Movimenti mariniani. Più che la questione sullacollocazione
europea, più che il dibattito sull’effettivo peso di correnti
e fondazioni, e più che tutti i retroscena sul possibile
successore di Romano Prodi (la cui scelta potrebbe slittare
a fine anno), c’è un aspetto che più di ogni altro rischia di
dare un contributo notevole al logoramento della leadership
di Walter Veltroni. Così, nelle ore precedenti alla convocazione
odierna dell’Assemblea nazionale del partito, tra
i segnali minacciosi registrati dal segretario del Pd quello
più pericoloso riguarda senz’altro Franco Marini. Racconta
un parlamentare del Pd che da qualche settimana l’ex presidente
del Senato considera quella di Veltroni “un’esperienza
destinata a volgere al termine”. Il punto è che il filo
che fino a qualche tempo fa legava il triangolo formato dagli
ex Popolari non è più così unito come un tempo: Giuseppe
Fioroni e Dario Franceschini continuano a investire sulla
“nuova stagione” e per non perdere capacità d’azione da
tempo provano a trasformare Marini in semplice padre nobile
del partito. Dall’altro lato, però, Marini (che difficilmente
sarà presidente del Pd) è intenzionato a non farsi mettere
da parte e per non trovarsi impreparato alla possibile
successione del segretario ha scelto di intensificare i sui
rapporti con Massimo D’Alema. Anche per questo, l’onorevole
Nicodemo Oliviero, uomo fidato di Marini, è presente
nelle liste dei parlamentari iscritti alla Fondazione ItalianiEuropei
e non è un mistero che il dialogo con l’ex ministro
sarà favorito anche grazie alle idee condivise a proposito
di riforma elettorale. Marini e D’Alema la vogliono riscrivere
in tedesco e W. invece no. Ma nella dolce rottura tra
gli azionisti di maggioranza del Pd c’è dell’altro ed è anche
qualcosa in più che una coincidenza: perché nella stessa sera
in cui gli ex Ppi del Pd si preparavano per l’Assemblea
di oggi e domani, Marini era invece da tutt’altra parte, a cena
con Francesco Rutelli a discutere di Europa. Sarebbe
sbagliato parlare di vera rupture, ma come spiega un senatore
del Pd “tra gli alleati più fedeli alla linea del segretario
oggi c’è qualcuno come Marini disposto a non difendere
più Veltroni in modo incondizionato ”.
Movimenti del CaW. E’ vero: pochi giorni fa era stato Walter
Veltroni a spiegare con toni definitivi che con Silvio Berlusconi
“il dialogo è finito”. Non c’è dubbio che nelle prossime
settimane il segretario del Pd farà la parte di quello duro
nei confronti del leader della maggioranza, ma dall’altra
parte è difficile contestare che il motore del CaW abbia ormai
innescato una serie di processi per certi versi irreversibili.
E non saranno pochi i casi in cui ci si ritroverà di fronte
a inevitabili parlamentari inguacchioni. In fondo, dopo
aver ricevuto tra martedì e mercoledì al Quirinale sia Veltroni
sia Berlusconi, il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano ha lanciato un messaggio chiaro ai leader della
maggioranza e dell’opposizione e ha chiesto di non tradire
quel clima nuovo di dialogo parlamentare costruttivo. Su che
cosa? Il CaW proverà a ricompattarsi partendo dalla Rai e
molto dipenderà dalla disponibilità che il centrodestra offrirà
sulle nomine della presidenza, del cda e della Vigilanza
(ieri la maggioranza ha però respinto la candidatura di
Leoluca Orlando dell’Italia dei valori). Per il resto, come
spiega al Foglio Ermete Realacci ministro ombra del Pd, “ci
sono dei terreni su cui un rapporto tra maggioranza e opposizione
è indispensabile quali che siano i rapporti e le condizioni
del dialogo. Posso dire che il Pd avrà un atteggiamento
costruttivo non soltanto sulle riforme istituzionali, ma anche
sulla riforma elettorale europea, sulla questione dei rifiuti
e sulla sicurezza. L’opposizione non avrà uno stile ispirato
al tafazzismo e non diremo di no a tutte quelle leggi che
negli ultimi mesi abbiamo dimostrato di condividere”. Sulla
Finanziaria, dice Realacci, “dovremo valutare punto per
punto un testo che ancora non conosciamo”. Ma chissà che
anche per il pacchetto Tremonti non valgano le parole usate
da W. due giorni fa: “Faremo un’opposizione dura ma non
torneremo al passato”.
Claudio Cerasa
20/06/08
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venerdì 20 giugno 2008
giovedì 12 giugno 2008
Il Foglio. "Prodi presidente, in Europa da soli e W non si tocca. Fioroni svela la vera tattica del Pd"
tere in campo nei prossimi mesi. La prossima settimana Fioroni, con tutti i dirigenti del Pd, parteciperà all’Assemblea nazionale del partito (20, 21 giugno) e a proposito di quell’appuntamento l’ex ministro offre due spunti di riflessione che somigliano molto a due notizie. Fioroni spiega con una battuta il grande equivoco sul ruolo dei cattolici nel Partito democratico (“Dire che nel Pd i cattolici non contano nulla è come dire che negli ultimi sei mesi il Foglio non ha parlato di aborto”) e poi, entrando nel cuore degli equilibri del partito, conferma quanto segue: il grande asse che lega W. con gli ex Popolari esiste, Franco Marini lo ha rinforzato in questi giorni e lo stesso Fioroni dice che gli ex Ppi “continueranno a essere alleati leali con il segretario”. “E’ importante – spiega – capire che l’identità del Pd non è rappresentata da una tessera: l’identità è un sentimento che deve legare, che deve unire tutti noi attorno a principi condivisi. Possiamo dire valori? Credo di sì. Io sono convinto che il primo compito del partito sia quello di ridare dignità alla politica. Ma il problema è che questo grande ‘festival delle amarcord’ che ci circonda in questi giorni è il sintomo dell’incapacità di trovare l’orgoglio di ciò che siamo oggi. E per questo, la nostra nuova missione sarà quella di arrivare alla fine dell’anno riuscendo a creare una cosa molto semplice, l’orgoglio di essere democratici”. Chiediamo con un po’ di malizia: con o senza Pier Ferdinando Casini nel Pd? “Casini rimane per noi un interlocutore importante. Ma troverei offensivo nei suoi confronti auspicare un suo ingresso nel Pd”. A proposito di collocazione europea, Fioroni – pur intravedendo un po’ di confusione (“E’ un problema quando da una straordinaria opportunità per il Pd nasce una strana forma di opportunismo”) – anticipa che con ogni probabilità il Pd non avrà bisogno di entrare nel Pse. “Credo che riusciremo a creare una ‘cosa nuova’, un soggetto innovativo con parlamentari di nazioni diverse prima delle elezioni”. Fioroni – ricordando che il Pd ha intenzione di riscrivere la legge elettorale europea “non andando oltre una soglia del 3 per cento” – crede sia “inevitabile che per procedere al rinnovo degli organi dirigenti servirà il congresso del 2009” e intravede nel prossimo congresso tematico (a ottobre) un’opportunità non per “misurarsi in discussioni su D’Alema o Veltroni ma per dare un solido profilo al partito”. A Milano, tra l’altro, la prossima settimana si eleggerà il nuovo presidente del Pd: il nome più probabile è quello di Marini ma Fioroni la mette così. “Dovremo far di tutto per confermare Romano Prodi presidente del partito”. Parlando poi dell’attivissima fondazione di Massimo D’Alema, Fioroni considera le correnti e le anime del Pd “una risorsa fondamentale e tutt’altro che ambigua per il partito. Ma a una condizione. Sarebbe un grande errore se tutti cominciassimo a vivere di ricordi, se il partito dovesse muoversi a velocità diverse e se ci trovassimo di fronte a una situazione in cui c’è chi corre nel Pd per ottenere un risultato diverso da quello del segretario”.
Claudio Cerasa
12/06/08
Claudio Cerasa
12/06/08
venerdì 6 giugno 2008
Il Foglio. "Rutelli agita i cattolici del Pd"
Il Foglio. "Rutelli agita i cattolici del Pd"
Roma. La storia è rimasta un po’ nascosta durante la campagna elettorale e fino a poche ore fa, al loft, il discorso veniva accolto con colpetti di tosse, sbadigli e battutine più o meno fulminanti: “Come sarà il Pd in Europa? Beh, prima cerchiamo di capire se ci sarà davvero un Pd in Italia”. Da qualche giorno, però, c’è una novità che vivacizza la questione della “collocazione europea” del Partito democratico e che potrebbe essere messa in relazione anche con l’analisi del “voto cattolico” celebrata ieri pomeriggio dagli ex Popolari nelle aule della Pontificia Università Gregoriana. (Aule in cui c’era Massimo D’Alema, in cui non c’era Walter Veltroni e dove ai parlamentari del Pd è stato ribadito che alle ultime elezioni il partito è stato votato solo dal 37 per cento degli elettori cattolici). La novità è una lunga lettera inviata tre giorni fa, via fax, da Francesco Rutelli a Enzo Bianco, Rosy Bindi, Antonello Soro, Pierluigi Castagnetti, Enrico Letta, Paolo Gentiloni, Luigi Zanda, Giuseppe Fioroni, Dario Franceschini, Lapo Pistelli, Arturo Parisi, Gianluca Susta, dove l’ex sindaco di Roma lancia un appello per creare fuori dall’Italia una “cosa nuova”. “Credo – scrive l’ex segretario della Margherita – che si debba confermare che il percorso che abbiamo realizzato in questi anni e la fisionomia in costruzione del Partito democratico non siano compatibili con un ingresso nel partito né nel gruppo parlamentare dei socialisti europei”. La lettera di Rutelli arriva in un momento delicato non solo per la questione della collocazione europea del Pd ma anche per quanto riguarda il filo sul quale ha cominciato a muoversi l’ex vicepremier. Rutelli, infatti, dopo la sconfitta a Roma contro Gianni Alemanno, seppur confortato dalla nomina bipartisan a capo del Copasi, sa che oggi il rischio è quello di perdere peso nel partito e di diventare sempre più un semplice leader di minoranza.
Ma Rutelli sa anche che all’interno del loft esistono ancora spazi per provare a far squadra attorno a una certa linea politica. E a questo proposito, sono due gli argomenti con i quali il senatore (da ieri anche consigliere comunale di Roma) proverà a imporre la propria agenda su quella del partito Il primo punto è il nuovo manifesto dei coraggiosi che presenterà entro la metà di luglio. Il secondo è la collocazione europea. Rutelli, che è cofondatore e copresidente del Pde (che fa parte dell’Alde), sa che in questo momento la linea del Pd, e la linea di Veltroni, a proposito di Europa non è ancora coincidente con quella dei cattolici del partito. Il segretario vorrebbe creare un contenitore come il Pd anche a livello europeo ma come riassume un collaboratore di fiducia di W. l’approdo più immediato per il Pd in Europa oggi “è quello di una sorta di apparentamento del partito nel gruppo del Pse”. Non è difficile da comprendere, dunque, che per i cattolici del Pd “diventare socialisti” non è in cima nella lista dei desideri e anche per questo c’è da scommettere che la battaglia di Rutelli contro la formula “Pse-Pd” sarà presto appoggiata anche dagli ex Ppi (due giorni fa Pierluigi Castagnetti, ex segretario Ppi, ha già scritto su Europa un articolo preoccupato sull’argomento). Solo che gli ex popolari di fronte all’affondo di Rutelli potrebbero anche essere in difficoltà. “Il tema del partito europeo – spiega un ex Ppi presente ieri pomeriggio alla Gregoriana – non è un tema etico su cui vale la libertà di coscienza. Se Veltroni non la pensa come noi, rischiamo per la prima volta di trovarci seriamente in disaccordo con il segretario”. C’è poi un appuntamento che potrebbe incuriosire i parlamentari cattolici del Pd. Domani Rutelli parteciperà con Lapo Pistelli a una riunione organizzata dall’Alde a Bilbao. Ma il colpo che l’ex vicepremier prepara è quello di metà giugno, quando Rutelli organizzerà in Italia un convegno in cui mettere a punto un’agenda programmatica per l’Europa e il Pd. Il convegno sarà a Roma il 18 e 19 giugno e si svolgerà, non proprio casualmente, poche ore prima dell’assemblea nazionale convocata dal Pd (20, 21 giugno) E come suggeriscono oggi i rutelliani quel giorno a Milano l’ex sindaco saprà perfettamente cosa chiedere a W.
Claudio Cerasa
06/06/08
Ma Rutelli sa anche che all’interno del loft esistono ancora spazi per provare a far squadra attorno a una certa linea politica. E a questo proposito, sono due gli argomenti con i quali il senatore (da ieri anche consigliere comunale di Roma) proverà a imporre la propria agenda su quella del partito Il primo punto è il nuovo manifesto dei coraggiosi che presenterà entro la metà di luglio. Il secondo è la collocazione europea. Rutelli, che è cofondatore e copresidente del Pde (che fa parte dell’Alde), sa che in questo momento la linea del Pd, e la linea di Veltroni, a proposito di Europa non è ancora coincidente con quella dei cattolici del partito. Il segretario vorrebbe creare un contenitore come il Pd anche a livello europeo ma come riassume un collaboratore di fiducia di W. l’approdo più immediato per il Pd in Europa oggi “è quello di una sorta di apparentamento del partito nel gruppo del Pse”. Non è difficile da comprendere, dunque, che per i cattolici del Pd “diventare socialisti” non è in cima nella lista dei desideri e anche per questo c’è da scommettere che la battaglia di Rutelli contro la formula “Pse-Pd” sarà presto appoggiata anche dagli ex Ppi (due giorni fa Pierluigi Castagnetti, ex segretario Ppi, ha già scritto su Europa un articolo preoccupato sull’argomento). Solo che gli ex popolari di fronte all’affondo di Rutelli potrebbero anche essere in difficoltà. “Il tema del partito europeo – spiega un ex Ppi presente ieri pomeriggio alla Gregoriana – non è un tema etico su cui vale la libertà di coscienza. Se Veltroni non la pensa come noi, rischiamo per la prima volta di trovarci seriamente in disaccordo con il segretario”. C’è poi un appuntamento che potrebbe incuriosire i parlamentari cattolici del Pd. Domani Rutelli parteciperà con Lapo Pistelli a una riunione organizzata dall’Alde a Bilbao. Ma il colpo che l’ex vicepremier prepara è quello di metà giugno, quando Rutelli organizzerà in Italia un convegno in cui mettere a punto un’agenda programmatica per l’Europa e il Pd. Il convegno sarà a Roma il 18 e 19 giugno e si svolgerà, non proprio casualmente, poche ore prima dell’assemblea nazionale convocata dal Pd (20, 21 giugno) E come suggeriscono oggi i rutelliani quel giorno a Milano l’ex sindaco saprà perfettamente cosa chiedere a W.
Claudio Cerasa
06/06/08
mercoledì 23 aprile 2008
Il Foglio. "Le truppe di W in parlamento. Veltroni ha molti eletti. Poi ci sono i WalterPop. Però D’Alema... Le vere correnti del loft"
Roma. Si potrebbe anche riassumere così: 65 Veltroni; 62 Franceschini, Marini, Fioroni; 38 D’Alema; 17 Fassino; 17 Rutelli; 14 Prodi; 12 Letta; 5 VeltronianPopolari (WalterPop); 4 Bindi; 4 Teodem; 3 Soru; 3 Bassolino. Gli altri tutti indipendenti o comunque difficilmente collocabili.
Passeranno appena ventiquattro ore dai ballottaggi che domenica e lunedì metteranno ai voti i quindici anni di modello Roma e giusto a pochi metri dal Campidoglio le truppe della nuova stagione di Walter Veltroni si andranno a disporre per la prima volta nelle due Camere del Parlamento. Ci saranno popolari, dalemiani, fassiniani, prodiani, rutelliani e tantissimi veltroniani a rappresentare la vocazione maggioritaria del Pd alla Camera e al Senato, fatta minoritaria. Veltroni ovviamente avrà maggiori possibilità di sopravvivere se il modello Roma sopravviverà, ma anche la conta dei suoi, degli amici e dei nemici tra i parlamentari una sua importanza ce l’avrà. Magari non si chiameranno correnti, magari W potrà continuare a rivendicare la sua estraneità a qualsiasi tipo di sfumatura correntizia (“Vorrei che sia scritto sulla mia lapide: non ha mai partecipato a una corrente”); sta di fatto che oggi i veltroniani di nuovo e vecchio conio esistono, sono tanti, sono più dei popolari, più dei dalemiani, più dei rutelliani, più dei fassiniani e nella geografia del prossimo Parlamento saranno loro a scortare alla Camera e al Senato la leadership di W. Veltroni aveva consegnato proprio a questo giornale il tentativo di escludere dalle future geometrie del suo partito qualsiasi richiamo a tessere, sezioni e correnti (“Non mi piace un tipo di leadership esclusiva, né una struttura correntizia di tipo italiano: quella fatta da gente per la quale nella politica conta ‘quanti dei miei ci stanno in questo o in quel consiglio regionale o nel cda di non so che cosa”). Ma a soli sei mesi dalle primarie, martedì mattina a Palazzo Madama e a Montecitorio le truppe del segretario saranno ancora caratterizzate dalle storie personali vissute nei Ds e nella Margherita. Così, andando a studiare le simpatie e i legami politici di ciascuno dei 209 democratici eletti alla Camera e dei 122 eletti al Senato sembra chiaro che in questa legislatura i due azionisti di maggioranza del Pd, veltroniani e popolari, con circa 132 parlamentari, saranno quelli che verranno meglio rappresentati tra Montecitorio e Palazzo Madama. Scendendo nel dettaglio, i veltroniani puri saranno 65 (43 alla Camera, 22 al Senato), gli ex Popolari 62 (43 alla Camera, 19 al Senato) e quei parlamentari la cui collocazione politica si trova oggi a metà strada esatta tra W e gli ex popolari saranno 5 (Picierno, Bratti, Bindelli, Garavaglia, Armato) e andranno a portare ossigeno ai custodi del patto stretto lo scorso giugno tra Veltroni, Franceschini e Marini (quelli che al loft chiamano WalterPop).
Dunque, a parte una quota decisamente alta di eletti che hanno lo stesso nome del segretario del Pd (Walter Vitali, Walter Verini, Walter Tocci), l’ex sindaco di Roma vedrà arrivare in Parlamento un numero significativo di fedelissimi che hanno lavorato con lui in Campidoglio negli ultimi anni: Morassaut, Coscia, Causi e Argentin erano assessori di W; Garavaglia era la sua vice; Verini era capo di Gabinetto; Cosentino è stato a lungo capogruppo dei Ds al consiglio comunale; e volendo, tra i senatori eletti nell’Italia dei valori c’è anche Leonard Touadi, ex assessore di W.
Ricordate la lettera dei sessanta?
Certo, tra i veltroniani di nuovo conio ci sono anche gran parte delle 102 matricole elette per la prima volta in Parlamento con il Pd, ma tra deputati e senatori che andranno a occupare i seggi al Senato e alla Camera ce ne saranno molti già nominati da W in alcuni punti chiave del loft: Merloni, Mogherini, Mosca, Orlando, Della Seta, Pinotti, Realacci, Pistelli, Calipari, Tonini sono membri dell’esecutivo del Pd e il futuro onorevole Vinicio Peluffo è capo della segreteria politica del segretario. Un discorso diverso è invece quello che va fatto per i popolari, perché se è vero che in proporzione le due arterie principali del loft come numeri si equivalgono (65 veltroniani, 62 popolari), e se è vero che anche Franceschini è riuscito a portare alla Camera due suoi fedelissimi come Piero Martino (ex portavoce) e Alberto Losacco (capo della segreteria politica), l’origine dei parlamentari che si riconoscono nell’elettorato cattolico – e che in un modo o in un altro fanno ancora capo al possibile futuro presidente del Pd, Franco Marini – ha una matrice forte nella famosa lettera firmata da 60 parlamentari cattolici nel febbraio del 2007: “La laicità del nostro impegno politico”. Di quei firmatari circa 34 saranno in Parlamento. E le altre correnti? Ecco, i due segretari dei partiti fondatori del Pd, Fassino e Rutelli, vedranno arrivare nelle due camere un numero complessivo di circa 34 parlamentari (10 deputati e 7 senatori l’ex segretario Ds, 7 deputati e 10 senatori il candidato sindaco di Roma) che nel corso dei mesi potrebbero andare a rinforzare proprio l’asse dei WalterPop. Dall’altra parte, invece, è un fatto che tra gli eletti che il Pd porterà in Parlamento tra sette giorni la terza forza in campo è quella che ha radici solide nell’ortodossia dalemiana. Che a Palazzo Madama sarà rappresentata da almeno 11 senatori e che a Montecitorio porterà circa 27 deputati (di cui 5 molto vicini a Pierluigi Bersani). Una forza che oggi marcia unita e compatta attorno al proprio segretario ma che tra qualche giorno potrebbe cominciare a esercitare il proprio peso legislativo anche in maniera più decisa; molto dipenderà dal risultato che Rutelli e Zingaretti otterranno nei prossimi ballottaggi romani, certo è che quella che da martedì prossimo sarà la prima vera corrente di Veltroni di questi numeri potrebbe davvero cominciare a tenerne conto.
Claudio Cerasa
24/04/08
Passeranno appena ventiquattro ore dai ballottaggi che domenica e lunedì metteranno ai voti i quindici anni di modello Roma e giusto a pochi metri dal Campidoglio le truppe della nuova stagione di Walter Veltroni si andranno a disporre per la prima volta nelle due Camere del Parlamento. Ci saranno popolari, dalemiani, fassiniani, prodiani, rutelliani e tantissimi veltroniani a rappresentare la vocazione maggioritaria del Pd alla Camera e al Senato, fatta minoritaria. Veltroni ovviamente avrà maggiori possibilità di sopravvivere se il modello Roma sopravviverà, ma anche la conta dei suoi, degli amici e dei nemici tra i parlamentari una sua importanza ce l’avrà. Magari non si chiameranno correnti, magari W potrà continuare a rivendicare la sua estraneità a qualsiasi tipo di sfumatura correntizia (“Vorrei che sia scritto sulla mia lapide: non ha mai partecipato a una corrente”); sta di fatto che oggi i veltroniani di nuovo e vecchio conio esistono, sono tanti, sono più dei popolari, più dei dalemiani, più dei rutelliani, più dei fassiniani e nella geografia del prossimo Parlamento saranno loro a scortare alla Camera e al Senato la leadership di W. Veltroni aveva consegnato proprio a questo giornale il tentativo di escludere dalle future geometrie del suo partito qualsiasi richiamo a tessere, sezioni e correnti (“Non mi piace un tipo di leadership esclusiva, né una struttura correntizia di tipo italiano: quella fatta da gente per la quale nella politica conta ‘quanti dei miei ci stanno in questo o in quel consiglio regionale o nel cda di non so che cosa”). Ma a soli sei mesi dalle primarie, martedì mattina a Palazzo Madama e a Montecitorio le truppe del segretario saranno ancora caratterizzate dalle storie personali vissute nei Ds e nella Margherita. Così, andando a studiare le simpatie e i legami politici di ciascuno dei 209 democratici eletti alla Camera e dei 122 eletti al Senato sembra chiaro che in questa legislatura i due azionisti di maggioranza del Pd, veltroniani e popolari, con circa 132 parlamentari, saranno quelli che verranno meglio rappresentati tra Montecitorio e Palazzo Madama. Scendendo nel dettaglio, i veltroniani puri saranno 65 (43 alla Camera, 22 al Senato), gli ex Popolari 62 (43 alla Camera, 19 al Senato) e quei parlamentari la cui collocazione politica si trova oggi a metà strada esatta tra W e gli ex popolari saranno 5 (Picierno, Bratti, Bindelli, Garavaglia, Armato) e andranno a portare ossigeno ai custodi del patto stretto lo scorso giugno tra Veltroni, Franceschini e Marini (quelli che al loft chiamano WalterPop).
Dunque, a parte una quota decisamente alta di eletti che hanno lo stesso nome del segretario del Pd (Walter Vitali, Walter Verini, Walter Tocci), l’ex sindaco di Roma vedrà arrivare in Parlamento un numero significativo di fedelissimi che hanno lavorato con lui in Campidoglio negli ultimi anni: Morassaut, Coscia, Causi e Argentin erano assessori di W; Garavaglia era la sua vice; Verini era capo di Gabinetto; Cosentino è stato a lungo capogruppo dei Ds al consiglio comunale; e volendo, tra i senatori eletti nell’Italia dei valori c’è anche Leonard Touadi, ex assessore di W.
Ricordate la lettera dei sessanta?
Certo, tra i veltroniani di nuovo conio ci sono anche gran parte delle 102 matricole elette per la prima volta in Parlamento con il Pd, ma tra deputati e senatori che andranno a occupare i seggi al Senato e alla Camera ce ne saranno molti già nominati da W in alcuni punti chiave del loft: Merloni, Mogherini, Mosca, Orlando, Della Seta, Pinotti, Realacci, Pistelli, Calipari, Tonini sono membri dell’esecutivo del Pd e il futuro onorevole Vinicio Peluffo è capo della segreteria politica del segretario. Un discorso diverso è invece quello che va fatto per i popolari, perché se è vero che in proporzione le due arterie principali del loft come numeri si equivalgono (65 veltroniani, 62 popolari), e se è vero che anche Franceschini è riuscito a portare alla Camera due suoi fedelissimi come Piero Martino (ex portavoce) e Alberto Losacco (capo della segreteria politica), l’origine dei parlamentari che si riconoscono nell’elettorato cattolico – e che in un modo o in un altro fanno ancora capo al possibile futuro presidente del Pd, Franco Marini – ha una matrice forte nella famosa lettera firmata da 60 parlamentari cattolici nel febbraio del 2007: “La laicità del nostro impegno politico”. Di quei firmatari circa 34 saranno in Parlamento. E le altre correnti? Ecco, i due segretari dei partiti fondatori del Pd, Fassino e Rutelli, vedranno arrivare nelle due camere un numero complessivo di circa 34 parlamentari (10 deputati e 7 senatori l’ex segretario Ds, 7 deputati e 10 senatori il candidato sindaco di Roma) che nel corso dei mesi potrebbero andare a rinforzare proprio l’asse dei WalterPop. Dall’altra parte, invece, è un fatto che tra gli eletti che il Pd porterà in Parlamento tra sette giorni la terza forza in campo è quella che ha radici solide nell’ortodossia dalemiana. Che a Palazzo Madama sarà rappresentata da almeno 11 senatori e che a Montecitorio porterà circa 27 deputati (di cui 5 molto vicini a Pierluigi Bersani). Una forza che oggi marcia unita e compatta attorno al proprio segretario ma che tra qualche giorno potrebbe cominciare a esercitare il proprio peso legislativo anche in maniera più decisa; molto dipenderà dal risultato che Rutelli e Zingaretti otterranno nei prossimi ballottaggi romani, certo è che quella che da martedì prossimo sarà la prima vera corrente di Veltroni di questi numeri potrebbe davvero cominciare a tenerne conto.
Claudio Cerasa
24/04/08
martedì 11 dicembre 2007
Il Foglio. "Fioroni ci spiega che il loft di W lo preoccupa più del governo"
Il ministro dell’Istruzione vuole il modello tedesco. Oggi ne parla con Pisanu. Il Pd ora non gli piace molto, del CaW si fida così così
Roma. Più che per l’esecutivo di Romano Prodi, il ministro Giuseppe Fioroni comincia a essere un po’ preoccupato per il loft di Walter Veltroni. I motivi sono tre e sono questi: il partito dei moderati di cui il ministro dell’Istruzione ha parlato a lungo quest’estate ancora non lo si vede, la legge elettorale rischia di fare una brutta fine e nell’asse che unisce Veltroni e il Cav. Fioroni vede un grande ostacolo di nome referendum. Il ministro spiega al Foglio perché: “A Berlusconi potrebbe fare comodo arrivarci, al referendum. Per quanto riguarda Veltroni, a livello personale non lo so, ma come segretario del Pd sa bene che il referendum è ritenuto dalla stragrande maggioranza dei democratici di questo paese un grave vulnus alla democrazia e alla libertà, visto che con quel sistema elettorale daremmo l’opportunità di non scegliere più né l’eletto né il partito, ma solo l’uomo della provvidenza”. Il modello elettorale che Fioroni ha in mente è lo stesso di cui parlerà oggi pomeriggio insieme con Giuseppe Pisanu, Marco Follini, Clemente Mastella e Mario Baccini nel corso del convegno “Quali partiti, quale legge elettorale” organizzato dalla Fondazione Formiche. “Io penso a un modello tedesco con sbarramento al 5 per cento e con sfiducia costruttiva. Resto convinto però che non si possa parlare di legge elettorale senza riforme istituzionali e regolamenti parlamentari, anche se credo sia importante ricordare che il paese ha una necessità di aggregare per convinzione e non per costrizione: i partiti non si costruiscono con la legge elettorale. Ma attenzione: dobbiamo stare molto attenti a non parlarne troppo di riforma elettorale, perché ho la sensazione che un modello al giorno finisca davvero per levarci la riforma di torno”. Fioroni dice che “Veltroni ha fatto bene ad aprire il dialogo con Berlusconi”, teme, riferendosi al Cav., che “chi ci ha fatto fermare alla crostata questa volta potrebbe farci fermare all’aperitivo” e, tornando al voto al Senato di giovedì scorso, da un lato dice di condividere le critiche fatte da Paola Binetti al ddl sulla sicurezza ma dall’altro ricorda che lui quel decreto e quella fiducia li avrebbe comunque votati. Ma c’è un punto su cui Fioroni vorrebbe far riflettere. Questo: “Voglio essere chiaro. Può l’appartenenza a un partito generare per iscrizione la concezione che ognuno di noi ha della vita e della morte? Vorrei ricordare che l’ultima volta che qualcuno lo ha fatto e che qualcuno ha introdotto il pensiero unico è stato un partito di cui nessuno di noi sente la mancanza”.
Il ministro ammette che nella maggioranza “c’è una situazione complessa e complicata e che ci sono i sintomi di una sofferenza”, spiega quali sono le sue paure nel futuro del partito (“per me un partito che invade tutto che si occupa di calcio, di banche, di economia, di finanza, di società civile, non può esistere”) e dice di non sentirsi affatto in minoranza dentro il Pd (“i cattolici democratici hanno le carte in regola per concorrere alla guida complessiva di questo partito”). Poi però conclude il suo ragionamento così. E più che un consiglio questa volta sembra un avvertimento: “Ecco, mi chiedo come si faccia a pensare che se questo governo cada non si vada immediatamente al voto. Mentre per quanto riguarda il Pd nel momento in cui il loft dovesse diventare una stanza vuota e spoglia, dove l’unica bussola che ciascuno di noi ha sono i desideri individuali, lì si tratterebbe di costruire qualcosa di diverso da quello che abbiamo in mente. Si tratterebbe di un partito radicale di massa. E a questo io francamente non sono proprio interessato”.
Claudio Cerasa
11/12/07
Roma. Più che per l’esecutivo di Romano Prodi, il ministro Giuseppe Fioroni comincia a essere un po’ preoccupato per il loft di Walter Veltroni. I motivi sono tre e sono questi: il partito dei moderati di cui il ministro dell’Istruzione ha parlato a lungo quest’estate ancora non lo si vede, la legge elettorale rischia di fare una brutta fine e nell’asse che unisce Veltroni e il Cav. Fioroni vede un grande ostacolo di nome referendum. Il ministro spiega al Foglio perché: “A Berlusconi potrebbe fare comodo arrivarci, al referendum. Per quanto riguarda Veltroni, a livello personale non lo so, ma come segretario del Pd sa bene che il referendum è ritenuto dalla stragrande maggioranza dei democratici di questo paese un grave vulnus alla democrazia e alla libertà, visto che con quel sistema elettorale daremmo l’opportunità di non scegliere più né l’eletto né il partito, ma solo l’uomo della provvidenza”. Il modello elettorale che Fioroni ha in mente è lo stesso di cui parlerà oggi pomeriggio insieme con Giuseppe Pisanu, Marco Follini, Clemente Mastella e Mario Baccini nel corso del convegno “Quali partiti, quale legge elettorale” organizzato dalla Fondazione Formiche. “Io penso a un modello tedesco con sbarramento al 5 per cento e con sfiducia costruttiva. Resto convinto però che non si possa parlare di legge elettorale senza riforme istituzionali e regolamenti parlamentari, anche se credo sia importante ricordare che il paese ha una necessità di aggregare per convinzione e non per costrizione: i partiti non si costruiscono con la legge elettorale. Ma attenzione: dobbiamo stare molto attenti a non parlarne troppo di riforma elettorale, perché ho la sensazione che un modello al giorno finisca davvero per levarci la riforma di torno”. Fioroni dice che “Veltroni ha fatto bene ad aprire il dialogo con Berlusconi”, teme, riferendosi al Cav., che “chi ci ha fatto fermare alla crostata questa volta potrebbe farci fermare all’aperitivo” e, tornando al voto al Senato di giovedì scorso, da un lato dice di condividere le critiche fatte da Paola Binetti al ddl sulla sicurezza ma dall’altro ricorda che lui quel decreto e quella fiducia li avrebbe comunque votati. Ma c’è un punto su cui Fioroni vorrebbe far riflettere. Questo: “Voglio essere chiaro. Può l’appartenenza a un partito generare per iscrizione la concezione che ognuno di noi ha della vita e della morte? Vorrei ricordare che l’ultima volta che qualcuno lo ha fatto e che qualcuno ha introdotto il pensiero unico è stato un partito di cui nessuno di noi sente la mancanza”.
Il ministro ammette che nella maggioranza “c’è una situazione complessa e complicata e che ci sono i sintomi di una sofferenza”, spiega quali sono le sue paure nel futuro del partito (“per me un partito che invade tutto che si occupa di calcio, di banche, di economia, di finanza, di società civile, non può esistere”) e dice di non sentirsi affatto in minoranza dentro il Pd (“i cattolici democratici hanno le carte in regola per concorrere alla guida complessiva di questo partito”). Poi però conclude il suo ragionamento così. E più che un consiglio questa volta sembra un avvertimento: “Ecco, mi chiedo come si faccia a pensare che se questo governo cada non si vada immediatamente al voto. Mentre per quanto riguarda il Pd nel momento in cui il loft dovesse diventare una stanza vuota e spoglia, dove l’unica bussola che ciascuno di noi ha sono i desideri individuali, lì si tratterebbe di costruire qualcosa di diverso da quello che abbiamo in mente. Si tratterebbe di un partito radicale di massa. E a questo io francamente non sono proprio interessato”.
Claudio Cerasa
11/12/07
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