’Interno Roberto Maroni: l’ex viceministro del Pd ha detto che a suo avviso non è il caso di parlare di reati di immigrazione per i clandestini; che l’equazione “clandestino-immigrato uguale criminale” è molto pericolosa; e che tra i temi centrali dello shadow cabinet ci sarà quello di ristabilire subito l’effettività degli accordi tra l’Italia e la Libia. Ma ragionando con i due ministri ombra su come il Partito democratico imposterà la sua battaglia sulla sicurezza ci sono alcuni aspetti interessanti che Minniti e Tenaglia anticipano al Foglio e che potrebbero trovare interlocutori curiosi nella maggioranza. L’idea di un’opposizione pronta a incalzare su questi temi il nuovo esecutivo a Tenaglia e a Minniti piace. Piace l’idea del controllo del territorio, del contatto diretto con i criminali e della polizia molto attiva contro teppisti e malfattori. In Inghilterra si chiama “frame and shame” e, nella contea dell’Essex, Scotland Yard ha cominciato a fare una cosa semplice: molestare i delinquenti. Dice Tenaglia: “Denunciare preventivamente i comportamenti antisociali dei criminali è un atteggiamento giusto da cui si deve partire. Per quanto mi riguarda, garantire la sicurezza significa rafforzare le autorità che come la polizia quella sicurezza la devono garantire. Ecco perché la proposta inglese dell’Essex e l’idea di rendere la vita difficile ai criminali – rafforzando la presenza dello stato sul territorio – è un’ipotesi interessante in linea con l’impostazione che il Partito democratico ha sull’argomento”. A questo proposito, Tenaglia ieri ha fatto di più; e poco prima che lo shadow cabinet si riunisse ha depositato un disegno di legge alla Camera che ha questo titolo: “Istituzione di zone a protezione rafforzata”. “Il senso della proposta – spiega Tenaglia – è quello di stabilire aree in cui la polizia possa esercitare il proprio controllo sul territorio in maniera più forte. Stabilendo delle zone a protezione rafforzata (come scuole e uffici postali) dove i reati commessi saranno più gravi che quelli commessi altrove; e dove, intensificando i controlli anche con nuovi mezzi tecnologici, sarà possibile stare ancor di più con il fiato sul collo dei criminali”.
Marco Minniti due giorni fa ha già parlato a telefono con Roberto Maroni di sicurezza e oggi dice al Foglio di essere molto interessato a stimolare la maggioranza con il modello del “frame and shame”. “Certo, quella dell’Essex è una proposta che va approfondita, ma dire che uno degli obiettivi del governo ombra sarà quello di non dare tregua ai criminali direi che è corretto. Il controllo del territorio per individuare e colpire preventivamente la criminalità è in effetti in cima alla nostra agenda sulla sicurezza. Ma la nostra idea per far mettere pressione a chi non rispetta la legge è anche un’altra: è quella di costituire una banca dati in grado di individuare i delinquenti abituali prima che questi commettano reati. Un modo per far così sentire la presenza delle forze dell’ordine in maniera permanente nell’habitat naturale dei delinquenti vari che proporremo quanto prima al ministro Maroni. Quello dell’Essex – continua Minniti – è un modello convincente. Sarebbe un esperimento interessante anche per l’Italia se solo qui da noi una maggiore capillarità delle forze dell’ordine ci permettesse di seguire i malviventi anche nella loro quotidianità. Ecco, proprio perché in Italia manca la figura del poliziotto di contea (che nel Regno Unito invece esiste eccome), una proposta che rilanceremo nelle prossime settimane sarà quella del ‘patto per la sicurezza’: rafforzare i poteri dei sindaci e dare maggiore peso alle funzioni di poliziotti di quartiere. Resta il fatto che l’Essex è un ottimo esempio da cui partire e che riassume bene l’impostazione che il Pd avrà sul tema sicurezza: rompere le scatole ai criminali. Il nostro governo ombra comincerà a lavorare anche da questo”.
Claudio Cerasa
13/05/08
mercoledì 30 aprile 2008
Il Foglio. "L’agenda Panebianco punta ancora sul CaW"
Ieri mattina, il segretario del Pd ha già dato un piccolo strattone al mantello impolverato del CaW (“Finora – ha detto W. – non c’è stato nessun dialogo da centrodestra”). E prendendo spunto dalla prime ore di nuova legislatura, Panebianco dice che il leader del Pd è ancora il ponte di dialogo giusto per Berlusconi. Così, se Francesco Giavazzi aveva declinato una sua agenda economica, anche Panebianco oggi ne ha una sua. L’agenda CaW. “Proprio perché Berlusconi è forte dovrebbe interessarsi a non umiliare l’opposizione e a cercare ogni elemento di dialogo. Berlusconi ha sempre avuto una grande potenza elettorale e una forte debolezza istituzionale; e passati i cento giorni di luna di miele arriverà la dura opposizione organizzata della società. Dunque, senza Veltroni, Berlusconi avrà difficoltà a riformare politica estera e giustizia; a riscrivere la legge elettorale, a dialogare sul welfare, a rivoluzionare la pubblica amministrazione e a prevenire l’onda d’urto delle corporazioni che verranno colpite dal governo e a capo delle quali ci sarà presto l’opposizione”. Ma, secondo Panebianco, il filo del dialogo non si spezza solo se nel Pd rimane Veltroni. “Dal clima costituente, Veltroni potrebbe avere la possibilità di ridisegnare le regole del gioco, mantenendo l’immagine di forza moderata che ha costruito con la sua buona campagna elettorale e candidarsi per la volta successiva a fare quello che non è riuscito a fare questa volta, sfondare al centro. Il Pd non ci guadagnerà nulla delegittimando il segretario; e per questo, se i due leader non riusciranno a dialogare ci perderà la sinistra, perché quella di questo Pd è l’unica linea plausibile nel lungo periodo; ma ci perderà anche Berlusconi, perché non avrà più una sponda con cui fare le cose che si devono fare nel nostro paese”. Si potrebbe cominciare dalla sicurezza, conclude Panebianco; e visti i segnali arrivati ieri e viste le proposte di dialogo arrivate da sinistra dal veltroniano Achille Serra (ex prefetto di Roma e deputato di Forza Italia nella tredicesima legislatura) chissà non sia proprio questa la strada giusta da cui partire.
Claudio Cerasa
30/04/08
venerdì 18 aprile 2008
Il Foglio. "Caw, regia di Goffredo Bettini. L’architetto del loft svela il codice in comune con Letta e le prossime mosse di W"
Hanno continuato a stuzzicarsi anche ieri sulle presidenze delle Camere, sulla nomina del commissario europeo e sul possibile sostegno dell’Udc per la corsa al Campidoglio. Silvio Berlusconi e Walter Veltroni faranno a spallate in pubblico ancora un po’, ma già da qualche giorno nel motore silenzioso del CaW gli ingranaggi diplomatici hanno ricominciato a funzionare con una certa efficienza. W ha chiesto a Goffredo Bettini di rimettere insieme i fili della vocazione maggioritaria della nuova stagione; e già da martedì il coordinatore della fase costituente del Pd è tornato a ridisegnare il perimetro del CaW con la metà diplomatica del Cav, Gianni Letta. Parlando con il Foglio dell’evoluzione possibile del Pd, del dialogo con Casini, dei nuovi volti della nuova stagione, del suo rapporto con Letta e delle ragioni che hanno portato alla vittoria di Berlusconi, Bettini entra nel cuore della teoria del doppio colpo in canna (da lui teorizzata) e spiega da dove ripartirà il dialogo con il prossimo presidente del Consiglio. “La vera questione – dice Bettini – è quella che riguarda le riforme istituzionali e il cammino comune sulle regole del gioco: riduzione dei parlamentari, costi della politica, poteri del primo ministro e riforma elettorale. Sulla riforma avevamo raggiunto quasi un accordo in Parlamento e anche con Berlusconi. Si potrebbe ripartire da lì. Se poi ci dovessero essere ulteriori passi in avanti in direzione del modello francese, per noi va benissimo. Il nostro modello di riferimento è questo. E’ il francese. Ed è un modello che a mio avviso unisce il Pd”. Bettini, smentendo che ci possa essere stato un incontro tra il Cav e W (semmai potrebbero essersi incrociati martedì al compleanno di Gianni Letta), conferma che per far ripartire il motore del CaW servirebbe un segnale. “In questo caso è il vincitore che deve dare per primo un segnale politico. Per esempio si potrebbe partire dalla nomina del Commissario europeo: D’Alema, Bonino e Fassino sono dei nomi ottimi. Detto questo, a proposito di futuro del Pd, io prevedo che Walter guidi il partito per tantissimi anni e che continui a portare nel Pd lo stesso sforzo di innovazione programmatica che ha avuto, per esempio, Tony Blair. Ma oggi nel Pd è importante capire una cosa: dobbiamo imparare a fare squadra. Tutte le grandi classi dirigenti erano squadre. Anche nella vecchia Dc e nel Pci tutti avrebbero potuto fare i primi. Ecco: qualcuno mi vuole dimostrare che il non essere stato segretario di partito ha offuscato il ruolo di Ingrao, Amendola o Bufalini? Per carità! Invece di preoccuparsi di fare i primi oggi – sorride Bettini – bisognerebbe preoccuparsi di produrre qualcosa che resti. Io credo che nel Pd ci siano grandi dirigenti che avranno un’influenza molto forte anche al di là dei posti che occupano e che verranno evidentemente utilizzati anche nelle posizioni di prestigio che dall’opposizione potremmo avere. Ma non è essenziale il problema dei posti. Per questo, credo che il Pd, per crescere ancora, dovrà avere un organismo di direzione collegiale. Una direzione politica. Una sede con 50 persone che possa diventare un vero organismo di indirizzo politico”. Bettini fa anche qualche nome interessante.
Bettini vedrebbe bene nel futuro del Pd, per esempio, un Nichi Vendola e un Pier Ferdinando Casini? “Beh, io dico che pur seguendo lo sviluppo della discussione negli altri partiti, nel Partito democratico un grande spazio per la sinistra più radicale è semplicemente ‘naturale’, come succede in tutti i partiti alternativi alla destra nelle democrazie occidentali. E lo stesso discorso vale per Casini. La cosa sbagliata, in questo momento, sarebbe però precipitare in manovre politiche frettolose che non sarebbero comprese né dall’elettorato dell’Udc né dagli elettori che hanno votato Pd. A mio avviso, la cosa comunque più probabile è che il leader dell’Udc raccoglierà con l’opposizione una serie di forze deluse dal governo di Berlusconi consolidando così la sua performance elettorale e arrivando a un partito del 7 per cento o dell’8 per cento con il quale dovranno fare i conti tutti. Compresi noi”. E se Casini un giorno decidesse di aprire al Pd? “Andrebbe verificata la convergenza sui contenuti e sui programmi. Ma figuriamoci! Mai dire mai”. Tornando sulle ragioni che hanno portato il Pd a crescere rispetto ai voti totalizzati da Ds e Margherita alle ultime elezioni ma non abbastanza da vincere, Bettini fa questo ragionamento: “Io voglio dire che abbiamo fatto come partito un risultato forte. Insediare nella società italiana la più grande forza riformista che sia mai esistita è un’operazione storica. In Italia, si sa, il riformismo ha navigato per diversi rivoli. Noi invece oggi siamo una grande forza e l’unica vera alternativa alla destra. E’ questo il grande merito di Veltroni. Certo, pensando alle ultime elezioni, il problema è stato quello che non abbiamo sfondato nella partita per arrivare al governo, ma, ripeto, abbiamo costruito una nuova realtà che va oltre la forza dell’Ulivo. (A Roma, per esempio, il Pd ha preso il 41 per cento dei voti e ricordiamo che di solito quando si mettono insieme due partiti si va invece sotto rispetto alla somma dei vecchi simboli. Noi abbiamo fatto molto meglio”). Continua Bettini: “Perché il Pd non abbia sfondato, comunque, è oggetto di una discussione. Io posso dire che, a mio avviso, si è accumulato un contenzioso, ormai da anni, tra le forze della sinistra e certi pezzi dell’elettorato popolare che non era possibile smaltire in una campagna elettorale. Ci siamo trovati di fronte a un contenzioso storico, un’immagine, un senso comune che è molto complicato smontare completamente. L’immagine della sinistra, fino a poco tempo fa, era quella del partito che metteva le tasse, che metteva i vincoli, che rendeva difficile la crescita in un paese che però funziona poco per i servizi che dà. E alla fine la gente si incazza e vota Lega. Ecco, noi non siamo riusciti a smontare del tutto questa cosa qui. Il partito non ha avuto il tempo di costruire un senso comune, una cultura, una credibilità di messaggio intorno a queste cose. Ha prevalso ancora il vecchio immaginario su di noi. Un immaginario che però Veltroni e il Pd stanno dimostrato che non esiste più”.
Bettini, parlando del futuro del Pd, dice che Di Pietro, “lealissimo in campagna elettorale”, ha ottenuto un ottimo risultato, “ma ora deve rispettare l’impegno ed entrare nel gruppo”. Per quanto riguarda la convocazione di futuri congressi, crede che a questo proposito non ci sia invece proprio nessun problema: “Il congresso rappresenterà la conclusione della costituzione del partito e deciderà l’asse della nostra opposizione e del nostro rapporto con il paese. Decideremo serenamente se vogliamo fare una discussione prima dell’ottobre 2009. Ma mi sembra chiaro che con Veltroni si è aperto un ciclo. Tutto il gruppo dirigente ha riconosciuto che Walter ha fatto una grande campagna elettorale, e una splendida rimonta, realizzando un miracolo. Ricordiamolo: queste elezioni quasi non erano previste, e solo la voglia frettolosa della destra ci ha fatto precipitare in questa avventura”.
Conclusa la fase costituente del Pd, Bettini avrà un nuovo ruolo all’interno del loft. A piazza Santa Anastasia, c’è chi non ha gradito l’intervista in cui Bettini aveva fissato l’asticella elettorale del Pd (“se il partito non raggiungerà il 35 per cento si potrà ridiscutere tutto”). Bettini nega di aver indicato quell’asticella. E semmai dice: “Ho detto che avevamo due obiettivi egualmente importanti: vincere le elezioni e costruire una grande forza riformista attorno al 35 per cento. Cosa che nella sostanza è avvenuta”. Poi Bettini ci scherza su (“Walter è l’unico che si occupa della mia salute e ogni volta che stiamo in qualche riunione, e io mi avvento sul tramezzino e sul pasticcino, solo l’autorità del segretario mi impedisce di mangiarlo. E’ l’unico. Gli altri, che probabilmente mi vogliono eliminare politicamente, usano la gola per farmi scoppiare!”). Ma dopo aver risposto a una domanda sul prossimo presidente del Pd (Sarà Marini? “Non lo so, anche se con la stima e con la simpatia che ho per Marini io gli farei fare di tutto!”), Bettini rilancia così: “Il mio compito nel Pd è stato quello di aver contribuito a costruiro. Adesso sarà quello di favorire al massimo un rinnovamento del partito che valorizzi una generazione di trentenni e quarantenni che nel corso dei mesi si è assunta una responsabilità e che ha combattuto. Parlo di forze cresciute nei territori, che hanno già dato prova di sé e che noi dobbiamo mettere alla direzione del partito. Non esiste Pd se noi non mettiamo alla testa di questo processo i nuovi protagonisti. Naturalmente ne dimenticherò qualcuno, ma qualche nome lo faccio: Andrea Orlando, Maurizio Martina, Andrea Martella, Andrea Manciulli, Salvatore Caronna, Marina Sereni, Luciano D’Alfonso, Ileana Argentin, Nicola Zingaretti, Federica Mogherini, Alessia Mosca, Ninni Terminelli e Stefano Fassina”. Bettini conclude la conversazione tornando sul suo rapporto con Gianni Letta. I due si sono conosciuti ai tempi in cui Bettini era segretario romano del Pci e l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dirigeva il Tempo. Poi i due hanno consolidato il loro rapporto lavorando fianco a fianco all’Auditorium di Roma. “Siamo due persone che amano molto, quando si dà la parola, mantenerla o che, se non la si può mantenere, lo si dica in faccia. C’è tutto un codice tra di noi. Lui ha questa capacità di lavorare e dialogare al di là degli schemi politici e ha la forza di saper cogliere nel dialogo quello che c’è di buono nell’altro”. Bettini spiega così su cosa, oltre alle riforme istituzionali, si potrà lavorare nel CaW. “Vede, Togliatti diceva ai socialisti: ‘Voi dite che con la Dc sarete in grado di fare tante cose e tante riforme. Bene. Noi vi diciamo fatele!’. Ecco: Berlusconi in campagna elettorale ha promesso delle cose, sulle pensioni, sui salari, davvero condivisibili. E così, se mi consentite una battuta, io a Berlusconi rispondo allo stesso modo: Fatele!”.
Claudio Cerasa
18/04/04
venerdì 11 aprile 2008
Il Foglio. "In morte del conflitto d’interessi"
E’ stato lo scudo preferito delle ultime cinque campagne elettorali del centrosinistra, dal giorno in cui il “principale esponente dell’opposizione” è sceso in campo, ha fondato il suo partito e ha vinto le elezioni; è stato il tratto più forte che negli ultimi anni Romano Prodi, Massimo D’Alema, Francesco Rutelli, Fausto Bertinotti, e naturalmente anche Walter Veltroni, hanno scelto per disegnare il profilo più appropriato del candidato premier Silvio Berlusconi; e lo è stato anche fino a poco tempo fa, quando la serietà, che sarebbe poi arrivata azzoppata al governo, l’aveva scritto undici volte tra le pagine del suo vivacissimo programma elettorale. Erano i mesi in cui c’erano “osservatori che segnalavano”, esperti che si disperavano, girotondi che si incazzavano e candidati che rubricavano il proprio sdegno antiberlusconiano in un vocabolario minaccioso che invocava “la difesa dei valori della Costituzione”, “la grave anomalia della democrazia italiana”, “il regime di incompatibilità”, gli scandalosi “intrecci tra politica e affari”. Capita invece che a due giorni dalle elezioni quella che il centrosinistra aveva descritto negli anni come la pistola fumante di un’evidente inadeguatezza al governo sia clamorosamente uscita fuori dalla campagna elettorale dei principali avversari del principale esponente dell’opposizione. Forse un po’ eccessivamente, avrà pensato Walter Veltroni; che dopo essersi accorto che sull’argomento era stato scavalcato persino dal leader del Pli, Stefano De Luca, ieri pomeriggio ha provato a non farsi sottrarre del tutto quello che fino a pochi mesi fa era il maggior detonatore dell’anticaimanismo di sinistra. E ci ha provato così: “La legge sul conflitto di interessi va fatta. E una delle ragioni per cui spero vinca il centrosinistra è che così si libera il campo nella destra e, a quel punto, il conflitto di interessi tornerà a essere una legge liberale e non contro qualcuno. Finché c’è il principale esponente in giro – ha continuato W – parlarne sembra un’aggressione contro qualcuno. Invece una volta liberato il campo, la legge sul conflitto di interessi deve valere erga omnes e per sempre”.
Chissà dov’è finita l’indimenticabile retorica sul conflitto d’interessi e tutte quelle descrizioni un po’ deboli di “monumenti viventi all’impasto quotidiano e indecente tra partito e azienda, amministrazione pubblica e business privato, soldi e politica” (Repubblica, 5 gennaio 2006). Chissà dove sono finiti tutti quei commentatori che fino a qualche tempo fa cercavano di dimostrare che, per colpa del conflitto d’interessi, l’Italia si sarebbe trasformata nella copia solo un po’ sbiadita di una dittaturina thailandese. E invece no: invece oggi il Partito democratico ha scoperto che il conflitto d’interessi non è un argomento forte per dare vero ossigeno alla propria vocazione maggioritaria; perché il conflitto è stato sì uno dei (fragili) collanti di coalizione negli ultimi anni; ma oggi è un fatto che lo stesso Pd ha dedicato al tema solo qualche lancio di agenzia e solo due righe due nel suo programma elettorale. Ed è anche per questo che due sere fa, quando Walter Veltroni è stato ospite di Porta a Porta, nel suo metaforico contratto legislativo firmato con gli italiani e tra i titoli di quei ventitré (possibili) disegni di legge consegnati a Bruno Vespa in una bella cartellina di pelle c’era un po’ di tutto, ma non il conflitto d’interessi. Non è un mistero, poi, che l’approccio meno aggressivo allo spauracchio dello Cav catodico cambiò quando, nel 1998, l’allora primo ministro Massimo D’Alema (dopo aver ripetuto per anni che “il conflitto di interessi è un tema che investe la sostanza della democrazia e non vi sarà soluzione se non si sancisce l’incompatibilità tra la premiership e la proprietà di rilevanti mezzi di informazione”) non appena arrivato a Palazzo Chigi decise di andare in visita a Mediaset e disse pubblicamente che quelle televisioni erano “patrimonio della nazione”. Certo, non è passato molto tempo dai giorni in cui le parole di Furio Colombo si trasformavano in assist precisi per i girotondismi di piazza e di governo (“Appena entrato in Parlamento, non mi toglierò il cappotto prima d’aver depositato una proposta di legge sul conflitto d’interessi che renda incompatibili la proprietà di mezzi di comunicazione come Mediaset e qualsiasi ruolo di governo. A senso, non mi spingerei fino a chiedere l’ineleggibilità ma aspetto che un giurista mi spieghi bene la materia”, diceva due anni fa l’ex direttore dell’Unità proprio su questo giornale). Non è passato neppure molto tempo dai giorni in cui il panchopardismo non era ancora diventato semplice materiale di archivio per i libri di Marco Travaglio (“Promuoveremo una legge d’iniziativa popolare per rendere ineleggibile Silvio Berlusconi. Sarà un’iniziativa di grande pressione civile”, spiegava a pochi giorni dalle ultime elezioni il candidato al Senato dell’Italia dei Valori). Ora le cose sono cambiate. E girando lo sguardo ancora più a sinistra, per certi versi, sembra ancora più chiaro come l’argomento “conflitto d’interessi” sia diventato un’arma decisamente inceppata. Così se fino a qualche mese fa Fausto Bertinotti diceva che qui “ci vuole una legge che impedisca di fare politica a chi è proprietario di grandi imprese di interesse nazionale almeno finché resta in quella condizione”, oggi quella che per molte settimane è stata la terza punta dell’asse tra W e il Cav (CaW) dice che certo, “Il conflitto di interessi è importante ma le priorità sono altre: conflitto sociale, salari, pensioni”. Viene da pensare, dunque, che la piccola gaffe fatta due anni fa da Piero Fassino – l’ex segretario dei Ds chiedeva al centrosinistra di gestire la questione del conflitto d’interessi con una legge di tipo americano, per “separare nettamente l’interesse privato, del tutto legittimo, con il ruolo pubblico”, anche se in realtà in America non c’è nessuna legge sul conflitto di interessi che impedisca al proprietario di aziende di candidarsi a cariche pubbliche e di governo – sia stata in fondo un’innocente spia di quello che sarebbe diventato nei fatti un approccio diverso alla questione. Un approccio grazie al quale, per esempio, i custodi morali dell’ortodossia anticaimana – che non scrivono più saggi su Micromega, che non organizzano più girotondi brontoloni, che non minacciano più piagnisitei in seconda serata – per dimostrare che in Italia ci sia davvero il rischio di una democrazia peronista e videocratica, e per non essere spernacchiati pure da Bertinotti, sono costretti a rilasciare interviste polverose ai giornali stranieri (“Se vince Berlusconi assisteremo alla putinizzazione dell’Italia”, ha detto proprio tre giorni fa Paolo Flores d’Arcais in Spagna al Pais).
E così in una campagna elettorale in cui, tanto per capire, il Partito democratico parla più di Wto che di posizioni dominanti, la lancia spuntata del conflitto di interesse è stata malamente indirizzata proprio contro chi ha deciso di non considerare più il conflitto d’interesse come cuore della propria agenda politica. Ed è per questo piuttosto significativo che pochi giorni dopo la stretta di mano tra Berlusconi e Veltroni a Montecitorio (primo dicembre 2007) la vecchia stagione di Romano Prodi abbia provato a sabotore la vocazione maggioritaria del CaW gridando improvvisamente dalla Germania che “il monopolio mediatico di Berlusconi è un pericolo per la democrazia”. (Dichiarazione che anticipò di pochi giorni le intercettazioni telefoniche tra Berlusconi e Saccà; le inchieste di Giuseppe D’Avanzo su Repubblica; e le successive interviste del ministro Gentiloni, autore della legge mai approvata di riforma della Gasparri). Attenzione però: il riflesso pavloviano è sempre un po’ in agguato e impugnare il conflitto d’interessi è evidente che faccia gola a chi voglia schierarsi, un po’ superficialmente, contro il Cav. E’ sotto gli occhi di tutti l’esempio di Fini che, nei giorni in cui era decisamente ancora poco convinto della svolta predellina del Cav di San Babila, flirtava pubblicamente con il ministro Gentiloni (“Ora è il momento di una legge sul conflitto di interessi”); e l’esempio di Pier Ferdinando Casini che nelle ultime settimane ha fatto un po’ sua la retorica post-panchopardesca. Ma il punto però è un altro: sembra piuttosto chiaro che per battere il Cav elettorale la declinazione noiosa del conflitto d’interesse è ormai diventata solo la fragile scialuppa di chi prova ad affondare una nuova stagione ma senza avere più frecce nel proprio arco. Veltroni questo l’ha capito perfettamente; e non è un caso che, giusto pochi giorni dopo l’apparentamento del Pd con l’Italia dei Valori, a un Antonio Di Pietro che minaccioso intimava un aut aut al Cav (“La legge sul conflitto d’interessi andrà risolta nei primi cento giorni del governo. Perché Berlusconi o fa il politico o fa l’imprenditore della comunicazione”), sono stati proprio Walter Veltroni, Anna Finocchiaro e Massimo D’Alema a dire subito che Di Pietro parlava a titolo personale, “l’argomento non è tra le priorità del programma”. Dunque, per fortuna, oggi non c’è nessuno scandalo se un ex premier dice che le televisioni del principale esponente dell’opposizione sono un patrimonio della nazione; e non c’è neppure nessuno scandalo se il custode della seconda metà del CaW (W) ha scelto simbolicamente di inziare la sua campagna elettorale sulla magnifca poltroncina rossa di quella che Veltroni definirebbe oggi, semplicemente, una delle tv della famiglia del principale esponente del partito a noi avverso.
Claudio Cerasa
11/04/08
giovedì 27 marzo 2008
Il Foglio. Intervista a Dario Franceschini
L'intervista extra large al vice di W. Tutto quello che non leggerete sul Foglio di carta
Tra tutti i temi della campagna elettorale, qual è quello che Dario Franceschini sente come proprio: "Il punto più importante di questa campagna elettorale, quello in cui mi riconosco più degli altri, è quello che si ha quando, girando per le province italiane, si incontrano quelle persone che noi definiremmo 'ceto medio': anziani, giovani, famiglie. Tutte persone che si trovano in quella fascia sociale che non riesce ad arrivare a fine mese. Vede, qui non parliamo di fasce di povertà. Qui parliamo di famiglie assolutamente normali, con due stipendi, due figli che studiano e che però ci vengono a dire che proprio non ci riescono; e che passano le giornate a dirci che purtroppo non ce la fanno. Il partito democratico deve essere una forza riformista che deve lavorare, anche per questo, senza vecchie preclusioni ideologiche. E deve farlo per lo sviluppo, per aiutare le imprese ma contemporaneamente deve anche sapere quali sono le altre priorità. E in questo momento, le priorità sono esattamente quelle persone cui non puoi dire 'aspettando che arrivi la crescita e che arrivi lo sviluppo' intanto arrangiatevi come potete".lunedì 14 gennaio 2008
Il Foglio. "C’è un anello mancante tra Cav. e Ing."
Apre e chiude. Centosettanta chilometri e quarantotto ore: dall’Ingegnere al Cavaliere è una porta che si chiude a Ivrea e si riapre a Milano. Apre e chiude, James. Tra l’Ing. e il Cav. c’è un americano di cinquantotto anni che, in poco tempo, ha messo su una rete, fatta di contatti, che parte da Carlo De Benedetti, passa per Silvio Berlusconi e arriva fino ad Antoine Bernheim, Giovanni Bazoli e Paolo Scaroni. Press office, dice il bigliettino da visita. Public relation, dice il curriculum. E quindi Olivetti, Fininvest, Stet, Telecom e ora Economist e Wall Street Journal. Ma c’è dell’altro, qui; e dieci anni dopo l’ultimo anno passato alla Telecom, nell’incredibile storia di James Hansen c’è anche un piccolo giallo. Un libro, un editore, una scalata, parecchi soldi.
James Hansen poggiò i due fogli scritti a mano sulla scrivania al terzo piano del numero settantasette di via Jervis, a Ivrea, alla sede della Olivetti; fece due passi in avanti, ringraziò l’Ingegnere, lo salutò e poi, James, se ne andò davvero: scese per Novara, si lasciò alle spalle Rho e quarantotto ore dopo, la voce che fino a quel giorno era stata dell’Ingegnere – Carlo De Benedetti – sarebbe diventata per i successivi quattro anni quella del Cavaliere, Silvio Berlusconi. Tutto in una notte, tutto in quel weekend; e senza macchina da scrivere. Era il 27 ottobre, l’anno il 1989. Doveva essere così, la lettera: scritta a penna, con la firma ben visibile sul margine basso dell’ultimo foglio, sul lato destro; e poi due, al massimo tre pagine di motivazioni. Dovevano essere dimissioni “olografiche”, quelle; perché se te ne andavi da lì, se te ne andavi dall’Olivetti, dalla “culla della managerialità” del vecchio Palazzo Uffici (dove per diventare “dirigente” dovevi aver lavorato almeno dodici mesi come operaio); se te ne andavi da Ivrea, da quell’azienda che filantropicamente faceva in Italia quello che l’Apple fa oggi in America, ecco: qualcosa di strano doveva esserci; e proprio per questo, dicevano, se tu molli tutto noi vogliamo essere sicuri che non sia uno scherzo, e che tu non stia giocando con i nostri giocattoli, e con le nostre tastierine. E’ la solita storia, pensava l’Ing: trattative. Prendevi il pezzo di carta, ci scarabocchiavi su, salivi dall’head office e poi te ne andavi: ma solo perché in realtà tu volevi rimanere lì, con qualche soldo in più. Capisco, disse l’ingegnere: arrivederci. Arrivederci, rispose lui. James non scherzava affatto; ma Carlo De Benedetti non lo sapeva: e dopo averlo salutato, dopo aver fatto su e giù con la testa, Cdb guardò l’orologio, fece i calcoli e pensò: tornerà. Era così, De Benedetti; è Hansen che lo ricorda: raziocinante, silloggista: e lo capivi subito, come ragionava: “a” sta “a” come “b” sta “b”, e dopo “a” c’è sempre “b” e dopo “b” c’è sempre “c”. Semplice. Il ragionamento filava, e di fronte a chiunque gli stesse accanto, o magari di fronte – come James – ogni volta che incontrava qualcuno, lui faceva così: proiettava se stesso verso gli altri e si comportava con il suo interlocutore allo stesso modo di come lui si sarebbe comportato con se stesso. E via. E invece no, quel giorno andò in maniera diversa; e, come dire, l’Ing. si arrabbiò parecchio. La sua “voce” se ne era andata ed era diventata quella del suo miglior nemico, e lui ancora non lo sapeva. Apre e chiude, James. Dall’Ing. al Cav. è una porta che si chiude a Ivrea e che si riapre a Milano. Era un venerdì, quello. Silvio Berlusconi cercava qualcuno che gli desse una mano; qualcuno che, assieme a lui, cominciasse a occuparsi un po’ di economia e qualcuno che di finanze, di parole e di giornali ne capisse davvero: aveva pensato a James, lo chiamò, lo contattò, gli promise qualche zero in più e James arrivò. Il Cav., per lui, aveva preparato una stanza al primo piano di Segrate: una saletta senza computer e senza scrivania da cui James sarebbe partito per diventare, dal 1989 al 1994, il primo vero, silenzioso, alter ego – e portavoce – del Cav.: prima che il Cav. scendesse in campo. Ecco, James finì lì; finì tra il Milan di Maldini, la Mondadori di Segrate, la Fininvest di Confalonieri e la Standa, “casa degli italiani” con accento piuttosto americano.
In quei giorni di ottobre, a centosettanta chilometri da Via Jervis, nel palazzo di nove piani al numero uno di Segrate, era cominciata la “battaglia”: da una parte la Fininvest (e Silvio Berlusconi), dall’altra l’Espresso (e Carlo De Benedetti), al centro la Mondadori; era la battaglia di Segrate, e scoppiò tutto in quel weekend, quando la voce che per cinque anni era stata dell’Ing. aveva prestato il suo accento americano a quella del Cav.; e con James che appena arrivato chiamava Carlo Silvio e Cavaliere l’Ingegnere. Comprensibile, lui che dal 1985 al 1989 aveva accompagnato Cdb come portavoce e capo ufficio stampa dell’Olivetti e che per i successivi cinque anni sarebbe stato anche direttore della comunicazione di Silvio Berlusconi, prima di esserlo della Stet e della Telecom. E, soprattutto, prima che arrivasse il libro. Scrisse quelle pagine, James, dopo aver lavorato con tutti gli ultimi super manager Telecom: con Gianmario Rossignolo, con Ernesto Pascale, con Biagio Agnes, con Guido Rossi, con Tomaso Tommasi di Vignano e con Franco Bernabé. Era il 1998, sembra già il 2008: il Cav, Prodi, la Telecom, Bertinotti, Draghi e Bernabé. E poi, James: nell’anno in cui alla Telecom arrivò l’ex amministratore delegato dell’Eni, Bernabé, James andò via, arrivò in Brasile e partecipò alla privatizzazione del vecchio monopolio delle telecomunicazioni brasiliane, Telebras; poi aprì il computer e scrisse. Si chiamava “Banda larga”, era un libro che tra la fine del 1998 e il 1999 avrebbe raccontato una delle privatizzazioni più importanti della storia italiana (quando l’Olivetti di Colaninno lanciò l’Opas in Telecom): che James guardò un po’ da fuori e un po’ da dentro. Ricorda, Hansen, perché i capitani coraggiosi bussarono prima a Torino, in Corso Inghilterra, e poi a Roma, in via Salaria; perché la Telecom era diventata uno dei principali centri di potere del paese e perché, in poco tempo, si era invece trasformata “improvvisamente in terra di nessuno”; ricorda come venne combattuta quella “phony war”: quella guerra silenziosa dichiarata senza che nessuno fosse ancora sceso in campo; e spiega perché, allora, le azioni cominciarono a essere sempre più pesate, non più contate. Quelle pagine erano pronte nel 1999. Ma si sa come funziona in questi casi: e tra una cosa e l’altra un modo per non far uscire il libro spesso lo si trova. E Hansen, da uomo di mondo, lo ricorda; e ci scherza su.
Certo, ne ha viste James. Lui che a ventisei anni arrivò in Italia nella prima settimana del luglio del 1975, subito dopo aver lavorato per un paio di anni a Washington, nello staff dell’ex segretario di stato Henry Kissinger. Lui, che da viceconsole americano, in quei mesi scoprì la “borghesia comunista napoletana”, come ancora la chiama James, “affascinata com’era dal sogno americano e dal peccaminoso contatto con il ‘nemico’ americano, e con tutti quei giovani comunisti che in quegli anni pensavano di trasformare l’Italia in California, provando a riesumare lo spirito stalinista”, ridacchia James. E Hansen, da diplomatico americano, come primo incarico arrivò a Napoli per portare i regards, le congratulazioni della Casa Bianca per due giovani parlamentari appena eletti in Campania: si chiamavano Paolo Cirino Pomicino e Clemente Mastella, e in America piacevano molto.
James Hansen oggi custodisce i segreti dei più famosi imprenditori italiani in un formidabile network, che va da uno studio di consulenza (Hansen Worldwide) a un portale di informazione (corrispondenti.net) a cui fanno riferimento i quasi seicento corrispondenti stranieri che lavorano in Italia. Occhio però alla rete: perché, in quello che a prima vista sembrerebbe un semplice strumento di informazione, basta dare una sbirciatina a chi lo appoggia, quel progetto, per capire di cosa stiamo parlando: Intesa Sanpaolo, Eni, Generali, Rcs, Telecom Italia, Autostrade (quindi Benetton) e poi, indirettamente, James ci mette dentro anche l’Economist, il Wall Street Journal (versione americana) e Intelligent Life, il trimestrale del settimanale inglese. Avete presente, no? Tutti i trafiletti con “dice l’Economist domani in edicola”, “spiega il Wall Street, in uscita dopodomani?”. Hansen, quei giornali, li rappresenta lui. Legge, e invia. Perché la notizia, per gli altri, è push, non pull: ti arriva, e tu neanche la cerchi. “E’ interessante notare come l’Italia ha bisogno più di molti altri paesi di potersi rispecchiare nella stampa estera: forse perché ha una limitata fiducia nell’indipendenza e nel giudizio della stampa nazionale”. Ricordate? “La dolce vita che diventa aspra” (New York Times), “Le fragilità economiche diventano sempre più evidenti” (Frankfurter Allgemeine Zeitung), “L’Italia in declino” (Time). Guardi all’estero, e pensi di capire come sei. “Ecco, ve ne sarete accorti, ma questo rapporto non è che sia reciproco: all’estero, purtroppo, devo dire che non muoiono per conoscere le opinioni della stampa italiana. Quando il Corriere della Sera o la Repubblica fulminano Bush per l’ultimo suo ‘malefatto’, o tentano di insegnare a Condoleezza Rice come stare al mondo, temo che negli States non se ne accorga nessuno”. Il gioiellino è però un esperimento: si chiama Essential News, è un sito che ogni giorno raccoglie quelle notizie che “essendo così ‘volgari’, normalmente non vengono riferite dal giornalismo italiano, troppo preso dalla sua missione pedagogica”, dice Hansen. Essential News è un sito incredibile: riceve trentamila visite al giorno, non costa un euro e chissà che presto non diventi un giornale vero. James fa una riflessione: “Credo sia chiaro come negli ultimi tempi il giornalismo latino arruoli d’ufficio i giornalisti dell’intellighenzia, cioè conferisce a se stesso, seppure come titolo di pura cortesia, la qualifica di ‘para-intellettuale’. Ciò comporta anche un ruolo sociale, d’impegno, ‘l’obbligo morale’ di migliorare il mondo e la mente dei lettori. Il giornalismo anglosassone allo stato brado – quello australiano di più e quello anglo-americano un po’ meno – ritiene invece che il giornalista sia socialmente un ‘artigiano’ della parola, non un intellettuale”. E il discorso lo capisci proprio con il portale di James. Attenzione, le notizie sono tutte vere. Due esempi. “L’indiano Mumbai Mirror dà notizia di una signora assai sbadata che dichiara di aver perso uno spazzolino da denti lungo sette centimetri nel proprio naso. Malgrado l’oggetto sia rimasto nella cavità nasale a lungo, causandole un dolore considerevole, la donna dice di non essere sicura di come ci sia arrivato: ‘Un paio di mesi fa stavo lavando i denti quando mio marito mi ha urtato. Mi è rimasta in mano la parte inferiore dello spazzolino ma non sono riuscita a trovare il resto’. Essendo in plastica, lo spazzolino non risultava ai raggi X. E’ stato finalmente trovato con una TAC e rimosso chirurgicamente”. E poi: “Il Times riferisce di un pavone di Brierley, Gloucestershire, che si è innamorato di una pompa di benzina. Ogni giorno lascia il trespolo e va fino a un distributore – distante circa 400 metri – dove passa la giornata a ‘pavoneggiare’ nella speranza di attirare l’attenzione dell’apparecchio. Secondo gli ornitologi inglesi, è probabilmente tratto in inganno dal ticchettio della pompa mentre eroga il carburante, simile al rumore emesso dalla femmina della sua specie mentre si prepara all’accoppiamento. Può darsi invece sia solo molto stupido. Secondo il giornale, un altro esemplare della stessa nidiata pare essersi preso una cotta per una gatta mentre un altro ancora è stato osservato mentre tentava di far l’amore con una lampada da giardino”.
Oggi che James Hansen è diventato il mastice, virtuale ma non solo, dei giornalisti stranieri in Italia (James stesso è stato corrispondente italiano di Daily Telegraph e Herald Tribune), quando i corrispondenti lo incontrano per la prima volta, la domanda spesso è sempre quella: scusa James, what is flessibility? E James. “Devo dire che in Italia c’è un uso strano della parola flessibilità. Quando me lo chiedono, cerco di spiegare in modo elegante che si tratta di un uso creativo dell’ambiguità per andare avanti. Un uso voluto, ci mancherebbe, e neanche criticabile: perché nella mediazione tra culture spesso in Italia si danno risposte che non dicono nulla a domande che vogliono sapere troppo”. E poi la laicità, la finanza, la politica: “Beh sì, finanza e politica italiana sono realtà completamente diverse da quelle americane. Io cerco di spiegare perché l’Eni vale più di un ministero degli Esteri, perché la Standa valeva come un sottosegretariato e perché Telecom, che vale qualcosa in più di un paio di ministri, è stata negli anni la vera banca in Italia: e fatturando più di Walt Disney e Coca Cola ed essendo la più grande inserzionista d’Italia, si capisce che spesso sia lei a decidere a chi vanno i soldi, e a chi no. La cosa più, diciamo, meno chiara sono poi quelle famose ‘call cold’ che da voi non esistono, vista quella passione tutta italiana per i contatti basati su rapporti personali: quando qui in Italia chiami qualcuno, per esempio in una banca, tu lo chiami solo se gli hai stretto la mano prima; non esiste che tu alzi il telefono e dici a un sottosegretario, hallo: ho un signore che è interessato a investire in Italia e ha sette miliardi di euro, quando lo volete ricevere”.
Nei quattro anni vissuti in Telecom, James Hansen seguì il passaggio dalla Stet alla stessa Telecom e, dopo il Cav. e dopo Cdb, si ritrovò a lavorare anche con Bernabé, proprio negli anni della grande privatizzazione: quando, come ricorda Hansen, gli advisor Telecom passeggiavano in via Salaria, sede romana dell’azienda, vestiti con abito scuro, un gessato delicatamente rigato per distinguerlo dall’abito scuro del becchino. I merchant bunker, li chiamava lui. Solo che in quegli anni, quando i manager saltavano come pop corn, nessun dirigente in Telecom rimase così tanto tempo come James, Possibile? Gianmario Rossignolo se lo chiedeva spesso, fece due conti e spiegò: “James è della Cia!!”. Lo disse prima in privato e lo ripeté poi pubblicamente su un aereo che nel 1998 accompagnava il consiglio di amministrazione della Telecom da Roma a Torino. Niente di più falso, naturalmente: è solo uno scherzo, chiarì poi l’ex numero uno Telecom; ma lo disse, Rossignolo, non prima che lo stesso James rispondesse al telefono a tutti i consiglieri del cda Telecom, che un po’ preoccupati lo erano, e che per questo, hai visto mai, volevano precisare. Pronto? Hey James. Che mattacchione Gianmario, eh? Sappi però che per qualsiasi
cosa puoi contare su di noi: siamo tutti filoamericani qui, disse il consigliere. Visto mai.
Claudio Cerasa
12/01/08