Visualizzazione post con etichetta dialogo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dialogo. Mostra tutti i post

martedì 30 settembre 2008

Il Foglio. "Piddimetro, ecco chi comanda nel Pd"

Le parole di D’Alema e le nomine di Veltroni spiegano dove nasce l’accerchiamento del segretario. Le truppe del leader contano per il 29 per cento. Bettini si smarca, mentre Letta (Enrico) sale


Roma. Per una ragione o per un’altra, non c’è notizia, non c’è dichiarazione, non c’è iniziativa, non c’è proposta e non c’è intervista che nel Partito democratico non sia ormai letta come il sintomo più evidente dell’imminente crisi della leadership veltroniana. Basta un motivo qualsiasi, basta un Veltroni che scrive a Berlusconi (e dagli all’inciucio!), basta un Veltroni che parla con Casini (e dagli al centrismo!), basta un Veltroni che non discute con D’Alema (e dagli al correntismo!) e basta un Veltroni che dialoga con il Cav. (e dagli al dialogo!) per mettere gli osservatori politici nelle condizioni di dire che il segretario ormai è finito, che la leadership è ormai sfiorita e che nel partito non esiste dirigente alcuno che non sia convinto che sarà il flop delle prossime elezioni europee a certificare il necessario ricambio della classe dirigente del Partito democratico. A quasi un anno dalle primarie dello scorso 14 ottobre, però, è un po’ difficile provare a ragionare sui reali equilibri del Pd, e sul suo stato di salute, senza conoscere l’effettiva geografia interna del maggior partito dell’opposizione. Non è soltanto un discorso relativo al peso che possono avere in questo momento le correnti veltroniane, popolari, dalemiane, fassiniane, rutelliane o magari bersaniane. Si tratta piuttosto di andare a scoprire l’immagine più efficace per provare a capire il modo in cui le truppe del Partito democratico si andranno via via a schierare da qui alle elezioni europee. Facendo due calcoli, prendendo in considerazione le cariche più importanti assegnate all’interno del partito e mettendo insieme i membri del governo ombra (che tra ministri ombra, viceministri e sottosegretari arriva a contare 38 effettivi) e i più importanti organi dirigenti del partito (tra segreteria politica, tesoriere, area organizzazione, area comunicazione, area ricerca, area formazione, area relazioni internazionali, area forum, area sport, area terzo settore, coordinamento dell’iniziativa politica, responsabile propaganda, dipartimento Relazioni Internazionali, arrivano a un totale di trentadue) il risultato è che sembra essere sempre più evidente il modo in cui si va a configurare il progressivo accerchiamento attorno al segretario. Veltroni è naturalmente il leader più rappresentato all’interno del suo partito, ma dietro di lui può essere interessante scoprire quali sono le evoluzioni dei rapporti che esistono in questo momento tra popolari, bettiniani, rutelliani e naturalmente dalemiani. A oggi, il segretario del Pd si ritrova con venti dirigenti riconducibili all’universo veltroniano (da Tonini a Realacci, da Morando a Colaninno), dunque circa il 29 per cento del totale. Il leader del Pd sostiene da sempre che una delle caratteristiche della sua storia politica è stata quella di non aver mai creato attorno a sé alcun tipo di corrente (“Sulla mia tomba voglio che sia scritto che non ho mai promosso o aderito a una corrente”, ha detto Veltroni anche a questo giornale). Ma viste come stanno le cose oggi, e visto l’equilibrio precario della sua leadership, all’interno del Pd c’è già chi sostiene che il fatto di non essere riuscito a dare vita a una corrente tutta sua potrebbe essere piuttosto una delle tante armi a doppio taglio di W.: ieri segretario autonomo e indipendente, oggi semplicemente segretario isolato. Spiega al Foglio un dirigente del Partito democratico: “Vogliamo dirla tutta? Oggi, tra correnti e fondazioni, il Pd vive in uno stato surreale. Come tutti sanno, esiste un armistizio armato firmato da Veltroni e D’Alema. Un armistizio nato formalmente con la lettera che poco prima dell’estate Goffredo Bettini ha inviato all’Unità. Ma un armistizio che ha sul suo timer una data di scadenza precisa: le elezioni europee. Fino a quel giorno bisogna osservare con attenzione, da un lato, il modo in cui ci si andrà a posizionare accanto al segretario. Dall’altro, il modo in cui ogni corrente tenderà con forza a rivendicare la propria autonomia. Oggi, quando si parla di veltroniani si intendono nuovi dirigenti come Matteo Colaninno, vecchi ambientalisti come Ermete Realacci, riformisti come Enrico Morando e cattolici come Giorgio Tonini. Per il resto, la situazione è complicata. Le stesse parole di Goffredo Bettini sono oggi molto meno in sintonia con quelle di Veltroni, tanto che poco prima dell’estate è stato lo stesso ex braccio destro di Veltroni a ricordare che, per quanto lo riguarda, lui veltroniano non è – e non è un caso che anche sulla candidatura alla presidenza della Rai Bettini abbia detto una cosa (Pietro Calabrese) e Veltroni un’altra (Claudio Petruccioli). Inoltre, proprio in vista delle europee, tutti quei dirigenti che fanno capo a Pierluigi Bersani tendono ormai a distaccarsi sempre di più dalla stretta dei dalemiani. Semplicemente vogliono essere un’altra cosa. Dall’altra parte, invece, chi in questo momento dà un forte appoggio al segretario, oltre ai fassiniani, sono naturalmente i popolari. Ma anche in questo caso l’impressione che si ha nel partito è che i vari Fioroni e Franceschini si stiano anche loro preparando alla tempesta delle prossime elezioni, e che per questo si stiano muovendo per essere via via sempre più autonomi dallo stesso segretario”. Così, oggi, potrebbe essere sufficiente parlare con un qualsiasi dirigente del Pd per capire qual è il notevole peso raggiunto dai dirigenti di origine popolare. C’è Dario Franceschini, vicesegretario. C’è Beppe Fioroni, capo dell’organizzazione del partito. C’è Antonello Soro capogruppo alla Camera. E, con ogni probabilità, da gennaio ci sarà anche un riconoscimento per Franco Marini.

Dall’armistizio al seminario
A conti fatti, però, all’interno del Partito democratico gli ex Ppi sono arrivati a rappresentare circa il 22 per cento del totale (15 dirigenti). Un 22 per cento che per la prima volta si conterà ad Assisi il prossimo 10 ottobre, quando in Umbria i Popolari organizzeranno il primo grande convegno postelettorale. Oltre ai veltroniani e agli ex Ppi, tra gli organi dirigenti del partito vi sono anche sei rutelliani (che in tutto sommano il 9 per cento) e altri sei bettiniani. Mentre ancora più in giù si trovano rappresentati dalemiani, bersaniani e fassiniani, tutti con quattro dirigenti per uno. Certo, forse non sarà molto, ma nel Pd oggi sono in tanti a credere che in quell’armistizio armato firmato tra Veltroni e D’Alema ci sia di mezzo anche la composizione della geografia interna del Pd. E’ anche a questo a cui si riferisce sia il Massimo D’Alema che si lascia scappare frasi come quella di Firenze (“Tutti devono dare una mano, il mio ruolo lo devono stabilire Veltroni e i dirigenti del partito”) sia quelo un po’ minaccioso del libro di Bruno Vespa (“Nel Pd c’è qualche ‘pasdaran’, come Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini, che si presenta come veltroniano in aperta e violenta contestazione delle cose che dico io”). E’ anche a questo a cui si riferisce quel Franco Marini che ragiona sui futuri equilibri del Pd (“Serve un coordinamento rappresentativo di tutti”, ha detto poco tempo fa l’ex presidente del Senato). Certo è che – per comprendere come il Pd si schiererà prima delle prossime europee, per comprendere i giochi di forza interni al partito – per il segretario del Pd – per salvare la propria leadership e per difendersi dall’accerchiamento nel partito – sarà un po’ difficile prescindere anche da questi numeri. Ed Enrico Letta? Per ora non ha quasi nessuno, tranne se stesso, ben piazzato ai piani alti di quello che un tempo si chiamava loft. Dove il quasi – dicono – sta per Massimo D’Alema.
Claudio Cerasa
30/09/08

mercoledì 30 aprile 2008

Il Foglio. "L’agenda Panebianco punta ancora sul CaW"

Roma. Qualche giorno fa, Massimo D’Alema l’aveva preventivamente definita come la nuova marea nera del centrodestra; e ora che l’onda lunga del successo ottenuto da Silvio Berlusconi ha travolto anche gli ultimi bastioni forti del Partito democratico, la sensazione che il dialogo tra premier in pectore e nuovo speaker dell’opposizione venga lentamente affogato dall’ebbrezza elettorale sembra esserci davvero. Per ragioni diverse, gli ingranaggi che avrebbero dovuto far scoppiettare presto il nuovo motore del CaW si sono un po’ allentati: Goffredo Bettini (con il suo modello Roma e con Veltroni) è uscito malconcio dalle elezioni più importanti (Campidoglio e Palazzo Chigi); e l’altra metà del CaW, Gianni Letta, tra un’intervista, un retroscena e qualche battutina maliziosa lasciata cadere qua e là, rischia di non avere più le stesse chiavi diplomatiche che aveva un tempo. Dunque tutto finito e dunque addio dialogo, addio CaW e addio nuove rivoluzionarie stagioni costituenti? No, probabilmente. Angelo Panebianco – politologo, editorialista del Corriere della Sera – dice al Foglio che, invece, il dialogo tra Veltroni e Berlusconi sarà uno dei temi di cui la prossima legislatura non potrà prescindere. Il CaW, secondo Panebianco, respira sì con un po’ di affanno ma potrebbe essere più vivo che mai. “A mio avviso, l’intuizione che aveva avuto Berlusconi del ‘non posso governare contro tutti perché sennò mi ritrovo nella situazione del 2001’ vale anche adesso. Certo, alcune delle condizioni del dialogo oggi sembrano essere venute meno: l’indebolimento di Veltroni è molto forte, ci sarà un grosso controllo sulla sua azione da parte del suo partito e il tentativo di spingere il Pd a riaprire verso la sinistra è un ostacolo di una certa importanza. Dall’altra parte, la sensazione rovinosa che il centrodestra sia convinto che la sua forza sia tale da non avere più bisogno del dialogo potrebbe esserci e sarebbe un errore clamoroso. Il centrodestra ha bisogno di costruire un rapporto con il sindacato e l’idea che sia possibile farlo da soli è sbagliata. Detto questo, io non credo che Berlusconi si sia rimangiato le parole che aveva detto qualche tempo fa”. Pronto al dialogo sulle riforme, aveva detto il CaW. “E’ vero, è possibile che nella sua maggioranza l’ubriacatura da risultato elettorale ci sia; ma i segnali che ha dato finora – anche con una sua campagna molto centrista – sono stati contrari. Va detto che non c’è oggi possibilità di discutere con l’opposizione senza che ci sia un Tremonti catalizzatore del dialogo; ma a prescindere dagli intermediari, in qualunque rapporto di questo tipo al centro del tavolo ci dovranno essere Berlusconi e Veltroni”.
Ieri mattina, il segretario del Pd ha già dato un piccolo strattone al mantello impolverato del CaW (“Finora – ha detto W. – non c’è stato nessun dialogo da centrodestra”). E prendendo spunto dalla prime ore di nuova legislatura, Panebianco dice che il leader del Pd è ancora il ponte di dialogo giusto per Berlusconi. Così, se Francesco Giavazzi aveva declinato una sua agenda economica, anche Panebianco oggi ne ha una sua. L’agenda CaW. “Proprio perché Berlusconi è forte dovrebbe interessarsi a non umiliare l’opposizione e a cercare ogni elemento di dialogo. Berlusconi ha sempre avuto una grande potenza elettorale e una forte debolezza istituzionale; e passati i cento giorni di luna di miele arriverà la dura opposizione organizzata della società. Dunque, senza Veltroni, Berlusconi avrà difficoltà a riformare politica estera e giustizia; a riscrivere la legge elettorale, a dialogare sul welfare, a rivoluzionare la pubblica amministrazione e a prevenire l’onda d’urto delle corporazioni che verranno colpite dal governo e a capo delle quali ci sarà presto l’opposizione”. Ma, secondo Panebianco, il filo del dialogo non si spezza solo se nel Pd rimane Veltroni. “Dal clima costituente, Veltroni potrebbe avere la possibilità di ridisegnare le regole del gioco, mantenendo l’immagine di forza moderata che ha costruito con la sua buona campagna elettorale e candidarsi per la volta successiva a fare quello che non è riuscito a fare questa volta, sfondare al centro. Il Pd non ci guadagnerà nulla delegittimando il segretario; e per questo, se i due leader non riusciranno a dialogare ci perderà la sinistra, perché quella di questo Pd è l’unica linea plausibile nel lungo periodo; ma ci perderà anche Berlusconi, perché non avrà più una sponda con cui fare le cose che si devono fare nel nostro paese”. Si potrebbe cominciare dalla sicurezza, conclude Panebianco; e visti i segnali arrivati ieri e viste le proposte di dialogo arrivate da sinistra dal veltroniano Achille Serra (ex prefetto di Roma e deputato di Forza Italia nella tredicesima legislatura) chissà non sia proprio questa la strada giusta da cui partire.
Claudio Cerasa
30/04/08