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venerdì 30 ottobre 2009

La Presa di Roma sull'Ansa

LIBRI:ESCE 'LA PRESA DI ROMA',RITRATTO NUOVA DESTRA CAPITALE

(ANSA) - ROMA, 29 OTT - La cronaca di una rivoluzione. E, per dirla con le parole dello stesso scrittore la cronaca della rivoluzione e dei segreti di una città, Roma, dagli anni di Rutelli e Veltroni ad oggi. Oggi che ad amministrare la capitale è arrivato Gianni Alemanno. E' un affresco a tutto tondo, ma anche a tinte forti, quello descritto da Claudio Cerasa, giornalista, autore di "La presa di Roma", edito da Bur-Rizzoli nella collana Futuro Passato. Ed è una raffigurazione che affonda le radici in alcune domande per descrivere la nuova destra romana, guidata da un sindaco che ha conquistato categorie sociali, ed interi quartieri, da sempre appannaggio della sinistra. Quali sono i veri padroni e quali sono i volti sconosciuti che nel silenzio governano la città? Si chiede Claudio Cerasa nelle 208 pagine de 'La presa di Roma'. C'è qualcosa di più profondo, e qualcosa di più misterioso, di una semplice svolta politica nel modo in cui la nostra Capitale ha improvvisamente cambiato parte. In poco più di una un anno Roma si ritrova comandata da una nuova e fortissima rete di potere, racconta lo scrittore. Una rete fatta da costruttori, palazzinari, avvocati, architetti, immobiliaristi e presidenti dei circoli sportivi. E che mette insieme Vaticano, centri sociali, editori, giornalisti, tassisti, lobbisti, ebrei, fascisti e persino comunisti. Insomma, nello spiegare la Roma di oggi, Cerasa ci consegna la sua verità: "Alemanno ha imparato a goveranare le stanze più segrete della capitale e si prepara ad essere il prossimo vero candidato di centrodestra alla guida del paese". (ANSA).

martedì 20 gennaio 2009

Il Foglio. "Come, quando e perché Max e Marini hanno programmato il dopo Walter"

Roma. Molte di quelle voci maliziose che in queste ore hanno raccontato di famigerati “piani” pronti per accelerare, già da oggi, la sostituzione di Veltroni alla segreteria del Pd potrebbero trovare conferma in un incontro che pochi giorni prima della fine dell’anno ha messo di fronte Massimo D’Alema e Franco Marini. Un incontro che alcuni parlamentari del Pd considerano il primo vero tentativo di arrivare alle elezioni della prossima primavera con forze nuove alla guida del partito: in altre parole, senza Walter Veltroni. E’ successo così che durante le feste di Natale il presidente della fondazione ItalianiEuropei ha deciso di andare a trovare l’ex presidente del Senato, per spiegargli in prima persona cos’è che non va e per suggerire allo stesso Marini la seguente soluzione: sostituire il segretario già prima delle europee. “Ti pare possibile – ha detto D’Alema – andare avanti per cinque mesi così?”. Per chi non fosse a conoscenza degli ultimi complicatissimi e in effetti poco appassionanti equilibri di potere tra le correnti del Pd, il fatto nuovo è che uno dei grandi sponsor e grandi difensori finora di Veltroni, Marini appunto, si stia muovendo in prima persona per promuovere il ricambio di leadership nel partito: Marini rappresenta il vertice più prezioso di quel solido triangolo politico che fino a oggi ha scortato W. nella sua avventura nel Pd – e che ai due vertici bassi ha Franceschini (vicesegretario del partito) e Fioroni (capo dell’organizzazione del Pd). Non a caso, nel breve incontro che i due hanno avuto durante le vacanze, più che le parole di Max sono state quelle dello stesso Marini a essere espressione diretta di una certa insofferenza nei confronti del segretario: “Io che ho sempre detto che bisognava aspettare oggi mi rendo conto che non c’è più nulla da aspettare”. Naturalmente, quando sentono parlare di complotti dalemian-mariniani i veltroniani sorridono e ti rispondono dicendo che non c’è nessuna alternativa a Walter, che i dalemiani sono sovrastimati, che i mariniani non contano più come un tempo e che Red comunque non ci fa per nulla paura. Sarà. Il fatto è che dopo l’incontro tra Marini e D’Alema la corrente degli insofferenti ha trovato un nome su cui convergere definitivamente. Niente Soru, niente Cuperlo e Nicola Zingaretti. Il nome su cui il “Pd degli insoddisfatti” punterà per il dopo W. è quello di Pierluigi Bersani: nome ora gradito non solo a D’Alema ma anche a Marini e che prevedendo in un ipotetico ticket l’affiancamento di Enrico Letta suonerebbe come una bocciatura sia per Fioroni sia per Franceschini. Raccontano dal Pd che Marini è “insoddisfatto” sia di come Franceschini ha gestito la sua vicesegreteria sia di come Fioroni ha gestito la macchina del partito. “I rapporti tra Marini e la coppia Franceschini-Fioroni non sono mai stati cattivi come in questi tempi. Marini – racconta un parlamentare del Pd, che chiede l’anonimato – crede che Franceschini non sia stato abile a costruirsi un profilo da prima alternativa a Veltroni. Per quanto riguarda l’organizzazione del partito il punto non è il peso quantitativo che i cattolici hanno nel Pd. Il punto è che quando si è in emergenza e quando per esempio il partito ha bisogno di commissari straordinari, i nomi che escono fuori sono sempre uomini vicini a Walter. Enrico Morando a Napoli, Massimo Brutti in Abruzzo, Vannino Chiti in Toscana, Achille Passoni in Sardegna. Inoltre – continua il parlamentare del Pd – c’è qualcuno che nel partito comincia a fare questo ragionamento e inizia a pensare che sostituire Veltroni prima delle elezioni potrebbe essere non solo una scelta politica ma anche una precauzione. Il rischio è che le indagini sul caso Romeo siano letali anche per la vecchia amministrazione comunale della capitale. Ed è evidente che l’impatto su un partito come il nostro sarebbe molto meno violento se il giorno in cui quelle indagini si concluderanno, a guidare il Pd non ci sarà più l’ex sindaco di Roma”.
Claudio Cerasa
20/01/09

giovedì 27 novembre 2008

Il Foglio. "Altro che Sardegna. Tra Unità, CDB e Max, Soru è pronto a scalare il Pd "

Giornale, quattrini, rete di potere, amicizie trasversali, Confindustria. Cosa c’è dietro alle mosse di “Surei”
Le dimissioni di Renato Soru dalla presidenza della regione Sardegna hanno avuto l’effetto di irrobustire il profilo politico di uno dei dirigenti più in ascesa nel Partito democratico. La mossa di Soru rientra all’interno di una strategia ben studiata – e concordata con il segretario Walter Veltroni – che permetterà all’ex numero uno di Tiscali di arrivare alla campagna elettorale delle regionali del 2009 forte di un sostegno che la dirigenza del Pd non farà a meno di offrirgli anche nelle prossime ore. Ieri i complimenti al governatore dimissionario sono arrivati da alcuni tra i più importanti esponenti del partito (i più significativi sono stati quelli di Veltroni e di Letta) e le parole di Soru lasciano intendere che l’avventura nel Pd non si fermerà certo per un emendamento bocciato dalla sua giunta regionale. “Non è l’ultimo atto della mia esperienza politica”, ha ripetuto in queste ore Soru. Nel Pd, però, qualcuno comincia a osservare con preoccupazione la vivacità dell’imprenditore sardo, perché se il primo obiettivo del governatore è quello di non perdere la sua Sardegna è difficile negare che Soru “abbia ormai tutte le carte in regola per essere considerato come un leader utile per il partito a livello nazionale”, dice al Foglio il senatore lettiano del Pd Francesco Sanna.

Chi conosce bene Soru racconta che “l’esperienza maturata in questi anni ha dato la possibilità a Renato di essere pronto per sbarcare davvero sul continente”, e in teoria Soru avrebbe tutto quello che servirebbe per il grande salto: ha una liquidità non indifferente, ha amicizie trasversali, ha un giornale tutto suo, ha un consenso che va al di là della sua esperienza politica, piace tantissimo a Confindustria (il Sole 24 Ore gli ha dedicato due giorni fa un ritratto lusinghiero in cui Soru – “Un uomo solo al comando” – veniva descrito come un politico in grado di “contraddire tutti i pedigree dei leader italiani dall’Unità a oggi”). Inoltre, “Surei” – come lo chiamano a Cagliari – è uno dei pochi dirigenti ad aver creato un’armonia quasi impossibile tra il mondo di Walter Veltroni, di Franco Marini, di Enrico Letta, di Massimo D’Alema, di Piero Fassino e di Carlo De Benedetti. I rapporti con l’Ingegnere si sono consolidati all’inizio di quest’estate, e mentre il 5 giugno Soru acquistava d’intesa con Veltroni il pacchetto di maggioranza dell’Unità (sedici milioni di euro) CDB si preparava a diventare il secondo azionista della società fondata dal governatore – Tiscali – versando nelle casse di Soru sessanta milioni di euro e arrivando così ad acquistare con la sua Management & Capital il 6,9 per cento del pacchetto azionario.

Per quanto Soru sia ancora oggi un alleato fedele di Veltroni, il governatore dice però di “non sentirsi affatto un veltroniano”. Soru – che i suoi estimatori considerano una perfetta sintesi tra il veltronismo e il berlusconismo – in effetti ha tratti in comune più con il mondo dalemian-lettiano che con quello veltroniano. Se fino a poco tempo fa quella con D’Alema e Letta era una “semplice sintonia di vedute politiche” gli amici di Soru raccontano che questi tre mondi oggi sono più vicini. D’Alema ha conosciuto Soru dieci anni fa (da segretario del Pds lo invitò a un convegno organizzato dal suo partito), Letta ha invece avuto modo di migliorare i suoi rapporti con il governatore negli ultimi due anni passati a Palazzo Chigi, dove Soru andava spesso a trovarlo. Letta e D’Alema, inoltre, sono stati i due grandi protagonisti della discesa in campo del manager sardo: furono loro che nel 2003 – il 17 luglio, a pochi giorni dalla candidatura ufficiale di Soru – convinsero l’imprenditore a presentarsi alla guida della regione, nel corso di un convegno organizzato per progettare proprio il futuro del Pd.

Soru – spiegano dal Pd – ha intenzione di guidare la Sardegna anche per i prossimi cinque anni, uscirà rafforzato dalle dimissioni presentate due giorni fa, ma chi lo conosce bene sa che quella pazza idea di candidarsi un giorno alla guida del Partito democratico oggi è diventata un’idea tutt’altro che impossibile. “Soru per la politica sarda – racconta al Foglio Gianluca Lioni, dirigente popolare del Pd– è stato una sorta di Martin Lutero, ha portato un cambiamento radicale in uno scenario prima piuttosto asfittico. Ha un caratteraccio ma è moderno, post-ideologico, è un decisionista e sa comunicare, ci vorrebbe la sfera di cristallo per escludere che, in futuro, non giocherà sul palcoscenico nazionale”.
Claudio Cerasa
27/11/08


martedì 25 novembre 2008

Il Foglio. "Così nasce la prima vittoria di W. (e Marini) contro i dalemiani"

C’è una ragione precisa per cui l’elezione di Roberto Morassut alla segreteria laziale del Partito democratico ha un interesse politico che va ben oltre i confini del Raccordo anulare. Vista dai veltroniani – dopo la riuscita manifestazione del Circo Massimo, dopo l’accordo sulla Vigilanza Rai, dopo il successo nella scelta di Alberto Stramaccioni come numero uno del partito a Perugia – la nomina dell’ex assessore del comune di Roma è uno dei segnali chiave per capire il momento positivo in cui si trova il segretario democratico. Al coordinamento del Pd regionale, Morassut è stato scelto da una maggioranza schiacciante: 264 delegati hanno votato a suo favore, 54 contro, 17 hanno lasciato bianca la scheda e 23 l’hanno annullata. Risultato: 73 per cento dei consensi, modello Roma che resiste, dalemiani tecnicamente sconfitti e veltroniani al comando nella terra di W. Dietro a questi risultati, però, si nascondono alcuni aspetti che dimostrano come lo scontro tra il mondo di Max e quello di W. non sia affatto un’invenzione giornalistica. Tutt’altro: il nuovo segretario del Pd laziale non è stato votato né dai dalemiani, né dai lettiani né dai bindiani, e se quel 73 per cento di consensi potrebbe far credere che quello di Morassut sia stato un successo pieno, c’è invece un dato che non può essere sottovalutato. “Tra assenti e contrari, il 47 per cento dell’assemblea nei fatti non ha votato per Morassut”, ha ricordato ieri Claudio Mancini, assessore regionale e uno dei più fedeli dirigenti dalemiani nel Lazio. Nelle stesse ore il braccio destro di D’Alema – Matteo Orfini – aggiungeva che continuare a “dirigere un partito così è un errore drammatico”.
Comunque la si voglia vedere, la nomina di Roberto Morassut rientra in una strategia programmata da Walter Veltroni alla fine della scorsa estate, quando – per preparare al meglio le elezioni del 2009 – l’ex sindaco di Roma aveva confessato ai suoi collaboratori gli obiettivi da raggiungere entro la fine dell’anno: “Ripartire da Roma e dal Lazio, conquistare la base e indebolire l’opposizione alla segreteria”. Ma l’immagine dell’elezione laziale dimostra ancora una volta che la solidità della leadership veltroniana dipende sempre più dall’alleanza tra W. e gli ex Popolari di Franco Marini, Giuseppe Fioroni e Dario Franceschini. Come spiega al Foglio il senatore romano del Pd, Lucio D’Ubaldo, “in questi giorni i dalemiani del Lazio hanno effettivamente provato a trovare un accordo con noi, ma proporci di formare una logica alternativa con D’Alema al posto di Veltroni è stato un atteggiamento controproducente: D’Alema non è un’alternativa a Walter, anche perché – come si dice dalle nostre parti – ‘peppa per peppa è meglio peppa mia’. I veltroniani – aggiunge D’Ubaldo – devono però capire che se il Pd ha bocciato i dalemiani il merito è soprattutto dei popolari. Senza di noi non sarebbe mai esistito alcuna soluzione Morassut, e questo bisogna che qualcuno un giorno se lo ricordi”. I dati sull’elezione del nuovo segretario offrono in effetti un quadro chiaro degli equilibri interni al Pd. L’appoggio dei popolari (soprattutto quelli di rito mariniano) è stato decisivo per il successo di Morassut: gli ex Ppi hanno votato in novanta per l’ex assessore, i bettiniani (così come i rutelliani) sono stati trenta in meno e alla fine sono sempre i “WalterPop” (veltroniani+popolari) ad avere ancora oggi in mano il Partito democratico.
Così, se tra i dalemiani c’è chi non ha gradito affatto lo scarso interesse che l’ex ministro degli Esteri ha dedicato agli ultimi giorni di campagna laziale (Walter Tocci, ex vicesindaco di Roma e considerato oggi assai vicino a Max, domenica ha lanciato questa frecciata a uno dei consiglieri più fedeli di D’Alema: “Nicola Latorre nel Pci non sarebbe durato un giorno come vice capogruppo del Senato, dopo aver appoggiato l’avversario in diretta televisiva”), dall’altro lato i veltroniani sono euforici, considerano salvo il vecchio modello Roma di Bettini e per riassumere il senso del successo politico dell’elezione di Morassut continuano a inviarsi messaggini di questo tipo, anche in queste ore: “I dalemiani hanno fatto i coatti tutto questo periodo, dovevano candidare Cuperlo, poi – visto che sono quattro gatti e hanno paura di contarsi – alla fine, semplicemente, non hanno votato”.
Claudio Cerasa
25/11/08

sabato 15 novembre 2008

Il Foglio. "Perché Riccardo Villari è il migliore presidente che poteva sognare il Pd"

Il senatore dice di essere pronto a mollare, nel Pd c’è chi crede sia molto meglio di Orlando e lui ora si gode il momento

Roma. Resta non resta si dimette non si dimette è un traditore è un bugiardo è una provocazione è uno strappo è uno scandalo è un regime è una dittatura, e se lui è come De Gregorio quell’altro è proprio come Videla. Il senatore Riccardo Villari, eletto due giorni fa alla presidenza della commissione Vigilanza Rai dopo 152 giorni di tentativi falliti e dopo 43 riunioni andate tutte puntualmente a vuoto, ieri ha spento i suoi telefonini e per qualche istante si è goduto la nomina più importante della sua vita in un piccolo bar romano a pochi passi da Viale Mazzini. Niente telefonate, niente messaggini, niente scocciature, grazie. Comunque la si voglia vedere, fino a giovedì prossimo il senatore sarà a tutti gli effetti il nuovo presidente della Vigilanza Rai, e prima che Villari incontri sia il presidente della Camera (martedì) sia quello del Senato (giovedì, mentre con Giorgio Napolitano non ci sarà alcun colloquio formale) la sua nomina “è purtroppo il frutto di una normale decisione democratica varata da un organismo democratico”, come ammette sconsolato al Foglio il senatore Giorgio Merlo. Due giorni fa, Veltroni aveva assicurato che Villari si sarebbe “immediatamente” precipitato dai due presidenti delle Camere per presentare le sue dimissioni. Villari – che ufficialmente dice di essere pronto a dimettersi se il Pd troverà un nuovo nome sul quale convergere – però è ancora lì, e a lui non sembra dispiacere affatto. Ma più che il suo slalom tra un partito e un altro; più che la sua contemporanea appartenenza a una manciata di correnti del Pd (Villari ha la caratteristica di essere considerato allo stesso tempo un perfetto dalemiano, mariniano, franceschiniano, rutelliano, mastelliano e persino demitiano), quello che nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce è che, in fondo, Villari è il miglior uomo che il Pd potesse sognare per quel ruolo nella Vigilanza. “Villari – spiega con un sorriso l’ex direttore generale della Rai, Pier Luigi Celli – in teoria avrebbe tutto quello che deve avere un buon presidente della Vigilanza. Per quel ruolo occorre appartenere all’opposizione, occorre essere scelti dalla maggioranza, occorre essere competenti e occorre essere trasversali per garantire gli equilibri dell’azienda e dialogare con i vertici. Se non fosse che la formula con cui è stato eletto è decisamente inusuale, Villari sarebbe un buon presidente, più di Orlando”.

“Mi dimetterò solo se c’è un’intesa”
Ma se prima del caso Villari nessuno – neanche il Cav. – era riuscito a convincere W. della presenza nel paese di un “regime”, ecco, una ragione c’è. Villari è una delle espressioni di una certa insofferenza politica nei confronti di Veltroni, e non deve stupire che nel Pd ci sia qualcuno convinto che l’operazione che ha portato a eleggerlo alla Vigilanza sia uno dei tanti segnali possibili dell’offensiva dalemiana. Il senatore napoletano – che ha dimostrato che W. può perdere da un momento all’altro il controllo del partito – è stato uno dei primi ad aver spiegato che nel Pd c’è un piano B, ed è quello di D’Alema. “La musica è cambiata: i nostri elettori avvertono la necessità di ricalibrare la posizione del partito e riconoscono a D’Alema un’affidabilità che altri non hanno… Massimo, con Marini, costituirebbe una coppia solida per il futuro del Pd… Red è l’ultima scialuppa per il partito”, ha raccontato Villari un mese fa a questo giornale. Pur avendo promesso che seguirà gli ordini del suo partito,Villari è stato tutt’altro che sorpreso dall’elezione alla Vigilanza: già da lunedì, chi ha avuto la possibilità di parlare con lui sapeva che la sua nomina era ormai cosa più o meno decisa (“Evidentemente ho estimatori bipartisan”, scherzava il senatore con gli amici). Tra le altre cose – con quel vento nuovo che soffiava in Rai e con quell’aria da fase due che si respira da tempo nel Pd – Villari raccontano che si stesse cominciando un po’ a “divertire”. “Fosse per lui – dice un ex dirigente della Margherita – a quel ruolo col cavolo che Riccardo ci rinuncerebbe”. Ieri il Pd (con D’Alema e Tonini) ha ricordato che se Villari non presenterà le dimissioni verrà espulso, e alla fine il senatore sarà costretto a lasciare l’incarico. Ma vista da Villari, la situazione un po’ paradossale lo è: perché provateci voi a mettervi nei panni di questo senatore eletto a capo di una commissione che ha sempre sognato, in un ruolo che ha sempre amato, in un’azienda per cui ha sempre lavorato, e che si ritrova con compagni inbufaliti, con segretari indiavolati quando nel Pd sarebbero invece molti quelli che pur di farla finita con questa storia della Rai (e con la candidatura di Orlando) cominciano a sognare che sia proprio lui il nuovo presidente di questa dannata commissione di Vigilanza.
Claudio Cerasa
16/11/08

giovedì 13 novembre 2008

Il Foglio. "I soldi, le banche e la sinistra"

Veltroni, D’Alema, De Benedetti, Caltagirone, Bazoli, Mussari. Ma scusate, che fine ha fatto la finanza rossa? Tra banchieri, politici e capitani d’industria, ecco perché l’opa dalemiana sul Partito democratico comincia da qui







“Colori di Fantozzi: rosso, rosso pompeiano, arancio aragosta, viola, viola addobbo funebre, blu tenebra. Sul blu tenebra Fantozzi andò in coma cardiorespiratorio”.
(Il ragionier Ugo alla cena di gala, alle prese con la cosa più difficile da mangiare in natura, il tordo. “Il secondo tragico Fantozzi”, 1976)

Due immagini. La prima è quella di un Walter Veltroni sorridente, con la fascia da sindaco, con il pollice destro tirato su verso il cielo e con lo sguardo fisso sul parquet di un campo da basket romano. Lui al centro e tutti gli altri al suo fianco: imprenditori, banchieri, costruttori e capitani di industria. Tutti allo stadio. Tutti a tifare. Tutti attorno a Walter. Data: giugno 2007. Città: Roma. La seconda immagine è una colazione informale, è una tazzina di caffè poggiata su un vassoio di cristallo, è un tavolino di un ufficio milanese attorno al quale ci sono Massimo D’Alema e Giovanni Bazoli, dove si discute della fusione tra Capitalia e Unicredit, della banca IntesaSanPaolo e della nuova geopolitica del sistema finanziario. La data è il maggio 2007. Poi succede che Veltroni perde le elezioni, che l’ex sindaco abbandona quel parquet dorato dove aveva governato per quasi otto anni e improvvisamente si ritrova di fronte a un mondo completamente diverso, inaspettato. Un mondo dove i vecchi equilibri politici, economici, finanziari, e non solo, sono saltati tutti per aria. Perché quell’universo fatto di banchieri, costruttori e imprenditori, quella fetta di establishment che il segretario del Pd era riuscito a riunire attorno a una festa del cinema e a un palazzetto dello sport oggi si è sciolto come neve al sole, e quello che in molti consideravano come l’unica evoluzione possibile del mondo legato alla finanza rossa ha dimostrato di essere un ambiente troppo fragile, troppo precario, troppo debole per sostenere l’urto di una sconfitta elettorale. Troppo diverso, per esempio, da quello che Massimo D’Alema ha costruito con successo negli ultimi dieci anni: in modo più informale, più silenzioso e meno vistoso, magari, ma certamente senz’altro più efficace.
Ecco, chiamatela finanza rossa, chiamatela pure finanza paonazza: fatto sta che per capire quali sono i rapporti di forza tra i più importanti dirigenti del centrosinistra, bisogna partire da qui. Da questi fotogrammi. Dalla Roma di Veltroni e Bettini. Dalla Milano di Passera e D’Alema. Dalla Torino di Chiamparino e Benassia. Dalla Brescia di Bazoli e Letta. E alla fine il risultato è sempre lo stesso. Alla fine dei giochi, comunque questo mondo lo si voglia guardare, alla fine c’è sempre lui. C’è sempre lo zampino di Max.

***

Roma è senz’altro la città che meglio delle altre offre oggi un’immagine chiara della nuova stagione della finanza rossa: bisogna partire da qui, da quella città che il centrosinistra ha amministrato negli ultimi quindici anni (prima con Francesco Rutelli e poi con Walter Veltroni) per capire quale è stato il destino della rete di potere cresciuta attorno al famoso “modello Roma”. Una rete, questa, che aveva avuto la sua massima espressione in quella scacchiera politica che era la Festa del cinema di Roma: lì dove Goffredo Bettini (braccio destro di W.) era riuscito a mettere insieme i volti forti del veltronismo candidato a governare il paese. Ricorderete: c’era Luigi Abete (presidente della vecchia Bnl), c’era Andrea Mondello (ex vicepresidente di Confindustria e presidente della Camera di commercio romana), c’era Massimo Tabacchiera (ex presidente della Federlazio), c’era la famiglia Toti (costruttori molto attivi negli anni in cui W. ha governato sulla città), c’era Innocenzo Cipolletta (ex numero uno delle Ferrovie dello stato e consigliere di amministrazione della prima festa del cinema), c’era Paolo Cuccia (già vicepresidente di Capitalia). Ma quell’intreccio di potere oggi rischia di essere coniugato soltanto con verbi al passato: la conquista della Festa di Roma, per il nuovo sindaco Gianni Alemanno, ha avuto l’effetto di sottrarre al segretario del Pd l’appoggio di quell’establishment (un po’ finanziario e un po’ imprenditoriale) che di questi tempi non avrebbe certo fatto male a W.
L’immagine più limpida della nuova geopolitica romana è certamente la fotografia della commissione per le riforme voluta dal sindaco Gianni Alemanno. Nei confronti dei nuovi colori politici della capitale, l’Attali di Alemanno segnala un atteggiamento “non pregiudiziale” del vecchio blocco di potere veltroniano, tanto che la commissione per le riforme guidata da Antonio Marzano comprende alcuni uomini fino a pochi mesi fa considerati piuttosto organici al mondo veltroniano: Luigi Abete, Innocenzo Cipolletta e Andrea Mondello (anche se per quest’ultimo il discorso è un po’ diverso, perché Mondello è legato da sempre ai due grandi king maker della città: Goffredo Bettini e Gianni Letta) hanno accettato di far parte dell’Attali romana, e molti osservatori notano che con Veltroni è rimasto soltanto Matteo Arpe, ieri amministratore delegato di Capitala, ora numero uno della Sator. Racconta un ex assessore romano che i rapporti di amicizia tra i due sono molto buoni, e la vicinanza di Arpe al mondo di W. è segnalata anche dalla presenza di Luigi Spaventa (presidente della stessa Sator) negli organi dirigenti del Partito democratico (Spaventa è membro del collegio sindacale del Pd).
“La differenza tra Veltroni e D’Alema – spiega al Foglio un senatore romano del Partito democratico, che vuole tenere l’anonimato per la delicatezza del tema – è fatta anche di queste cose: il primo ha dato vita a Roma a una rete di potere troppo legata a singoli atti amministrativi, che si è liquefatta dal giorno in cui sono cambiati gli equilibri politici romani. Il secondo, invece, nei confronti di quello che voi chiamate ‘mondo della finanza rossa’ ha un tipo di impostazione più pragmatico, basato più su quei rapporti personali che restano nel tempo a prescindere dal proprio ruolo politico: un approccio in questo senso molto efficace e molto berlusconiano”.
Un discorso a parte va invece fatto per una famiglia tradizionalmente amica di W: i Toti. Negli anni di governo veltroniano, la stella della famiglia romana aveva brillato anche grazie alle importanti opere realizzate: ex mercati generali dell’Ostiense, Galleria Colonna, Globe Theatre. C’è chi dice che il buon feeling tra Veltroni e i Toti (favorito anche dalla passione in comune per il basket: Veltroni è tifoso della squadra di cui i Toti sono presidenti, la Virtus) sia stata la vera ragione che ha portato alla rottura dei rapporti tra l’ex sindaco di Roma e l’editore del Messaggero Francesco Gaetano Caltagirone. Oggi, invece, la realtà è che i Toti non hanno alcun imbarazzo a rivendicare il proprio appoggio alla nuova amministrazione della capitale. Tanto che, raccontano, non è impossibile immaginare che gli stessi Toti prendano parte a una futura cordata romana per entrare nel capitale sociale della nuova Alitalia, insieme con le famiglie Garofalo, Angelucci e Santarelli e sostenuti proprio dal sindaco Gianni Alemanno.
In questo mondo veltroniano, però, ci sono altri aspetti che non possono essere trascurati. Il primo riguarda il rapporto tra Walter Veltroni e Carlo De Benedetti, perché se tre anni fa l’editore del gruppo Espresso aveva detto di essere disposto persino a prendere la tessera numero uno del Partito democratico (“La tessera numero uno del Pd la prendo io, se volete”, disse De Benedetti il primo dicembre del 2005) oggi le sue parole sono più dure, sono più critiche e sono più distaccate rispetto a qualche anno fa. A tal punto che il 27 settembre l’Ingegnere ha detto “non ho mai avuto, non ho e non avrò mai la tessera di alcun partito” e soltanto un mese dopo, rivolto al Pd e a Walter Veltroni, ha aggiunto che “in Parlamento l’opposizione non c’è”. “L’ingegnere – racconta un dirigente del Pd che bene conosce l’editore del gruppo Espresso, e che vuole riservatezza proprio per questo – non ha più con Veltroni quel rapporto esclusivo di un tempo. I due si sentono e si frequentano ancora, ma il rapporto in questo momento è un po’ freddo, e Repubblica, non a caso, non è più accecata dal veltronismo”. I veltroniani più smaliziati, poi, sostengono che il mondo prodiano sia tornato a suscitare un certo e inaspettato fascino dalle parti di Repubblica (vedi le pagine bolognesi ultimamente poco tenere nei confronti dell’ex sindaco Sergio Cofferati). Ma la verità è che nel Partito democratico l’unico politico con cui Carlo De Benedetti ha ancora ottimi rapporti non è Walter Veltroni, ma è il vicesegretario di W., Dario Franceschini, di cui l’Ingegnere ha una gran stima e con il quale ogni tanto si incontra a cena.

***

A poco più di duecento chilometri di distanza da Roma, però, c’è un altro volto della capitale che offre altre preoccupazioni al mondo di W. Quella città è Siena e il volto è ancora quello di Francesco Gaetano Caltagirone. Dopo aver chiesto con successo nell’ultima campagna elettorale una “discontinuità” nella guida della capitale, Caltagirone ha continuato ad attaccare l’ex sindaco di Roma con una certa costanza. L’ultima volta è capitata un mese fa, al piano terra dello spazio Etoile a piazza San Lorenzo in Lucina, a Roma, dove l’editore del Messaggero ha tracciato un bilancio molto severo dell’amministrazione veltroniana. “La mancanza di guida che ha avuto negli ultimi anni – ha detto – ha fatto scivolare Roma là dove voleva andare da sola… L’economia romana negli ultimi cinque anni si è sfaldata. Paga una carenza significativa in termini di infrastrutture, a causa dell’assoluta priorità che si è data a qualsiasi altra cosa che non fosse la modernizzazione della città…”. Il fatto che Caltagirone abbia attaccato in modo così duro il segretario del Pd mentre sedeva accanto al numero uno della banca più a sinistra d’Italia – Giuseppe Mussari, presidente della Monte dei Paschi di Siena – è un elemento che non può essere sottovalutato: Mussari – nominato alla guida della banca da una fondazione (la Mps) composta per lo più da manager vicini al mondo del Partito democratico – è un elettore del Pd, è stato iscritto prima al Pds e poi ai Ds e sarebbe stato scontato aspettarsi una difesa del segretario del Pd. Invece non è successo. Perché?
Come sembra essere ormai evidente, nella terza banca più grande d’Italia (Mps-Antonveneta) gli equilibri sono completamente cambiati, e il rapporto tra Mps e Pd è più complesso rispetto a qualche tempo fa. Fino alle elezioni dello scorso aprile, Mussari non ha fatto nulla per nascondere la sua simpatia per il segretario del Pd. Era stato Mussari ad accompagnare Veltroni in Toscana nell’agosto del 2007, ed era stato Mussari a seguire da vicino l’ultima campagna elettorale di W. Inoltre, il recente ingresso di alcuni manager legati alla Sator di Matteo Arpe in Mps (si tratta di Carmine Mancini e Giulio Pascazio) sembrava fosse il segnale evidente di un forte radicamento del veltronismo anche in territorio senese. “I due – spiega un dirigente del Pd, che sceglie anche lui l’anonimato – si conoscono da tempo: Mussari è stato un militante dei Ds e prima ancora del Pds, e con Veltroni ha sempre avuto una buona intesa. In questi anni, inoltre, i due hanno anche condiviso la passione per il basket, seguendo spesso insieme allo stadio le gare delle proprie squadre del cuore: Mussari è un gran tifoso della Monte dei Paschi di Siena, squadra di cui la sua banca è anche sponsor ufficiale; Veltroni lo è invece della Virtus Roma”. Oggi però tra i due non c’è più una grande cordialità. Tutt’altro.
E ancora una volta ci sarebbe lo zampino di Francesco Gaetano Caltagirone. In meno di due anni, l’editore del Messaggero è riuscito a radicarsi con successo in territorio senese, diventando sempre più influente nella banca di Mussari e nella città che un anno fa ha ospitato il matrimonio tra la figlia Azzurra e Pier Ferdinando Casini. Caltagirone oggi è numero due della Monte dei Paschi, è il primo azionista privato della Mps, possiede il 4,7 per cento della banca, è vicepresidente dello stesso istituto, e dallo scorso anno, con il logo giallo del quotidiano free press di sua proprietà (Leggo), è sponsor anche della squadra di basket campione d’Italia: la Monte dei Paschi. Non deve stupire dunque che la banca per ragioni storiche più legata al centrosinistra sia tutto oggi tranne che una banca veltroniana. Ma credere che la Monte dei Paschi sia diventata una realtà estranea al mondo del centrosinistra sarebbe un errore da matita blu. Mussari ha ancora ottimi rapporti con i dirigenti nazionali del Partito democratico, è legato al Pd anche grazie a una stretta amicizia con il tesoriere umbro del partito (Mauro Agostini). Ma l’uomo che più compare sulla sua agenda è ancora il vice di W., Dario Franceschini. Come spiega uno degli osservatori più attenti agli intrecci tra la politica e la finanza senese (Raffaele Aschieri, autore di un libro sulla presunta “Casta di Siena”), il rapporto tra il vicesegretario del Pd (fedele a W., ma allo stesso tempo abile a costruire attorno a sé un mondo autonomo dal veltronismo) e Mussari nasce grazie a un’amicizia che i due hanno in comune con Gabriello Mancini, presidente di quella Fondazione Mps che nomina i dirigenti della banca ogni quattro anni. Mancini era iscritto allo stesso partito di Franceschini (la Margherita) e un anno e mezzo fa, nel corso del tour elettorale delle scorse primarie, era stato lui a presentare Mussari al vice di W.
Siena, però, è anche la città in cui i fili che tengono insieme i mondi di Enrico Letta e Massimo D’Alema cominciano a intrecciarsi sempre di più. Se da un lato Letta è riuscito a entrare in contatto stretto con alcuni volti influenti dell’universo Mps (sono il professor Andrea Paci – membro del consiglio direttivo della fondazione Monte dei Paschi e rappresentante della regione Toscana in Mps – e la dottoressa Isabella Falautano – responsabile studi e relazioni Internazionali del gruppo Montepaschi Vita), dall’altro lato la sponda dalemiana in territorio senese è un volto particolarmente conosciuto da queste parti: si chiama Franco Ceccuzzi, è un parlamentare di quarantuno anni, è stato segretario del Pd senese (eletto con il 91,7 per cento dei voti), consigliere provinciale del partito, responsabile economico del Pd toscano e raccontano sia lui il futuro candidato al comune di Siena nel 2011. Ceccuzzi – che viene considerato il vero anello di congiunzione tra l’universo della banca senese e quello del Partito democratico – dallo scorso luglio ha in tasca la tesserina rossa di Red, e nelle prossime settimane sarà lui (insieme con il deputato Michele Ventura) uno dei democratici grazie ai quali la costola politica della fondazione dalemiana ItalianiEuropei consoliderà il suo tesseramento anche in Toscana. Perché l’opa silenziosa lanciata da Massimo D’Alema sul Partito democratico comincia anche da qui. Comincia da Siena, arriva a Torino, arriva a Milano, a Brescia, a Bologna e mette insieme il mondo di Giovanni Bazoli, di Cesare Geronzi, di Enrico Letta e di Romano Prodi. Perché – qualsiasi inquadratura si voglia scegliere e quale che sia la tonalità di rosso con cui si voglia colorare il mondo della finanza rossa – alla fine dei giochi c’è sempre lui. C’è sempre lo zampino di Max.
Prendete, per esempio, il caso di Milano. (1. continua)

sabato 1 novembre 2008

Il Foglio "D’Alema prova ad aprire la fase due del Pd anche nel Lazio di W.

Roma. Con il vento del Circo Massimo che soffia ancora forte sulle vele del segretario, oggi resta solo da capire quali saranno le mosse con cui Veltroni proverà a mantenere la sua leadership sopra i livelli di guardia. La seconda giovinezza di Walter è un dato difficile da contestare, ma sarebbe sbagliato credere che da qui alle elezioni europee non arriveranno nuovi attacchi alla cabina di comando del Pd. Così, se Veltroni e D’Alema continueranno a incrociare le loro lame e se l’ex ministro degli Esteri proverà a condurre in prima persona la battaglia per offrire una “nuova fase” politica al suo partito, per avere un’immagine chiara di come si andrà a disegnare l’eterno scontro tra i due miglior nemici del Pd non c’è fotografia migliore di quella che offre il Lazio. Nella regione dove il mondo veltroniano ha costruito il suo più solido bacino di consenso elettorale, il “confronto” tra mondo dalemiano e veltroniano è ormai sotto la luce del sole. Che ci si creda o no, il Lazio oggi è l’unica regione d’Italia che si ritrova a non avere ancora un segretario: il presidente della provincia Nicola Zingaretti è dimissionario dallo scorso maggio, il partito non ha ancora trovato un nome per la sua successione e su questo terreno lo scontro tra Veltroni e D’Alema non è morbido. “Il rischio – racconta uno dei più importanti dirigenti del Pd romano – è che oggi si scelga il Lazio per dare sfogo allo scontro che esiste a livello nazionale tra Veltroni e D’Alema”. Entro il quattordici novembre, il Pd dovrà trovare un nome per amministrare la macchina del partito regionale, e se il mondo dalemiano nel Lazio aveva finora trovato una certa difficoltà a districarsi sotto il dominio del modello Roma (quello di Goffredo Bettini), ora è vero il contrario. Dalle elezioni dello scorso aprile i “dalebani” (come vengono ironicamente chiamati i dalemiani di rito laziale) si sono sottratti dal controllo bettiniano e i segnali della maggior presenza sul territorio di un Pd con i baffi di certo non mancano. E’ dalemiano l’assessore regionale all’industria (Claudio Mancini). E’ dalemiano il coordinatore della segreteria romana del Pd, Piero Latino. Ma soprattutto dalemiano è anche il numero uno dell’opposizione al comune di Roma, Umberto Marroni. “Purtroppo – racconta al Foglio il senatore del Pd Lucio D’Ubaldo – sono molti i dirigenti del partito pronti a combattere per non riconsegnare Roma e il Lazio a Veltroni e Bettini”. Non deve dunque sorprendere che i dalemiani siano ora disposti a sfidare il mondo veltroniano sui candidati alla segreteria regionale del Pd. Il risultato è che Roberto Morassut sarà il candidato di W. mentre ancora oggi D’Alema ha intenzione di aprire la “nuova fase” del Pd romano con la candidatura di Gianni Cuperlo. Certo è che dietro le trattative di queste ore c’è un altro dato significativo, perché l’asse schierato contro il mondo veltroniano è formato non solo dai dalemiani, ma anche da una parte del mondo legato a Enrico Letta, a Francesco Rutelli e al governatore Piero Marrazzo: non è un caso che, quando mercoledì il Pd ha messo ai voti il regolamento regionale sulle primarie, i veltroniani si sono ritrovati contro lettiani, dalemiani e marrazziani. Ma per comprendere il peso della partita politica locale tra Veltroni e D’Alema bisogna guardare anche agli equilibri presenti all’interno della stessa regione, dove i “dalebani” raccontano di essere disposti a ritirare la candidatura di Cuperlo a condizione che i veltroniani accettino di candidare nel 2010 il governatore Marrazzo, che da qualche mese è in ottimi rapporti con D’Alema e soprattutto con il mondo di Red. C’è chi dice, poi, che dietro alle manovre dalemiane nel Lazio non ci sia soltanto l’idea di far saltare il modello Roma, ma ci sia anche il tentativo di ostacolare la crescita di Nicola Zingaretti, provando a portare il presidente fuori dal mondo legato a Bettini. Zingaretti, che ieri ha presentato il suo primo manifesto politico, sorride, e la mette così: “Il problema del Pd – dice al Foglio – è che tutte le correnti con cui abbiamo a che fare oggi stanno assumendo una dimensione identitaria maggiore di quella del partito stesso. La sfida del Pd, anche a livello locale, dovrebbe invece essere quella di aprire una fase che ci proietti oltre le vecchie componenti politiche. Perché, statene certi, chi ci riuscirà rappresenterà il futuro del partito”.
Claudio Cerasa
1/11/08

venerdì 31 ottobre 2008

Il Foglio "Se vuole mettere insieme i due Pd dia retta, Walter. Si trovi un signor Wolf "

Non c’è niente da fare: a Walter servirebbe proprio un bravo uomo macchina. Non un altro capo di gabinetto, non un altro capo ufficio stampa, non un altro portavoce, non un altro coordinatore ma semplicemente una di quelle persone che sappia far viaggiare sullo stesso binario i due mondi di W: la piazza e il partito. Solo che un formidabile uomo macchina che risolva i problemi di W. – come fosse un signor Wolf, solo un po’ meno aggressivo (ricordate Pulp Fiction?) – Walter non lo ha ancora trovato.

L’ultimo tentativo fatto da Veltroni è stato quello di offrire le chiavi dell’organizzazione del Pd a un uomo esperto come Maurizio Migliavacca. Erano tutti d’accordo. Era d’accordo Fassino. Era d’accordo D’Alema. Era d’accordo Franceschini. Era d’accordo quello stesso Franco Marini che per primo aveva segnalato a Veltroni il rischio che il Pd diventasse un partito slabbrato – un partito “fru fru” – e che dieci giorni fa, ad Assisi, aveva chiesto al segretario di dare uno scossone all’organizzazione del Pd: con l’idea di mettere definitivamente sotto il tappeto quelle anime che ancora oggi, zitte zitte, sognano un partito un po’ liquido e un po’ americano. Così, la scelta di promuovere l’onorevole Migliavacca sarebbe stata un modo per trovare un equilibrio interno al Pd. Un po’ meno di poteri a Walter, un po’ più di poteri all’apparato. Invece non è successo: lunedì Veltroni ha deciso che in questo momento non era il caso di scendere a patti con correnti e correntine.

Per quel ruolo forse W. sceglierà Andrea Orlando, ma il fatto è che ancora una volta si trova di fronte alla solita contraddizione. Da un lato c’è quel popolo che sembra acclamare W. come ai tempi delle primarie e che ha dato la possibilità al segretario di apparire più tonico, più attivo, più in palla. Dall’altro lato, invece, c’è mezzo partito che oggi è letteralmente infuriato. Perché se da un lato il leader del Pd ha un ottimo uomo macchina come Achille Passoni (senatore democratico, regista della manifestazione di sabato 25), uno che in un momento difficile è stato in grado di riempire la pista verde del Circo Massimo, portando a Roma milioni di persone e compiendo lo stesso miracolo che gli era riuscito otto anni fa quando riempì la stessa piazza romana per Sergio Cofferati, ecco, dall’altra parte Veltroni ha deciso che per far funzionare la macchina del Pd non c’è bisogno di nessun altro. Ci pensa lui, e il Pd non ci sta.

"Veltroni – racconta un dirigente del Pd – ha dimostrato di avere difficoltà a mettere insieme quei due mondi uguali e contrari che da sempre caratterizzano lo stile della sua leadership: la piazza e il partito. Ogni volta che Walter si ritrova in mano con un credito che gli arriva dal suo popolo finisce che quel credito lo utilizza per guadagnare nel breve: per avere un buon titolo sul giornale. Infine, Veltroni non capisce che in un momento come questo i leader troppo autoritari non fanno il bene del Pd: perché quando il cuore del partito chiede di radicarsi e di strutturarsi non ci può essere una continua chiamata alle armi, e non si possono per esempio presentare iniziative come quelle del referendum senza averle neppure concordate prima con il partito”.

Un segnale dell’insofferenza del Pd di fronte alla seconda giovinezza di Walter (e della non perfetta messa a punto della macchina di partito) è arrivato ieri: il Senato ha approvato un decreto che prevede l’invio dei cinquecento militari che dalla prossima settimana avranno il compito di controllare il territorio del casertano e di proteggerlo dalla Camorra. Veltroni, che il 15 novembre organizzerà una manifestazione del Pd a Casal di Principe, aveva ordinato ai suoi di votare di sì. I senatori del Pd, invece, hanno schiacciato il pulsante opposto, e hanno detto di no. Non deve dunque stupire che ieri il senatore Enrico Morando si sia sfogato così con i suoi colleghi in una riunione alla fine della giornata. “Non è accettabile che in aula votiamo contro la linea del partito”. Dia retta a noi, Walter. Si prenda un po’ di tempo e si trovi presto un signor Wolf per il suo Pd.

venerdì 10 ottobre 2008

Il Foglio. "I Popolari si allontanano da Veltroni e si avvicinano a D’Alema"

Roma. Sembra ormai chiaro che ai confini
dell’universo del Partito democratico l’unica
stella che riesca a brillare di luce propria
non sia più quella che ha la forma e l’aspetto
del segretario del Pd, ma sia piuttosto
quella fatta da tre lettere, da un paio di baffi
e da una tesserina rossa di nome Red. Fin
qui la storia è nota: di Massimo D’Alema si sa
che ha la sua corrente, la sua fondazione, la
sua tv, il suo giornale, i suoi parlamentari e
la sua idea di partito molto ma molto distante
rispetto a quella dell’ex sindaco di Roma.
Ma se nel cielo del Pd alla stella con i baffi si
avvicina quella che ha finora riflesso meglio
di tutte la luce del segretario – ovvero quella
dei cattolici di rito popolare (Marini, Franceschini,
Fioroni) – e quella che non molto tempo
fa era uno dei grande sponsor di W. – i cattolici
di rito rutelliano – la situazione allora
comincia a essere davvero complicata per il
segretario. Così, proprio nelle ore in cui si
riunisce per due giorni in un convegno ad
Assisi l’affluente che più di altri ha portato
acqua al mulino del veltronismo (gli ex Ppi),
la geografia del Pd registra un nuovo terremoto:
uno scossone che se fosse ripreso dall’alto
offrirebbe l’immagine di un segretario
rarsi come realtà politiche degne di nota.
Vede, da popolare, riconosco che Red è diventato
ormai un partito nel partito con una
sua attrattiva nel mondo culturale della sinistra.
Una specie di Pci del XXI secolo.
Quel mondo è culturalmente assai distante
da noi, ma se nel Pd vanno oggi riconosciute
due spine dorsali – che possono e devono
collaborare – queste non possono che essere
una popolare l’altra rosso Red. Il resto –
non so: tra Melandri e Scalfarotto a quanto
arriviamo? Diciotto correnti? – mi sembra
tutto un po’ virtuale. A questo proposito, noto
con piacere che il centro cattolico del Pd
sta rimettendo insieme le sue forze, perché
il mondo rutelliano e quello per esempio
mariniano oggi sono finalmente molto più
vicini tra loro rispetto a qualche tempo fa”.
Attenzione però: sarebbe scorretto credere
che i Popolari stiano tramando chissà che
cosa nei confronti del segretario. Ma non c’è
dubbio che anche leggendo tra le parole dell’onorevole
del Pd sia piuttosto evidente come
gli ex Ppi stiano cercando di ritagliarsi
un profilo autonomo: sempre legato a W. ma
non così tanto da essere travolti dall’improvviso
crollo delle fondamenta del veltronismo
(discorso che vale soprattutto per i più fedeli
a Marini, il cui braccio destro – Nicodemo
Olivero – è non a caso già membro del comitato
di presidenza di Red). Non è poi certo
frutto del caso che Veltroni ad Assisi, al convegno
degli ex Popolari, non sia stato neppure
invitato. “Finora, l’unico limite della nostra
area – aggiunge ancora l’onorevole Merlo,
considerato politico molto vicino a Marini
(sarà l’ex presidente del Senato a presentare
mercoledì a Roma un libro del deputato)
– è che tra noi popolari forse c’è stata un
po’ di frantumazione. Detto questo, credo sia
un errore pensare che già prima delle elezioni
abruzzesi possano esserci colpi di testa
nel partito. Saranno più che altro le europee
il passaggio decisivo per la leadership del
Pd. Noi tutti siamo alleati fedeli a Veltroni
(come spiegato ieri ad Assissi anche da Giuseppe
Fioroni, ndr). Ma dobbiamo sapere
che il segretario non è il leader massimo che
deve durare per l’eternità. Oggi va sostenuto,
ma dal giorno in cui si discuterà del rinnovo
della segreteria bisogna dire la verità: dovrebbe
essere un cattolico a guidare il Pd”.
Ed Enrico Letta, idea dalemiana per il futuro
del Pd, ad Assisi è stato invitato da Marini.
Claudio Cerasa
11/10/08

giovedì 2 ottobre 2008

Il Foglio. "I numeri segreti di Red e le strategie più o meno segrete degli anti Red"

I dati: 3.000 tessere, 30 per cento di non iscritti al Pd. Fioroni e Bettini hanno pronte le contromosse. Il caso Velardi

Roma. La convivenza, diciamo, un po’ sofferta tra l’universo veltroniano e quello dalemiano non è fatta soltanto di retroscena ispirati, di dichiarazioni sospette e di frasi maliziose rilasciate un po’ a questo e un po’ a quell’altro giornale. C’è molto altro, naturalmente. C’è di mezzo la battaglia che Veltroni e D’Alema stanno combattendo sulle televisioni (una veltroniana, Pd Tv, e una dalemiana, Red Tv) che a novembre esordiranno sul satellite. C’è di mezzo la partita che ruota attorno agli equilibri politici di uno dei vecchi fortini democratici, la Campania. Soprattutto, c’è di mezzo quella sfida di potere ormai non più così nascosta tra fondazioni, associazioni e correnti. Da ieri pomeriggio però ci sono anche alcuni numeri precisi che offrono un quadro ancor più chiaro sulla geografia interna al Partito democratico. Sono quelli di Red, sono quelli che si riferiscono alla costola più famosa della fondazione dalemiana ItalianiEuropei e sono numeri che spiegano bene come si va a configurare l’accerchiamento alla leadership di W. Così, dopo 45 giorni di tesseramento, ecco il primo conteggio ufficiale: Red si ritrova oggi con 3.000 iscritti, con 400 tessere ritirate nel Lazio, altre 350 in Campania, circa 400 in Puglia e con una regione come il Piemonte dove in un solo giorno i tesserati (tra i quali c’è anche la governatrice Bresso) sono stati 150. Da questo calcolo sono escluse regioni rosse come l’Emilia Romagna e la Toscana e altre come l’Abruzzo e la Lombardia (il tesseramento qui partirà entro la fine del mese), ma sbirciando tra i primi dati c’è un altro aspetto significativo: il 30 per cento degli affiliati a Red non risulta iscritto al Partito democratico.

Da Nicolais a Palazzo Grazioli
Nella mappa politica del Pd stanno però crescendo nuove realtà che non è difficile oggi collocare in contrapposizione con Red. La prima si chiama Quarta Fase, fa capo a Beppe Fioroni e Dario Franceschini e da gennaio, seguendo la strada aperta quest’estate da Red, dovrebbe dare il via a un proprio tesseramento. La seconda, coordinata da Goffredo Bettini, si chiama Democratici in Rete, mette insieme alcuni tra i principali volti del Pd romano (Nicola Zingaretti, Roberto Morassut, Michele Meta) e questo pomeriggio inaugurerà nella capitale la sua seconda sede nazionale. Bettini si trova in un rapporto non facile con l’ex sindaco romano: nel partito sostengono che l’inventore del modello Roma stia provando a smarcarsi sempre di più dal segretario del Pd e in fondo è lo stesso Bettini che da tempo non nasconde di non sentirsi più veltroniano. Ma se c’è un posto dove le mosse di Bettini e quelle di Veltroni possono ancora essere sovrapposte quel posto è certamente la Campania, dove in vista delle prossime elezioni comunali e regionali la dialettica tra veltroniani e dalemiani arriverà a un nuovo punto di rottura. In questo senso. Poco prima dell’estate, Democratici in Rete (su suggerimento di W.) ha accolto tra i suoi simpatizzanti l’attuale segretario provinciale del Pd napoletano: quello stesso Luigi Nicolais che in molti vedono come futuro candidato (veltroniano) alla regione in contrapposizione con il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, considerato (seppur con molte sfumature) dalemiano. Dieci giorni fa, tra l’altro, D’Alema ha fatto un nuovo passo per rafforzare la sua sfera di influenza nel capoluogo campano (nel cui collegio era capolista alle ultime elezioni), aprendo la terza sede di ItalianiEuropei dopo avervi già inaugurato qui ad agosto il comitato cittadino di Red. Che ci si creda o no, Napoli potrebbe rivelarsi anche un’interessante cartina di tornasole per comprendere l’evoluzione dei rapporti tra Claudio Velardi (assessore al Turismo napoletano con cui D’Alema lavorò nel ’98 Palazzo Chigi) e lo stesso D’Alema. Rapporti che sono freddi da tempo (due anni fa l’assessore diede del “bollito” all’ex premier) ma ora che Velardi ha intenzione di candidarsi a sindaco di Napoli raccontano che la scelta non verrebbe vista male dal presidente di ItalianiEuropei. Il secondo intreccio riguarda il destino di Red Tv: la tv, che nascerà il 4 novembre, avrà i suoi uffici proprio nelle stesse stanze dove fino a due giorni fa andava in onda la rete on line fondata dallo stesso Velardi, Sherpa, e dove ancora lavorano tre giornaliste. La tv, in liquidazione, si trova a Palazzo Grazioli e sopra la sua redazione (ieri è comparsa anche Lucia Annunziata) c’è un inquilino particolare. Tu guarda la coincidenza, Max: lassù c’è il Cav.
Claudio Cerasa

martedì 30 settembre 2008

Il Foglio. "Piddimetro, ecco chi comanda nel Pd"

Le parole di D’Alema e le nomine di Veltroni spiegano dove nasce l’accerchiamento del segretario. Le truppe del leader contano per il 29 per cento. Bettini si smarca, mentre Letta (Enrico) sale


Roma. Per una ragione o per un’altra, non c’è notizia, non c’è dichiarazione, non c’è iniziativa, non c’è proposta e non c’è intervista che nel Partito democratico non sia ormai letta come il sintomo più evidente dell’imminente crisi della leadership veltroniana. Basta un motivo qualsiasi, basta un Veltroni che scrive a Berlusconi (e dagli all’inciucio!), basta un Veltroni che parla con Casini (e dagli al centrismo!), basta un Veltroni che non discute con D’Alema (e dagli al correntismo!) e basta un Veltroni che dialoga con il Cav. (e dagli al dialogo!) per mettere gli osservatori politici nelle condizioni di dire che il segretario ormai è finito, che la leadership è ormai sfiorita e che nel partito non esiste dirigente alcuno che non sia convinto che sarà il flop delle prossime elezioni europee a certificare il necessario ricambio della classe dirigente del Partito democratico. A quasi un anno dalle primarie dello scorso 14 ottobre, però, è un po’ difficile provare a ragionare sui reali equilibri del Pd, e sul suo stato di salute, senza conoscere l’effettiva geografia interna del maggior partito dell’opposizione. Non è soltanto un discorso relativo al peso che possono avere in questo momento le correnti veltroniane, popolari, dalemiane, fassiniane, rutelliane o magari bersaniane. Si tratta piuttosto di andare a scoprire l’immagine più efficace per provare a capire il modo in cui le truppe del Partito democratico si andranno via via a schierare da qui alle elezioni europee. Facendo due calcoli, prendendo in considerazione le cariche più importanti assegnate all’interno del partito e mettendo insieme i membri del governo ombra (che tra ministri ombra, viceministri e sottosegretari arriva a contare 38 effettivi) e i più importanti organi dirigenti del partito (tra segreteria politica, tesoriere, area organizzazione, area comunicazione, area ricerca, area formazione, area relazioni internazionali, area forum, area sport, area terzo settore, coordinamento dell’iniziativa politica, responsabile propaganda, dipartimento Relazioni Internazionali, arrivano a un totale di trentadue) il risultato è che sembra essere sempre più evidente il modo in cui si va a configurare il progressivo accerchiamento attorno al segretario. Veltroni è naturalmente il leader più rappresentato all’interno del suo partito, ma dietro di lui può essere interessante scoprire quali sono le evoluzioni dei rapporti che esistono in questo momento tra popolari, bettiniani, rutelliani e naturalmente dalemiani. A oggi, il segretario del Pd si ritrova con venti dirigenti riconducibili all’universo veltroniano (da Tonini a Realacci, da Morando a Colaninno), dunque circa il 29 per cento del totale. Il leader del Pd sostiene da sempre che una delle caratteristiche della sua storia politica è stata quella di non aver mai creato attorno a sé alcun tipo di corrente (“Sulla mia tomba voglio che sia scritto che non ho mai promosso o aderito a una corrente”, ha detto Veltroni anche a questo giornale). Ma viste come stanno le cose oggi, e visto l’equilibrio precario della sua leadership, all’interno del Pd c’è già chi sostiene che il fatto di non essere riuscito a dare vita a una corrente tutta sua potrebbe essere piuttosto una delle tante armi a doppio taglio di W.: ieri segretario autonomo e indipendente, oggi semplicemente segretario isolato. Spiega al Foglio un dirigente del Partito democratico: “Vogliamo dirla tutta? Oggi, tra correnti e fondazioni, il Pd vive in uno stato surreale. Come tutti sanno, esiste un armistizio armato firmato da Veltroni e D’Alema. Un armistizio nato formalmente con la lettera che poco prima dell’estate Goffredo Bettini ha inviato all’Unità. Ma un armistizio che ha sul suo timer una data di scadenza precisa: le elezioni europee. Fino a quel giorno bisogna osservare con attenzione, da un lato, il modo in cui ci si andrà a posizionare accanto al segretario. Dall’altro, il modo in cui ogni corrente tenderà con forza a rivendicare la propria autonomia. Oggi, quando si parla di veltroniani si intendono nuovi dirigenti come Matteo Colaninno, vecchi ambientalisti come Ermete Realacci, riformisti come Enrico Morando e cattolici come Giorgio Tonini. Per il resto, la situazione è complicata. Le stesse parole di Goffredo Bettini sono oggi molto meno in sintonia con quelle di Veltroni, tanto che poco prima dell’estate è stato lo stesso ex braccio destro di Veltroni a ricordare che, per quanto lo riguarda, lui veltroniano non è – e non è un caso che anche sulla candidatura alla presidenza della Rai Bettini abbia detto una cosa (Pietro Calabrese) e Veltroni un’altra (Claudio Petruccioli). Inoltre, proprio in vista delle europee, tutti quei dirigenti che fanno capo a Pierluigi Bersani tendono ormai a distaccarsi sempre di più dalla stretta dei dalemiani. Semplicemente vogliono essere un’altra cosa. Dall’altra parte, invece, chi in questo momento dà un forte appoggio al segretario, oltre ai fassiniani, sono naturalmente i popolari. Ma anche in questo caso l’impressione che si ha nel partito è che i vari Fioroni e Franceschini si stiano anche loro preparando alla tempesta delle prossime elezioni, e che per questo si stiano muovendo per essere via via sempre più autonomi dallo stesso segretario”. Così, oggi, potrebbe essere sufficiente parlare con un qualsiasi dirigente del Pd per capire qual è il notevole peso raggiunto dai dirigenti di origine popolare. C’è Dario Franceschini, vicesegretario. C’è Beppe Fioroni, capo dell’organizzazione del partito. C’è Antonello Soro capogruppo alla Camera. E, con ogni probabilità, da gennaio ci sarà anche un riconoscimento per Franco Marini.

Dall’armistizio al seminario
A conti fatti, però, all’interno del Partito democratico gli ex Ppi sono arrivati a rappresentare circa il 22 per cento del totale (15 dirigenti). Un 22 per cento che per la prima volta si conterà ad Assisi il prossimo 10 ottobre, quando in Umbria i Popolari organizzeranno il primo grande convegno postelettorale. Oltre ai veltroniani e agli ex Ppi, tra gli organi dirigenti del partito vi sono anche sei rutelliani (che in tutto sommano il 9 per cento) e altri sei bettiniani. Mentre ancora più in giù si trovano rappresentati dalemiani, bersaniani e fassiniani, tutti con quattro dirigenti per uno. Certo, forse non sarà molto, ma nel Pd oggi sono in tanti a credere che in quell’armistizio armato firmato tra Veltroni e D’Alema ci sia di mezzo anche la composizione della geografia interna del Pd. E’ anche a questo a cui si riferisce sia il Massimo D’Alema che si lascia scappare frasi come quella di Firenze (“Tutti devono dare una mano, il mio ruolo lo devono stabilire Veltroni e i dirigenti del partito”) sia quelo un po’ minaccioso del libro di Bruno Vespa (“Nel Pd c’è qualche ‘pasdaran’, come Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini, che si presenta come veltroniano in aperta e violenta contestazione delle cose che dico io”). E’ anche a questo a cui si riferisce quel Franco Marini che ragiona sui futuri equilibri del Pd (“Serve un coordinamento rappresentativo di tutti”, ha detto poco tempo fa l’ex presidente del Senato). Certo è che – per comprendere come il Pd si schiererà prima delle prossime europee, per comprendere i giochi di forza interni al partito – per il segretario del Pd – per salvare la propria leadership e per difendersi dall’accerchiamento nel partito – sarà un po’ difficile prescindere anche da questi numeri. Ed Enrico Letta? Per ora non ha quasi nessuno, tranne se stesso, ben piazzato ai piani alti di quello che un tempo si chiamava loft. Dove il quasi – dicono – sta per Massimo D’Alema.
Claudio Cerasa
30/09/08

sabato 23 agosto 2008

Il Foglio. "Veltroniani abbandonati da Veltroni. Il Pd scopre la sindrome da congresso"

Roma. Ci sono molti punti di osservazione per studiare l’attuale stato di salute del Partito democratico e ci sono molti modi per capire da dove nasce la psicologia un po’ declinante del più recente veltronismo. Torino, Cagliari, Firenze e Bologna sono tutte immagini di un attacco che arriva alle centrali periferiche della segreteria di W. Ma dietro alle più o meno avvincenti polemiche estive su Sergio Chiamparino e Leonardo Domenici c’è un tema – quello del congresso – che meglio degli altri riassume l’ultimo tentativo di dare ossigeno alla leadership di Walter Veltroni. Ci hanno provato Enrico Morando, poi Giorgio Tonini, quindi Sergio Cofferati e i più fedeli custodi della dottrina veltroniana tenteranno fino al prossimo ottobre di far cambiare idea al segretario sul congresso del Pd. Un congresso che il leader del partito ha sostanzialmente svuotato di un vero significato politico e che i veltroniani chiedono invece di trasformare più o meno in una grande convention elettorale in grado di dare maggior legittimazione alla leadership del partito. Con il risultato che, almeno su questo argomento, il segretario ha finito per mollare gli stessi veltroniani. “Veltroni – spiega un dirigente del Pd – ha il timore di farsi prendere in contropiede da avversari come D’Alema e crede che per un vero congresso ci debbano essere regole in grado di tutelarlo da attacchi di ogni tipo. Pensate cosa potrebbe succedere se in queste condizioni Carlo De Benedetti facesse partire una campagna di stampa per far nascere un nuovo leader!”. Così, quello che poteva essere l’ultimo colpo d’ala del veltronismo si sta trasformando nel sintomo più evidente della scarsa combattività del segretario, confermando per una serie di ragioni che l’unico affluente in grado di sostenere la leadership di W. è senz’altro quello che fa capo ai popolari del Pd. “Contro noi popolari – spiega al Foglio il senatore del Pd Lucio D’Ubaldo – nessun può imporre una cosa che a noi non convince come un congresso che a oggi risulterebbe semplicemente finto”.
Claudio Cerasa
23/08/08

lunedì 28 luglio 2008

Il Foglio. "Fototessere rai"

Il veltroniano, il berlusconiano, il dipietrista. Ogni cronista lottizzato fa la cronaca (e pure i nomi) della lottizzazione che verrà. Consiglieri, direttori e redattori. Tutti aspettano la rivoluzione di settembre

La Rai: perché è come uno specchio, perché è come il resto, perché è come il paese e perché a settembre sarà la prima volta per W. e la terza per il Cav. La Rai: perché ci sono i nomi, ci sono i luoghi, ci sono i segnali, ci sono i giorni e perché, finalmente, tra due mesi tutto si saprà. Le nomine, i consiglieri, i direttori e i nuovi dirigenti. La Rai: perché non c’è solo il caso Saccà, non c’è solo il caso Cappon, non c’è solo il caso cda, ma c’è qualcosa di più. La Rai: perché si può dire tutto ciò che si vuole, si può pensare tutto ciò che si crede ma perché, alla fine, vale sempre quello che Orson Welles scriveva qualche anno fa. La odio. La odio come le noccioline. Non riesco a smettere di mangiare noccioline. Era il 1956. Si parlava di tv, sembrava si parlasse di Rai.
Bisogna esserci in questi giorni in Rai. Bisogna entrare dal numero quattordici di Viale Mazzini, bisogna salire al secondo piano del palazzone con cavallo di bronzo e portone di vetro e bisogna parlare con i dirigenti, i consiglieri e i giornalisti per capire il senso di ciò che è accaduto negli ultimi mesi. Per capire cosa è successo, per capire cosa accadrà, per capire chi ci sarà e per capire cosa c’è dietro a tutte quelle parole, dietro tutti quei segnali e dietro a tutti quei titoli. La Rai alla paralisi. La Rai nella bufera. La Rai sotto accusa. La Rai spaccata. Ecco. Non è un periodo come gli altri, in Rai. Perché dopo sei anni, dopo le ultime nomine arrivate nell’autunno del 2002, c’è parecchio che non è cambiato e c’è qualcosa che adesso cambierà. Le direzioni di rete e quelle dei tg. La scelta dei consiglieri e la nomina dei presidenti. Un po’ a me e un po’ a te, e senza che ci sia nulla di male. Ma in questi giorni c’è qualcosa di più. C’è la prima volta del Cav. e W., che per assegnare i posti che gli spetteranno tra Viale Mazzini e Saxa Rubra – che si voglia o no – dovranno ricominciare a dialogare. E ancora. C’è la nomina del presidente della Vigilanza (29 e 31 luglio), c’è la candidatura di Leoluca Orlando, c’è il veto – su Orlando – di una parte della maggioranza, c’è l’ultimo accordo tra dalemiani e veltroniani e c’è l’ultima intesa tra rutelliani e popolari. Poi ci sono i consiglieri che a settembre verranno rinnovati, ci sono i compiti dei redattori che verranno rivoluzionati e ci sono, già oggi, i sintomi che qualcosa si sta muovendo e che qualcuno si sta riposizionando. E ci sono modi precisi per scoprire come vanno le cose, per scoprire come funzionano le mosse, per scoprire quali sono i profili e per scoprire come si fa a capire quando il giornalista che sta di qua prova a fare un passetto per andare di là. Per questo, due mesi dopo le elezioni e due mesi prima del giorno in cui tutto cambierà, abbiamo fatto un giro in Rai e abbiamo parlato con un cronista veltroniano, uno berlusconiano e uno dipietrista.

***

Op-po-si-zio-ne du-ra! E sen-za pa-u-ra! Il veltroniano, aridatece er Caimano, è un berlusconiano perfetto solo con i capelli un po’ più a caschetto. Anche in Rai, come al Loft e come nel Pd, il veltroniano vede il dalemiano in ogni dove. Lo riconosce in ogni avverbio, lo inchioda a ogni “onestamente” sfuggito e a ogni “francamente” percepito. Il dalemiano, secondo il dalemiano, esiste solo nella testa dei non dalemiani. Il veltroniano – soprattutto quello della Rai – lo vede invece ovunque ed è una ossessione. Lo vede a mensa, lo vede in diretta e, ultimamente, lo vede anche tra i signori che passeggiano con il Caimano. Il veltroniano, aridatece-er-Caimano, sarà lottizzato per la prima volta a settembre e in questi giorni, in vista dell’evento, si prepara ad affrontare l’incarico di responsabilità; si prepara ad articolare pensieri importanti e già si esercita su concetti fulminanti. “La trasparenza è un elemento di novità e progresso”. “La destra non ci trascinerà nella giungla”. “E’ necessaria un’operazione di crescente legittimazione”. “Bisogna superare il duopolio”. “Bisogna portare la banda larga in tutta Italia”. “Bisogna mettersi tutti attorno a un tavolo per risolvere con determinazione i problemi”. “Non è stato garantito il pluralismo”. “E’ stato violato il rispetto istituzionale”. “La destra si esercita in annunci improvvisati”. “Le contraddizioni interne alla maggioranza ci impediscono di sottoporre un progetto credibile”. E così via. E poi, il veltroniano – che dice che la destra nasconde la verità, che vede nani e ballerine in ogni redazione, che dice che Cappon il suo lavoro lo fa, che dice che Saccà va condannato ma non ha capito bene perché – non vorrebbe essere “vittima della lottizzazione”. Dice che non ha mai parlato con il conduttore Giorgino, dice che non ha mai sbirciato il Grande Fratello e dice che un giorno ha temuto che “Uno due tre stalla” fosse un programma di Rai Uno. Per quanto lo riguarda, inoltre, lui non accetta quella descrizione. Quella classica, quella del veltroniano che in Rai ha il gessatino, la cravatta alla Mourinho, il giornale stropicciato, il capello un po’ schiacciato, gli occhiali alla Sassoli, il sorriso alla Mannoni e lo stile alla Dandini. E ancora, il veltroniano non capisce che cosa c’entri con la Rai Follini, non capisce perché alla Rai non ci va Bettini e, infine, vedendo ancora insieme Tremonti e Letta, Veltroni e Berlusconi, non capisce in che senso da qualche parte ci sarebbe una “nuova stagione”. Il veltroniano, aridatece er Caimano, ha letto – anche se non può dirlo – tutti gli ultimi distensivi libri di Travaglio – “ll bavaglio”, “Regime”, “Mani Sporche”, “Inciucio”, e un’altra dozzina di utilissime sentenze rilegate. Il veltroniano, però, a volte è atipico e a volte è anche un po’ disorientato. Perché il veltroniano è anche l’eterno candidato che diventa eternamente inadeguato. Il veltroniano è anche quello che non è mai stato comunista e che in Rai dice che gli conviene dire di essere un semplice socialista. Il veltroniano è anche quello che dopo la prima caduta del governo Berlusconi ha festeggiato, ma poi c’ha ripensato. Perché sperava che con l’arrivo dei nostri arrivasse la svolta e invece la svolta non è arrivata e lui è finito come sempre e con il suo programma che la sera finisce ancora un po’ prima di mezzanotte. E poi, ancora, è quello che ha intervistato una volta Prodi – e l’ha fatto per primo, l’ha fatto al Tg1 – ed è anche quello che poi, in gran segreto, quando il Prof. ha perso, ha scritto a tutti i colleghi un famoso messaggino con tre paroline e tre punti esclamativi. Libertà! Libertà! Libertà! Ma il giornalista veltroniano, in alcuni casi clamorosi, può essere ancora più atipico. Perché – e in Rai ce ne sono in molti – è anche quello che era veltroniano ancora prima che arrivasse il veltronismo e che quindi, ora che è deluso per non dire rassegnato, ci ha messo un attimo a diventare dalemiano. Poi c’è quello non atipico, quello che la W. la sente fino al midollo, quello che dice di non essere sfiduciato, quello che dice che aspetterà ancora il suo turno, quello che dice di essere motivato, quello che dice di pensare a una tv senza tessere, a una Rai liquida, a una televisione leggera. E’ lui quello che ti parla solo di piani industriali, è lui che ti descrive scenari fatti di infinite reti digitali. Il veltroniano perfetto – che ha i capelli bianchi e il taglio un po’ a caschetto – considera la Rai un “grande strumento a sostegno della modernizzazione”. Dice di non aver mai scritto una fiction, dice di non essere riuscito ad aggiornare il suo blog, dice che sulla Repubblica vorrebbe leggere Fortebraccio, dice che non ha capito se le elezioni le hanno vinte gli altri o siamo noi quelli a cui hanno fatto il culo. Dice che non ha capito in che senso ci servono cinque milioni di firme, non dice mai di aver scritto più libri di quanti ne ha letti e poi dice di non aver capito da che parte sta Giorgino. Dice che vorrebbe essere valorizzato – e non, dunque, lottizzato – dice che alla Rai servirebbe una riforma, dice che il cda andrebbe cambiato, dice che il consiglio andrebbe azzerato, dice che qui ci vuole un nuovo presidente, dice che qui ci vuole una nuova vigilanza epperò – per quanto sia necessaria una opposizione dura! E senza paura – non ha ancora capito in che senso Orlando c’entrerebbe con i valori.

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Il redattore-ebbasta co’ sta storia del Caimano è silenzioso, è prudente, è misurato e ha letto la maggior parte dei libri che lui stesso risulta aver firmato. Non ama la lottizzazione e non la chiama mai per nome. Ti dice che in Rai il problema non è mai politico ma che, piuttosto, si tratta solo di una questione “industriale”. Vede comunisti in ogni dove e li vede alla Rai, all’Usigrai, alle mense e in redazione. Dovunque, tranne che tra i colleghi del Pd. Il redattore-ebbasta co’ sta storia del Caimano, riconosce il veltroniano nei corridoi perché è quello che cammina con la mazzetta, è quello che passeggia con i giornali stropicciati, è quello che lo senti parlare a mensa di “supremazie antropologiche”, è quello che ogni tanto ti confessa che Veltroni si incazza con Riotta – ché il leader del Pd non sopporta un audio senza volto o un servizio con una singola foto. Il cronista che non ha paura di essere considerato berlusconiano è quello smaliziato che ti racconta tutto quello che succedeva nei giorni prima e quello che succedeva nei giorni dopo. Tra un’elezione nazionale e un ballottaggio locale. E’ quello che ricorda, a pochi giorni dalle elezioni, le lunghe file di fronte agli uffici del direttore e di fronte alle stanze del caporedattore. E’ quello che ricorda tutti quei colleghi di fede contraria che improvvisamente provarono a far di tutto per passare di qua. E i passaggi di fede, per non dire di proprietà, si vedono quando sei in fila dal direttore. Si vedono nelle mense fuori dalla redazione. Si vedono la mattina prima e dopo una trasmissione. Si vedono con il cronista conduttore che in tempi prossimi alla lottizzazione sta molto attento alle parole e parla poco di nuova stagione – preferisce chiamarla semplicemente “una nuova situazione” – e ti confessa che lui non aveva dubbi, che Napoli non è mai stata così bella e che oggi serviva proprio un gran comunicatore.
“Io so’ sempre stato dei vostri, diretto’!”.
Il cronista, ebbasta co’ sta storia del Caimano, è anche quello che negli anni ha imparato a conoscere il profilo del candidato che già da oggi, in Rai, è sostanzialmente un mezzo trombato. Lo riconosce subito. E’ quello che parla e poi non piglia. E’ quello che promette e non mantiene. E’ quello che ti si avvicina e ti dice “Dotto’! Mo’ tocca a me!”, e che in tempi di spoils system ci mette poco a non demonizzare il gran lottizzatore e ci mette poco a dire che, Lui, è sempre stato in fondo un gran comunicatore. “Il Parlamento – ti spiega – non mi spaventa che sia azionista di riferimento della televisione pubblica”. Evviva! Evviva la lottizzazione! E poi, il berlusconiano – che crede ancora nella cordata, che non ha mai amato Moretti, che non ha mai letto un’intercettazione, che non ha mai sbirciato su Dagospia e che l’ha sempre detto che quel Brunetta lì… – ti spiega esattamente come funziona il processo dell’allontanamento. O meglio. Del riposizionamento. Ti dice che c’è un esempio e ti dice che è un esempio biondino, che ha il cognome che sembra un diminutivo e che ieri stava con noi e che oggi sta invece un po’ più al centro. E il passaggio si formalizza con una dichiarazione. Magari con un’allusione. Certe volte basta una specifica posizione. Perché basta arrivare alla mensa e sedersi in un altro tavolino. Basta cominciare a bere il caffè dove sai che i compagni non ti starebbero vicino (un esempio, in Viale Mazzini, è il bar e quelle mattonelle vicino al balconcino). E spesso basta scegliere di fumare una sigaretta accendendola non nel cortile – che è più democrat che Cav. – ma di fronte a quell’ingresso con il cavallino. Di là ci sono i compagni, di qua invece no. Ma il cronista – ebbasta co’ sta storia der Caimano! – ragiona ormai solo con logica bipolare. Vede solo maggioranza e opposizione, vede solo Pd e Pdl e, prima delle elezioni e prima dei consigli di amministrazione, sa che ci sarà sempre un politico che ti chiamerà perché nei servizi vuole che il suo audio sia accompagnato dal video, vuole che nel pastone la sua voce sia prima di un altro e chiede – se proprio deve essere rispettata la par condicio – di scegliere le voci più incazzose tra quelle dell’opposizione.
“E ricorda: quelli che litigano devono essere sempre gli altri!”. Inoltre, il cronista che non ha paura di essere chiamato berlusconiano e che a pranzo preferisce accontentarsi di una semplice coppa di gelato, si chiede come mai i comunisti sono rimasti solo in Rai e come mai solo in Rai ci sono ancora giornalisti che possono fare campagna elettorale, che possono andare in piazza, che possono presentare il proprio candidato premier e che possono considerarsi imparziali anche quando, con il microfono in mano, un giorno – davanti al pubblico – dicono “signori qui dobbiamo disinfestare la piazza che fino a ieri c’è stato il nano!”. Mentre poi, zitti zitti, il giorno dopo si mettono in fila dal direttore e dal caporedattore. “Io so’ sempre stato dei vostri, diretto’!”.

***

Il tintinnante condottiero dei valori, in Rai, è un comunista un po’ più accigliato ed è un lottatore che sognava la falce e il martello e che adesso si ritrova invece con una trebbia di governo. Non vuole inciuci e non vuole regimi. Fosse per lui, all’Onu vorrebbe Marco Travaglio, alla Caritas Di Pietro, all’Intelligence Giulietto Chiesa e alla Rai tutti i tre della famiglia Guzzanti. Dice che avrebbe letto volentieri i romanzi di Camilleri ma non ha mai superato la sindrome “deficit da Travaglio”, ché, sommando le ultime opere scritte dal grande giornalista dei valori, il cronista dipietrista si ritrova spesso a leggere più o meno seimila pagine di libri tintinnanti. Epperò quanto è bravo sto’ Camilleri, signo’! Il condottiero dei valori – che ti dice che in fondo lui è la vera anima dell’azienda – è poi anche quello che dice di avere le conoscenze giuste. E’ anche quello che, se serve una carta, sa dove cercare e dove trovarla ed è anche quello che – pur non apprezzando la lottizzazione – a lottizzare dice che ci penserà da sé. E allora evviva la revolución! Evviva il compagno Leolucà!
E se gli chiedi, al compagno dei valori, chi è il più veltroniano dei veltroniani lui ti parla degli occhialetti di Sassoli. E se gli chiedi chi è il più berlusconiano dei berlusconiani lui ti parla della vicedirezione di Maurizio Ciarnò. E se gli chiedi di D’Alema lui ti dice che in Rai il dalemismo è “un dato trasversale”. Un po’ di qua e un po’ di là. E se gli chiedi come finirà lui ti dice che tutto sarà in un inciucio, che non ci sarà alcun candidato dei valori, che alla Vigilanza finirà a schifio e che non ci sono le prove ma i fatti ci sono eccome. Per questo, la presidenza Rai andrà a un veltroniano – al massimo a un rutelliano – e la vigilanza – ahilui! – sarà terreno fertile per un bravo dalemiano. Poi, il dipietrista giornalista dei valori, prende e ti fa la mappa del potere. Ti dice che sono sei anni che in Rai cambia poco o nulla, che a Rai Uno il nome giusto potrebbe essere quello di Minoli e che dipendesse dai berlusconiani – che i condottieri dei valori conoscono meglio dei veltroniani – oggi ci sarebbero due nomi che valgono più degli altri. Quello di Lorenza Lei, una cattolica che piace anche a Casini. Quello di Gianfranco Comanducci, vicedirettore della Divisione uno. Quello di Giuliana Del Bufalo, che non dispiace al ministro Tremonti. E poi, ti spiegano, per il Tg1 ci sono i nomi di Pierluigi Battista e di Maurizio Belpietro. Al Tg2 ancora quello di Mauro Mazza (o al massimo Pasquale D’Alessandro). Al Gr – e forse al tgr – finirà la Lega. Il Tg3 rimarrà rosso, non rimarrà a Paolo Ruffini e forse arriverà Francesco Pinto (direttore del centro Rai di Napoli). Poi, ti spiegano ancora, alla presidenza bisogna stare attenti, perché Stefano Parisi – l’amministratore delegato di Fastweb per il quale Goffredo Bettini e Gianni Letta avrebbero già trovato un accordo – non è un uomo di cui il Cav. si fida del tutto. Perché dipendesse da lui, al posto di Claudio Petruccioli, ci vedrebbe bene il dottor Guido Resca (*1). Poi, il dipietrista – che ha una storia complicata, che è stato comunista, che è stato pidiessino, che ha militato nella Rete e che però ci tiene a dire che non è mai stato dei Ds – ti fa il suo ragionamento. Ti dice che il bipolarismo è la rovina della lottizzazione. Ti dice che al voto utile corrisponde il giornalista utile, che al voto non utile corrisponde il giornalista non indispensabile, che non capisce cosa c’entri Giorgino con Casini e che non capisce lo strano caso del cronista con la targhetta Udc. Che è all’opposizione, che in Sicilia si sente di governo, che nel Lazio è in confusione e che a Bologna, ormai smarrito, crede ancora Follini sia tra i nostri. Ma il condottiero tintinnante dei valori – che sa come andrà a finire, che sa che né il 29 né il 31 verrà eletto nessuno alla Vigilanza – sa che c’è qualche dipietrista che ha pronte le carte giuste, che promette che se Orlando non avrà la Vigilanza all’improvviso, giù in Sicilia, c’è chi è pronto a combinare pasticci, e c’è chi è pronto a dimostrare che – in certi casi – i valori giusti fanno sempre quel rumorino lì. Anche se in fondo si tratta di Rai. E’ proprio come le noccioline. Non riesci a smettere. Tin-tin.
Claudio Cerasa
26/7/08

*1 (In realtà Resca alla fine potrebbe andare non alla presidenza ma alla direzione generale)

sabato 21 giugno 2008

Il Foglio. "W. rimane senza colpi in canna e senza il Cav. Il Pd non lo difende più"

Roma. Poteva essere l’occasione giusta per Walter Veltroni e l’ex sindaco di Roma avrebbe potuto caricarlo qui il secondo colpo in canna del Partito democratico. Eppure ieri pomeriggio il segretario del Pd si è ritrovato a convocare un’Assemblea nazionale brontolona e praticamente dimezzata, si è ritrovato a chiedere di ritirare le dimissioni a un presidente (Romano Prodi) che fino a qualche mese fa era stato sconfessato pubblicamente dallo stesso W. e, come se non bastasse, a fine giornata il leader dell’opposizione ha registrato la fine (momentanea?) traumatica del CaW. Il presidente del Consiglio ha infatti attaccato Veltroni a proposito della gestione finanziaria del comune di Roma (“Veltroni si preoccupi delle notizie terrificanti sui conti di Roma che vanno sotto la sua responsabilità” e si ricordi che “non c’è mai stata una luna di miele con l’opposizione in Parlamento”). E dall’altra parte, il segretario del Pd ha risposto con una certa fermezza e ha spiegato che per il momento è chiuso qualsiasi tipo di dialogo. “Questo – ha detto W. – è uno spartiacque che rischia di segnare negativamente l’intera legislatura e che strappa la delicatissima tela del dialogo istituzionale”. Ieri però (rinviando la nomina del presidente del Pd a fine anno) ha provato anche a fare quello tosto, Veltroni, ha rispolverato lo spirito girotondista dei vecchi tempi e ha convocato in autunno un’azione di protesta in tutto il paese (e Antonio Di Pietro gli ha subito chiesto perché non farlo adesso). Nei due interventi all’Assemblea il segretario ha ripetuto quali saranno le parole chiave sulle quali crescerà l’alternativa del Partito democratico all’attuale governo: vocazione maggioritaria, alleanze per il governo, opposizione intransigente, discontinuità dall’esperienza dell’Unione e no a ritorni al passato (“Noi non torneremo indietro ai tempi del clima di odio e di contrapposizione ideologica tra maggioranza e opposizione”). Ma ieri pomeriggio non è andato tutto liscio per il segretario del Pd. Anzi. L’assemblea che fino a poche ore fa era ancora il simbolo delle primarie del 14 ottobre, e che fino a poco tempo fa era ancora il cuore di quella formidabile investitura popolare che aveva lanciato nove mesi fa Walter Veltroni alla testa del partito, è ormai un organo azzoppato; un organo che verrà via via sostituito dalla nuova direzione nominata ieri pomeriggio (200 membri) e che su 2.800 delegati ieri a Roma era rappresentata da poco meno di 1.000. “Nella discussione di oggi abbiamo registrato un altissimo grado di convergenza. Forse anche al di là delle aspettative”, ha provato a dire Veltroni a fine giornata. Ma l’impressione è che la resa dei conti nel Pd sia semplicemente rinviata, perché sono in tanti oggi nel partito a bisbigliare a bassa voce quello che invece ha avuto il coraggio di strillare nel pomeriggio Arturo Parisi. Alcuni delegati toscani del Pd sostengono che oggi è “come se stessimo tutti sotto choc per un terremoto pazzesco ed è come se non riuscissimo ad alzarci in mezzo a tutte le rovine”.

“Siamo interessati all’Udc”
L’ex ministro della Difesa, invece, non è arrivato a chiedere le dimissioni di W, ma dopo aver ascoltato Veltroni mentre diceva che il Pd di oggi è “il compimento perfetto dell’Ulivo del 1996” Parisi non ha resistito, è salito sul palco dell’assemblea e l’ha messa così: “Per noi il progetto dell’Ulivo aveva come obiettivo un bipolarismo a vocazione bipartitica ma che si facesse carico di unificare tutto il centrosinistra. Questa non è una assemblea democratica”. Poi l’ex ministro della Difesa ha continuato il suo scontro personale con il segretario fino a dire al Foglio che il Pd è arrivato alla “decomposizione”. Il punto è che il Veltroni di oggi è molto lontano da quello che aveva provato a indossare l’abito da Obama italiano. E’ anche vero che dopo due mesi Veltroni è riuscito finalmente a nominare la parola “sconfitta” e che su alcuni punti il segretario del Pd è stato chiaro. Per esempio sulle alleanze (“Siamo interessati al dialogo con l’Udc e con i socialisti”) e per esempio sull’effettivo peso che avranno nel Pd fondazioni e correnti (“Bisogna mescolare le culture diverse del Pd senza riprodurre le vecchie correnti dei vecchi partiti”). Ma il fatto è che oggi è difficile trovare qualcuno nel Pd pronto ad appoggiare in modo incondizionato il segretario. Quasi tutti ieri hanno condiviso la relazione di Veltroni ma non c’è stato nessuno pronto a spendere una parola a difesa della sua leadership. Pronto a dire semplicemente: “Scusate ma Veltroni non si tocca”. E ci sarà un motivo, dunque, se l’unica standing ovation della giornata è arrivata solo quando Veltroni ha nominato Prodi.
Claudio Cerasa
21/06/08

venerdì 20 giugno 2008

Il Foglio. "Marini pensa a come allontanarsi da W., ma il CaW non è finito"

Movimenti mariniani. Più che la questione sullacollocazione
europea, più che il dibattito sull’effettivo peso di correnti
e fondazioni, e più che tutti i retroscena sul possibile
successore di Romano Prodi (la cui scelta potrebbe slittare
a fine anno), c’è un aspetto che più di ogni altro rischia di
dare un contributo notevole al logoramento della leadership
di Walter Veltroni. Così, nelle ore precedenti alla convocazione
odierna dell’Assemblea nazionale del partito, tra
i segnali minacciosi registrati dal segretario del Pd quello
più pericoloso riguarda senz’altro Franco Marini. Racconta
un parlamentare del Pd che da qualche settimana l’ex presidente
del Senato considera quella di Veltroni “un’esperienza
destinata a volgere al termine”. Il punto è che il filo
che fino a qualche tempo fa legava il triangolo formato dagli
ex Popolari non è più così unito come un tempo: Giuseppe
Fioroni e Dario Franceschini continuano a investire sulla
“nuova stagione” e per non perdere capacità d’azione da
tempo provano a trasformare Marini in semplice padre nobile
del partito. Dall’altro lato, però, Marini (che difficilmente
sarà presidente del Pd) è intenzionato a non farsi mettere
da parte e per non trovarsi impreparato alla possibile
successione del segretario ha scelto di intensificare i sui
rapporti con Massimo D’Alema. Anche per questo, l’onorevole
Nicodemo Oliviero, uomo fidato di Marini, è presente
nelle liste dei parlamentari iscritti alla Fondazione ItalianiEuropei
e non è un mistero che il dialogo con l’ex ministro
sarà favorito anche grazie alle idee condivise a proposito
di riforma elettorale. Marini e D’Alema la vogliono riscrivere
in tedesco e W. invece no. Ma nella dolce rottura tra
gli azionisti di maggioranza del Pd c’è dell’altro ed è anche
qualcosa in più che una coincidenza: perché nella stessa sera
in cui gli ex Ppi del Pd si preparavano per l’Assemblea
di oggi e domani, Marini era invece da tutt’altra parte, a cena
con Francesco Rutelli a discutere di Europa. Sarebbe
sbagliato parlare di vera rupture, ma come spiega un senatore
del Pd “tra gli alleati più fedeli alla linea del segretario
oggi c’è qualcuno come Marini disposto a non difendere
più Veltroni in modo incondizionato ”.

Movimenti del CaW. E’ vero: pochi giorni fa era stato Walter
Veltroni a spiegare con toni definitivi che con Silvio Berlusconi
“il dialogo è finito”. Non c’è dubbio che nelle prossime
settimane il segretario del Pd farà la parte di quello duro
nei confronti del leader della maggioranza, ma dall’altra
parte è difficile contestare che il motore del CaW abbia ormai
innescato una serie di processi per certi versi irreversibili.
E non saranno pochi i casi in cui ci si ritroverà di fronte
a inevitabili parlamentari inguacchioni. In fondo, dopo
aver ricevuto tra martedì e mercoledì al Quirinale sia Veltroni
sia Berlusconi, il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano ha lanciato un messaggio chiaro ai leader della
maggioranza e dell’opposizione e ha chiesto di non tradire
quel clima nuovo di dialogo parlamentare costruttivo. Su che
cosa? Il CaW proverà a ricompattarsi partendo dalla Rai e
molto dipenderà dalla disponibilità che il centrodestra offrirà
sulle nomine della presidenza, del cda e della Vigilanza
(ieri la maggioranza ha però respinto la candidatura di
Leoluca Orlando dell’Italia dei valori). Per il resto, come
spiega al Foglio Ermete Realacci ministro ombra del Pd, “ci
sono dei terreni su cui un rapporto tra maggioranza e opposizione
è indispensabile quali che siano i rapporti e le condizioni
del dialogo. Posso dire che il Pd avrà un atteggiamento
costruttivo non soltanto sulle riforme istituzionali, ma anche
sulla riforma elettorale europea, sulla questione dei rifiuti
e sulla sicurezza. L’opposizione non avrà uno stile ispirato
al tafazzismo e non diremo di no a tutte quelle leggi che
negli ultimi mesi abbiamo dimostrato di condividere”. Sulla
Finanziaria, dice Realacci, “dovremo valutare punto per
punto un testo che ancora non conosciamo”. Ma chissà che
anche per il pacchetto Tremonti non valgano le parole usate
da W. due giorni fa: “Faremo un’opposizione dura ma non
torneremo al passato”.
Claudio Cerasa
20/06/08

giovedì 12 giugno 2008

Il Foglio. "Prodi presidente, in Europa da soli e W non si tocca. Fioroni svela la vera tattica del Pd"

tere in campo nei prossimi mesi. La prossima settimana Fioroni, con tutti i dirigenti del Pd, parteciperà all’Assemblea nazionale del partito (20, 21 giugno) e a proposito di quell’appuntamento l’ex ministro offre due spunti di riflessione che somigliano molto a due notizie. Fioroni spiega con una battuta il grande equivoco sul ruolo dei cattolici nel Partito democratico (“Dire che nel Pd i cattolici non contano nulla è come dire che negli ultimi sei mesi il Foglio non ha parlato di aborto”) e poi, entrando nel cuore degli equilibri del partito, conferma quanto segue: il grande asse che lega W. con gli ex Popolari esiste, Franco Marini lo ha rinforzato in questi giorni e lo stesso Fioroni dice che gli ex Ppi “continueranno a essere alleati leali con il segretario”. “E’ importante – spiega – capire che l’identità del Pd non è rappresentata da una tessera: l’identità è un sentimento che deve legare, che deve unire tutti noi attorno a principi condivisi. Possiamo dire valori? Credo di sì. Io sono convinto che il primo compito del partito sia quello di ridare dignità alla politica. Ma il problema è che questo grande ‘festival delle amarcord’ che ci circonda in questi giorni è il sintomo dell’incapacità di trovare l’orgoglio di ciò che siamo oggi. E per questo, la nostra nuova missione sarà quella di arrivare alla fine dell’anno riuscendo a creare una cosa molto semplice, l’orgoglio di essere democratici”. Chiediamo con un po’ di malizia: con o senza Pier Ferdinando Casini nel Pd? “Casini rimane per noi un interlocutore importante. Ma troverei offensivo nei suoi confronti auspicare un suo ingresso nel Pd”. A proposito di collocazione europea, Fioroni – pur intravedendo un po’ di confusione (“E’ un problema quando da una straordinaria opportunità per il Pd nasce una strana forma di opportunismo”) – anticipa che con ogni probabilità il Pd non avrà bisogno di entrare nel Pse. “Credo che riusciremo a creare una ‘cosa nuova’, un soggetto innovativo con parlamentari di nazioni diverse prima delle elezioni”. Fioroni – ricordando che il Pd ha intenzione di riscrivere la legge elettorale europea “non andando oltre una soglia del 3 per cento” – crede sia “inevitabile che per procedere al rinnovo degli organi dirigenti servirà il congresso del 2009” e intravede nel prossimo congresso tematico (a ottobre) un’opportunità non per “misurarsi in discussioni su D’Alema o Veltroni ma per dare un solido profilo al partito”. A Milano, tra l’altro, la prossima settimana si eleggerà il nuovo presidente del Pd: il nome più probabile è quello di Marini ma Fioroni la mette così. “Dovremo far di tutto per confermare Romano Prodi presidente del partito”. Parlando poi dell’attivissima fondazione di Massimo D’Alema, Fioroni considera le correnti e le anime del Pd “una risorsa fondamentale e tutt’altro che ambigua per il partito. Ma a una condizione. Sarebbe un grande errore se tutti cominciassimo a vivere di ricordi, se il partito dovesse muoversi a velocità diverse e se ci trovassimo di fronte a una situazione in cui c’è chi corre nel Pd per ottenere un risultato diverso da quello del segretario”.
Claudio Cerasa
12/06/08

lunedì 26 maggio 2008

Il Foglio. "Veltroni al nord (da Formigoni). Il CaW va forte anche a Milano, ma con W. vuole trattare Bossi"

Milano. Lo ha ripetuto un paio di volte Walter Veltroni: ha ricordato che nel pacchetto sicurezza promosso dal governo “gran parte dei provvedimenti” sono ispirati a quel pacchetto che Giuliano Amato – incalzato proprio dall’ex sindaco di Roma – aveva firmato nella scorsa legislatura. L’impressione, stando alle parole di W., e che se non fosse per il “reato di clandestinità”, il partito non solo non farebbe ostruzionismo, ma quando il ddl arriverà alle Camere i pulsanti verdi dei parlamentari del Pd potrebbero essere più numerosi del previsto. Come spiegato a Milano al termine del Cdm ombra ospitato negli uffici della regione, Veltroni sulla questione sicurezza non vuole farsi rubare eccessivamente la scena dal Cav. e, leggendo tra le righe della riunione, la posizione del Pd sembra coincidere con le parole pronunciate due giorni fa dalla (virtuale) tessera numero 1 del partito, Carlo De Benedetti: “Le misure prese dal Consiglio dei ministri sono in linea con i desideri e le richieste del paese”, aveva detto l’ingegnere.
Sicurezza, dunque, e poi giustizia, nucleare, welfare e soprattutto federalismo. Si è parlato di questo nel secondo Cdm parallelo del gabinetto ombra. Il segretario del Pd ha inoltre aperto in maniera forte sul tema delle riforme federali e lo ha fatto in un giorno particolare, concluso con l’incontro con il presidente della provincia (Filippo Penati) e cominciato con un colloquio con il governatore Roberto Formigoni. Se è vero che la posizione del Pd, anticipata al Foglio dal ministro ombra per le Riforme Sergio Chiamparino, è contraria al modello proposto dalla Lombardia (“Un testo che spacca il paese”), è anche vero che Veltroni non ha alcuna intenzione di stropicciare troppo il mantello del CaW. Con un piccolo gioco di prestigio grazie al quale W. non boccia almeno a parole il modello lumbard, lo shadow premier alla fine l’ha messa così: “Il federalismo verrà affrontato a partire anche dal lavoro svolto in Lombardia”. Anche.
L’incontro tra segretario e governatore è stato però seguito dai leghisti con occhio vigile e sospetto; dopo che il capogruppo della Lega alla regione (Stefano Galli) aveva minacciato su questo giornale il voto anticipato contro Formigoni, il Pdl ha risposto con il consigliere Paolo Valentini: “Galli vuole anticipare le elezioni? Noi siamo pronti: la Lega prenda una posizione chiara, ritiri gli assessori e presenti una mozione di sfiducia. Vedremo se sarà davvero pronta a seguire il capogruppo”. Il rischio di voto anticipato – ci spiega il consigliere Romano La Russa – è “per il momento prematuro”. La Russa, che nel Pdl arriva da esponente di An, dice di essere “stupito dalle frasi dei leghisti” e si chiede perché “la Lega voglia dare questa accelerata alla successione alla presidenza quando è proprio con Formigoni che il federalismo ha fatto passi in avanti”. La Russa aggiunge che nel futuro della regione per la presidenza, oltre a Formigoni e Lega, “si dovrà tenere conto anche del peso che An ha in Lombardia”. Certo è che, a livello nazionale, nel gioco di sponde tra centrodestra e centrosinistra sul federalismo, Lega, Pd e Pdl non sembrano essere così distanti. I ministri Umberto Bossi e Giulio Tremonti e il sottosegretario alle Riforme Aldo Brancher avevano parlato a lungo con Chiamparino (incontro definito “utile” da Bossi) ed era stato lo stesso W. a dire che, nonostante il caso Retequattro, “il dialogo sulle riforme non è in pericolo”. A questo proposito, il deputato leghista Matteo Salvini, parlando con il Foglio, apre in modo significativo al Pd. “Il dialogo è assolutamente doveroso e necessario per una questione di serietà. Questa è un’occasione storica; perché sulla carta il nord ha supporter trasversali almeno per il 90 cento e perché almeno a parole tra i colleghi dell’opposizione oggi non se ne trova nemmeno uno che su questo tema non voglia raggiungere una soluzione assieme a noi”.
Claudio Cerasa
24/05/08

venerdì 23 maggio 2008

Il Foglio "La Lega agita il voto anticipato lumbard contro il CaW de Milan"

Il ministro ombra Sergio Chiamparino ci spiega il ddl federalista del Partito democratico

Il governo ombra del Partito democratico arriverà questa mattina a Milano e quando salirà al ventinovesimo piano del grattacielo della regione si ritroverà all’ordine del giorno una serie di bozze di legge in parte già discusse nella sede del partito (welfare, sicurezza, giustizia) e in parte solo accennate in una riunione che si è svolta al loft martedì pomeriggio. Uno di questi temi, e quello che più interessa gli inquilini che ospiteranno al Pirellone l’esecutivo parallelo del Pd, è una bozza di ddl sul federalismo fiscale firmata dal ministro ombra delle Riforme Sergio Chiamparino (che al Foglio ne anticipa il contenuto). Oggi, in effetti, alla regione si discuterà soprattutto di questo: il Pd incalzerà la maggioranza con la sua prima proposta ufficiale sull’argomento ed è significativo che la riunione dello shadow cabinet sarà anticipata da un incontro informale tra Walter Veltroni e Roberto Formigoni (alle 10.30). Incontro che alla regione è stato accolto con poco entusiasmo dai consiglieri leghisti (“E’ un inciucio!”); ma che al di là delle frasi di circostanza che arrivano da Pd e Pdl risulta invece molto indicativo. Il CaW proietta la sua ombra su Milano, il Pd e il Pdl cominciano a ragionare – insieme – sul grande cavallo di battaglia della Lega e a destra del Cav. c’è chi non gradisce affatto. Il capogruppo della Lega alla regione, Stefano Galli, sintetizza così al Foglio il suo pensiero sull’incontro. “Come è sua buona abitudine, a Formigoni non dispiace avere due piedi in due scarpe diverse. Il presidente, si sa, qualche botta recentemente l’ha presa e chissà che non voglia risolvere i suoi problemi con queste iniziative temporanee. Stia attento però: la nostra pazienza non è infinita e noi della Lega non abbiamo problemi ad anticipare il voto alla regione. Sempre che Formigoni – ironizza Galli – non voglia essere il candidato del Pd nel 2010”. Formigoni, che oltre a essere governatore è anche vicepresidente del Pdl, sostiene che non c’è nessun inciucio e che si tratta di un semplice dialogo con il numero uno del Pd. “Quello che si sta realizzando – ha spiegato Formigoni – è un clima di rapporti corretti tra maggioranza e opposizione e significa chiarezza del confronto”. Ma questo clima di “rapporti corretti” non fa impazzire la Lega: la paura, come conferma Galli, è che il Pdl “voglia intestarsi la paternità delle riforme sul federalismo e che quelle riforme le voglia fare di comune accordo con il Pd prima ancora che con noi”.
Il punto però è che la prima proposta di federalismo che arriverà in Parlamento è un testo approvato pochi giorni fa dalla regione Lombardia. Un testo su cui il Pd locale si è astenuto e che ieri è stato bocciato sia da Vannino Chiti (che nel Pd è uomo apprezzato dalla Lega) sia dal ministro ombra per la pubblica Amministrazione Linda Lanzilotta. Ma quella proposta di legge è già arrivata sulle scrivanie dei presidenti di Camera e Senato: dunque se Pd e Pdl non rilanceranno presto sull’argomento la prima bozza su cui si discuterà sarà questa e su un testo del genere sarà difficile trovare un’intesa. Nel pentolone del CaW., però, c’è qualcosa di grosso che comincia a scaldarsi; e tra il governo e la sua ombra c’è meno distanza di quello che si potrebbe immaginare. Il sindaco di Torino e ministro ombra, Sergio Chiamparino, spiega al Foglio perché. “La regione Lombardia ha fatto una proposta che sembra fatta apposta per essere bocciata e che somiglia molto a un manifesto politico. Il Pd, a questo proposito, ha un’idea di federalismo che abbiamo già discusso con il ministro Calderoli e su cui mi sembra ci sia una buona disponibilità di confronto. Si riparte dalla bozza Violante e si riparte dalla proposta di trasformare il Senato in un soggetto regolatore della negoziazione fra regioni e stato. Poi, scendendo verso il basso, il Pd apprezza l’ipotesi di un federalismo di tipo catalano in grado di garantire che tutte le regioni abbiano livelli minimi di fruizione dei servizi. Certo, se oggi l’impostazione del governo è che chi ha più soldi se li tiene, noi non ci stiamo, naturalmente. Ma dopo aver parlato con il ministro Calderoli, che incontrerò anche la prossima settimana, mi sembra che non ci sia nessuno che voglia rompere a priori. La base su cui si lavorerà non sarà dunque il ddl presentato dalla Lombardia, ma credo che sarà piuttosto quella ‘autonomia differenziata’ in linea con il testo di fedaralismo approvato lo scorso anno dalla conferenza delle regioni. Su quella base credo proprio che un accordo sia possibile”. E questa mattina a Milano, il presidente Formigoni e il segretario del Pd parleranno soprattuto di questo.
Claudio Cerasa
23/05/08