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martedì 20 gennaio 2009

Il Foglio. "Come, quando e perché Max e Marini hanno programmato il dopo Walter"

Roma. Molte di quelle voci maliziose che in queste ore hanno raccontato di famigerati “piani” pronti per accelerare, già da oggi, la sostituzione di Veltroni alla segreteria del Pd potrebbero trovare conferma in un incontro che pochi giorni prima della fine dell’anno ha messo di fronte Massimo D’Alema e Franco Marini. Un incontro che alcuni parlamentari del Pd considerano il primo vero tentativo di arrivare alle elezioni della prossima primavera con forze nuove alla guida del partito: in altre parole, senza Walter Veltroni. E’ successo così che durante le feste di Natale il presidente della fondazione ItalianiEuropei ha deciso di andare a trovare l’ex presidente del Senato, per spiegargli in prima persona cos’è che non va e per suggerire allo stesso Marini la seguente soluzione: sostituire il segretario già prima delle europee. “Ti pare possibile – ha detto D’Alema – andare avanti per cinque mesi così?”. Per chi non fosse a conoscenza degli ultimi complicatissimi e in effetti poco appassionanti equilibri di potere tra le correnti del Pd, il fatto nuovo è che uno dei grandi sponsor e grandi difensori finora di Veltroni, Marini appunto, si stia muovendo in prima persona per promuovere il ricambio di leadership nel partito: Marini rappresenta il vertice più prezioso di quel solido triangolo politico che fino a oggi ha scortato W. nella sua avventura nel Pd – e che ai due vertici bassi ha Franceschini (vicesegretario del partito) e Fioroni (capo dell’organizzazione del Pd). Non a caso, nel breve incontro che i due hanno avuto durante le vacanze, più che le parole di Max sono state quelle dello stesso Marini a essere espressione diretta di una certa insofferenza nei confronti del segretario: “Io che ho sempre detto che bisognava aspettare oggi mi rendo conto che non c’è più nulla da aspettare”. Naturalmente, quando sentono parlare di complotti dalemian-mariniani i veltroniani sorridono e ti rispondono dicendo che non c’è nessuna alternativa a Walter, che i dalemiani sono sovrastimati, che i mariniani non contano più come un tempo e che Red comunque non ci fa per nulla paura. Sarà. Il fatto è che dopo l’incontro tra Marini e D’Alema la corrente degli insofferenti ha trovato un nome su cui convergere definitivamente. Niente Soru, niente Cuperlo e Nicola Zingaretti. Il nome su cui il “Pd degli insoddisfatti” punterà per il dopo W. è quello di Pierluigi Bersani: nome ora gradito non solo a D’Alema ma anche a Marini e che prevedendo in un ipotetico ticket l’affiancamento di Enrico Letta suonerebbe come una bocciatura sia per Fioroni sia per Franceschini. Raccontano dal Pd che Marini è “insoddisfatto” sia di come Franceschini ha gestito la sua vicesegreteria sia di come Fioroni ha gestito la macchina del partito. “I rapporti tra Marini e la coppia Franceschini-Fioroni non sono mai stati cattivi come in questi tempi. Marini – racconta un parlamentare del Pd, che chiede l’anonimato – crede che Franceschini non sia stato abile a costruirsi un profilo da prima alternativa a Veltroni. Per quanto riguarda l’organizzazione del partito il punto non è il peso quantitativo che i cattolici hanno nel Pd. Il punto è che quando si è in emergenza e quando per esempio il partito ha bisogno di commissari straordinari, i nomi che escono fuori sono sempre uomini vicini a Walter. Enrico Morando a Napoli, Massimo Brutti in Abruzzo, Vannino Chiti in Toscana, Achille Passoni in Sardegna. Inoltre – continua il parlamentare del Pd – c’è qualcuno che nel partito comincia a fare questo ragionamento e inizia a pensare che sostituire Veltroni prima delle elezioni potrebbe essere non solo una scelta politica ma anche una precauzione. Il rischio è che le indagini sul caso Romeo siano letali anche per la vecchia amministrazione comunale della capitale. Ed è evidente che l’impatto su un partito come il nostro sarebbe molto meno violento se il giorno in cui quelle indagini si concluderanno, a guidare il Pd non ci sarà più l’ex sindaco di Roma”.
Claudio Cerasa
20/01/09

giovedì 27 novembre 2008

Il Foglio. "Altro che Sardegna. Tra Unità, CDB e Max, Soru è pronto a scalare il Pd "

Giornale, quattrini, rete di potere, amicizie trasversali, Confindustria. Cosa c’è dietro alle mosse di “Surei”
Le dimissioni di Renato Soru dalla presidenza della regione Sardegna hanno avuto l’effetto di irrobustire il profilo politico di uno dei dirigenti più in ascesa nel Partito democratico. La mossa di Soru rientra all’interno di una strategia ben studiata – e concordata con il segretario Walter Veltroni – che permetterà all’ex numero uno di Tiscali di arrivare alla campagna elettorale delle regionali del 2009 forte di un sostegno che la dirigenza del Pd non farà a meno di offrirgli anche nelle prossime ore. Ieri i complimenti al governatore dimissionario sono arrivati da alcuni tra i più importanti esponenti del partito (i più significativi sono stati quelli di Veltroni e di Letta) e le parole di Soru lasciano intendere che l’avventura nel Pd non si fermerà certo per un emendamento bocciato dalla sua giunta regionale. “Non è l’ultimo atto della mia esperienza politica”, ha ripetuto in queste ore Soru. Nel Pd, però, qualcuno comincia a osservare con preoccupazione la vivacità dell’imprenditore sardo, perché se il primo obiettivo del governatore è quello di non perdere la sua Sardegna è difficile negare che Soru “abbia ormai tutte le carte in regola per essere considerato come un leader utile per il partito a livello nazionale”, dice al Foglio il senatore lettiano del Pd Francesco Sanna.

Chi conosce bene Soru racconta che “l’esperienza maturata in questi anni ha dato la possibilità a Renato di essere pronto per sbarcare davvero sul continente”, e in teoria Soru avrebbe tutto quello che servirebbe per il grande salto: ha una liquidità non indifferente, ha amicizie trasversali, ha un giornale tutto suo, ha un consenso che va al di là della sua esperienza politica, piace tantissimo a Confindustria (il Sole 24 Ore gli ha dedicato due giorni fa un ritratto lusinghiero in cui Soru – “Un uomo solo al comando” – veniva descrito come un politico in grado di “contraddire tutti i pedigree dei leader italiani dall’Unità a oggi”). Inoltre, “Surei” – come lo chiamano a Cagliari – è uno dei pochi dirigenti ad aver creato un’armonia quasi impossibile tra il mondo di Walter Veltroni, di Franco Marini, di Enrico Letta, di Massimo D’Alema, di Piero Fassino e di Carlo De Benedetti. I rapporti con l’Ingegnere si sono consolidati all’inizio di quest’estate, e mentre il 5 giugno Soru acquistava d’intesa con Veltroni il pacchetto di maggioranza dell’Unità (sedici milioni di euro) CDB si preparava a diventare il secondo azionista della società fondata dal governatore – Tiscali – versando nelle casse di Soru sessanta milioni di euro e arrivando così ad acquistare con la sua Management & Capital il 6,9 per cento del pacchetto azionario.

Per quanto Soru sia ancora oggi un alleato fedele di Veltroni, il governatore dice però di “non sentirsi affatto un veltroniano”. Soru – che i suoi estimatori considerano una perfetta sintesi tra il veltronismo e il berlusconismo – in effetti ha tratti in comune più con il mondo dalemian-lettiano che con quello veltroniano. Se fino a poco tempo fa quella con D’Alema e Letta era una “semplice sintonia di vedute politiche” gli amici di Soru raccontano che questi tre mondi oggi sono più vicini. D’Alema ha conosciuto Soru dieci anni fa (da segretario del Pds lo invitò a un convegno organizzato dal suo partito), Letta ha invece avuto modo di migliorare i suoi rapporti con il governatore negli ultimi due anni passati a Palazzo Chigi, dove Soru andava spesso a trovarlo. Letta e D’Alema, inoltre, sono stati i due grandi protagonisti della discesa in campo del manager sardo: furono loro che nel 2003 – il 17 luglio, a pochi giorni dalla candidatura ufficiale di Soru – convinsero l’imprenditore a presentarsi alla guida della regione, nel corso di un convegno organizzato per progettare proprio il futuro del Pd.

Soru – spiegano dal Pd – ha intenzione di guidare la Sardegna anche per i prossimi cinque anni, uscirà rafforzato dalle dimissioni presentate due giorni fa, ma chi lo conosce bene sa che quella pazza idea di candidarsi un giorno alla guida del Partito democratico oggi è diventata un’idea tutt’altro che impossibile. “Soru per la politica sarda – racconta al Foglio Gianluca Lioni, dirigente popolare del Pd– è stato una sorta di Martin Lutero, ha portato un cambiamento radicale in uno scenario prima piuttosto asfittico. Ha un caratteraccio ma è moderno, post-ideologico, è un decisionista e sa comunicare, ci vorrebbe la sfera di cristallo per escludere che, in futuro, non giocherà sul palcoscenico nazionale”.
Claudio Cerasa
27/11/08


martedì 25 novembre 2008

Il Foglio. "Così nasce la prima vittoria di W. (e Marini) contro i dalemiani"

C’è una ragione precisa per cui l’elezione di Roberto Morassut alla segreteria laziale del Partito democratico ha un interesse politico che va ben oltre i confini del Raccordo anulare. Vista dai veltroniani – dopo la riuscita manifestazione del Circo Massimo, dopo l’accordo sulla Vigilanza Rai, dopo il successo nella scelta di Alberto Stramaccioni come numero uno del partito a Perugia – la nomina dell’ex assessore del comune di Roma è uno dei segnali chiave per capire il momento positivo in cui si trova il segretario democratico. Al coordinamento del Pd regionale, Morassut è stato scelto da una maggioranza schiacciante: 264 delegati hanno votato a suo favore, 54 contro, 17 hanno lasciato bianca la scheda e 23 l’hanno annullata. Risultato: 73 per cento dei consensi, modello Roma che resiste, dalemiani tecnicamente sconfitti e veltroniani al comando nella terra di W. Dietro a questi risultati, però, si nascondono alcuni aspetti che dimostrano come lo scontro tra il mondo di Max e quello di W. non sia affatto un’invenzione giornalistica. Tutt’altro: il nuovo segretario del Pd laziale non è stato votato né dai dalemiani, né dai lettiani né dai bindiani, e se quel 73 per cento di consensi potrebbe far credere che quello di Morassut sia stato un successo pieno, c’è invece un dato che non può essere sottovalutato. “Tra assenti e contrari, il 47 per cento dell’assemblea nei fatti non ha votato per Morassut”, ha ricordato ieri Claudio Mancini, assessore regionale e uno dei più fedeli dirigenti dalemiani nel Lazio. Nelle stesse ore il braccio destro di D’Alema – Matteo Orfini – aggiungeva che continuare a “dirigere un partito così è un errore drammatico”.
Comunque la si voglia vedere, la nomina di Roberto Morassut rientra in una strategia programmata da Walter Veltroni alla fine della scorsa estate, quando – per preparare al meglio le elezioni del 2009 – l’ex sindaco di Roma aveva confessato ai suoi collaboratori gli obiettivi da raggiungere entro la fine dell’anno: “Ripartire da Roma e dal Lazio, conquistare la base e indebolire l’opposizione alla segreteria”. Ma l’immagine dell’elezione laziale dimostra ancora una volta che la solidità della leadership veltroniana dipende sempre più dall’alleanza tra W. e gli ex Popolari di Franco Marini, Giuseppe Fioroni e Dario Franceschini. Come spiega al Foglio il senatore romano del Pd, Lucio D’Ubaldo, “in questi giorni i dalemiani del Lazio hanno effettivamente provato a trovare un accordo con noi, ma proporci di formare una logica alternativa con D’Alema al posto di Veltroni è stato un atteggiamento controproducente: D’Alema non è un’alternativa a Walter, anche perché – come si dice dalle nostre parti – ‘peppa per peppa è meglio peppa mia’. I veltroniani – aggiunge D’Ubaldo – devono però capire che se il Pd ha bocciato i dalemiani il merito è soprattutto dei popolari. Senza di noi non sarebbe mai esistito alcuna soluzione Morassut, e questo bisogna che qualcuno un giorno se lo ricordi”. I dati sull’elezione del nuovo segretario offrono in effetti un quadro chiaro degli equilibri interni al Pd. L’appoggio dei popolari (soprattutto quelli di rito mariniano) è stato decisivo per il successo di Morassut: gli ex Ppi hanno votato in novanta per l’ex assessore, i bettiniani (così come i rutelliani) sono stati trenta in meno e alla fine sono sempre i “WalterPop” (veltroniani+popolari) ad avere ancora oggi in mano il Partito democratico.
Così, se tra i dalemiani c’è chi non ha gradito affatto lo scarso interesse che l’ex ministro degli Esteri ha dedicato agli ultimi giorni di campagna laziale (Walter Tocci, ex vicesindaco di Roma e considerato oggi assai vicino a Max, domenica ha lanciato questa frecciata a uno dei consiglieri più fedeli di D’Alema: “Nicola Latorre nel Pci non sarebbe durato un giorno come vice capogruppo del Senato, dopo aver appoggiato l’avversario in diretta televisiva”), dall’altro lato i veltroniani sono euforici, considerano salvo il vecchio modello Roma di Bettini e per riassumere il senso del successo politico dell’elezione di Morassut continuano a inviarsi messaggini di questo tipo, anche in queste ore: “I dalemiani hanno fatto i coatti tutto questo periodo, dovevano candidare Cuperlo, poi – visto che sono quattro gatti e hanno paura di contarsi – alla fine, semplicemente, non hanno votato”.
Claudio Cerasa
25/11/08

mercoledì 19 novembre 2008

Il Foglio. "Il tesoretto del Pd (e l'opa). D’Alema va forte al nord (e all’Europarlamento), Veltroni si rifà in Emilia. Torino ago della bilancia"

Il nostro mondo deve essere come una signora della buona società inglese,
che va sui giornali soltanto quando nasce e soltanto quando muore”.

Stralci di un discorso di Enrico Cuccia e Adolfo Tino ai dipendenti Mediobanca

Tra Milano, Torino, Brescia e Bologna il politico più a suo agio tra imprenditori, banchieri e capitani d’industria è ancora Massimo D’Alema. Ieri, peraltro, il Parlamento europeo ha respinto la richiesta della magistratura italiana di revocargli l’immunità parlamentare, in riferimento alle intercettazioni telefoniche sul caso Bnl-Unipol. Per scoprire i nuovi confini del mondo della finanza – un po’ rossa e un po’ paonazza – il modo migliore è partire da Milano, dove l’universo dalemiano mostra il suo profilo più deciso, più chiaro, più efficace, persino più trasversale. Red, per fare un esempio, è una cartina di tornasole utile per studiare le sfumature dell’opa politica lanciata da D’Alema sul Partito democratico. La costola della fondazione ItalianiEuropei, in pochi mesi, ha raggiunto quota cinquemila iscritti, ha aperto comitati in mezza Italia, ha inaugurato (sei giorni fa) la sua sede nazionale a Roma, in Piazza Campitelli numero uno, ed entro la fine di novembre inizierà il proprio tesseramento anche a Milano e a Bologna. Già oggi basta curiosare tra i nomi (ancora sotto embargo) dei tesserati e degli amici di Red per capire la solida rete di potere costruita dall’ex presidente del Consiglio.

A Milano, chi si occuperà di mettere in piedi il comitato dell’associazione dalemiana “Riformisti e democratici” è un avvocato milanese candidato due anni fa alla poltrona di vicesindaco, in ticket con Bruno Ferrante, e considerato oggi il vero pivot dalemiano nella finanza lombarda. Il suo nome è Carlo Cerami. Massimo D’Alema lo ha scelto per dirigere la sede lombarda di ItalianiEuropei e Cerami in pochi mesi è riuscito a migliorare i rapporti tra ex vicepremier e mondo della finanza cattolica. Dopo la candidatura al comune di Milano, Cerami ha abbandonato la politica ed è diventato uno dei personaggi chiave nel nord dalemiano: l’avvocato è buon amico del presidente della Cariplo, Giuseppe Guzzetti, è uomo assai ascoltato dal presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, ha un buon feeling con il sindaco Letizia Moratti e da membro del consiglio di amministrazione di Cariplo ha costruito un ottimo rapporto con Bruno Ermolli. Grazie a Cerami, il Cav. e Max trovano nuovi punti di contatto, e quando la prossima settimana il governo sceglierà i cinque consiglieri che faranno parte del consiglio di amministrazione della società che gestirà l’Expo non ci si dovrà sorprendere, dunque, se uno dei nomi candidati a entrare in consiglio è proprio quello di Carlo Cerami.

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Oltre a Red e a ItalianiEuropei ci sono altri aspetti che spiegano bene come l’ex ministro degli Esteri sia riuscito a piantare al nord le sue più importanti bandierine di potere. “L’unico uomo del centrosinistra – racconta un importante consigliere di amministrazione di Generali, dietro la garanzia dell’anonimato – che a Milano può alzare il telefono e parlare senza problemi come e quando vuole con Cesare Geronzi, con Vincent Bollore e con Fabrizio Palenzona è sempre lui: D’Alema”.
Un caso interessante è quello che riguarda la prima banca italiana, IntesaSanPaolo. Le affinità tra D’Alema e Intesa sono state consacrate pubblicamente grazie al famoso caffè offerto da Giovanni Bazoli all’ex presidente del Consiglio, il 24 maggio di un anno fa. I rapporti tra i due sono tuttora cordiali, ma i contatti migliori nella prima banca d’Italia D’Alema li ha con altri due dirigenti. Il primo è il direttore generale Pietro Modiano. Il secondo è l’amministratore delegato Corrado Passera.

Modiano è da tempo legato con il vecchio mondo che fu dei Ds e ancora prima del Pds. Sua moglie è l’ex ministro per le Pari opportunità del governo Prodi (Barbara Pollastrini) e, tre anni fa, è stato il manager sul quale D’Alema dicono avesse puntato per provare a sostituire (senza successo) Matteo Arpe nel ruolo di amministratore delegato di Capitalia. Tra i due, però, il clima è peggiorato, e se c’è un manager con il quale oggi D’Alema ha un ottimo rapporto è Corrado Passera (ovvero il più forte, oggi, tra i tre capi di Intesa). L’ex ministro degli Esteri e l’ad si conoscono da tempo, condividono una vecchia amicizia con il numero uno di Air One (Carlo Toto) e sono rimasti in contatto stretto anche nei giorni in cui la Cai di Roberto Colaninno (anche lui non certo distante da D’Alema) ha formalizzato la sua prima offerta per acquistare Alitalia. Nel corso dell’estate il presidente di ItalianiEuropei è stato il politico di sinistra che più si è impegnato per evitare che la cordata Cai si trasformasse in un flop. E di quella cordata si è fatto garante anche Enrico Letta. Negli ultimi mesi, il ministro ombra del Pd, nipote di Gianni, ha costruito un ottimo rapporto con il network legato alla Confindustria di Emma Marcegaglia (che in Cai ha investito personalmente dieci milioni di euro), e la ragione di questo legame sta nella buona amicizia tra Letta e la presidente della Confindustria dell’Emilia Romagna, Anna Maria Artoni, fondatrice dell’associazione Vedrò di cui lo stesso Letta è presidente.

Dal punto di vista politico, l’immagine migliore per comprendere l’origine del “dalettismo” (D’Alema più Letta) è ancora quella di Red (il presidente Paolo De Castro è l’uomo che ha organizzato la campagna elettorale di Letta, alle primarie del 2007, e il direttore, Ernesto Carbone, con Letta si è candidato all’assemblea costituente del Pd). Anche per quanto riguarda i rapporti tra finanza e politica, i punti di contatto tra Letta e D’Alema sono sempre di più. “Letta – spiega ancora il consigliere di amministrazione di Generali – sta ereditando gran parte di quella rete di potere che fino a qualche mese fa era salda nelle mani di Romano Prodi”. L’ex presidente del Consiglio – oggi uomo Onu per l’Africa – ha deciso di condividere con il suo ex sottosegretario molte relazioni costruite negli ultimi dieci anni. Un po’ perché Prodi si fida di Letta. Un po’ perché Letta viene considerato da Prodi l’ultimo figlioccio politico dell’ex ministro dell’Industria, e inventore dell’Ulivo, Beniamo Andreatta. (Letta è stato capo della segreteria di Andreatta dal 1993 al 1994 e oggi è presidente del centro studi fondato dallo stesso Andreatta: l’Arel). Nel Pd, Letta ha oggi i rapporti migliori sia con Alessandro Profumo sia con Giovanni Bazoli (il nipote di secondo grado del numero uno di Intesa, Alfredo Bazoli, è segretario provinciale del Pd bresciano ed è vicino a Enrico Letta).

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Tutta l’attenzione che Walter Veltroni aveva dedicato al nord, nel corso della sua campagna elettorale, non ha permesso al segretario del Pd di incassare un sostegno diretto da parte dell’establishment lombardo. Veltroni ha un buon rapporto sia con il mondo confidustriale legato a Matteo Colaninno (deputato del Pd e fino a pochi mesi fa presidente dei giovani di Confindustria) sia con il numero uno di Telecom, Franco Bernabé. Con Profumo, però, le relazioni non sono più buone come un tempo. Dice un dirigente del Pd, che chiede l’anonimato, che “se nel corso dell’ultima campagna elettorale Veltroni aveva pensato persino di offrire un incarico politico a Profumo, e se fino ad aprile non era difficile incontrare Profumo dalle parti del Loft, ultimamente il numero uno di Unicredit ha raffreddato i rapporti con il segretario”.

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Una città non ostile all’universo veltroniano c’è, ed è Torino. Il sindaco Sergio Chiamparino – che di Veltroni è sponsor e alleato – ha costruito uno degli ultimi fortini politici (sostenuto anche dalla Fiat) in grado di confrontarsi con il sistema dalemian-lettiano. Soprattutto grazie al ruolo dell’avvocato Angelo Benessia. Benessia – nome importante per comprendere da dove nascono i recenti bisticci tra i banchieri milanesi e quelli torinesi di Intesa San Paolo – è stato vicepresidente della Fiat e del gruppo Rcs, mentre nel 1999 è stato scelto dall’azienda torinese per rappresentare il Lingotto in Telecom Italia. (Da Telecom Benessia uscì dopo un durissimo litigio con l’allora numero uno Roberto Colaninno). Oggi, è il presidente della fondazione San Paolo, è il primo azionista singolo di Intesa San Paolo (con il 7,6 per cento) ed è anche l’uomo che Chiamparino ha scelto come principale consulente del suo comune. Lo si è scoperto a luglio, quando il sindaco di Torino, commettendo un piccolo errore, ha distribuito ai consiglieri comunali il programma economico della città dimenticandosi però di cancellare dall’intestazione del documento la firma dello studio legale che aveva scritto il progetto: quello dell’avvocato Angelo Benessia. Chiamparino vuole puntare su di lui per dare una nuova centralità al capoluogo piemontese. Lo scontro in corso tra Pietro Modiano e Corrado Passera segnala anche i difficili equilibri politici-finanziari tra Torino e Milano. La fusione tra Intesa e San Paolo (registrata nelle pagine del gossip finanziario come l’operazione in cui i “pallidi” hanno sconfitto gli “abbronzati”: dove per abbronzati si intendono i dirigenti di San Paolo che furono richiamati dalle vacanze solo al termine della fusione che i “pallidi” dirigenti di Intesa avevano studiato in segreto nei mesi estivi) è vista ancora oggi come una genuflessione di Torino nei confronti di Milano.

Per provare a pesare di più, l’idea di Chiamparino è di dare la possibilità all’avvocato Benessia di diventare il numero tre di Intesa San Paolo: operazione che richiede il sacrificio dell’uomo che da sempre rappresenta Torino nella banca di Bazoli e Passera: Enrico Salza, presidente del consiglio di gestione. Due episodi significativi. Il primo riguarda il progetto di un grattacielo che Intesa vuole costruire a Torino. Un grattacielo che Salza vuole con insistenza e sul quale il sindaco Chiamparino e l’avvocato Benessia invece non sono d’accordo. Il secondo, che segnala una certa pressione politica sulle spalle di Salza, è raccontato nell’articolo qui in basso. C’è chi dice, inoltre, che una delle grandi scommesse politico-finanziarie dell’universo dalemiano-lettiano sia quella di riuscire a costruire un legame con Chiamparino. Pur non avendo buoni rapporti né con D’Alema né con Letta, qualche tratto in comune tra i due mondi è stato notato. Tre settimane fa, Letta e Chiamparino sono stati i principali artefici di un’operazione che ha messo insieme i due colossi energetici del Piemonte e dell’Emilia Romagna (Enia e Iride). Un’operazione che ha indispettito il sindaco di Bologna Sergio Cofferati e che ha visto come principali artefici del progetto Chiamparino da un lato e il sindaco lettiano di Piacenza, Roberto Reggi, dall’altro.

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Ma per seguire il filo che mette insieme Roma, Siena, Brescia, Milano e Torino, bisogna fermarsi in quella regione considerata la vera polpa della finanza rosso paonazza: l’Emilia Romagna. A Bologna, l’universo di Unipol oggi ha un profilo diverso rispetto a quello che aveva negli anni in cui regnavano Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti. Se Sacchetti e Consorte – che nell’estate di tre anni fa provarono a costruire con poco successo un polo bancario assai gradito al centrosinistra – erano manager molto legati a Pierluigi Bersani e a Massimo D’Alema, oggi i due nuovi numeri uno di Unipol sono simbolo della discontinuità con i vecchi equilibri politici. Pierluigi Stefanini e Carlo Salvadori (presidente e amministratore delegato) sono vicini a Veltroni, tanto che una delle possibili soluzioni indicate in un primo momento dal segretario del Pd per la successione di Cofferati a Bologna era stata proprio quella di Stefanini.

Il mondo delle cooperative, e quello politico-finanziario dell’Emilia Romagna si intreccia ancora una volta con quello di D’Alema grazie a Red. Tra i nuovi iscritti all’associazione dalemiana si trovano nomi interessanti: Pietro Cavrini (vicepresidente della Società Cooperativa Agricola Co.Pro.B. e uomo ponte di D’Alema con le confcooperative), Luciano Sita (presidente di Legacoop Agroalimentare), Giuseppe Politi (presidente della confederazione italiana agricoltori e in buoni rapporti con i vertici Unipol), Francesco Pugliese (direttore generale di Conad Italia) e soprattutto Federico Minoli, ex amministratore delegato della Ducati, presidente della Fiera di Bologna e uno dei punti di riferimento di D’Alema nell’establishment emiliano.

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Sarà un po’ meno rossa di un tempo, sarà diventata un po’ paonazza, ma resta il fatto che quel mondo fatto di banchieri, politici e capitani d’industria, quel mondo che si ritrova perfettamente nelle parole che Cuccia e Tino (fondatori di Mediobanca) usavano per introdurre i dipendenti all’interno della propria banca (“Il nostro mondo deve essere come una signora della buona società inglese, che va sui giornali soltanto quando nasce e soltanto quando muore”), ecco, quel mondo ancora oggi offre una delle prospettive migliori per comprendere gli equilibri di potere che si nascondono sotto il corpaccione del centrosinistra e per capire perché l’opa di potere sul Partito democratico comincia proprio da qui. (2.fine)

sabato 15 novembre 2008

Il Foglio. "Perché Riccardo Villari è il migliore presidente che poteva sognare il Pd"

Il senatore dice di essere pronto a mollare, nel Pd c’è chi crede sia molto meglio di Orlando e lui ora si gode il momento

Roma. Resta non resta si dimette non si dimette è un traditore è un bugiardo è una provocazione è uno strappo è uno scandalo è un regime è una dittatura, e se lui è come De Gregorio quell’altro è proprio come Videla. Il senatore Riccardo Villari, eletto due giorni fa alla presidenza della commissione Vigilanza Rai dopo 152 giorni di tentativi falliti e dopo 43 riunioni andate tutte puntualmente a vuoto, ieri ha spento i suoi telefonini e per qualche istante si è goduto la nomina più importante della sua vita in un piccolo bar romano a pochi passi da Viale Mazzini. Niente telefonate, niente messaggini, niente scocciature, grazie. Comunque la si voglia vedere, fino a giovedì prossimo il senatore sarà a tutti gli effetti il nuovo presidente della Vigilanza Rai, e prima che Villari incontri sia il presidente della Camera (martedì) sia quello del Senato (giovedì, mentre con Giorgio Napolitano non ci sarà alcun colloquio formale) la sua nomina “è purtroppo il frutto di una normale decisione democratica varata da un organismo democratico”, come ammette sconsolato al Foglio il senatore Giorgio Merlo. Due giorni fa, Veltroni aveva assicurato che Villari si sarebbe “immediatamente” precipitato dai due presidenti delle Camere per presentare le sue dimissioni. Villari – che ufficialmente dice di essere pronto a dimettersi se il Pd troverà un nuovo nome sul quale convergere – però è ancora lì, e a lui non sembra dispiacere affatto. Ma più che il suo slalom tra un partito e un altro; più che la sua contemporanea appartenenza a una manciata di correnti del Pd (Villari ha la caratteristica di essere considerato allo stesso tempo un perfetto dalemiano, mariniano, franceschiniano, rutelliano, mastelliano e persino demitiano), quello che nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce è che, in fondo, Villari è il miglior uomo che il Pd potesse sognare per quel ruolo nella Vigilanza. “Villari – spiega con un sorriso l’ex direttore generale della Rai, Pier Luigi Celli – in teoria avrebbe tutto quello che deve avere un buon presidente della Vigilanza. Per quel ruolo occorre appartenere all’opposizione, occorre essere scelti dalla maggioranza, occorre essere competenti e occorre essere trasversali per garantire gli equilibri dell’azienda e dialogare con i vertici. Se non fosse che la formula con cui è stato eletto è decisamente inusuale, Villari sarebbe un buon presidente, più di Orlando”.

“Mi dimetterò solo se c’è un’intesa”
Ma se prima del caso Villari nessuno – neanche il Cav. – era riuscito a convincere W. della presenza nel paese di un “regime”, ecco, una ragione c’è. Villari è una delle espressioni di una certa insofferenza politica nei confronti di Veltroni, e non deve stupire che nel Pd ci sia qualcuno convinto che l’operazione che ha portato a eleggerlo alla Vigilanza sia uno dei tanti segnali possibili dell’offensiva dalemiana. Il senatore napoletano – che ha dimostrato che W. può perdere da un momento all’altro il controllo del partito – è stato uno dei primi ad aver spiegato che nel Pd c’è un piano B, ed è quello di D’Alema. “La musica è cambiata: i nostri elettori avvertono la necessità di ricalibrare la posizione del partito e riconoscono a D’Alema un’affidabilità che altri non hanno… Massimo, con Marini, costituirebbe una coppia solida per il futuro del Pd… Red è l’ultima scialuppa per il partito”, ha raccontato Villari un mese fa a questo giornale. Pur avendo promesso che seguirà gli ordini del suo partito,Villari è stato tutt’altro che sorpreso dall’elezione alla Vigilanza: già da lunedì, chi ha avuto la possibilità di parlare con lui sapeva che la sua nomina era ormai cosa più o meno decisa (“Evidentemente ho estimatori bipartisan”, scherzava il senatore con gli amici). Tra le altre cose – con quel vento nuovo che soffiava in Rai e con quell’aria da fase due che si respira da tempo nel Pd – Villari raccontano che si stesse cominciando un po’ a “divertire”. “Fosse per lui – dice un ex dirigente della Margherita – a quel ruolo col cavolo che Riccardo ci rinuncerebbe”. Ieri il Pd (con D’Alema e Tonini) ha ricordato che se Villari non presenterà le dimissioni verrà espulso, e alla fine il senatore sarà costretto a lasciare l’incarico. Ma vista da Villari, la situazione un po’ paradossale lo è: perché provateci voi a mettervi nei panni di questo senatore eletto a capo di una commissione che ha sempre sognato, in un ruolo che ha sempre amato, in un’azienda per cui ha sempre lavorato, e che si ritrova con compagni inbufaliti, con segretari indiavolati quando nel Pd sarebbero invece molti quelli che pur di farla finita con questa storia della Rai (e con la candidatura di Orlando) cominciano a sognare che sia proprio lui il nuovo presidente di questa dannata commissione di Vigilanza.
Claudio Cerasa
16/11/08

giovedì 13 novembre 2008

Il Foglio. "I soldi, le banche e la sinistra"

Veltroni, D’Alema, De Benedetti, Caltagirone, Bazoli, Mussari. Ma scusate, che fine ha fatto la finanza rossa? Tra banchieri, politici e capitani d’industria, ecco perché l’opa dalemiana sul Partito democratico comincia da qui







“Colori di Fantozzi: rosso, rosso pompeiano, arancio aragosta, viola, viola addobbo funebre, blu tenebra. Sul blu tenebra Fantozzi andò in coma cardiorespiratorio”.
(Il ragionier Ugo alla cena di gala, alle prese con la cosa più difficile da mangiare in natura, il tordo. “Il secondo tragico Fantozzi”, 1976)

Due immagini. La prima è quella di un Walter Veltroni sorridente, con la fascia da sindaco, con il pollice destro tirato su verso il cielo e con lo sguardo fisso sul parquet di un campo da basket romano. Lui al centro e tutti gli altri al suo fianco: imprenditori, banchieri, costruttori e capitani di industria. Tutti allo stadio. Tutti a tifare. Tutti attorno a Walter. Data: giugno 2007. Città: Roma. La seconda immagine è una colazione informale, è una tazzina di caffè poggiata su un vassoio di cristallo, è un tavolino di un ufficio milanese attorno al quale ci sono Massimo D’Alema e Giovanni Bazoli, dove si discute della fusione tra Capitalia e Unicredit, della banca IntesaSanPaolo e della nuova geopolitica del sistema finanziario. La data è il maggio 2007. Poi succede che Veltroni perde le elezioni, che l’ex sindaco abbandona quel parquet dorato dove aveva governato per quasi otto anni e improvvisamente si ritrova di fronte a un mondo completamente diverso, inaspettato. Un mondo dove i vecchi equilibri politici, economici, finanziari, e non solo, sono saltati tutti per aria. Perché quell’universo fatto di banchieri, costruttori e imprenditori, quella fetta di establishment che il segretario del Pd era riuscito a riunire attorno a una festa del cinema e a un palazzetto dello sport oggi si è sciolto come neve al sole, e quello che in molti consideravano come l’unica evoluzione possibile del mondo legato alla finanza rossa ha dimostrato di essere un ambiente troppo fragile, troppo precario, troppo debole per sostenere l’urto di una sconfitta elettorale. Troppo diverso, per esempio, da quello che Massimo D’Alema ha costruito con successo negli ultimi dieci anni: in modo più informale, più silenzioso e meno vistoso, magari, ma certamente senz’altro più efficace.
Ecco, chiamatela finanza rossa, chiamatela pure finanza paonazza: fatto sta che per capire quali sono i rapporti di forza tra i più importanti dirigenti del centrosinistra, bisogna partire da qui. Da questi fotogrammi. Dalla Roma di Veltroni e Bettini. Dalla Milano di Passera e D’Alema. Dalla Torino di Chiamparino e Benassia. Dalla Brescia di Bazoli e Letta. E alla fine il risultato è sempre lo stesso. Alla fine dei giochi, comunque questo mondo lo si voglia guardare, alla fine c’è sempre lui. C’è sempre lo zampino di Max.

***

Roma è senz’altro la città che meglio delle altre offre oggi un’immagine chiara della nuova stagione della finanza rossa: bisogna partire da qui, da quella città che il centrosinistra ha amministrato negli ultimi quindici anni (prima con Francesco Rutelli e poi con Walter Veltroni) per capire quale è stato il destino della rete di potere cresciuta attorno al famoso “modello Roma”. Una rete, questa, che aveva avuto la sua massima espressione in quella scacchiera politica che era la Festa del cinema di Roma: lì dove Goffredo Bettini (braccio destro di W.) era riuscito a mettere insieme i volti forti del veltronismo candidato a governare il paese. Ricorderete: c’era Luigi Abete (presidente della vecchia Bnl), c’era Andrea Mondello (ex vicepresidente di Confindustria e presidente della Camera di commercio romana), c’era Massimo Tabacchiera (ex presidente della Federlazio), c’era la famiglia Toti (costruttori molto attivi negli anni in cui W. ha governato sulla città), c’era Innocenzo Cipolletta (ex numero uno delle Ferrovie dello stato e consigliere di amministrazione della prima festa del cinema), c’era Paolo Cuccia (già vicepresidente di Capitalia). Ma quell’intreccio di potere oggi rischia di essere coniugato soltanto con verbi al passato: la conquista della Festa di Roma, per il nuovo sindaco Gianni Alemanno, ha avuto l’effetto di sottrarre al segretario del Pd l’appoggio di quell’establishment (un po’ finanziario e un po’ imprenditoriale) che di questi tempi non avrebbe certo fatto male a W.
L’immagine più limpida della nuova geopolitica romana è certamente la fotografia della commissione per le riforme voluta dal sindaco Gianni Alemanno. Nei confronti dei nuovi colori politici della capitale, l’Attali di Alemanno segnala un atteggiamento “non pregiudiziale” del vecchio blocco di potere veltroniano, tanto che la commissione per le riforme guidata da Antonio Marzano comprende alcuni uomini fino a pochi mesi fa considerati piuttosto organici al mondo veltroniano: Luigi Abete, Innocenzo Cipolletta e Andrea Mondello (anche se per quest’ultimo il discorso è un po’ diverso, perché Mondello è legato da sempre ai due grandi king maker della città: Goffredo Bettini e Gianni Letta) hanno accettato di far parte dell’Attali romana, e molti osservatori notano che con Veltroni è rimasto soltanto Matteo Arpe, ieri amministratore delegato di Capitala, ora numero uno della Sator. Racconta un ex assessore romano che i rapporti di amicizia tra i due sono molto buoni, e la vicinanza di Arpe al mondo di W. è segnalata anche dalla presenza di Luigi Spaventa (presidente della stessa Sator) negli organi dirigenti del Partito democratico (Spaventa è membro del collegio sindacale del Pd).
“La differenza tra Veltroni e D’Alema – spiega al Foglio un senatore romano del Partito democratico, che vuole tenere l’anonimato per la delicatezza del tema – è fatta anche di queste cose: il primo ha dato vita a Roma a una rete di potere troppo legata a singoli atti amministrativi, che si è liquefatta dal giorno in cui sono cambiati gli equilibri politici romani. Il secondo, invece, nei confronti di quello che voi chiamate ‘mondo della finanza rossa’ ha un tipo di impostazione più pragmatico, basato più su quei rapporti personali che restano nel tempo a prescindere dal proprio ruolo politico: un approccio in questo senso molto efficace e molto berlusconiano”.
Un discorso a parte va invece fatto per una famiglia tradizionalmente amica di W: i Toti. Negli anni di governo veltroniano, la stella della famiglia romana aveva brillato anche grazie alle importanti opere realizzate: ex mercati generali dell’Ostiense, Galleria Colonna, Globe Theatre. C’è chi dice che il buon feeling tra Veltroni e i Toti (favorito anche dalla passione in comune per il basket: Veltroni è tifoso della squadra di cui i Toti sono presidenti, la Virtus) sia stata la vera ragione che ha portato alla rottura dei rapporti tra l’ex sindaco di Roma e l’editore del Messaggero Francesco Gaetano Caltagirone. Oggi, invece, la realtà è che i Toti non hanno alcun imbarazzo a rivendicare il proprio appoggio alla nuova amministrazione della capitale. Tanto che, raccontano, non è impossibile immaginare che gli stessi Toti prendano parte a una futura cordata romana per entrare nel capitale sociale della nuova Alitalia, insieme con le famiglie Garofalo, Angelucci e Santarelli e sostenuti proprio dal sindaco Gianni Alemanno.
In questo mondo veltroniano, però, ci sono altri aspetti che non possono essere trascurati. Il primo riguarda il rapporto tra Walter Veltroni e Carlo De Benedetti, perché se tre anni fa l’editore del gruppo Espresso aveva detto di essere disposto persino a prendere la tessera numero uno del Partito democratico (“La tessera numero uno del Pd la prendo io, se volete”, disse De Benedetti il primo dicembre del 2005) oggi le sue parole sono più dure, sono più critiche e sono più distaccate rispetto a qualche anno fa. A tal punto che il 27 settembre l’Ingegnere ha detto “non ho mai avuto, non ho e non avrò mai la tessera di alcun partito” e soltanto un mese dopo, rivolto al Pd e a Walter Veltroni, ha aggiunto che “in Parlamento l’opposizione non c’è”. “L’ingegnere – racconta un dirigente del Pd che bene conosce l’editore del gruppo Espresso, e che vuole riservatezza proprio per questo – non ha più con Veltroni quel rapporto esclusivo di un tempo. I due si sentono e si frequentano ancora, ma il rapporto in questo momento è un po’ freddo, e Repubblica, non a caso, non è più accecata dal veltronismo”. I veltroniani più smaliziati, poi, sostengono che il mondo prodiano sia tornato a suscitare un certo e inaspettato fascino dalle parti di Repubblica (vedi le pagine bolognesi ultimamente poco tenere nei confronti dell’ex sindaco Sergio Cofferati). Ma la verità è che nel Partito democratico l’unico politico con cui Carlo De Benedetti ha ancora ottimi rapporti non è Walter Veltroni, ma è il vicesegretario di W., Dario Franceschini, di cui l’Ingegnere ha una gran stima e con il quale ogni tanto si incontra a cena.

***

A poco più di duecento chilometri di distanza da Roma, però, c’è un altro volto della capitale che offre altre preoccupazioni al mondo di W. Quella città è Siena e il volto è ancora quello di Francesco Gaetano Caltagirone. Dopo aver chiesto con successo nell’ultima campagna elettorale una “discontinuità” nella guida della capitale, Caltagirone ha continuato ad attaccare l’ex sindaco di Roma con una certa costanza. L’ultima volta è capitata un mese fa, al piano terra dello spazio Etoile a piazza San Lorenzo in Lucina, a Roma, dove l’editore del Messaggero ha tracciato un bilancio molto severo dell’amministrazione veltroniana. “La mancanza di guida che ha avuto negli ultimi anni – ha detto – ha fatto scivolare Roma là dove voleva andare da sola… L’economia romana negli ultimi cinque anni si è sfaldata. Paga una carenza significativa in termini di infrastrutture, a causa dell’assoluta priorità che si è data a qualsiasi altra cosa che non fosse la modernizzazione della città…”. Il fatto che Caltagirone abbia attaccato in modo così duro il segretario del Pd mentre sedeva accanto al numero uno della banca più a sinistra d’Italia – Giuseppe Mussari, presidente della Monte dei Paschi di Siena – è un elemento che non può essere sottovalutato: Mussari – nominato alla guida della banca da una fondazione (la Mps) composta per lo più da manager vicini al mondo del Partito democratico – è un elettore del Pd, è stato iscritto prima al Pds e poi ai Ds e sarebbe stato scontato aspettarsi una difesa del segretario del Pd. Invece non è successo. Perché?
Come sembra essere ormai evidente, nella terza banca più grande d’Italia (Mps-Antonveneta) gli equilibri sono completamente cambiati, e il rapporto tra Mps e Pd è più complesso rispetto a qualche tempo fa. Fino alle elezioni dello scorso aprile, Mussari non ha fatto nulla per nascondere la sua simpatia per il segretario del Pd. Era stato Mussari ad accompagnare Veltroni in Toscana nell’agosto del 2007, ed era stato Mussari a seguire da vicino l’ultima campagna elettorale di W. Inoltre, il recente ingresso di alcuni manager legati alla Sator di Matteo Arpe in Mps (si tratta di Carmine Mancini e Giulio Pascazio) sembrava fosse il segnale evidente di un forte radicamento del veltronismo anche in territorio senese. “I due – spiega un dirigente del Pd, che sceglie anche lui l’anonimato – si conoscono da tempo: Mussari è stato un militante dei Ds e prima ancora del Pds, e con Veltroni ha sempre avuto una buona intesa. In questi anni, inoltre, i due hanno anche condiviso la passione per il basket, seguendo spesso insieme allo stadio le gare delle proprie squadre del cuore: Mussari è un gran tifoso della Monte dei Paschi di Siena, squadra di cui la sua banca è anche sponsor ufficiale; Veltroni lo è invece della Virtus Roma”. Oggi però tra i due non c’è più una grande cordialità. Tutt’altro.
E ancora una volta ci sarebbe lo zampino di Francesco Gaetano Caltagirone. In meno di due anni, l’editore del Messaggero è riuscito a radicarsi con successo in territorio senese, diventando sempre più influente nella banca di Mussari e nella città che un anno fa ha ospitato il matrimonio tra la figlia Azzurra e Pier Ferdinando Casini. Caltagirone oggi è numero due della Monte dei Paschi, è il primo azionista privato della Mps, possiede il 4,7 per cento della banca, è vicepresidente dello stesso istituto, e dallo scorso anno, con il logo giallo del quotidiano free press di sua proprietà (Leggo), è sponsor anche della squadra di basket campione d’Italia: la Monte dei Paschi. Non deve stupire dunque che la banca per ragioni storiche più legata al centrosinistra sia tutto oggi tranne che una banca veltroniana. Ma credere che la Monte dei Paschi sia diventata una realtà estranea al mondo del centrosinistra sarebbe un errore da matita blu. Mussari ha ancora ottimi rapporti con i dirigenti nazionali del Partito democratico, è legato al Pd anche grazie a una stretta amicizia con il tesoriere umbro del partito (Mauro Agostini). Ma l’uomo che più compare sulla sua agenda è ancora il vice di W., Dario Franceschini. Come spiega uno degli osservatori più attenti agli intrecci tra la politica e la finanza senese (Raffaele Aschieri, autore di un libro sulla presunta “Casta di Siena”), il rapporto tra il vicesegretario del Pd (fedele a W., ma allo stesso tempo abile a costruire attorno a sé un mondo autonomo dal veltronismo) e Mussari nasce grazie a un’amicizia che i due hanno in comune con Gabriello Mancini, presidente di quella Fondazione Mps che nomina i dirigenti della banca ogni quattro anni. Mancini era iscritto allo stesso partito di Franceschini (la Margherita) e un anno e mezzo fa, nel corso del tour elettorale delle scorse primarie, era stato lui a presentare Mussari al vice di W.
Siena, però, è anche la città in cui i fili che tengono insieme i mondi di Enrico Letta e Massimo D’Alema cominciano a intrecciarsi sempre di più. Se da un lato Letta è riuscito a entrare in contatto stretto con alcuni volti influenti dell’universo Mps (sono il professor Andrea Paci – membro del consiglio direttivo della fondazione Monte dei Paschi e rappresentante della regione Toscana in Mps – e la dottoressa Isabella Falautano – responsabile studi e relazioni Internazionali del gruppo Montepaschi Vita), dall’altro lato la sponda dalemiana in territorio senese è un volto particolarmente conosciuto da queste parti: si chiama Franco Ceccuzzi, è un parlamentare di quarantuno anni, è stato segretario del Pd senese (eletto con il 91,7 per cento dei voti), consigliere provinciale del partito, responsabile economico del Pd toscano e raccontano sia lui il futuro candidato al comune di Siena nel 2011. Ceccuzzi – che viene considerato il vero anello di congiunzione tra l’universo della banca senese e quello del Partito democratico – dallo scorso luglio ha in tasca la tesserina rossa di Red, e nelle prossime settimane sarà lui (insieme con il deputato Michele Ventura) uno dei democratici grazie ai quali la costola politica della fondazione dalemiana ItalianiEuropei consoliderà il suo tesseramento anche in Toscana. Perché l’opa silenziosa lanciata da Massimo D’Alema sul Partito democratico comincia anche da qui. Comincia da Siena, arriva a Torino, arriva a Milano, a Brescia, a Bologna e mette insieme il mondo di Giovanni Bazoli, di Cesare Geronzi, di Enrico Letta e di Romano Prodi. Perché – qualsiasi inquadratura si voglia scegliere e quale che sia la tonalità di rosso con cui si voglia colorare il mondo della finanza rossa – alla fine dei giochi c’è sempre lui. C’è sempre lo zampino di Max.
Prendete, per esempio, il caso di Milano. (1. continua)

sabato 1 novembre 2008

Il Foglio "D’Alema prova ad aprire la fase due del Pd anche nel Lazio di W.

Roma. Con il vento del Circo Massimo che soffia ancora forte sulle vele del segretario, oggi resta solo da capire quali saranno le mosse con cui Veltroni proverà a mantenere la sua leadership sopra i livelli di guardia. La seconda giovinezza di Walter è un dato difficile da contestare, ma sarebbe sbagliato credere che da qui alle elezioni europee non arriveranno nuovi attacchi alla cabina di comando del Pd. Così, se Veltroni e D’Alema continueranno a incrociare le loro lame e se l’ex ministro degli Esteri proverà a condurre in prima persona la battaglia per offrire una “nuova fase” politica al suo partito, per avere un’immagine chiara di come si andrà a disegnare l’eterno scontro tra i due miglior nemici del Pd non c’è fotografia migliore di quella che offre il Lazio. Nella regione dove il mondo veltroniano ha costruito il suo più solido bacino di consenso elettorale, il “confronto” tra mondo dalemiano e veltroniano è ormai sotto la luce del sole. Che ci si creda o no, il Lazio oggi è l’unica regione d’Italia che si ritrova a non avere ancora un segretario: il presidente della provincia Nicola Zingaretti è dimissionario dallo scorso maggio, il partito non ha ancora trovato un nome per la sua successione e su questo terreno lo scontro tra Veltroni e D’Alema non è morbido. “Il rischio – racconta uno dei più importanti dirigenti del Pd romano – è che oggi si scelga il Lazio per dare sfogo allo scontro che esiste a livello nazionale tra Veltroni e D’Alema”. Entro il quattordici novembre, il Pd dovrà trovare un nome per amministrare la macchina del partito regionale, e se il mondo dalemiano nel Lazio aveva finora trovato una certa difficoltà a districarsi sotto il dominio del modello Roma (quello di Goffredo Bettini), ora è vero il contrario. Dalle elezioni dello scorso aprile i “dalebani” (come vengono ironicamente chiamati i dalemiani di rito laziale) si sono sottratti dal controllo bettiniano e i segnali della maggior presenza sul territorio di un Pd con i baffi di certo non mancano. E’ dalemiano l’assessore regionale all’industria (Claudio Mancini). E’ dalemiano il coordinatore della segreteria romana del Pd, Piero Latino. Ma soprattutto dalemiano è anche il numero uno dell’opposizione al comune di Roma, Umberto Marroni. “Purtroppo – racconta al Foglio il senatore del Pd Lucio D’Ubaldo – sono molti i dirigenti del partito pronti a combattere per non riconsegnare Roma e il Lazio a Veltroni e Bettini”. Non deve dunque sorprendere che i dalemiani siano ora disposti a sfidare il mondo veltroniano sui candidati alla segreteria regionale del Pd. Il risultato è che Roberto Morassut sarà il candidato di W. mentre ancora oggi D’Alema ha intenzione di aprire la “nuova fase” del Pd romano con la candidatura di Gianni Cuperlo. Certo è che dietro le trattative di queste ore c’è un altro dato significativo, perché l’asse schierato contro il mondo veltroniano è formato non solo dai dalemiani, ma anche da una parte del mondo legato a Enrico Letta, a Francesco Rutelli e al governatore Piero Marrazzo: non è un caso che, quando mercoledì il Pd ha messo ai voti il regolamento regionale sulle primarie, i veltroniani si sono ritrovati contro lettiani, dalemiani e marrazziani. Ma per comprendere il peso della partita politica locale tra Veltroni e D’Alema bisogna guardare anche agli equilibri presenti all’interno della stessa regione, dove i “dalebani” raccontano di essere disposti a ritirare la candidatura di Cuperlo a condizione che i veltroniani accettino di candidare nel 2010 il governatore Marrazzo, che da qualche mese è in ottimi rapporti con D’Alema e soprattutto con il mondo di Red. C’è chi dice, poi, che dietro alle manovre dalemiane nel Lazio non ci sia soltanto l’idea di far saltare il modello Roma, ma ci sia anche il tentativo di ostacolare la crescita di Nicola Zingaretti, provando a portare il presidente fuori dal mondo legato a Bettini. Zingaretti, che ieri ha presentato il suo primo manifesto politico, sorride, e la mette così: “Il problema del Pd – dice al Foglio – è che tutte le correnti con cui abbiamo a che fare oggi stanno assumendo una dimensione identitaria maggiore di quella del partito stesso. La sfida del Pd, anche a livello locale, dovrebbe invece essere quella di aprire una fase che ci proietti oltre le vecchie componenti politiche. Perché, statene certi, chi ci riuscirà rappresenterà il futuro del partito”.
Claudio Cerasa
1/11/08

venerdì 10 ottobre 2008

Il Foglio. "I Popolari si allontanano da Veltroni e si avvicinano a D’Alema"

Roma. Sembra ormai chiaro che ai confini
dell’universo del Partito democratico l’unica
stella che riesca a brillare di luce propria
non sia più quella che ha la forma e l’aspetto
del segretario del Pd, ma sia piuttosto
quella fatta da tre lettere, da un paio di baffi
e da una tesserina rossa di nome Red. Fin
qui la storia è nota: di Massimo D’Alema si sa
che ha la sua corrente, la sua fondazione, la
sua tv, il suo giornale, i suoi parlamentari e
la sua idea di partito molto ma molto distante
rispetto a quella dell’ex sindaco di Roma.
Ma se nel cielo del Pd alla stella con i baffi si
avvicina quella che ha finora riflesso meglio
di tutte la luce del segretario – ovvero quella
dei cattolici di rito popolare (Marini, Franceschini,
Fioroni) – e quella che non molto tempo
fa era uno dei grande sponsor di W. – i cattolici
di rito rutelliano – la situazione allora
comincia a essere davvero complicata per il
segretario. Così, proprio nelle ore in cui si
riunisce per due giorni in un convegno ad
Assisi l’affluente che più di altri ha portato
acqua al mulino del veltronismo (gli ex Ppi),
la geografia del Pd registra un nuovo terremoto:
uno scossone che se fosse ripreso dall’alto
offrirebbe l’immagine di un segretario
rarsi come realtà politiche degne di nota.
Vede, da popolare, riconosco che Red è diventato
ormai un partito nel partito con una
sua attrattiva nel mondo culturale della sinistra.
Una specie di Pci del XXI secolo.
Quel mondo è culturalmente assai distante
da noi, ma se nel Pd vanno oggi riconosciute
due spine dorsali – che possono e devono
collaborare – queste non possono che essere
una popolare l’altra rosso Red. Il resto –
non so: tra Melandri e Scalfarotto a quanto
arriviamo? Diciotto correnti? – mi sembra
tutto un po’ virtuale. A questo proposito, noto
con piacere che il centro cattolico del Pd
sta rimettendo insieme le sue forze, perché
il mondo rutelliano e quello per esempio
mariniano oggi sono finalmente molto più
vicini tra loro rispetto a qualche tempo fa”.
Attenzione però: sarebbe scorretto credere
che i Popolari stiano tramando chissà che
cosa nei confronti del segretario. Ma non c’è
dubbio che anche leggendo tra le parole dell’onorevole
del Pd sia piuttosto evidente come
gli ex Ppi stiano cercando di ritagliarsi
un profilo autonomo: sempre legato a W. ma
non così tanto da essere travolti dall’improvviso
crollo delle fondamenta del veltronismo
(discorso che vale soprattutto per i più fedeli
a Marini, il cui braccio destro – Nicodemo
Olivero – è non a caso già membro del comitato
di presidenza di Red). Non è poi certo
frutto del caso che Veltroni ad Assisi, al convegno
degli ex Popolari, non sia stato neppure
invitato. “Finora, l’unico limite della nostra
area – aggiunge ancora l’onorevole Merlo,
considerato politico molto vicino a Marini
(sarà l’ex presidente del Senato a presentare
mercoledì a Roma un libro del deputato)
– è che tra noi popolari forse c’è stata un
po’ di frantumazione. Detto questo, credo sia
un errore pensare che già prima delle elezioni
abruzzesi possano esserci colpi di testa
nel partito. Saranno più che altro le europee
il passaggio decisivo per la leadership del
Pd. Noi tutti siamo alleati fedeli a Veltroni
(come spiegato ieri ad Assissi anche da Giuseppe
Fioroni, ndr). Ma dobbiamo sapere
che il segretario non è il leader massimo che
deve durare per l’eternità. Oggi va sostenuto,
ma dal giorno in cui si discuterà del rinnovo
della segreteria bisogna dire la verità: dovrebbe
essere un cattolico a guidare il Pd”.
Ed Enrico Letta, idea dalemiana per il futuro
del Pd, ad Assisi è stato invitato da Marini.
Claudio Cerasa
11/10/08

giovedì 2 ottobre 2008

Il Foglio. "I numeri segreti di Red e le strategie più o meno segrete degli anti Red"

I dati: 3.000 tessere, 30 per cento di non iscritti al Pd. Fioroni e Bettini hanno pronte le contromosse. Il caso Velardi

Roma. La convivenza, diciamo, un po’ sofferta tra l’universo veltroniano e quello dalemiano non è fatta soltanto di retroscena ispirati, di dichiarazioni sospette e di frasi maliziose rilasciate un po’ a questo e un po’ a quell’altro giornale. C’è molto altro, naturalmente. C’è di mezzo la battaglia che Veltroni e D’Alema stanno combattendo sulle televisioni (una veltroniana, Pd Tv, e una dalemiana, Red Tv) che a novembre esordiranno sul satellite. C’è di mezzo la partita che ruota attorno agli equilibri politici di uno dei vecchi fortini democratici, la Campania. Soprattutto, c’è di mezzo quella sfida di potere ormai non più così nascosta tra fondazioni, associazioni e correnti. Da ieri pomeriggio però ci sono anche alcuni numeri precisi che offrono un quadro ancor più chiaro sulla geografia interna al Partito democratico. Sono quelli di Red, sono quelli che si riferiscono alla costola più famosa della fondazione dalemiana ItalianiEuropei e sono numeri che spiegano bene come si va a configurare l’accerchiamento alla leadership di W. Così, dopo 45 giorni di tesseramento, ecco il primo conteggio ufficiale: Red si ritrova oggi con 3.000 iscritti, con 400 tessere ritirate nel Lazio, altre 350 in Campania, circa 400 in Puglia e con una regione come il Piemonte dove in un solo giorno i tesserati (tra i quali c’è anche la governatrice Bresso) sono stati 150. Da questo calcolo sono escluse regioni rosse come l’Emilia Romagna e la Toscana e altre come l’Abruzzo e la Lombardia (il tesseramento qui partirà entro la fine del mese), ma sbirciando tra i primi dati c’è un altro aspetto significativo: il 30 per cento degli affiliati a Red non risulta iscritto al Partito democratico.

Da Nicolais a Palazzo Grazioli
Nella mappa politica del Pd stanno però crescendo nuove realtà che non è difficile oggi collocare in contrapposizione con Red. La prima si chiama Quarta Fase, fa capo a Beppe Fioroni e Dario Franceschini e da gennaio, seguendo la strada aperta quest’estate da Red, dovrebbe dare il via a un proprio tesseramento. La seconda, coordinata da Goffredo Bettini, si chiama Democratici in Rete, mette insieme alcuni tra i principali volti del Pd romano (Nicola Zingaretti, Roberto Morassut, Michele Meta) e questo pomeriggio inaugurerà nella capitale la sua seconda sede nazionale. Bettini si trova in un rapporto non facile con l’ex sindaco romano: nel partito sostengono che l’inventore del modello Roma stia provando a smarcarsi sempre di più dal segretario del Pd e in fondo è lo stesso Bettini che da tempo non nasconde di non sentirsi più veltroniano. Ma se c’è un posto dove le mosse di Bettini e quelle di Veltroni possono ancora essere sovrapposte quel posto è certamente la Campania, dove in vista delle prossime elezioni comunali e regionali la dialettica tra veltroniani e dalemiani arriverà a un nuovo punto di rottura. In questo senso. Poco prima dell’estate, Democratici in Rete (su suggerimento di W.) ha accolto tra i suoi simpatizzanti l’attuale segretario provinciale del Pd napoletano: quello stesso Luigi Nicolais che in molti vedono come futuro candidato (veltroniano) alla regione in contrapposizione con il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, considerato (seppur con molte sfumature) dalemiano. Dieci giorni fa, tra l’altro, D’Alema ha fatto un nuovo passo per rafforzare la sua sfera di influenza nel capoluogo campano (nel cui collegio era capolista alle ultime elezioni), aprendo la terza sede di ItalianiEuropei dopo avervi già inaugurato qui ad agosto il comitato cittadino di Red. Che ci si creda o no, Napoli potrebbe rivelarsi anche un’interessante cartina di tornasole per comprendere l’evoluzione dei rapporti tra Claudio Velardi (assessore al Turismo napoletano con cui D’Alema lavorò nel ’98 Palazzo Chigi) e lo stesso D’Alema. Rapporti che sono freddi da tempo (due anni fa l’assessore diede del “bollito” all’ex premier) ma ora che Velardi ha intenzione di candidarsi a sindaco di Napoli raccontano che la scelta non verrebbe vista male dal presidente di ItalianiEuropei. Il secondo intreccio riguarda il destino di Red Tv: la tv, che nascerà il 4 novembre, avrà i suoi uffici proprio nelle stesse stanze dove fino a due giorni fa andava in onda la rete on line fondata dallo stesso Velardi, Sherpa, e dove ancora lavorano tre giornaliste. La tv, in liquidazione, si trova a Palazzo Grazioli e sopra la sua redazione (ieri è comparsa anche Lucia Annunziata) c’è un inquilino particolare. Tu guarda la coincidenza, Max: lassù c’è il Cav.
Claudio Cerasa

martedì 30 settembre 2008

Il Foglio. "Piddimetro, ecco chi comanda nel Pd"

Le parole di D’Alema e le nomine di Veltroni spiegano dove nasce l’accerchiamento del segretario. Le truppe del leader contano per il 29 per cento. Bettini si smarca, mentre Letta (Enrico) sale


Roma. Per una ragione o per un’altra, non c’è notizia, non c’è dichiarazione, non c’è iniziativa, non c’è proposta e non c’è intervista che nel Partito democratico non sia ormai letta come il sintomo più evidente dell’imminente crisi della leadership veltroniana. Basta un motivo qualsiasi, basta un Veltroni che scrive a Berlusconi (e dagli all’inciucio!), basta un Veltroni che parla con Casini (e dagli al centrismo!), basta un Veltroni che non discute con D’Alema (e dagli al correntismo!) e basta un Veltroni che dialoga con il Cav. (e dagli al dialogo!) per mettere gli osservatori politici nelle condizioni di dire che il segretario ormai è finito, che la leadership è ormai sfiorita e che nel partito non esiste dirigente alcuno che non sia convinto che sarà il flop delle prossime elezioni europee a certificare il necessario ricambio della classe dirigente del Partito democratico. A quasi un anno dalle primarie dello scorso 14 ottobre, però, è un po’ difficile provare a ragionare sui reali equilibri del Pd, e sul suo stato di salute, senza conoscere l’effettiva geografia interna del maggior partito dell’opposizione. Non è soltanto un discorso relativo al peso che possono avere in questo momento le correnti veltroniane, popolari, dalemiane, fassiniane, rutelliane o magari bersaniane. Si tratta piuttosto di andare a scoprire l’immagine più efficace per provare a capire il modo in cui le truppe del Partito democratico si andranno via via a schierare da qui alle elezioni europee. Facendo due calcoli, prendendo in considerazione le cariche più importanti assegnate all’interno del partito e mettendo insieme i membri del governo ombra (che tra ministri ombra, viceministri e sottosegretari arriva a contare 38 effettivi) e i più importanti organi dirigenti del partito (tra segreteria politica, tesoriere, area organizzazione, area comunicazione, area ricerca, area formazione, area relazioni internazionali, area forum, area sport, area terzo settore, coordinamento dell’iniziativa politica, responsabile propaganda, dipartimento Relazioni Internazionali, arrivano a un totale di trentadue) il risultato è che sembra essere sempre più evidente il modo in cui si va a configurare il progressivo accerchiamento attorno al segretario. Veltroni è naturalmente il leader più rappresentato all’interno del suo partito, ma dietro di lui può essere interessante scoprire quali sono le evoluzioni dei rapporti che esistono in questo momento tra popolari, bettiniani, rutelliani e naturalmente dalemiani. A oggi, il segretario del Pd si ritrova con venti dirigenti riconducibili all’universo veltroniano (da Tonini a Realacci, da Morando a Colaninno), dunque circa il 29 per cento del totale. Il leader del Pd sostiene da sempre che una delle caratteristiche della sua storia politica è stata quella di non aver mai creato attorno a sé alcun tipo di corrente (“Sulla mia tomba voglio che sia scritto che non ho mai promosso o aderito a una corrente”, ha detto Veltroni anche a questo giornale). Ma viste come stanno le cose oggi, e visto l’equilibrio precario della sua leadership, all’interno del Pd c’è già chi sostiene che il fatto di non essere riuscito a dare vita a una corrente tutta sua potrebbe essere piuttosto una delle tante armi a doppio taglio di W.: ieri segretario autonomo e indipendente, oggi semplicemente segretario isolato. Spiega al Foglio un dirigente del Partito democratico: “Vogliamo dirla tutta? Oggi, tra correnti e fondazioni, il Pd vive in uno stato surreale. Come tutti sanno, esiste un armistizio armato firmato da Veltroni e D’Alema. Un armistizio nato formalmente con la lettera che poco prima dell’estate Goffredo Bettini ha inviato all’Unità. Ma un armistizio che ha sul suo timer una data di scadenza precisa: le elezioni europee. Fino a quel giorno bisogna osservare con attenzione, da un lato, il modo in cui ci si andrà a posizionare accanto al segretario. Dall’altro, il modo in cui ogni corrente tenderà con forza a rivendicare la propria autonomia. Oggi, quando si parla di veltroniani si intendono nuovi dirigenti come Matteo Colaninno, vecchi ambientalisti come Ermete Realacci, riformisti come Enrico Morando e cattolici come Giorgio Tonini. Per il resto, la situazione è complicata. Le stesse parole di Goffredo Bettini sono oggi molto meno in sintonia con quelle di Veltroni, tanto che poco prima dell’estate è stato lo stesso ex braccio destro di Veltroni a ricordare che, per quanto lo riguarda, lui veltroniano non è – e non è un caso che anche sulla candidatura alla presidenza della Rai Bettini abbia detto una cosa (Pietro Calabrese) e Veltroni un’altra (Claudio Petruccioli). Inoltre, proprio in vista delle europee, tutti quei dirigenti che fanno capo a Pierluigi Bersani tendono ormai a distaccarsi sempre di più dalla stretta dei dalemiani. Semplicemente vogliono essere un’altra cosa. Dall’altra parte, invece, chi in questo momento dà un forte appoggio al segretario, oltre ai fassiniani, sono naturalmente i popolari. Ma anche in questo caso l’impressione che si ha nel partito è che i vari Fioroni e Franceschini si stiano anche loro preparando alla tempesta delle prossime elezioni, e che per questo si stiano muovendo per essere via via sempre più autonomi dallo stesso segretario”. Così, oggi, potrebbe essere sufficiente parlare con un qualsiasi dirigente del Pd per capire qual è il notevole peso raggiunto dai dirigenti di origine popolare. C’è Dario Franceschini, vicesegretario. C’è Beppe Fioroni, capo dell’organizzazione del partito. C’è Antonello Soro capogruppo alla Camera. E, con ogni probabilità, da gennaio ci sarà anche un riconoscimento per Franco Marini.

Dall’armistizio al seminario
A conti fatti, però, all’interno del Partito democratico gli ex Ppi sono arrivati a rappresentare circa il 22 per cento del totale (15 dirigenti). Un 22 per cento che per la prima volta si conterà ad Assisi il prossimo 10 ottobre, quando in Umbria i Popolari organizzeranno il primo grande convegno postelettorale. Oltre ai veltroniani e agli ex Ppi, tra gli organi dirigenti del partito vi sono anche sei rutelliani (che in tutto sommano il 9 per cento) e altri sei bettiniani. Mentre ancora più in giù si trovano rappresentati dalemiani, bersaniani e fassiniani, tutti con quattro dirigenti per uno. Certo, forse non sarà molto, ma nel Pd oggi sono in tanti a credere che in quell’armistizio armato firmato tra Veltroni e D’Alema ci sia di mezzo anche la composizione della geografia interna del Pd. E’ anche a questo a cui si riferisce sia il Massimo D’Alema che si lascia scappare frasi come quella di Firenze (“Tutti devono dare una mano, il mio ruolo lo devono stabilire Veltroni e i dirigenti del partito”) sia quelo un po’ minaccioso del libro di Bruno Vespa (“Nel Pd c’è qualche ‘pasdaran’, come Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini, che si presenta come veltroniano in aperta e violenta contestazione delle cose che dico io”). E’ anche a questo a cui si riferisce quel Franco Marini che ragiona sui futuri equilibri del Pd (“Serve un coordinamento rappresentativo di tutti”, ha detto poco tempo fa l’ex presidente del Senato). Certo è che – per comprendere come il Pd si schiererà prima delle prossime europee, per comprendere i giochi di forza interni al partito – per il segretario del Pd – per salvare la propria leadership e per difendersi dall’accerchiamento nel partito – sarà un po’ difficile prescindere anche da questi numeri. Ed Enrico Letta? Per ora non ha quasi nessuno, tranne se stesso, ben piazzato ai piani alti di quello che un tempo si chiamava loft. Dove il quasi – dicono – sta per Massimo D’Alema.
Claudio Cerasa
30/09/08

venerdì 11 luglio 2008

Il Foglio. "Perché Sacchetti parlava più con Bersani che con D’Alema"

Reggio nell’Emilia. La tessera e la banca. La coop e il sindacato. Il cooperatore e il partito. Possono servire anche sessant’anni per una telefonata e con Ivano Sacchetti, con Giovanni Consorte, con Unipol, con le coop e con quel vecchio sogno di conquistare una banca è andata proprio così. Bisogna partire da qui per capire il senso di una frase e bisogna partire da qui per capire il senso di una scalata che per Sacchetti aveva un significato diverso rispetto a quello che poteva avere per Consorte. Bisogna partire da un piccolo paese in provincia di Bologna, bisogna partire dai seimila abitanti di Sant’Agata e bisogna poi arrivare un po’ più in là, al di là della ferrovia di Reggio nell’Emilia, in quella strada stretta stretta dove ogni sera Sacchetti tornava a casa prima che il filo del suo mondo si spezzasse a metà. Le coop, il partito, il Pci, i Ds, la Cgil e oggi la Lega.
Il sogno di una grande banca che doveva mettere insieme operai, comunisti, cooperatori e sindacati non nasce nel 2005, quando Consorte e Sacchetti tentarono di conquistare la Banca nazionale del lavoro. Non nasce neppure nel 2004, quando Pierluigi Bersani e Piero Fassino salirono al secondo piano di Palazzo Koch per fare un “giro di orizzonte” e per parlare di banche con l’ex governatore Antonio Fazio. Nasce prima e nasce con tre piccoli maiali in una piazza dell’Emilia. Nasce con l’idea stessa di Unipol. Nasce quando le coop sbocciavano negli scantinati degli operai comunisti. Nasce quando i militanti di partito cominciarono a confondere la tessera di Unipol con quella del Pci; quando anche la Coltivatori diretti aveva una sua delegazione nella Dc; e quando un insulto contro i cooperatori sui muri di Reggio era impossibile, era come leggere un insulto contro la Roma nello spogliatoio di Francesco Totti. Ma nasce, soprattutto, quando il mondo delle cooperative era un mondo che metteva insieme tutto quello che Ivano Sacchetti era riuscito a trasformare in un sogno unico. La sinistra. Il sindacato. L’operaio. L’artigiano. Il partito. La banca. Nasce tutto qui. Quando uno dei maestri di Sacchetti – Cinzio Zambelli, fondatore di Unipol, ex partigiano come il papà di Ivano, Walter – raccontò ai cooperatori quell’idea che avrebbe trasformato un progetto in un tentativo di scalata. Perché l’idea di una banca della cooperazione è un’idea nata nell’estate di sessantatré anni fa, quando a Sant’Agata di Bologna – dove i maialini cominciarono a essere tagliati in piazza per essere distribuiti a “prezzi equi” – nacque la prima coop in grado di assegnare prestiti ai propri soci. Il primo banco di credito. E’ anche per questo che oggi ci possono essere sfumature molto diverse per spiegare il significato di quella frase scappata dalla bocca a Piero Fassino tre anni fa: “Siamo padroni di una banca”. Perché si possono alludere cose più o meno corrette, si possono fare collegamenti più o meno legittimi, si possono intendere cose più o meno querelabili. Ma il sogno di una banca è un sogno che Sacchetti conosceva meglio di Consorte. Perché per lui quello non era un possibile successo personale. Era altro. Era il desiderio di un riscatto. Erano le parole dei padri degli assicuratori che diventavano realtà. Era quello che Cinzio Zambelli aveva spiegato qualche anno prima anche allo stesso Ivano. Perché, come diceva Zambelli, “quella di avere una banca propria è sempre stata tra le aspirazioni più forti dei cooperatori. Si trattava di rendersi autonomi nei confronti di un contesto finanziario e creditizio tutto sommato ostile”. Perché non doveva essere dimenticato “l’antagonismo che ha animato a lungo la cooperazione nei confronti dei ceti di governo e quindi l’ostilità politica contro di essa”. Poi però cosa è successo. E’ successo che oggi non esistono più le feste dell’Unità con gli striscioni verdi e con la U scontornata dell’Unipol sotto i banchetti delle sottoscrizioni. E’ successo che oggi non esiste più quello che Beniamino Andreatta – inventore dell’Ulivo – definì un “reticolo asfissiante di consenso universale”. La tessera e la banca. Il cooperatore e il partito. E’ successo che la tessera del partito e la tessera della coop non sono più lati identici della stessa medaglia. E’ successo, lo dice al Foglio anche il reggiano Pierluigi Castagnetti, che oggi “ogni ragione sociale delle cooperative purtroppo è stata rimossa”. E’ successo, come racconta un ex dirigente coop, “che molto è cambiato e la gente, per fortuna, si è accorta di tutto. Perché non si erano mai visti cooperatori con i segretari personali. Con le macchine con autista. Con i premi di ventimila euro l’anno. Non si erano mai visti presidenti con tripli e doppi e quadrupli incarichi. Perché un tempo le cooperative erano la cinghia di trasmissione del partito. Oggi no. Hanno perso quello che da queste parti si chiama ancora ‘spirito mutualistico’. I cooperatori ora devono fare impresa. Devono ottimizzare. Devono essere competitivi. E invece sono diventati irriconoscibili. Sono un’altra cosa. Non più quelli che ci dicevano: ‘Vi diamo il servizio migliore al minor costo possibile’. E qui c’è qualcuno che ha cominciato ad accorgersene sulla propria pelle. L’Emilia è diventata un’altra cosa. E’ diventata la regione dei democristiani che si sono fatti furbi. La terra rossa è ora la terra dei dossettiani. E’ cambiato tutto. E’ come se si fosse aperta una ferita profonda. Qui un tempo, prima delle elezioni, le cooperative convocavano le assemblee per dare indicazioni di voto. Da due anni, invece, questo non succede più. Ecco. Sacchetti è l’immagine perfetta di tutto questo. E’ l’immagine del cooperatore vero che fa cambiare un mondo che poi gli sfugge di mano. E qui, oggi, si vota un po’ meno a sinistra anche perché la sinistra è un po’ meno rappresentata da quello che significò il mondo coop. Chiedetevi se c’entra qualcosa, tutto questo, con la Lega che ha preso il triplo dei voti rispetto a due anni fa. Chiedetevi perché il presidente della Lega cooperative nomina come vice non più un comunista, ma un bravo leghista. Chiedetevi che cosa significa quando da queste parti scopri che la coop, l’Unipol e il partito sono diventate cose che non ti rappresentano più”.
E’ anche per questo che Sacchetti era quello a sinistra. Era il partito. Era la tessera. Era il sindacato. Era lo specchio e l’evoluzione di quel “consenso universale”. Era quello che parlava con la base, e non con i giornalisti. Era quello che parlava più con Pierluigi Bersani che con Massimo D’Alema. Era quello che stava al mondo di sinistra come il Lambrusco sta a Reggio. Come Vasco sta all’Emilia. Come la Ferrari sta alla Romagna. Poi però è cambiato tutto ed è cambiato tutto anche per colpa di due conti in banca che con quel pezzo dell’Emilia sono in molti a dire che non c’entravano nulla. Il conto numero 046.1039.38 e il conto numero 046.1038.37. La storia dei 40 milioni comincia più o meno così.
(3. continua. La prima puntata è stata pubblicata mercoledì 2 luglio, la seconda venerdì 4 luglio)
Claudio Cerasa
11/07/08

venerdì 4 luglio 2008

Il Foglio. "Solo chi mette il Lambrusco in lattina può sperare di scalare Bnl"

Il partigiano Walter Sacchetti (papà di Ivano) riuscì a dare all’american dream la forma di falce e martello

Reggio nell’Emilia. Il punto è stato sempre lo stesso e la storia dei due manager che volevano dar vita a una grande banca delle cooperative comincia così: comincia con una provocazione, con un sogno americano e con un piccolo compromesso storico. Comincia prima della fallita scalata alla Banca nazionale del lavoro. Comincia prima del 2005. Comincia prima di Ivano Sacchetti e Giovanni Consorte. Comincia quando a Reggio iniziarono ad arrivare le prime Skoda colorate di rosso, quando i voti per il Partito comunista sfioravano il 70 per cento dei consensi e quando, a poco a poco, i supermercati dell’Emilia si riempivano di persone convinte che acquistare una salsiccia sui banconi di una Coop fosse un modo come un altro per finanziare compagni e soviet della vecchia Russia. Non è possibile comprendere il senso della scalata di tre estati fa senza conoscere la persona che prima di tutti riuscì a scrivere nel codice genetico del movimento cooperativo il grande salto di qualità e che riuscì a mettere insieme, senza alcuna contraddizione, quello che a quei tempi sembrava impossibile far accettare ai vecchi militanti. Soldi e comunismo. Mercato e socialismo. Cooperazione e investimento. Per questo, la storia di Ivano Sacchetti – ex vicepresidente di Unipol, indagato per la scalata su Bnl di tre anni fa – è una storia che non può essere raccontata senza partire da qui. Senza partire dalla persona che diede un senso al rivoluzionario discorso che il segretario del Partito comunista, Palmiro Togliatti, venne a fare quasi cinquant’anni fa proprio a Reggio nell’Emilia. Era il 23 settembre del 1946 e la famiglia di Sacchetti stava per entrare nella storia con un signore di nome Walter. “Compagni. Qui da voi c’è l’occasione storica di dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente con un largo fronte democratico in cui le ragioni del lavoro e quelle del capitale possono collaborare per far vedere al blocco reazionario che i comunisti sono capaci di fare star bene il popolo”. E Walter Sacchetti – che fu partigiano, senatore, deputato, amico di Giorgio Napolitano e papà di Ivano – fece così. Riuscì a fare una cosa che in quegli anni non era riuscita a nessun altro. Riuscì a dare all’american dream la forma di una falce e di un martello.
C’è un momento preciso nella storia di questa parte dell’Emilia in cui comunismo e socialismo diventano il “capitalismo fatto da noi” e in cui le cooperative si trasformano in un mondo pronto a entrare davvero nella competizione e nei mercati interni e internazionali. Un mondo pronto, se necessario, anche a conquistare una banca. Tutto però comincia con Walter Sacchetti. Sacchetti era il papà di Ivano e fu lui a consigliare al figlio di entrare in Unipol e di andare a Bologna in via Stalingrado. Sacchetti era il partigiano più famoso dell’Emilia. Lo divenne dopo essersi iscritto al Partito comunista (nel 1928), dopo essere stato prigioniero per sei anni nelle carceri fasciste, dopo essere tornato a Reggio con il nome di battaglia “Spartaco” e dopo essere entrato nella resistenza come ufficiale di collegamento fra le città e le montagne. Era il 1943. Cinque anni dopo Sacchetti diventò onorevole e in seguito senatore. In tutto per tre legislature. Poi entrò nella Cgil, diventò amico di Giuseppe Di Vittorio, fu presidente delle Cantine riunite e segretario delle Camere del lavoro. Da migliorista, militò nel Pci fino al 1989 e fu uno degli uomini di riferimento al nord per la componente napoletana del vecchio Pci di Giorgio Napolitano e Giorgio Amendola (il presidente della Repubblica fu il primo politico che inviò una lettera a Reggio, a casa Sacchetti, quando Walter morì un anno e mezzo fa). Sacchetti fece quello che nessun altro era riuscito a fare. “Portò la rivolussione in America!”, racconta un vecchio amico di Sacchetti. Ci riuscì in due modi, Walter. Ci riuscì ripetendo quelle parole che il figlio Ivano ripeteva spesso prima della scalata alla Bnl del 2005 (“Non si può essere impresa in un territorio se non si dà qualcosa in quel territorio”) e in piccolo, Sacchetti, riuscì a fare quello che cinquant’anni dopo provò a fare il figlio Ivano con le assicurazioni, le banche e i cooperatori. Fu l’esempio perfetto e la dimostrazione ideale di come la dimensione imprenditoriale non poteva che essere legata all’esperienza cooperativa. Sacchetti lo dimostrò e fu una rivoluzione. Tutto cominciò quando da presidente delle Cantine riunite mise il Lambrusco in una lattina, lo portò negli Stati Uniti e lo trasformò nel prodotto coop più esportato in America. (Per chi non avesse mai superato il raccordo anulare, portare il Lambrusco a New York ha lo stesso valore simbolico che potrebbe avere il tentativo di insegnare a un americano a mangiare la porchetta invece che il Big Mac). Sacchetti però fece anche dell’altro. Mise insieme le coop e il basket. Mise insieme cooperatori e calcio. Acquistò la squadra di Reggio di pallacanestro e dopo due stagioni, nel 1984, la portò in serie A. Comprò la squadra di calcio di Reggio – quella fantastica di Ravanelli, di Futre, di Silenzi e di Paganin – e nel 1994 fu la sua Reggiana a portare diecimila tifosi a San Siro e a salvarsi battendo all’ultima giornata il Milan del Cav. E quarant’anni dopo il punto è sempre lo stesso. Soldi e comunismo. Mercato e socialismo. Il papà di Ivano ci riuscì. Riuscì a rimanere dentro il limite del possibile. Il figlio Ivano, invece, scoprì con Unipol e Bnl che più in là, anche se si poteva, forse non si doveva andare. Lo scoprì a Reggio. Lo scoprì quando i compagni cominciarono a dirgli di sentirsi un po’ traditi. Lo scoprì quando i sindacati, anche la Cgil, cominciarono a parlare di “deriva culturale”. Lo scoprì, raccontano a Reggio, quando Sacchetti si accorse che nella sua Emilia i compagni cominciavano a temere che il mondo delle coop fosse diventato simile al mondo immaginario cantato da Francesco Guccini nella “Voce del padrone”. Quel mondo dove in fondo “sol due cose hanno importanza e sono il conto in banca e l’eleganza”. Si dice così per via dei 40 milioni di euro divisi tra Consorte e Sacchetti che meritano una storia a sé. Si dice così anche per via della Lega, che nella città un tempo del Pci è arrivata al 9 per cento. E’ anche per questo che oggi a Reggio, per spiegare l’evoluzione del mondo coop, ci sono due cooperatori che hanno una gran voglia di parlare.
Claudio Cerasa
04/07/08
(2. continua. La prima puntata è stata pubblicata mercoledì 2 luglio)

mercoledì 2 luglio 2008

Il Foglio. "Così Ivano Sacchetti divenne “il vero Cuccia della finanza rossa”"

Reggio nell’Emilia. La strada era sempre quella e ogni sera, anche a sessant’anni, Ivano Sacchetti aveva deciso che doveva essere così, che doveva essere come al solito e che lui doveva essere come gli altri: un po’ pendolare, un po’ operaio, un po’ vecchio comunista. Allora su e giù, su e giù, come in fondo gli aveva suggerito anche papà: Bologna, via Stalingrado, via Lincoln e poi l’autostrada, i 74 chilometri di A1, lo svincolo a destra, il fiume Panaro, Reggio nell’Emilia, via dei Gonzaga e ogni sera si tornava a casa. Faceva così da trent’anni, Sacchetti: lavorava all’Unipol dal 1964. Dal giorno in cui uno dei fondatori, Oscar Gaeta, lo aveva chiamato per spiegargli come quel progetto sarebbe diventato l’immagine perfetta di un movimento di cooperatori che avrebbe trasformato il mondo delle assicurazioni in un grande “strumento sociale”. Era quella l’Unipol di Sacchetti: non ancora la compagnia che sarebbe diventata il satellite finanziario pronto a lanciare la sua offerta pubblica di acquisto sulla Banca nazionale del lavoro. Era quello che ancora oggi conoscono tutti: era il bollino con la U scontornata sul parabrezza, era il tagliandino verde delle assicurazioni, era l’unico lato tollerabile del capitalismo ed era il modo migliore per poter coniugare il comunismo con i tempi del futuro. Diceva Gianni Brera che la struttura morfologica di Fausto Coppi sembrava un’invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta. Sacchetti – che oggi ha 64 anni – stava al mondo delle assicurazioni come Coppi stava alla sua bici, e quella bici la conosce anche meglio di Giovanni Consorte.
E’ vero: Sacchetti era meno sanguigno, meno passionale di Consorte. Sacchetti era quello che ai suoi colleghi diceva di non “considerare necessaria la comunicazione”, quello che controllava le penne in ufficio, quello che aveva in mano i conti della compagnia, quello che a Bologna aveva trasformato l’Unipol nel gigante delle assicurazione prima ancora che quel mondo (nel 2007) finisse quotato in Borsa. Prima che, come dicono a Reggio, arrivassero quei bocconiani che con i vecchi cooperatori non c’entrano granché. Certo, a volte Sacchetti e Consorte sembrano una cosa sola. Quasi un unico soggetto giuridico. Non solo per le accuse identiche ricevute negli anni (aggiotaggio, associazione a delinquere, ricettazione, appropriazione indebita). Non solo per le somme di denaro (anche queste identiche) transitate sui conti correnti. Non solo per la famosa consulenza ricevuta dopo il 2001 (quando furono decisivi per il passaggio di Telecom a Marco Tronchetti Provera). C’è dell’altro, naturalmente, e il filo che lega Consorte e Sacchetti è un filo dentro il quale viaggia tutta la differenza che esiste oggi tra una vocazione alla gestione della cosa pubblica (che era la vecchia idea di Unipol) e la vocazione a essere invece, per quella cosa pubblica, un polo finanziario. In Unipol, prima del 2005, Consorte era il manager fuoriclasse, quello che i giornalisti dovevano chiamare per avere il virgolettato giusto che facesse notizia. Sacchetti era invece quello che si occupava di tutto quello che non si vedeva. Quello che in un giornale, per esempio, verrebbe definito uomo macchina. Quello che, mettendoci magari un po’ meno la faccia e la firma, si trova dietro un computer, e titola, fa il giornale e sceglie cosa è giusto e cosa no. In effetti le cose non potevano che andare così: Consorte era arrivato all’Unipol con una laurea e un master in Economia e finanza e aveva già lavorato alla Montedison prima di arrivare a via Stalingrado. Sacchetti, invece, aveva cominciato da perito assicurativo e aveva lavorato anche come docente all’Istituto tecnico industriale Ipsia (lo stesso dove insegnò Giancarlo Tarquini, il procuratore della Repubblica di Brescia che sul caso Unipol ha interrogato il gip Clementina Forleo; lo stesso che come preside, negli anni di Sacchetti, aveva il dottor Franzoni, papà della signora Flavia Franzoni moglie di Romano Prodi). Poi Sacchetti quando arrivò all’Unipol diventò coordinatore degli uffici sinistri di tutt’Italia (girava da Palermo a Bolzano in roulotte, percorrendo ogni anno circa 150 mila chilometri). In via Stalingrado, fu direttore del personale, direttore commerciale, direttore centrale, direttore generale, ed è lui uno degli uomini che hanno scelto di assumere Consorte. Sacchetti è quello a sinistra perché è quello che viene davvero dall’apparato del partito. E’ quello figlio del partigiano Walter – che diventò l’uomo più potente di Reggio. E’ quello che fu iscritto al Pci, al Pds e infine ai Ds. E’ quello grazie al quale, fino al 2005, al nord non esisteva alcuna festa dell’Unità senza lo striscione verde con i caratteri bianchi dell’Unipol. E’ quello che qualcuno considera come la vera mente della compagnia assicurativa. Come il “vero Cuccia delle cooperative”. Come il simbolo forte, anche perché meno esposto, di quel blocco della finanza rossa, oggi diviso a metà (ieri Mps è uscita dall’universo Unipol), che fino a poco tempo fa riusciva a mettere insieme le forze economiche più sensibili alla sinistra. Unipol, i capitani coraggiosi, Mps. Di Unipol Sacchetti fu vicepresidente; di Mps consigliere; di Gnutti (uno dei “capitani coraggiosi”, definizione di Massimo D’Alema, della scalata Telecom) Sacchetti divenne amico quando Gnutti sedeva nel cda della Banca Agricola Mantovana.
Ora, tre anni dopo l’estate in cui erano i muri di Reggio a raccontare meglio di ogni pezzo di cronaca lo spirito di una città ferita nel cuore del suo motore politico, di Sacchetti si sa poco. Non un’intervista. Non una dichiarazione. Non un’intercettazione degna della prima pagina di un giornale. Persino il giorno delle dimissioni da Unipol Sacchetti ha scelto di nascondere la sua voce. Raccontano che quel giorno Consorte presentò un memoriale di tre pagine. Sacchetti no. Scrisse venti righe e spiegò agli amici che non ce la faceva. Che era distrutto e che non c’erano parole per dirlo. Oggi Sacchetti ha scelto di fare il pensionato. Vive a Reggio, non ha una merchant bank, ha due misteri che proveremo a chiarire e come Consorte crede ancora che Unipol doveva essere la “banca del paese”. Ma ci sono alcuni aspetti di questa storia che dimostrano come forse avesse ragione Nanni Moretti quando cinque anni fa ricordava che il comunismo italiano ha a che fare più con l’Emilia che con l’Urss. Sacchetti, in questo, è l’esempio perfetto. Per tre motivi. E almeno per tre storie che da queste parti considerano incredibili. (1. continua)
Claudio Cerasa
2/7/08

venerdì 16 maggio 2008

Il Foglio. "Così W si crea il ruolo di interlocutore unico a destra e a manca"

Riunione di famiglia nel Partito democratico prima del pranzo con il cav.

Roma. Walter Veltroni incontrerà oggi a pranzo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e quando il leader del Partito democratico salirà al primo piano di Palazzo Chigi lo farà con una leadership più solida di quella che il segretario aveva percepito attorno a sé negli ultimi giorni. Ieri, per la prima volta, il Pd ha discusso a porte aperte del risultato delle ultime elezioni e per oltre un’ora Veltroni ha declinato le strategie che il partito seguirà nei prossimi mesi. Un partito che a prima vista sembra essersi cucito addosso un abito un po’ diverso e che certamente è uscito un po’ ritoccato dalla riunione di ieri (circa 150 persone tra segretari, parlamentari e sindaci). L’organismo di coordinamento del Pd è stato infatti allargato anche a Giorgio Tonini, Rosy Bindi e Vannino Chiti e l’ex ministro Giuseppe Fioroni, responsabile dell’organizzazione del partito, avrà da ora in poi lo stesso ruolo di peso che fino a pochi giorni fa aveva Goffredo Bettini. Veltroni, pur ricordando che la sconfitta del Pd va ricercata in alcuni comportamenti dell’ultima coalizione di governo (W. ha insistito molto sull’indulto), ha dedicato comunque cinque secondi di applauso a Prodi e ha ricordato, poi, che a suo avviso l’Italia non è però pronta per auspicare un bipartitismo perfetto come quello americano. Il punto più significativo del lungo intervento di Veltroni è, a pensarci bene, quello che riguarda le alleanze. Veltroni ha rilanciato la sua idea di vocazione maggioritaria e ha portato ancora un po’ di carburante al motore del CaW (verso il dialogo con Berlusconi, dice il segretario, “è sbagliato avere un atteggiamento di imbarazzo”). Ma, lasciando intendere di non avere alcuna intenzione di farsi scavalcare da nessuno nel gestire i rapporti del Pd con la sinistra rimasta fuori dal Parlamento, W. dice anche che nel futuro del partito ci potranno essere delle alleanze con la “sinistra radicale”. Magari già dalle prossime elezioni amministrative. “La politica delle alleanze – dice Veltroni – significa espandere la nostra rappresentanza nel paese. Io sogno di lavorare con intelligenza e umiltà, senza assegnare a nessuno dei ruoli, per cercare convergenze politico-programmatiche già sul territorio”. Le parole di Veltroni sono meno dure di quelle che il segretario del Pd aveva utilizzato prima delle ultime elezioni. Ma che la vocazione maggioritaria prevedesse una certa elasticità lo si era già capito dal giorno in cui, nel corso della campagna elettorale, a Spello, Veltroni aveva spiegato che il Pd non doveva correre solo ma bensì libero. “Il nostro impegno è dialogare con la sinistra radicale a partire dalla nostra posizione riformista. Non possiamo prescindere – ha detto W. – dalle voci critiche della società e non possiamo lasciare la protesta senza ascolto e senza voce. Il problema è quello di non dar vita più a coalizioni contro ma di lavorare con intelligenza e umiltà”. Una marcia indietro? Probabilmente no. Perché se è vero che le frasi del segretario del Pd sono simili a quelle utilizzate qualche giorno fa da Massimo D’Alema (“La più grande forza dell’opposizione deve stabilire un buon rapporto con tutte le forze d’opposizione al governo, anche per le elezioni locali”, aveva detto D’Alema), il senso delle parole di Veltroni a proposito di alleanze e autosufficenza lo ha riassunto bene un Piero Fassino sempre più sensibile al pensiero di W. “La pretesa di autosufficienza spesso è contraria a una vocazione maggioritaria”, avrebbe aggiunto Veltroni, prima di concludere il suo discorso e ascoltare le parole di Fassino. “La questione delle alleanze – ha detto l’ex segretario Ds – Veltroni l’ha posta in modo corretto. Non dobbiamo avere nostalgia delle alleanze di ieri, nessuno pensa che si può tornare indietro”. Così anche Franco Marini: “Il principio delle alleanze non può essere un grimaldello per ridefinire il profilo del Pd”. Veltroni, prima di ricordare che la spina dorsale del partito sarà costituita in futuro anche dalle fondazioni legate al Pd, ha pure detto che il partito liquido è un’espressione “astratta che non ha mai fatto parte del nostro vocabolario”. Ma è il rapporto con la sinistra che darà un peso diverso agli interventi dei relatori del Pd. D’Alema, a fine giornata, dirà che Veltroni “ha usato le mie stesse parole”; a questo proposito il primo passo che W. farà per aprire a sinistra, o forse “inglobare”, sarà l’incontro di lunedì con il leader della Sd Claudio Fava. Certo è che, comunque la si voglia mettere, il Veltroni visto ieri sarà anche un po’ meno liquido con le parole ma il messaggio che il segretario ha lanciato al partito è chiaro. Perché dopo essersi visto riconoscere dal Cav. come il leader con cui dialogare sulle riforme, ieri W. ha ricordato che anche nel dialogo con la sinistra radicale l’interlocutore è solo uno e si chiama Veltroni. E visto che Veltroni ha ricordato che oggi con il Cav. si parlerà anche di legge elettorale europea, l’impressione è che non soltanto la sinistra avrà difficoltà a ricattare W. ma che per non scomparire del tutto con il segretario l’Arcobaleno dovrà davvero cominciare a parlarci un po’ di più.
Claudio Cerasa
16/05/08

giovedì 8 maggio 2008

Il Foglio. "Così il nuovo Tremonti spiega perché D’Alema gli piace più di W"

Roma. Nel primo giorno del Cav. III, il terzo Giulio Tremonti nasce ieri pomeriggio alle quindici e trenta nella sala registrazioni della Rai. Con un faccia a faccia con Giovanni Minoli e con due frasi non certo casuali che il nuovo ministro dell’Economia ha dedicato a Massimo D’Alema. Perché tra Tremonti e D’Alema non ci sono solo due caratteri simili, con tratti comuni e con simpatie sfumate dietro frequentazioni condivise: Tremonti e D’Alema si piacciono. E se non fosse già sufficientemente chiaro, il ministro lo ha fatto capire ancora una volta ieri con parole che non aveva mai utilizzato. E così, dopo aver passato tutto il primo pomeriggio a Palazzo Grazioli con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti è arrivato in via Ettore Romagnoli per la registrazione dell’ultima puntata della trasmissione di Gianni Minoli (“La storia siamo noi”); ha parlato – anche a telecamere spente – con il conduttore dei possibili nuovi assetti della tv di stato; ha scherzato a fine puntata sul suo carattere un po’ tosto che alla fine però ha conquistato pure lo stesso Minoli (“Vede, il mio peggior difetto è invece essere simpatico”, dirà Tremonti); e una volta viste scorrere dietro le proprie spalle le immagini del 23 ottobre americano di quasi ottant’anni fa (martedì nero, crisi del 1929 e Borsa di Wall Strett a pezzi) il ministro dell’Economia ha confermato che se da un lato c’è un CaW con un motore ancora un po’ inceppato, dall’altra parte, invece, la cerniera diplomatica di Tremonti è in ottima salute e nei suoi rapporti con l’opposizione non potrà prescindere da Massimo D’Alema. Spiega perché due volte, Giulio Tremonti. Dice che con l’ex presidente dei Ds “si discute bene” e proprio per questo, premettendo che di “politici del genere non se ne trovano tanti in giro” Tremonti, con una certa naturalezza, tra il segretario del Pd e l’ex ministro degli Esteri dice di sentirsi in sintonia “più con D’Alema che con Veltroni”. E lo dice nel giorno in cui il dalemiano Nicola Latorre, giocando sul filo del paradosso, aveva spiegato a questo giornale che Tremonti viene “da una costola della sinistra”.
Il punto però è che ora il professore sembra stare al gioco: il Tremonti conciliante di oggi dice che personalmente ha bisogno di due anni per dare un giudizio definitivo su Tommaso Padoa-Schioppa e Romano Prodi; dice che nel dialogo con l’opposizione vanno fissati almeno due punti (riforma della Costituzione, federalismo fiscale); che la legge elettorale è l’ultimo dei problemi del governo; e che se proprio dovesse scoprire le carte sulle persone giuste con cui condividere un dialogo all’opposizione oltre a D’Alema i nomi buoni sono quelli del presidente dell’Emilia, Vasco Errani, e del sindaco di Firenze, Leonardo Domenici. E’ però un Tremonti con sfumature sempre diverse quello che è riuscito a far dissolvere in pochi mesi il vecchio e polveroso antitremontismo. Tremonti conta sempre di più a destra e piace sempre di più a sinistra e lo stesso Minoli, a fine puntata, non ha potuto che registrare così la sua piccola folgorazione tremontiana. “Mi sembra ormai una persona che ha acquistato una sicurezza definitiva del suo pensiero e che sia ormai consapevole del fatto che il suo libro e le sue riflessioni siano inevitabilmente un documento pogrammatico di sintesi per tutto il governo”. Tremonti sorride quasi imbarazzato quando Minoli lo paragona al Gesù che cacciava i mercanti (“Qui però i mercanti li hanno già cacciati”, si difenderà Tremonti); e parlando del suo ultimo libro (“La paura e la speranza”) dice inoltre di trovarsi in sintonia non solo con uno dei fratelli di Romano Prodi (Paolo) e non solo con l’avvocato Guido Rossi (“Dice cose molto profonde”) ma anche con l’ex ministro Emma Bonino. Solo che nel giorno in cui il Cav. III conclude le consultazioni al Quirinale e presenta la sua lista di governo il fatto è che c’è un nuovo Giulio Tremonti che approda al governo. Ieri pomeriggio ha ricordato di arrivarci, questa volta, “da politico e non da tecnico” e che già dalla prossima settimana potrebbe trasformarsi nella cerniera diplomatica alternativa a quella ancora un po’ debole del CaW.
Claudio Cerasa
08/05/08