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venerdì 30 ottobre 2009

La Presa di Roma sull'Ansa

LIBRI:ESCE 'LA PRESA DI ROMA',RITRATTO NUOVA DESTRA CAPITALE

(ANSA) - ROMA, 29 OTT - La cronaca di una rivoluzione. E, per dirla con le parole dello stesso scrittore la cronaca della rivoluzione e dei segreti di una città, Roma, dagli anni di Rutelli e Veltroni ad oggi. Oggi che ad amministrare la capitale è arrivato Gianni Alemanno. E' un affresco a tutto tondo, ma anche a tinte forti, quello descritto da Claudio Cerasa, giornalista, autore di "La presa di Roma", edito da Bur-Rizzoli nella collana Futuro Passato. Ed è una raffigurazione che affonda le radici in alcune domande per descrivere la nuova destra romana, guidata da un sindaco che ha conquistato categorie sociali, ed interi quartieri, da sempre appannaggio della sinistra. Quali sono i veri padroni e quali sono i volti sconosciuti che nel silenzio governano la città? Si chiede Claudio Cerasa nelle 208 pagine de 'La presa di Roma'. C'è qualcosa di più profondo, e qualcosa di più misterioso, di una semplice svolta politica nel modo in cui la nostra Capitale ha improvvisamente cambiato parte. In poco più di una un anno Roma si ritrova comandata da una nuova e fortissima rete di potere, racconta lo scrittore. Una rete fatta da costruttori, palazzinari, avvocati, architetti, immobiliaristi e presidenti dei circoli sportivi. E che mette insieme Vaticano, centri sociali, editori, giornalisti, tassisti, lobbisti, ebrei, fascisti e persino comunisti. Insomma, nello spiegare la Roma di oggi, Cerasa ci consegna la sua verità: "Alemanno ha imparato a goveranare le stanze più segrete della capitale e si prepara ad essere il prossimo vero candidato di centrodestra alla guida del paese". (ANSA).

sabato 21 giugno 2008

Il Foglio. "W. rimane senza colpi in canna e senza il Cav. Il Pd non lo difende più"

Roma. Poteva essere l’occasione giusta per Walter Veltroni e l’ex sindaco di Roma avrebbe potuto caricarlo qui il secondo colpo in canna del Partito democratico. Eppure ieri pomeriggio il segretario del Pd si è ritrovato a convocare un’Assemblea nazionale brontolona e praticamente dimezzata, si è ritrovato a chiedere di ritirare le dimissioni a un presidente (Romano Prodi) che fino a qualche mese fa era stato sconfessato pubblicamente dallo stesso W. e, come se non bastasse, a fine giornata il leader dell’opposizione ha registrato la fine (momentanea?) traumatica del CaW. Il presidente del Consiglio ha infatti attaccato Veltroni a proposito della gestione finanziaria del comune di Roma (“Veltroni si preoccupi delle notizie terrificanti sui conti di Roma che vanno sotto la sua responsabilità” e si ricordi che “non c’è mai stata una luna di miele con l’opposizione in Parlamento”). E dall’altra parte, il segretario del Pd ha risposto con una certa fermezza e ha spiegato che per il momento è chiuso qualsiasi tipo di dialogo. “Questo – ha detto W. – è uno spartiacque che rischia di segnare negativamente l’intera legislatura e che strappa la delicatissima tela del dialogo istituzionale”. Ieri però (rinviando la nomina del presidente del Pd a fine anno) ha provato anche a fare quello tosto, Veltroni, ha rispolverato lo spirito girotondista dei vecchi tempi e ha convocato in autunno un’azione di protesta in tutto il paese (e Antonio Di Pietro gli ha subito chiesto perché non farlo adesso). Nei due interventi all’Assemblea il segretario ha ripetuto quali saranno le parole chiave sulle quali crescerà l’alternativa del Partito democratico all’attuale governo: vocazione maggioritaria, alleanze per il governo, opposizione intransigente, discontinuità dall’esperienza dell’Unione e no a ritorni al passato (“Noi non torneremo indietro ai tempi del clima di odio e di contrapposizione ideologica tra maggioranza e opposizione”). Ma ieri pomeriggio non è andato tutto liscio per il segretario del Pd. Anzi. L’assemblea che fino a poche ore fa era ancora il simbolo delle primarie del 14 ottobre, e che fino a poco tempo fa era ancora il cuore di quella formidabile investitura popolare che aveva lanciato nove mesi fa Walter Veltroni alla testa del partito, è ormai un organo azzoppato; un organo che verrà via via sostituito dalla nuova direzione nominata ieri pomeriggio (200 membri) e che su 2.800 delegati ieri a Roma era rappresentata da poco meno di 1.000. “Nella discussione di oggi abbiamo registrato un altissimo grado di convergenza. Forse anche al di là delle aspettative”, ha provato a dire Veltroni a fine giornata. Ma l’impressione è che la resa dei conti nel Pd sia semplicemente rinviata, perché sono in tanti oggi nel partito a bisbigliare a bassa voce quello che invece ha avuto il coraggio di strillare nel pomeriggio Arturo Parisi. Alcuni delegati toscani del Pd sostengono che oggi è “come se stessimo tutti sotto choc per un terremoto pazzesco ed è come se non riuscissimo ad alzarci in mezzo a tutte le rovine”.

“Siamo interessati all’Udc”
L’ex ministro della Difesa, invece, non è arrivato a chiedere le dimissioni di W, ma dopo aver ascoltato Veltroni mentre diceva che il Pd di oggi è “il compimento perfetto dell’Ulivo del 1996” Parisi non ha resistito, è salito sul palco dell’assemblea e l’ha messa così: “Per noi il progetto dell’Ulivo aveva come obiettivo un bipolarismo a vocazione bipartitica ma che si facesse carico di unificare tutto il centrosinistra. Questa non è una assemblea democratica”. Poi l’ex ministro della Difesa ha continuato il suo scontro personale con il segretario fino a dire al Foglio che il Pd è arrivato alla “decomposizione”. Il punto è che il Veltroni di oggi è molto lontano da quello che aveva provato a indossare l’abito da Obama italiano. E’ anche vero che dopo due mesi Veltroni è riuscito finalmente a nominare la parola “sconfitta” e che su alcuni punti il segretario del Pd è stato chiaro. Per esempio sulle alleanze (“Siamo interessati al dialogo con l’Udc e con i socialisti”) e per esempio sull’effettivo peso che avranno nel Pd fondazioni e correnti (“Bisogna mescolare le culture diverse del Pd senza riprodurre le vecchie correnti dei vecchi partiti”). Ma il fatto è che oggi è difficile trovare qualcuno nel Pd pronto ad appoggiare in modo incondizionato il segretario. Quasi tutti ieri hanno condiviso la relazione di Veltroni ma non c’è stato nessuno pronto a spendere una parola a difesa della sua leadership. Pronto a dire semplicemente: “Scusate ma Veltroni non si tocca”. E ci sarà un motivo, dunque, se l’unica standing ovation della giornata è arrivata solo quando Veltroni ha nominato Prodi.
Claudio Cerasa
21/06/08

martedì 25 marzo 2008

Il Foglio. "Il Pd fa due conti nel Lazio e decide di “commissariare Marrazzo”

Dopo Prodi e Bassolino, W cancella dall’agenda anche il nome del governatore. E’ arrivato Montino, anche per il caso Alitalia

Roma. Nel formidabile ingranaggio a vocazione maggioritaria del modello Roma, che in quindici anni ha portato due sindaci al Campidoglio, un presidente alla provincia, un governatore alla regione e un segretario al Loft, c’è un nome preciso che la dirigenza del Pd, negli ultimi mesi, ha cercato di nascondere con cura sotto l’agenda democratica delle prossime elezioni. C’è molto imbarazzo, in effetti, quando la nuova stagione di Walter Veltroni (candidato premier), di Francesco Rutelli (candidato a sindaco della capitale) e di Nicola Zingaretti (candidato alla provincia di Roma) sente annunciare il nome di uno dei politici più sexy d’Italia (il settimo, secondo un recente sondaggio dell’associazione donne e qualità della vita); lo stesso che da tre anni governa in quella che sarà una delle regioni decisive nella composizione del prossimo Senato; lo stesso che non si vede e non si vedrà mai sui pullman del Pd; che non si è ancora visto in nessun palco con Rutelli; che ha evitato i fund raising con Zingaretti; e che l’ultima volta che ha stretto in pubblico la mano del segretario del Pd è stato solo quando, ai Fori imperiali, partiva la maratona di Roma. Il punto è che, però, Piero Marrazzo non è un governatore come tutti gli altri: Veltroni e Bettini, infatti, hanno puntato molte fiches sul nome dell’ex conduttore di “Mi manda Raitre”; grazie a lui il modello Roma, appena tre anni fa, ha riconquistato la regione governata da Storace e fino a pochi mesi fa era lo stesso W a parlare ancora, orgoglioso, di “grande collaborazione” tra comune e regione. Poi però è cambiato qualcosa e da qualche tempo il nome di Marrazzo al loft viene visto quasi con lo stesso timore che si ha quando a piazza Santa Anastasia vengono sussurrate le parole “Prodi” e “Bassolino”.
Il fatto, poi, è che il 13 aprile il Lazio di Marrazzo sarà uno dei nodi chiave per il Senato. Ma con un governatore il cui gradimento non è mai stato così basso (meno 4 punti nell’ultimo anno soprattutto per problemi legati alla gestione della Sanità) nella mente dei veltroniani Marrazzo rischia di essere una delle ragioni per cui il Lazio potrebbe finire ancora una volta in mano al centrodestra. I conti fatti al Loft sono semplici: perché due anni fa la Cdl al Senato ha vinto con il 50,2 per cento dei voti – nonostante regione, provincia e comune fossero già in mano all’Ulivo – ma con il modello Roma candidato a Palazzo Chigi e con due nomi pesanti che il 13 e il 14 aprile compariranno nei seggi a fianco di Veltroni (Zingaretti alle ultime europee a Roma prese tanti voti quasi quanto il Cav.; Rutelli è stato già per due volte sindaco a Roma) in cuor suo W crede davvero, in questo modo, di poter rimontare lo svantaggio ereditato. E se i sondaggi molto generosi che giravano venerdì scorso al loft registravano uno 0,5 per cento di scarto con il Pdl, nello staff veltroniano sembra chiaro che per provare a ridurre lo svantaggio è meglio però non nominare troppo il nome del governatore del Lazio. E’ anche per questo che pochi giorni fa il Pd, per evitare problemi, ha affiancato a Marrazzo, come vicepresidente della regione, il veltroniano Esterino Montino. “Di fatto – racconta uno dei candidati del Pd nel Lazio – così la regione è stata commissariata da Veltroni. Il problema è che al loft non è stato gradito il fallimento del governatore nel farsi mediatore dell’intesa tra Pd e socialisti. Marrazzo, che si è messo in competizione con Ottaviano Del Turco, voleva rappresentare nella fase costituente l’area socialista ma come è noto non è andata bene; nel Pd parte della colpa è stata attribuita proprio a lui. Certo, il governatore, che ha scelto di costruirsi un profilo indipendente, non è un politico che ha in dote chissà quali voti; però, questo è il ragionamento che si fa, se parla troppo potrebbe anche far perdere consensi. E in effetti fa anche un po’ impressione, nella partita attorno al caso Alitalia, sentire da una parte un governatore come Formigoni che si spende ogni giorno per rilanciare la Lombardia e Malpensa e un governatore come Marrazzo che fino a poco tempo fa sosteneva, con forza, che ‘Fiumicino deve essere il vero hub del Mediterraneo’ e che oggi, invece, con un’offerta conveniente per il Lazio come quella di Air France, pensa soprattutto al traffico sulla Tiberina e la Salaria”.
Claudio Cerasa
25/03/08

giovedì 15 novembre 2007

Il Foglio. Cinquemila tifosi e un funerale. C’erano quasi tutte le curve d’Italia ieri a Roma per l’addio a Gabriele Sandri.Con un chiaro linguaggio,

C’erano quasi tutte le curve d’Italia ieri a Roma per l’addio a Gabriele Sandri. Senza sirene né disordini, con i poliziotti in borghese, ma con un chiaro linguaggio, un’enigmatica pax e una nuova cultura ultras

Roma. Dentro. La voce della mamma, il fiore della polizia, la corona del sindaco, le lacrime della Lazio, gli occhi di Francesco Totti, la voce di Di Pietro, l’abbraccio del sindaco, lo sguardo del prefetto, la telecamera del tifoso, il microfono del fratello, le note della Nannini, le parole del parroco (“cosa avesse fatto per non vivere ancora non si è capito”) e poi le sciarpe bianco e azzurre, giallo e rosse, nero e azzurre, rosso e nere poggiate qui, sopra la bara del ventottenne Gabriele Sandri, il dj romano tifoso della Lazio ucciso domenica mattina in un autogrill, a pochi chilometri da Arezzo, con un proiettile partito dalla pistola di un poliziotto. Dentro, Gabriele. Fuori, invece, la piazza, la divisa, lo striscione, le scarpe New Balance, il bomberino nero, i jeans stretti alla caviglia, il cappellino con l’aquila biancoceleste, i fischi a chi oggi urla contro la polizia e poi la veglia, gli sguardi, il tifo, gli applausi, le bandiere, le bandane, i cori, i colori, il saluto romano e una strada con la sua cultura che batte le mani come mai aveva fatto prima; e non (solo) per ricordare il colore della maglia di un tifoso ma perché, in quell’autogrill, in quella macchina, in quella strada e in quella trasferta al posto di Gabriele Sandri ci sarebbe potuta essere una qualsiasi delle cinquemila persone arrivate ieri nella piazza di fronte alla chiesa San Pio X, a Roma, a Monte Mario, in zona Balduina. E non c’è stato nessuno scontro, nessuna sirena, nessuna macchina della polizia, ieri: solo un centinaio di agenti in borghese, qualche telecamera nascosta tra le finestre, i tifosi della Lazio arrivati prestissimo, un paio di ragazzi con minacciosi caschi da sommossa schierati dietro l’angolo e poi via via tutti gli altri, tutte le altre tifoserie che l’ultima volta che si erano incontrate così, tutte quante, lo avevano fatto nel 1995; quando un tifoso del Milan ne aveva accoltellato uno del Genoa (“Spagna”) e quando, dopo quel pomeriggio, gli ultras si erano segretamente incontrati e avevano firmato, tra loro, una breve ma osservata pax.
Solo che ieri è successo qualcos’altro, perché la cultura della strada, la cultura – a volte un po’ catacombale – dell’ultras la si capisce, in certi casi, anche quando parla sottovoce. Ecco, non era mai successo che ci fossero qui, in pubblico e in piazza tutti insieme, i tifosi del Genoa, della Fiorentina, del Torino, della Reggina, del Cagliari, del Bologna, dell’Avellino, del Catanzaro, del Catania e naturalmente della Roma; non era mai successo che così, davanti a tutti, interisti e milanisti arrivassero simbolicamente a Roma con gli stessi treni; non era mai successo che i tifosi di Bergamo – dell’Atalanta – dopo aver fatto interrompere domenica una gara di campionato, per rispetto verso la storica tifoseria nemica della Lazio, arrivassero solidali a Roma, insieme con i tifosi della Ternana e della Fiorentina. Ma soprattutto non era mai successo che di fronte a tutte le altre tifoserie nemiche a Roma si presentassero con le sciarpe azzurre quei tifosi a cui le forze dell’ordine hanno recentemente proibito l’ingresso negli stadi di Roma e di Palermo e che invece si sono presentati, improvvisamente, ieri mattina dietro piazza della Balduina: mettendo in silenzioso allarme il servizio d’ordine della tifoseria laziale (e il suo uomo forte, detto “Tonno”) arrivando, come da protocollo, in un robusto gruppo da trenta, portando con sé i colori del Napoli, offrendo una corona di fiori al tifoso ucciso e dando il via a un coro che nel linguaggio un po’ da strada e un po’ da ultras è stato ben recepito: “Ga-bri-e-le-u-no-di-no-i”. E non ha nulla a che vedere con quel “codice di violenza locale del posto pieno di lupi dove nessuno può imporci le logiche da lupo”, di cui parlava Francesco Merlo la scorsa settimana su Repubblica. “Questa è una santa alleanza tra ultras, significa zero scontri tra curve, significa meno scontri tra noi, significa alleanze contro le forze dell’ordine. In una parola? Banda contro banda”, diceva ieri chi ben conosce il codice e la cultura ultras, poche ore prima che a Roma i tifosi sfilassero per strada, che il procuratore di Arezzo definisse il comportamento dell’agente omicida “imperdonabile” e che il gip di Roma confermasse l’accusa di terrorismo per due dei fermati dopo gli scontri di domenica a Roma. “Terrorismo”, ripetevano ieri i tifosi in quella piazza a forma di curva, abituati a essere l’uomo in più, il dodicesimo in campo, e raccolti ora per il loro uomo in meno e per la loro possibile nuova pax. E sia pace davvero.
Claudio Cerasa
15/11/07

martedì 6 novembre 2007

Il Foglio. "Li come Liedholm. Sapeva allenare con lo sguardo, con l’accento e con lo stile. Campione che inventava campioni"

Gre, No, Li, e poi Rivera, Ancelotti, Pruzzo, Capello, Baresi, Maldini, Conti e ora Totti. Era naturale, quasi automatico: la squadra saliva, quattro rimanevano indietro, quattro si fermavano al centro e due lì, che aspettavano davanti. Era la Roma, il Milan, la Fiorentina, il Varese, il Monza, il Verona, erano gli ottantacinque anni di Nils Liedholm, il maestro, morto ieri, con cui il Milan vinse lo scudetto della Stella: il decimo, quello con il rosso del diavolo e quello con gli occhi del Barone. Era la maglietta giallo, rosso e Barilla di Bruno Conti, quella della Roma del 1983, del primo anno dopo il Mondiale spagnolo e dell’anno della Coppa Campioni all’Olimpico persa sul dischetto con i diavoli del Liverpool; quella Roma con cui Liedholm vinse lo scudetto e che l’allenatore svedese avrebbe ritrovato nel 1996 con i vent’anni e i capelli corti di Franceso Totti. Era Nils Liedholm, era la zona disegnata senza lavagne, senza gessetti, senza uomo da seguire, era la rivoluzione con quel dribbling che non era mai un peccato, con il fantasista che doveva fare il quarto in difesa e che Liedholm invece no, prima della partita lo fermava, lo prendeva e gli diceva sì, tu giochi al centro, giochi un po’ più avanti. E lo faceva con Di Bartolomei (alla Roma) e lo avrebbe fatto, oggi, anche con Andrea Pirlo, al Milan. “Lo guardavi e tremavi. Poi però sorrideva – dice Roberto Pruzzo, bomber della Roma di Liedholm dal 1980 al 1984 – Ero io che la sera lo riaccompagnavo a casa in macchina: e lui era sincero, ti difendeva sempre, aveva un grande ascendente sulla stampa, si divertiva molto con quel suo accento che sembrava sempre così poco italiano. Era il suo stile, aveva cambiato il calcio con la qualità e senza catenacci. Era anglosassone, scopriva i talenti. Scoprì Falcao, scoprì Cerezo, e ne scoprì tanti, scoprì anche me; ed era bello, perché allenava semplicemente con lo sguardo”.

“Non lo vedevi ma lo sentivi”
Diceva così, diceva ancora forza Roma, forza Milan il “Li” del Gre-No-Li; era arrivato in Italia dalla Svezia, era arrivato al Milan con Gunnar Gren, Gunnar Nordahl, erano loro i Tre; tre come gli olandesi Gullit, Van Basten e Rijkaard, tre come quei capitani del Milan passati accanto al Barone Nils: quindi Rivera, Baresi e Paolo Maldini. Sembrava qualcosa di più però, Nils. “Era impressionante. Lo guardavi e aveva qualcosa di più. Era il grande capitano del Milan, era il fenomeno con quella fascia grande grande, era il campione che inventava campioni, era quello che tu guardavi e lui non parlava, ma ti dava sicurezza; non lo vedevi ma lo sentivi. E tu crescevi, e lui ti spiegava. Dolce, non duro. Sembrava un vescovo. Allenava, insegnava. Nils giocava con noi, scendeva in campo con i giocatori: si allenava, tirava in porta, poi esultava. Eravamo il Milan, eravamo una squadra: allenatore e giocatore. Tutti insieme. Era così anche a Firenze. E lui non era come qualcun altro oggi: non era uno che metteva un terzino a centrocampo, o un’ala in difesa. Lui conosceva i ruoli, e li rispettava. Al massimo li inventava, i ruoli. Perché il libero vero è quello che fu fatto da Liedholm: ed è vero, con lui c’era anche molta libertà: se c’era un dribbling si sorrideva, non ci si arrabiava. E poi mai un errore, mai un problema, mai uno scandalo, lui. Era la zona, quella di Nils, ma sembrava la rivoluzione”, dice al Foglio Nevio Scala, scoperto a Milanello nel maggio del 1963 proprio da Liedholm e suo grande allievo in quegli indimenticabili sei anni passati da Scala come allenatore del Parma.
Il vescovo. Il maestro. Entrava così, con il pallone sotto braccio, con i capelli tirati indietro, con la testa alta, gli occhi giù in basso, le gambe lunghe, il sorriso, la maglia col collo a V. Funzionava così, in campo con Nils. “Sapevano come muoverci, ma dovevamo decidere noi in campo. Perché noi eravamo diventati professionisti per scelta, non per obbligo. E Nils voleva i piedi buoni, i passaggi, le marcature non fisse, il possesso palla. Ma soprattutto, in campo, voleva allenatori”, scrive Gianni Rivera nell’introduzione del libro “Nils Liedholm e la memoria lieve del calcio”. Perché Liedholm ha attraversato la prima e la seconda repubblica del pallone rimanendo sempre l’allenatore più antico: quello che ha inventato un calcio quasi impossibile, con quindici tocchi a centrocampo, con i passaggi fitti fittti e con un calcio con cui – da allenatore – ha vinto in fondo solo uno scudetto a Milano e uno a Roma. Ma è questo il calcio poi ereditato da Arrigo Sacchi, da Capello, da Anceleotti. Il calcio veloce, quasi impossibile di Zeman, il calcio con la squadra che saliva, i quattro indietro, i quattro al centro e quei due lì davanti e con quella rivoluzione così antica che anche ora che è scomparso, Nils continuerà a inventare il pallone del futuro, ancora per un po’.
Claudio Cerasa
6/11/07

sabato 27 ottobre 2007

Il Foglio. "L’altra doppiavvù di w"

Il Foglio. "L’altra doppiavvù di w"

Si chiama Walter Verini, è il suo consigliere politico ed è lui che controlla la squadra invisibile di Veltroni. Oggi, a Milano, il suo esordio nel Pd

C’era anche lui quella mattina quando Walter Veltroni uscì dall’appartamento di via Velletri, scese le scale, saltò su in macchina, sfogliò le prime pagine, guardò l’orologio, arrivò in Campidoglio, salì una rampa, ne salì due, poi tre, poi quattro, chiuse la porta, aprì la sua agenda, accese il computer, posò il telecomando, compose due numeri e quindi li chiamò; chiamò il senatore Goffredo Bettini, e chiamò, subito dopo, Walter Verini: il suo consigliere, il suo portavoce, l’uomo che ha guidato Walter Veltroni nelle sue prime campagne elettorali nazionali in Umbria, che ha accompagnato W negli anni a Palazzo Chigi (da ministro per i Beni culturali, da vicepremier del primo governo Prodi), che lo ha scortato in Campidoglio nel 2001 e nel 2006 e che, in quasi trent’anni di convivenza, si è trasformato nell’altra metà, nella metà perfetta della Doppiavvù veltroniana. Li chiamò, Walter; e poi li guardò: “E’ giusto che io dia il mio contributo”, disse Veltroni. Era il 19 giugno 2007, il comitato dei 45 del Pd si era riunito la sera prima, aveva deciso di raddoppiare i membri dell’assemblea costituente (da 1.400 a 2.400, oggi però sono quasi 2.800) e fu lì, quel giorno, – con Verini e Bettini – che Walter Veltroni decise di candidarsi a quello che oggi diventerà ufficialmente il Piddì; quel partito che oggi alle 10.30 nascerà a Milano con la prima riunione dell’assemblea costituente dove Walter Veltroni non troverà Bettini (impegnato a Roma, con la Festa del cinema) ma dove troverà il suo primo uomo di fiducia: l’unico in grado di accompagnarlo dall’ufficio di Palazzo Chigi fino all’open space del loft del Piddì; proprio lui, Walter Verini. L’uomo con cui Veltroni ha costruito la sua campagna elettorale e con cui W costruirà, da oggi in poi, il suo futuro nel Piddì.
Walter Verini e Walter Veltroni si sono incontrati per la prima volta nell’aprile 1978, al terzo piano di un bellissimo palazzo perugino, in Piazza Dante (nello stesso edificio dove un tempo, seduta ai tavoli del Bar Turreno, si riuniva l’intellighenzia umbra e comunista), dove Verini si era appena insediato da direttore della prima televisione del Pci in Umbria – si chiamava Umbria tv – e dove Walter Veltroni, per due anni, ogni lunedì mattina dalle 11 alle 13 arrivava in sala, si sedeva, guardava la telecamera, cominciava a parlare di politica, salutava i compagni (che all’epoca diligentemente lo chiamavano “Budda”), e poi, per pochi minuti, si fermava a parlare con quel ragazzo con il suo stesso nome, quasi con lo stesso cognome, con la sua stessa età (52 anni Veltroni, 51 anni Verini), con la sua stessa passione (cioè, il giornalismo), la sua stessa militanza (quindi il Pci, il Pds, i Ds e ora il Pd) e le sue stesse esperienze lavorative: prima in Fgci, poi all’Unità, poi a Palazzo Chigi, quindi a Botteghe Oscure e infine in Campidoglio. Sempre così, un po’ in silenzio, un po’ nascosto, chiuso nella sua stanza di quaranta metri quadrati, con finestra su Piazza del Campidoglio, a due corridoi di distanza dal computer di Walter Veltroni: a cui nel corso degli anni Walter Verini, con quegli occhiali un po’ alla Woody Allen e un po’ alla Bill Gates, ha cominciato a somigliare sempre di più, anche fisicamente. E’ stato proprio l’altro W, Walter Verini, a costruire per il sindaco di Roma quella lunga campagna elettorale fiutata prima al PalaMandela di Firenze (quando i Ds si sciolsero e Verini pianse come Piero Fassino) e progettata, poi, poche settimane dopo, un po’ più su, un po’ più a nord, al Lingotto di Torino: dove la discesa in campo di Walter Veltroni fu organizzata e orchestrata proprio da quel Verini che Veltroni vide per la prima volta nel palazzo di Umbria Tv, e che Veltroni poi decise di richiamare, qualche anno più tardi.
Era il 1994, W aveva appena deciso di candidarsi in Umbria, una sera salì sul palco, avvicinò il microfono alla bocca, lo afferrò con due mani e davanti a tutti disse così: “Avessimo noi un riformista come te”. E poi lo guardò. E poi squillò il telefono, quattro anni dopo: era un aprile, erano le 20.30, Verini si avvicinò alla cornetta, sentì la voce di Walter e lo ascoltò: “Vedi, Walter – disse Veltroni – stiamo pensando di organizzare un giro per l’Italia, in pullman; sai, per l’Ulivo; per le elezioni. Ecco, mi piacerebbe che ci fossi anche tu. Ti andrebbe?”. Rispose: “Quando si comincia?”. “Si comincia domani”. Era il 1996, Veltroni poi vincerà le elezioni con l’Ulivo, salirà a Palazzo Chigi, ci resterà per due anni, porterà con sé Marco Causi – il consigliere economico più ascoltato da Veltroni, attuale assessore al Bilancio del Comune di Roma, marito della potente Monique Veaute (neoamministratore delegato di Palazzo Grassi a Venezia), piuttosto famoso in Campidoglio per le sue vacanze cambogiane e considerato un po’ come il Tremonti comunista di W – si porterà con sé Claudio Novelli – il ghost writer politico di Veltroni, innamorato di Flaiano, di Calvino, di Foa e di Rodari, autore del primo intervento in consiglio comunale di W, nonché grande esperto di Martin Luther King e gran consigliere anche per la Nuova Stagione del Lingotto – e si porterà con sé, quell’anno, anche Walter Verini: portavoce ieri a Palazzo Chigi, portavoce e capo di gabinetto oggi in Campidoglio e portavoce domani chissà dove.
Solo che a differenza di Walter Veltroni, che non è “mai stato comunista”, Walter Verini comunista (“comunista italiano”, dicono di lui) lo è stato eccome: lo è stato da giovane, lo è stato in Umbria, lo è stato in tv, lo è stato nei giornali, lo è stato in squadra con Veltroni e lo è naturalmente anche oggi. E lo si è visto quando Walter Verini – che all’epoca Francesco Merlo, sul Corriere della Sera, chiamò un po’ Veltroni e un po’ Verini, in sintesi Veltrini – dopo un’esperienza da consigliere comunale a Città di Castello (a 19 anni), dopo i tre anni passati da assessore alla toponomastica nella stessa città umbra, dopo l’esperienza a Paese Sera (in redazione con Lamberto Sposini e con l’attuale corrispondente di Repubblica in Umbria, Alvaro Fiorucci), dopo essere stato nominato coordinatore della regione Umbria del Pci e dopo essere stato anche il vice di Giuliano Pajetta a Botteghe Oscure, decise di candidarsi come sindaco di Città di Castello. Era l’aprile del 1997, l’altra metà della W si presentò nella sua Città, si schierò contro il dalemiano Adolfo Orsini (Verini non è considerato esattamente un dalemiano), fece imbufalire Romano Prodi, sperimentò un nuovo conio formato da Ppi, Rifondazione, Verdi e Cristiano sociali, prese una botta niente male (29 per cento) e creò una rumorosa spaccatura anche all’interno di Botteghe Oscure; e non a caso, in quei giorni, sul Corriere della Sera, Paolo Franchi firmò un editoriale in prima pagina titolato così: “Il futuro dell’Ulivo passa da Città di Castello”; dunque, anche da Walter Verini.
Fu quella l’ultima esperienza politica del consigliere numero uno in Campidoglio, prima del recentissimo successo delle primarie, dove Verini, insieme con Causi, è stato l’unico degli uomini ombra di Walter Veltroni a candidarsi – e a vincere – nel suo collegio di Gubbio, proprio in Umbria. Ma c’è dell’altro. Perché Walter Verini è naturalmente l’uomo che offre più consigli a W, è certamente anche l’anello di congiunzione tra il mondo di Veltroni e il mondo del tartufo (al berlusconiano patto della crostata, Verini ha risposto – come tecniche di concertazione – con il patto del tubero: tanto che – pochi giorni dopo la sua elezione a Gubbio – Verini ha festeggiato al settimo piano di un albergo romano, in zona Esquilino, con un equilibrato pranzo a base di gnocchi al tartufo, tartine al tartufo, supplì con formaggio e tartufo, filetto di manzo con tartufo e tramezzini con melanzane e tartufo, seduto al tavolo con moltissimi ospiti, con il sindaco di Città di Castello Fernanda Cecchini – anche lei nell’assemblea del Pd – e dove mancava solo la sua concittadina Monica Bellucci, reduce in quelle ore dal notevole flop della prima del suo non indimenticabile film presentato a Roma). Ma Verini è anche l’uomo con cui Walter Veltroni ha ideato parte di quella politica della toponomastica grazie alla quale W ha sedotto comunisti, fascisti, laziali, romanisti, calciatori, cestisti e scrittori. Come? Dedicando nella Capitale strade un po’ a tutti, un giorno a economisti come Marco Biagi e un altro giorno – tra poche settimane, prima di Natale, e questa è una notizia – a giornalisti come Oriana Fallaci; anche se ai tempi di Città di Castello Verini si superò e diede spettacolo in Comune inventandosi una piazza dedicata a Che Guevara e un’altra a Salvador Allende.
Non basta. Perché Verini è anche l’uomo che più degli altri ha lentamente costruito attorno a Veltroni una solida rete di lavoro che ha messo insieme il sindaco di Roma e i più importanti sindaci d’Italia (Verini, tra l’altro, conosce molto bene Sergio Cofferati); è l’uomo che politici, banchieri, sindacalisti, coordinatori, tassinari, imprenditori e naturalmente assessori, devono prima chiamare e poi consultare per aver accesso alle stanze di W (vale per Luigi Abete, valeva per Alessandro Profumo, valeva per Matteo Arpe); è l’uomo che ha messo lo zampino nella fortunata lista veltroniana con la parolina “sinistra” ed è sempre anche grazie a lui che Walter Veltroni è riuscito a consolidare il suo ormai evidente asse con il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani (“Veltroni è il miglior candidato a guidare il Partito democratico”, dirà lo stesso Epifani poco prima delle primarie). Perché Verini, tra gli uomini di W, è quello che meglio di tutti conosce i sindacati, e li conosce da tempo, li conosce dalla sua prima intervista a Luciano Lama per Paese Sera (1978, ad Amelia), li ha continuati a studiare negli anni in cui da coordinatore regionale del Pci in Umbria ha conosciuto Sergio Cofferati; e lo capisci, questo, quando tu vai in libreria e quando ti accorgi che tra le 2.754 pagine che compongono l’impressionante mole di letteratura democrat, tra “La Scoperta dell’Alba”, “Che cos’è la politica”, “La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi”, “Il disco del mondo. Vita breve di Luca Flores, musicista” (con o senza dvd), “Il sogno spezzato. Le idee di Robert Kennedy”, “La rivincita di Roma Ladrona”, “Berlinguer. La sua stagione”, “Il piccolo principe”, “Walter ego”, “L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo” (di Barack Obama, e con introduzione di Walter Veltroni), se guardi bene trovi anche un libro che sulla copertina ha l’altra doppiavvù: quella di Walter Verini stampata su carta patinata rossa, sotto il titolo “Sinistra con vista, conversazione con Luciano Lama” (l’ex numero uno della Cgil), ristampato lo scorso giugno, con prefazione di Walter Veltroni e postfazione di chi? Naturalmente di Guglielmo Epifani.
Ed è vero, in Campidoglio sono davvero tanti quelli che sentono il nome di Verini, ti sorridono, ti guardano e iniziano a parlare piano piano; e ti dicono che Verini sta a Veltroni come Henry Paulson stava a Richard Nixon; e ti dicono – probabilmente ossessionati dal Robert Redford di “Tutti gli uomini del presidente” – che Paulson, oltre a essere stato il segretario particolare di Nixon alla Casa Bianca, era anche quello che si vantava di avere scritto su un foglio affisso sul muro del suo ufficio: “Quando li tieni per le palle, il cuore e la mente ti seguiranno”. Ma è altrettanto vero, però, che è stato proprio Walter Verini a tessere la lunga tela democratica attorno a Veltroni; e lo ha fatto soprattutto quest’estate, quando W era ancora alle Maldive e quando Verini fu decisivo nello scrivere, nel valutare e nello scegliere i nomi di quelli che sarebbero poi diventati i coordinatori regionali del Partito democratico. E va detto: non furono giorni facili quelli; tutt’altro. Perché erano i giorni in cui Veltroni era immerso tra gli atolli tropicali, erano i giorni in cui il sindaco di Roma non riusciva più a trovare sui giornali le sue toccanti citazioni quotidiane di Ghandi, di Kennedy o magari di Martin Luther King (ma si rifarà, Veltroni: tanto che nel suo unico colloquio con Repubblica – il 5 ottobre – W riuscirà a parlare di Luther King in un’intervista solo sul welfare), erano i giorni in cui – senza sindaco e senza vicesindaco – pur di farsi immortalare con la fascia tricolore di W al collo, gli assessori romani più intraprendenti venivano notati mentre si arrampicavano, la domenica mattina, su, su fino al colle del Gianicolo, per farsi fotografare accanto ai granatieri, e accanto al bum del cannone di mezzogiorno, giusto per poter essere protagonisti di quello che era ormai diventato una specie di concorso a premi, ribattezzato da alcuni smarriti e terrorizzati assessori romani: “Vuoi essere anche tu sindaco per una settimana?”.
Ecco, diciamo che Verini al Gianicolo non ci andrebbe mai; diciamo che Verini non pubblicherebbe mai un editoriale sulla Stampa, non scriverebbe mai un saggio su Veltroni, non scriverebbe mai un libro né sui compagni di scuola del Pci, né sui compagni di classe dei Ds, e preferirebbe stare lì, un po’ in mezzo ma non troppo; un po’ come Oriali e un po’ come Facchetti, l’ex presidente dell’Inter di cui Verini – già numero 10 del Città di Castello (nella vecchia quarta categoria) – era molto amico. (Una volta l’anno, la sera prima che l’Inter giocasse a Perugia, i due cenavano in Umbria, a Torgiano: al ristorante le Tre Vaselle).
Ecco, diciamo che la regola, nello staff di Veltroni e di Verini – decisamente poco dalemiano e decisamente poco poco poco prodiano – è questa; e l’altra metà della doppiavvù di Walter la ripete dal primo giorno in cui le due W arrivarono in Campidoglio: “Essere presenti ma non essere invadenti”.
Lo staff, dunque. Perché proprio a destra e a sinistra di Walter Verini, oltre ai già citati Marco Causi e Claudio Novelli, si trova un solido gruppo di alter ego veltroniani, in Campidoglio ma non solo lì: si trova il triumvirato dell’ufficio stampa formato da Roberto Benini, Ilaria Capitani e Luigi Coldagelli; si trova il vicecapo di gabinetto di W, Luca Odevaine, già segretario della sezione di Piazza Verdi – ai tempi della Fgci – negli stessi anni in cui Veltroni era appena stato eletto nella sezione di Piazza Verbano (sempre a Roma); e si trova l’altro capo di gabinetto: Maurizio Meschino, ex consigliere di stato, già funzionario della Camera dei deputati, gran lettore di Giancarlo De Cataldo, amante del cavillo giuridico più che della Festa del cinema (impressionante – si nota in Campidoglio – come la leadership della Festa del cinema sia sovrapponibile con quella del Piddì), e così apprezzato che lo stesso Veltroni ha aperto per lui un varco nel muro dell’ufficio, proprio per collegare la sua stanza con quella di Meschino; che ora è l’unica con vista su W.
Poi però gli disse di no, Verini. Gli disse di no a metà dell’anno 2000; quando Veltroni arrivò a Botteghe Oscure, accese il computer, sbirciò i giornali, chiamò Verini, lo guardò e gli disse così: “Walter, mi candido a sindaco di Roma”. E Verini gli parlò dei sondaggi, gli ricordò dei voti, gli disse che pochi mesi prima, alle elezioni Regionali, a Roma Piero Badaloni aveva preso ben otto punti da Francesco Storace e allora lo guardò e gli disse di no. No, Walter; non candidarti. Solo che Veltroni si candidò ugualmente, vinse nel 2001, vinse nel 2006, arrivò in Campidoglio, posò il telecomando, compose due numeri, chiamò Bettini, chiamò Verini e arrivò al Lingotto dopo aver scritto la sua Nuova Stagione una sera in via Velletri, a casa sua (il 24 giugno), insieme con il consigliere Marco Causi, insieme con lo scrittore Claudio Novelli e insieme con l’altra metà della doppiavvù: oggi portavoce del sindaco e oggi membro dell’assemblea costituente del Piddì; che certo, non vorrebbe apparire troppo, non vorrebbe vedere le sue foto sui giornali, vorrebbe soltanto continuare a essere un po’ ombra, un po’ politico, un po’ Facchetti, un po’ Oriali, ma che se Veltroni glielo chiedesse, se solo Veltroni lo volesse come portavoce, ora nel Piddì e domani chissà, Verini lo guarderebbe e gli direbbe così, gli direbbe semplicemente di sì.
Claudio Cerasa
27/10/07