martedì 11 dicembre 2007

Il Foglio. "Fioroni ci spiega che il loft di W lo preoccupa più del governo"

Il ministro dell’Istruzione vuole il modello tedesco. Oggi ne parla con Pisanu. Il Pd ora non gli piace molto, del CaW si fida così così

Roma. Più che per l’esecutivo di Romano Prodi, il ministro Giuseppe Fioroni comincia a essere un po’ preoccupato per il loft di Walter Veltroni. I motivi sono tre e sono questi: il partito dei moderati di cui il ministro dell’Istruzione ha parlato a lungo quest’estate ancora non lo si vede, la legge elettorale rischia di fare una brutta fine e nell’asse che unisce Veltroni e il Cav. Fioroni vede un grande ostacolo di nome referendum. Il ministro spiega al Foglio perché: “A Berlusconi potrebbe fare comodo arrivarci, al referendum. Per quanto riguarda Veltroni, a livello personale non lo so, ma come segretario del Pd sa bene che il referendum è ritenuto dalla stragrande maggioranza dei democratici di questo paese un grave vulnus alla democrazia e alla libertà, visto che con quel sistema elettorale daremmo l’opportunità di non scegliere più né l’eletto né il partito, ma solo l’uomo della provvidenza”. Il modello elettorale che Fioroni ha in mente è lo stesso di cui parlerà oggi pomeriggio insieme con Giuseppe Pisanu, Marco Follini, Clemente Mastella e Mario Baccini nel corso del convegno “Quali partiti, quale legge elettorale” organizzato dalla Fondazione Formiche. “Io penso a un modello tedesco con sbarramento al 5 per cento e con sfiducia costruttiva. Resto convinto però che non si possa parlare di legge elettorale senza riforme istituzionali e regolamenti parlamentari, anche se credo sia importante ricordare che il paese ha una necessità di aggregare per convinzione e non per costrizione: i partiti non si costruiscono con la legge elettorale. Ma attenzione: dobbiamo stare molto attenti a non parlarne troppo di riforma elettorale, perché ho la sensazione che un modello al giorno finisca davvero per levarci la riforma di torno”. Fioroni dice che “Veltroni ha fatto bene ad aprire il dialogo con Berlusconi”, teme, riferendosi al Cav., che “chi ci ha fatto fermare alla crostata questa volta potrebbe farci fermare all’aperitivo” e, tornando al voto al Senato di giovedì scorso, da un lato dice di condividere le critiche fatte da Paola Binetti al ddl sulla sicurezza ma dall’altro ricorda che lui quel decreto e quella fiducia li avrebbe comunque votati. Ma c’è un punto su cui Fioroni vorrebbe far riflettere. Questo: “Voglio essere chiaro. Può l’appartenenza a un partito generare per iscrizione la concezione che ognuno di noi ha della vita e della morte? Vorrei ricordare che l’ultima volta che qualcuno lo ha fatto e che qualcuno ha introdotto il pensiero unico è stato un partito di cui nessuno di noi sente la mancanza”.
Il ministro ammette che nella maggioranza “c’è una situazione complessa e complicata e che ci sono i sintomi di una sofferenza”, spiega quali sono le sue paure nel futuro del partito (“per me un partito che invade tutto che si occupa di calcio, di banche, di economia, di finanza, di società civile, non può esistere”) e dice di non sentirsi affatto in minoranza dentro il Pd (“i cattolici democratici hanno le carte in regola per concorrere alla guida complessiva di questo partito”). Poi però conclude il suo ragionamento così. E più che un consiglio questa volta sembra un avvertimento: “Ecco, mi chiedo come si faccia a pensare che se questo governo cada non si vada immediatamente al voto. Mentre per quanto riguarda il Pd nel momento in cui il loft dovesse diventare una stanza vuota e spoglia, dove l’unica bussola che ciascuno di noi ha sono i desideri individuali, lì si tratterebbe di costruire qualcosa di diverso da quello che abbiamo in mente. Si tratterebbe di un partito radicale di massa. E a questo io francamente non sono proprio interessato”.
Claudio Cerasa
11/12/07

venerdì 7 dicembre 2007

Il Foglio. "Quella sinistra tentazione di introdurre i reati di opinione"

Giocano con le parole, le scrivono tra virgolette, le depositano al Senato e poi te la mettono così: per “chiunque in qualsiasi modo diffonde idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi” anche “fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere” le pene previste sono tra i sei mesi e i quattro anni. Fino a ieri pomeriggio l’idea di Giovanni Russo Spena (Prc), Manuela Palermi (Pdci), Mauro Bulgarelli (Verdi) era molto semplice: era quella di introdurre nel già pasticciato disegno di legge sulla violenza sessuale (votato insieme con il decreto espulsioni) un emendamento che sostanzialmente prevedesse sanzioni durissime per “motivi fondati” sull’orientamento dei sessi. Era. Perché prima che il testo fosse assorbito nel maxiemendamento del Senato, con un po’ di buon senso l’idea dei senatori si è trasformata più che altro in un richiamo alle norme sulle pari opportunità del trattato di Amsterdam. Il fatto però resta; ed è un po’ preoccupante che ci sia qualcuno che dietro a “norme antidiscriminazione” proponga più che altro tentativi di introdurre reati di opinione. Dovrebbe però far riflettere anche gli stessi firmatari dell’emendamento pensare che ci possa essere una legge che dica questo si può dire e questo invece no, che possa servire un emendamento per far prevalere una propria idea su quella dell’altro, che si possa sanzionare – diciamolo: censurare – chi la pensa in maniera diversa, presentando un emendamento che da un lato si rifà a un articolo della Costituzione (il terzo: pari dignità sociale senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali) e dall’altro, sotto sotto, quasi nega la libertà di espressione. Perché può significare davvero un po’ di tutto legiferare su discriminazione e su idee di superiorità. E per questo, in effetti, è anche molto rischioso. E’ discriminatorio utilizzare la parola “frocio”? E’ pericoloso dire “negro”? Andrebbe forse punito chi non la pensa come Russo Spena sui matrimoni gay? Ecco, se il ragionamento contenuto nel testo presentato dai senatori della Cosa rossa non fosse stato ammortizzato, frasi come queste – lo nota lo storico Massimo Introvigne – sarebbero state proibite: “Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale: per esempio nella collocazione di bambini per adozione o affido, nell’assunzione di insegnanti o allenatori di atletica, e nel servizio militare”. Si può essere d’accordo oppure no; e lo si può dire con un saggio su Micromega, con un intervento da Santoro o con una diretta a Primo Piano. Peccato però che nel modellino russospenapalermibulgarelli per frasi come queste ci sarebbe potuto essere il dubbio se considerarle non tanto idee ma “atti di discriminazione”. Anche se a scrivere quelle frasi fosse stato quindici anni fa un cardinale ora diventato Papa.
Claudio Cerasa
8/12/07

giovedì 6 dicembre 2007

Il Foglio. "Perché credo sia ingiusto il sequestro del mio libro su Rignano"

Il libro che ho scritto tre mesi fa sul caso di presunta pedofilia di Rignano Flaminio da ieri è sotto sequestro. Il giudice della prima sezione civile del tribunale di Roma ha deciso di “inibire la vendita, la distribuzione e la diffusione ulteriore del volume” poche settimane dopo che quattro famiglie di Rignano avevano richiesto il sequestro “d’urgenza”, sostendendo che le mie 170 pagine avrebbero agevolato l’identificazione dei minori coinvolti nelle vicenda e avrebbero anche “ripercorso la vicenda in modo fazioso e offensivo”, come spiegato ieri dagli avvocati di quei genitori. Devo dire che fa un po’ impressione sentir parlare di “libertà fondamentali e della dignità della persona e di privacy violata” per un libro nato proprio per denunciare una clamorosa violazione della privacy. Fa impressione sentir parlare di sequestro d’urgenza, visto che era stato un giudice di Cassino lo scorso 17 ottobre ad aver negato questo sequestro “per rispettare l’articolo 21 della Costituzione”. Fa impressione sentir parlare di privacy perché se davvero avessi voluto violarla, la privacy, avrei scritto nome e cognome dei genitori (non solo il nome) e li avrei accompagnati dal nome e cognome dei bambini (e non dall’iniziale seguita da un puntino). Ma fa un po’ impressione anche perché se un genitore va in televisione a difendere i propri figli in diretta tv, in seconda serata e con nome e cognome che compaiono nel sottopancia, forse dovrebbe pensarci un po’ prima di parlare di tutela della privacy. Il punto però è che il libro e gli articoli scritti su questo giornale su Rignano sono nati con l’idea di ripercorrere la vicenda in modo chiaro, senza conclusioni affrettate, senza commenti, con “informazioni precise e circostanziate” (come scritto dagli stessi avvocati dei genitori) per cercare di garantire al massimo le libertà di tutti: non solo dei bambini e dei loro genitori ma anche degli indagati. Per questo – ed è il motivo per cui farò appello – credo che il mio libro sia stato utile nel ricostruire giornalisticamente quel caso che lo scorso aprile aveva scatenatato pulsioni collettive pericolose e poco controllate. Credo che la mia inchiesta sia stata importante anche per spiegare quanto possa essere rischioso trasformare un caso delicato di presunta pedofilia (e ancora irrisolto) in un racconto psicotico della realtà. E per questo credo sia stato importante ricostruire il caso riportando le notizie così come sono, le voci dei genitori che hanno denunciato gli abusi e quelle delle persone arrestate e poi scarcerate, e spiegando le contraddizioni nelle indagini poi rilevate come tali anche dalla Corte di cassazione. E per questo credo che raccontare la vicenda senza essere faziosi, senza dare un giudizio a priori, senza forzature, senza dare più importanza a un’opinione piuttosto che a un’altra sia stato un modo onesto di fare il mio mestiere.
Claudio Cerasa
6/12/07

venerdì 30 novembre 2007

Il Foglio. "Nuovi Compagni di scuola"

Occhio a quello che sta succedendo tra gli studenti. Dopo le ultime elezioni, tra università e superiori c’è qualcosa che si muove, che non è di sinistra e che potrebbe mettere in imbarazzo pure il loft di W. Ecco perché

Roma. Walter Veltroni e Silvio Berlusconi dovrebbero dare una sbirciatina a quello che sta succedendo nelle scuole e nelle università italiane, visto che tra quei ragazzi di quattordici, di sedici, di diciotto e di vent’anni – che fino a ieri avevano messo in allarme sindaci e ministri per lo più in quota studenti che si picchiano nudi, al telefono e in diretta su YouTube – si trovano un paio di numeri che meriterebbero un po’ di attenzione, almeno quanto le asticelle che si abbassano e poi si rialzano dei sistemi elettorali. La notizia è che tra i seggi delle scuole italiane la sinistra non è mai stata in difficoltà come in questi giorni. Soprattutto in alcune sue città chiave. Ieri pomeriggio, nelle sedi dei movimenti giovanili di destra, di centro e di sinistra, sono arrivati i primi dati delle elezioni studentesche delle scuole superiori. Dati che fotografano, in piccolo, uno scenario che negli ultimi mesi potrebbe essersi nascosto dietro le tendine di quella camera oscura pronta a mettere a fuoco da un giorno all’altro il vero volto della maggioranza di governo. Parlare di trionfo o di sconfitta è sempre un po’ azzardato per realtà studentesche che da circa vent’anni hanno nel proprio codice genetico una rappresentanza complessiva mai legata davvero né a partiti di destra né di sinistra. Un dato però è molto chiaro: la gauche fa molti passi indietro, la destra fa molti passi avanti; e al contrario di quanto scritto dall’intellettuale francese Eric Brunet nel saggio “Il tabù della destra”, nelle scuole italiane la droit oggi vince dove non aveva mai vinto prima e oggi si conferma dove prima non si era mai confermata. Con alcuni risultati clamorosi, soprattutto per il modo in cui gli studenti di tutt’Italia hanno disegnato il nuovo quadro politico: oggi nelle Consulte provinciali (gli organi studenteschi più importanti degli istituti superiori) e ieri negli organi di rappresentanza universitaria. Si vince così tra gli studenti: si vince senza tessere plastificate, senza cerimonie congressuali e senza liturgia di memoria botanica; si vince con gli occhi di Chuck Norris (è successo a Milano, al liceo Berchet, dove una lista legata a Cl ha scelto di fare campagna con il volto severo dell’attore di “Walker Texas Ranger”), ma si vince soprattutto senza fascio, senza falce, senza martello, senza sigari del Che e con un bipolarismo con pochi pugni alzati e con poche braccia tese. Perché tra le province italiane che hanno votato negli ultimi giorni per eleggere gli organi di governo studenteschi, la destra ha in pugno un numero di presidenze notevolmente superiore a quello della sinistra: 27 ufficiali, di cui 23 riconducibili ad As, l’Azione studentesca legata ad An. Dall’altra parte, l’Uds (Unione degli studenti di sinistra) mentre ieri pomeriggio contava i suoi 14 presidenti, non può far altro che certificare quello che fino a qualche anno fa era impensabile per il movimento di An: sicuro oggi del suo 81 per cento di voti a Firenze, delle tre province su cinque in Campania, della vittoria a Palermo, a Perugia, a Torino (storico fortino della sinistra studentesca) e anche a Roma: dove la destra non vinceva da quasi dieci anni (anche se nella capitale la sinistra denuncia “violazioni del regolamento” e la destra risponde sostenendo che il voto sia stato ratificato dall’ufficio scolastico).
E il trend, vale per le scuole oggi e per le università ieri; perché anche qui il quadro è piuttosto chiaro: e dopo il boom di Cl lo scorso maggio al Politecnico di Milano (dove con gli schieramenti di destra prese 3.183 voti, mentre la sinistra 780), il massimo organo di rappresentanza universitaria (Cnsu) ha dato una spallata alla vecchia maggioranza: occupando 18 dei 30 seggi del consiglio e facendone perdere tre alla sinistra. E non può dunque sorprendere che nel meccanismo di ricomposizione politica studentesca, anche i sedicenni a cui Veltroni puntava in tempo di primarie (e che negli anni Novanta venivano invitati da Santoro a parlare di revolución studentesca) vogliono ora far rimbombare l’allarme dell’incazzatura di sinistra anche nelle stanze del loft. Per questo minacciano W più o meno così: “Il Pd nelle scuole non ci entrerà mai”.
Claudio Cerasa
30/11/07

mercoledì 28 novembre 2007

Il Foglio. "Bicamera con vista". Maroni parla in tedesco del Cav bipartitico e ci spiega che cosa dirà domani a W sulla legge elettorale

Roma. Roberto Maroni domani mattina incontrerà al quinto piano del palazzo dei gruppi parlamentari il segretario del Partito democratico Walter Veltroni. Lo farà un giorno prima di Silvio Berlusconi, un giorno dopo Pier Ferdinando Casini e tre giorni dopo Gianfranco Fini. L’agenda dell’ex ministro del Welfare è però molto simile a quella del Cav. Così tanto che il colloquio leghista di domani sarà un passaggio niente male per capire davvero dove andranno piantati i paletti del dialogo tra il Cav. e W. Roberto Maroni, capogruppo della Lega a Montecitorio, dice al Foglio che “uno spirito bicamerale di Berlusconi che rispetti gli accordi di Gemonio sarebbe da elogiare”. Poi precisa che “l’unico argomento su cui si potrà discutere con Veltroni sarà però solo la legge elettorale. Punto”. Di riforme non se ne parla, almeno per ora. Proprio la stessa cosa che venerdì il Cav. dira a W. Da ieri mattina, però, Maroni ha in testa una certezza in più; un numero, il numero quattro: ovvero la quota a cui verrà appoggiata l’asticella del sistema elettorale di cui Berlusconi, Bossi, Calderoli e Maroni hanno parlato lunedì sera, ad Arcore. Quattro per cento. Significa, come spiegato ieri mattina da Paolo Bonaiuti (portavoce del Cav.), che con uno sbarramento di questo tipo la Lega entrerà “nel processo di riforma elettorale”. Ma c’è dell’altro. Perché dopo l’intervista freddina concessa da Bossi sabato a Repubblica (“Berlusconi in piazza non mi è piaciuto”, “Troppa demagogia”), la Lega comincia a raccogliere dal Cav. le garanzie che chiedeva da tempo: “Le asticelle vanno abbassate, non alzate”, ha spiegato ieri Bonaiuti. Come dire: nel dialogo sul sistema elettorale la Lega non corre pericoli. E anche per questo Maroni sarebbe contento di condividere in futuro la struttura di partito su cui ragiona il Cav. Funzionerà così.
Nel modello di grande partito popolare che il Cav. ha in mente da tempo, l’abbraccio tra la Lega e il Pdl dovrebbe essere simile a quello teutonico tra Cdu e Csu: i cui eletti, in Parlamento si trovano insieme in unico gruppo (Cdu/Csu) che pompa voti e seggi nel cuore grancoalizionista di Angela Merkel. “In effetti se dovessimo pensare a un modello perfetto con Berlusconi questo sarebbe l’ideale. Detto ciò – spiega Maroni – il sistema elettorale di cui parlerò con Veltroni (ma davvero esiste una proposta Veltroni?) è quello concordato a Gemonio con la Cdl: un sistema con uno sbarramento che tenga conto del forte radicamento territoriale”. Quindi proporzionale di sbarramento con indicazione del candidato premier. “Veltroni finora ha fatto parecchia filosofia sul sistema elettorale. Noi vogliamo però conoscere anche le virgole di questa proposta e a Veltroni chiederemo cosa ha da dire su governabilità e rappresentanza massima. Anche se alla Lega nessuno ha mai ricevuto nulla, neppure una bozza di Vassallum”. E Boniauti? “La sua proposta è molto interessante. Ed è un’idea di cui non avevamo parlato neppure lunedì. Ad Arcore, infatti, Bossi ha cercato di spiegare a Berlusconi che governare contro il mondo intero è più da superman che da Forza Italia; e l’unico punto su cui avevamo trovato un’intesa era il ‘no’ al referendum”. E’ il vero obiettivo di Veltroni, secondo Maroni: “Non credo che i due si siano già accordati sulla legge elettorale. Sono certo che Veltroni, più che al Vassallum, punti al referendum, visto che sembra fatto apposta per un partito come il suo. Attenzione però: il dialogo sulla legge elettorale non è un gioco. Lo spazio per determinare una direzione rispetto a un’altra c’è ancora e i vantaggi, in questa partita, alla Lega non mancano certo”. Maroni li spiega: “Siamo il partito di cui Berlusconi si fida di più, siamo un buon punto di appoggio per An e Udc, ma siamo anche una realtà a cui l’Unione guarda con grande interesse. Berlusconi deve ricordare che la caratteristica di essere territoriali impone a partiti come il nostro alleanze con schieramenti di destra e di sinistra. E che sì, siamo autonomi nella fedeltà, ma siamo anche pronti ad andarcene per i fatti nostri”.
Maroni è convinto che domani W non sarà in grado di sedurre la Lega su nessuno dei temi sottolineati con la matita blu sull’agenda padana; crede che “di riforme costituzionali si tornerà a discutere in Parlamento”, guarda con un po’ di preoccupazione in meno il nuovo partito del popolo, ma se pensa al giorno in cui la Consulta potrebbe mettere diesel nel motore referendario (15 gennaio), Maroni fa una pausa e si affida al proverbio. “Se passa il referendum la soluzione è semplice: ognuno per sé e Dio per tutti”.
Claudio Cerasa

martedì 27 novembre 2007

Il Foglio. "Northern Rock ‘n’ Roll".

La banca inglese finita al tappeto per i subprime trova un salvatore. E’ Branson, il re della Virgin, delle mongolfiere e del bungee jumping. Tra aerei e Sex Pistols fa una cosa quasi inaudita da noi: mette i quattrini

Londra. L’ultima volta che aveva promesso di non farlo più, Richard Branson aveva quarantasette anni, aveva rischiato di morire due volte e aveva già trasformato il suo impero musicale della Virgin in un’azienda che dai dischi dei Sex Pistols arriva oggi fino agli sportelli della Northern Rock. E ogni volta, sir Branson, il grande colpo lo anticipa così: salendo in cielo con la mongolfiera, ieri; scendendo giù con il bungee jumping, oggi. E’ andata così negli anni Novanta, quando Branson, dopo aver fondato la sua casa discografica, annunciava i suoi affari con pomeriggi di sport estremo. E’ andata così oggi, con Branson che a 57 anni, dopo essersi lanciato giù da un palazzo di Los Angeles, è diventato il possibile salvatore della Northern Rock: la banca inglese che più di tutte ha rischiato di finire al tappeto dopo la crisi estiva dei subprime e dopo quel crollo del 39 per cento (18 settembre) che costrinse la Bank of England a prestarle 24 miliardi di sterline.
Ieri è stato il giorno della svolta: la banca inglese ha detto “sì” alla sua offerta. Branson controllerà il 55 per cento dell’istituto di credito, con un aumento di capitale previsto di 1,3 miliardi di sterline, e il titolo della Northern ha fatto un balzo del 38 per cento. Ha deciso il nuovo nome della banca (sarà assorbita da una sua società finanziaria, Virgin Money), il nuovo capo esecutivo (sarà Anne Gadhia, attuale vertice di VM) e invece che appoggi o garanzie politiche – come si farebbe da noi per entrare in una banca, per quanto semifallita – l’imprenditore inglese ha offerto agli azionisti della Northern l’unica cosa che le serviva davvero: quattrini.
Soldi che Branson ha cominciato a incassare oltre trent’anni fa, nel 1970, quando in un negozio di sessanta metri quadrati all’incrocio tra Oxford Street e Tottenham Court Road (a Londra) iniziò a vendere dischi per corrispondenza e cominciò a mettere da parte quelle sterline con cui, pochi anni dopo, fece la sua prima mossa, producendo il suo primo disco: Mike Oldfield, “Tubular Bells”, vendette cinque milioni di copie. Fu da quel giorno che decise di investire sul brand Virgin. E’ diventato uno degli inglesi più amati al mondo (qualcuno lo vorrebbe come sindaco di Londra), ha colorato di rosso Virgin treni, aerei, bibite, tv, sport center e soprattutto radio. E’ un tipo molto simpatico, Branson. Si finanzia da solo di solito. Prima di investire in una nuova operazione, lo dice lui, preferisce “vendere piuttosto che ricevere soldi in prestito” (la casa discografica la cedette, piangendo, nel 1992) e c’è chi continua a chiamarlo sia il capitalista hippy (per via dei capelli lunghi e per il suo passato un po’ ribelle, finì anche in carcere per una notte) sia lo Steve Jobs del megastore. Si fa intervistare con i calzini bucati (è successo con il Times), si fa accompagnare dai genitori alle conferenze stampa, vestito da uomo ragno, da cow-boy o da pirata. E’ legato ai labour da una vecchia conoscenza con Blair (si dice sia stato il primo ad arrivare alla festa quando divenne premier), ha conosciuto Brown, ha attaccato più volte Murdoch e il suo impero (“un pericolo per la democrazia”, lo definì un paio di anni fa). Luca Valotta, il direttore generale di Virgin Active Italia, racconta al Foglio che Branson, oltre ad aver creato una specie di merchant bank, “ha anticipato di parecchi anni sia il modello culturale del low cost di Ryan Air sia il modello un po’ friendly senza cravatta e senza camicia di Steve Jobs”. E Jobs, due anni fa per una campagna Apple che cercava l’identificazione con i volti più importanti del XX seolo, accanto al Mahatma Ganhdi, ad Albert Einstein e Martin Luther King scelse proprio la faccia un po’ a forma di brand di Richard Branson.
Claudio Cerasa
27/11/07

domenica 25 novembre 2007

Il Foglio. "Le riforme viste dal taxi"

Ricordate il pacchetto delle liberalizzazioni? Sembrava l’anticamera di una rivoluzione per farmacie, mutui, treni, aerei. Cinquecento giorni dopo, il tassametro conferma che la rivoluzione è partita ma non è arrivata. E il tassinaro spiega perché

Fiumicino. Tredici novembre. Cinquecento
giorni dalle liberalizzazioni.
Cinquecento giorni dal decreto
che cambierà “la vita degli italiani”
(Romano Prodi), che diventerà un “terremoto”
per noi tutti (Francesco Rutelli),
che favorirà sia la “concorrenza
che la competitività” (Livia Turco) e
che rivoluzionerà professioni, negozi,
trasporti, farmacie, barbieri, benzinai,
parrucchieri, ferrovie, aerei, banche,
mutui, carburanti, imprese, commerci,
professioni, avvocati, farmacisti e naturalmente
tassisti. Tassisti. Più concorrenza,
più servizi, prezzi più bassi.
Semplice. Ore ventidue e cinquanta,
aeroporto Leonardo da Vinci, ventitré
chilometri da Roma: due vigili urbani,
sei trolley portati a mano, una valigetta
ventiquattrore, un volo Milano-Roma
(centoventitré euro, dieci minuti di
ritardo), una corsia verniciata di giallo,
due cartelli con scritta “Taxi”, quindici
passeggeri in fila, sette tassinari
abusivi (“cinquanta euro Roma Fiumicino-
Roma centro”), zero “Taxi” in corsia
e sedici minuti di attesa. Sedici minuti;
poi il primo: compagnia Samarcanda,
06.5511. Luigi, trentacinque anni,
capelli neri tipo Danilo Coppola,
felpa verde, Citroen C3, tredici anni di
licenza, 1.350 euro al mese e tassametro
bloccato. Tragitto: aeroporto Fiumicino-
Piazza Mazzini, Roma; fuori
dalle mura Aureliane, zona dove la tariffa
fissa semplicemente non si usa,
non è prevista. Il costo. Ieri, cinquecento
giorni fa, prima del “terremoto”
e prima della rivoluzione delle professioni,
della concorrenza e della competitività,
il costo era trentadue euro.
E oggi? E oggi le liberalizzazioni? E le
rivoluzioni annunciate? E la rivoluzione
delle farmacie, dei treni, dei taxi?
Che succede? Sono percepite? Ci sono.
Sì, oppure no?
Radio. Musica dei Black Sabbath, voce
di Ozzy Osbourne, tassametro spento,
tariffa fissa anche se fissa non dovrebbe
essere. Si parte. Sono le ventitré e sei
minuti, è il tredici novembre.
“Certo, li leggo i giornali: sapevo
quello che volevano da noi; sapevano
che volevano aumentare le macchine,
che volevano aumentare il numero delle
vetture in circolazione, che volevano
accumulare, o cumulare, come si dice?
Sì, ecco: ci volevano ‘liberalizzare’, volevano
darci il satellitare, volevano
metterci la doppia targa, volevano lasciarci
tutti per strada. Me lo ricordo.
Me lo ricordo cosa ci dicevano. ‘Ottimizzare
i turni’, ‘aumentare il numero di
vetture in circolazione’, ‘rilasciare permessi’,
‘localizzare autovetture’, ‘qualità
del servizio’. E invece no. E invece il
sindaco nostro c’ha fatto il regalo bello
bello. C’è venuto incontro, sì: ha capito
che dovevamo trattare tutti e che di liberalizzare,
o come si dice, non se ne
faceva nulla. Sì, è vero: ci sono 1.500 licenze
nuove, tassista più tassista meno;
ma non è cambiato nulla, perché doveva
già cambiare tutto da prima, e perché
quelle licenze erano previste già da
un po’. Quanto. Mah, da quattro, da cinque.
Da cinque anni, più o meno”. Anno
duemilauno, l’assessore alla Mobilità
a Roma si chiama Simone Gargano,
il Comune annuncia proprio 1.500 licenze
in più: arriveranno sei anni dopo;
le liberalizzazioni, con quelle licenze,
non c’entrano proprio nulla. “E noi certo
che lo sapevamo: certo che ci sono un
po’ di macchine in più, oggi: ma alla fine
siamo noi che abbiamo vinto. Perché?
Perché avevamo chiesto di aumentare
le tariffe, avevamo chiesto il 25
per cento in più, il Comune ci voleva
dare solo 12 per cento ma ora, tra 25 e
12 la media, su per giù, quant’è? Diciotto.
Diciotto per cento di tariffa in più.
Questa sarà la nostra vittoria. E si va
avanti. Perché il cinque dicembre siamo
tutti in piazza: e se proprio vogliono
mettere qualche macchina in più in giro
che aumentassero anche le tariffe e
che aumentassero anche i prezzi; semplice,
no?”. Semplice. Pochi taxi in più
e prezzi più alti. A Roma, ma anche a
Milano. I dati sono questi. Si parte dal
taxi e poi si arriva alla “rivoluzione”
annunciata ma non esattamente percepita.
Perché. Perché a Milano, per i
taxi, le tariffe sono aumentate del 12,9
per cento in un anno: e dal centro di
Milano, per raggiungere Malpensa, oggi
ci vogliono settanta euro; da Malpensa
per raggiungere la Fiera ci vogliono
cinquantacinque euro; da Linate alla
Fiera sono quaranta euro e, infine, da
Malpensa a Linate gli euro sono ottantacinque.
E a Roma? A Roma sono 1.450
le licenze in più; e in tutto, oggi, ne girano
7.450, di taxi. Più taxi, sì: ma a prezzi
più alti. Quindi esattamente il contrario
di quel “più libertà, più scelta e prezzi
più bassi e più opportunità di lavoro”,
di cui parlava Bersani, ministro per lo
Sviluppo, lo scorso luglio. Diceva così,
qualche mese fa, chi a Roma conosce
bene il problema e chi, per anni, ha lavorato
sia con Francesco Rutelli che
con Walter Veltroni: “Qui si parla di
turni, non di rivoluzione e non di liberalizzazione.
Perché qui viene tutto stabilito
così: con un’ordinanza, con una
decisione dall’alto; e questo non significa
liberalizzare; significa imporre
qualcosa; significa che ciascuno può fare
il turno che vuole: e questo, purtroppo,
vale per il taxi come per il resto.
Perché il taxi sarebbe la cosa più semplice
da rivoluzionare. E se vogliamo
entrare nel dettaglio, a Roma, così come
a Milano, l’unica cosa che la legge
può modificare è questa: è che il titolare
può mettere alla guida della sua
macchina un dipendente, ma solo nel
caso in cui ci sia un turno aggiuntivo;
qui però, per i taxi, si tratta semplicemente
di piccole aggiunte fatte ai turni
esistenti; turni che, tra l’altro, quasi sicuramente
verranno gestiti dai titolari
attuali. E cosa avrebbero liberalizzato
dunque?”. Così è andata. E i taxi sono
solo un esempio di rivoluzionaria liberalizzazione
annunciata e non percepita.
Del prezzi più alti e meno concorrenza.
E per di più, almeno a Roma,
l’aumento era stato già previsto, quasi
sei anni fa; così come era stato previsto
che più licenze sarebbero arrivate solo
con i prezzi un po’ più alti. Suona un po’
male, no? Certo, qualche vettura in più
c’è davvero: ma il rapporto tra numero
di vetture e numero di abitanti rimane
questo: 2,1 taxi per ogni mille romani e
1,6 taxi per ogni mille milanesi. E a
Londra? 8,3. E a Barcellona? 9,9. Liberalizzare,
si diceva. Più servizi, più concorrenza,
più libertà, più scelta, prezzi
più bassi, più opportunità di lavoro.
“Non si torna indietro”, spiegava Francesco
Rutelli a metà del 2006. E’ andata
davvero così? E’ stata percepita davvero
la “rivoluzione”?
Raccordo anulare, ventitré e dodici
minuti tassametro off, Rolling Stones,
“Exile On Main Street”: oggi tariffa fissa
40 euro, ieri tariffa non fissa, dieci
euro. Il taxi. Le liberalizzazioni. Riprende
Luigi. “Perché? Perché accanirsi
così su di noi, perché accanirsi
sul taxi? E il resto? E gli aeroporti, le
stazioni, le strade, i telefonini? Perché
tu scendi dal treno, accendi il telefonino,
prenoti un aereo, chiudi un conto
in banca, fai benzina e ti senti così: ti
senti come se un medico ti avesse promesso
un elisir di vita eterna e poi nella
boccettina ti ritrovi un po’ di cianuro.
Sì, ci sarebbe la storia del telefonino.
Certo, è solo un esempio ed è vero,
hanno tolto il costo della ricarica. Ma
poi? Ma poi succede che ti arriva un
sms sul cellulare. Succede che ti tagliano
i costi di ricarica, e poi? Poi così,
all’improvviso, il gestore ti informa
che ‘aumenteranno le tariffe’. Aumenteranno
le tariffe? E tu che fai? Cambi
gestore? Chiami il numero verde? Cerchi
un altro telefono? Fai causa al gestore?
No. Ti attacchi, è naturale”. Telefonini,
dunque. Dallo scorso cinque
marzo Tim, Wind, Vodafone e Tre sono
state costrette a eliminare il costo fisso
della ricarica. Il risparmio? Da uno
a cinque euro per ogni erogazione.
Con un ma. Il ma è che con “un preavviso
di trenta giorni” le compagnie
possono “attuare” una “modifica contrattuale
concedendo al cliente il solo
diritto di recesso”. Detto e naturalmente
fatto. Gli aumenti, tra tariffe,
collegamenti ai portali mobili, scatto
alla risposta, vanno dal dieci al venti
per cento. Impossibile prevederlo? Così
così. Ventotto gennaio del 2007, dichiarazione
del presidente dell’Antitrust
Antonio Catricalà: “Mi auguro
che le tariffe telefoniche, che un po’
saliranno, non aumentino così tanto da
sminuire il vantaggio”. Un po’ saliranno,
diceva Catricalà. E un po’, va detto,
erano davvero scesi i costi: del 14 per
cento secondo i dati Istat di giugno.
Poi, però, i costi sono saliti ancora. Ed
è andata così per i telefoni, così per i
taxi, così un po’ anche per le farmacie.
E il trucco, in fondo, si trova anche qui.
Perché i farmaci, finendo sui banchi
dei supermercati (“vendita dei medicinali
da banco al di fuori dalle farmacie”,
si legge nel decreto Bersani) potrebbero
portare a un risparmio totale
di 150 milioni di euro all’anno e a un
abbattimento dei costi del 20 per cento
circa. Ma quanti sono gli esercizi
commerciali dove si trovano i farmaci,
davvero? Millecentoquarantotto in
tutt’Italia, come scritto nell’ultimo rapporto
pubblicato a settembre dal ministero
dello Sviluppo economico. Meglio
di niente, ma non granché. Il problema
però si trova anche qui. Come
ricordato qualche mese fa in una lettera
a Repubblica dal deputato della
Rosa nel Pugno Sergio D’Elia, uno dei
punti più importanti in questa liberalizzazione
era ed è quella che si riferiva
ai farmaci “di fascia C”, cioè ai farmaci,
si chiamano così, “generici”. Doveva
funzionare in questo modo: i nomi
commerciali dei prodotti dovevano
sparire dalle ricette e i medici avrebbero
dovuto indicare, sulla ricetta, non
il farmaco ma il suo principio attivo; e
in questo modo i farmaci sarebbero
stati scelti non tanto per il nome, quanto
per il prezzo. Ecco, così non è andata,
sulle ricette troveremo ancora i nomi
dei soli farmaci, e la manifestazione
organizzata dai farmacisti lo scorso
lunedì – contro la liberalizzazione – è
stata dunque annullata. “Davvero un
paese che non riesce a liberalizzare la
distribuzione del farmaco, sarà in grado
di separare Snam da Eni o di privatizzare
le fondazioni bancarie”, si
chiede Alberto Mingardi dell’istituto
ultraliberista Bruno Leoni.
Raccordo anulare, uscita numero
uno, Aurelia-Città del Vaticano. Venti
euro ieri, quaranta oggi. Un tassista non
liberalizzato e le liberalizzazioni che in
fondo in fondo tanto liberalizzate non lo
sono state proprio. Sono le ventitré e
quindici minuti. “Non so, ma quando
guardi i giornali a volte non capisci. Ma
come è possibile che, in quanto?, tre,
quattro, cinque anni, lì sulla Manica
hanno fatto un buco dove passa un treno
che ti porta da Londra a Parigi in
due ore mentre qui, da dieci anni, si
parla di quella roba lì; della Tav, dei treni
lenti, dei ritardi, dei prezzi che salgono
e di quei cazzo di no Tav che non si
capisce che vogliono, lì in Piemonte. E
uno apre qui i giornali e che vede? Vede
i treni che arrivano in ritardo, vede i
treni che costano di più, vede i ponti
che non si fanno, vede gli intercity che
vanno più lenti dei taxi e vede i telefonini
che dovevano costare di meno e
che ora, invece, semplicemente costano
di più. E lo vedi, tu: perché parti dall’aeroporto,
arrivi alla stazione, viaggi in autostrada,
parli al telefonino e non te ne
frega nulla né di partiti, né di fusioni,
né di niente. Il partito lo voti una volta
ogni cinque anni, il telefonino lo usi
una volta ogni due ore, la macchina la
prendi una volta al giorno, il treno lo usi
una volta al mese. Cos’è più importante?
Cosa mi costa di più? Cosa mi interessa
di più? Parlare di un partito nuovo
o arrivare in due ore a Londra?”.
Due ore, cinque virgola nove miliardi di
sterline investite, 299 chilometri orari di
media. E qui invece la Tav. “L’obiettivo
è stato raggiunto”, spiegava qualche
giorno fa il ministro Antonio Di Pietro,
parlando di treni, di Tav e dei 671 milioni
stanziati dall’Unione Europea per finanziare
il progetto della Torino-Lione;
già presentato undici anni fa dal governo
di centrosinistra e che, se si farà, si
farà non oggi, non domani, ma tra quattro
anni: quindici anni per una ferrovia.
Semplice. Quando invece, nel pacchetto
Bersani, tra le tante cose, tu leggevi
anche questo: “Apertura al mercato del
settore ferroviario”, “separazione fra
autorità regolatrice e gestore della rete”,
“efficiente gestione della stessa rete”,
“allocazione non discriminatoria
della capacità di rete e dei terminali”.
Efficiente gestione della rete, dunque.
E poi, anche qui: i costi. Un esempio.
Dal prossimo nove dicembre le tariffe
sulle tratte regionali dei treni italiani
aumenteranno del dieci per cento. Il
quotidiano la Stampa ha fatto questi
calcoli: da Bologna a Bolzano, in prima
classe, si passerà dai 16,80 euro di oggi
ai 27,95 di domani. In seconda classe dai
12,90 di ieri si passerà ai 18,80 di domani.
Dieci per cento di aumenti oggi, il
dieci per cento in più già dallo scorso
gennaio e il cinque per cento di aumento
previsti tra il 2009 e il 2011: quando in
Germania i treni probabilmente faranno
concorrenza agli aerei e quando qui,
a Torino, si parlerà ancora di buchi nelle
montagne e quando l’Economist, come
fatto tre mesi fa, parlerà ancora di
una “new era of international rail travel”
dove Svizzera, Belgio, Germania,
Austria, Olanda e Francia si metteranno
lì a tavolino per disegnare il futuro
del trasporto ferroviario del continente
e per progettare un “high speed revolution”
con i treni che “faranno concorrenza
agli aerei” e le ferrovie che, privatizzate,
diventeranno sempre più low
cost: ecco, l’obiettivo – come dice Di Pietro
– sara stato pure “raggiunto”, ma l’Italia,
nella era of revolution, semplicemente
non c’è.
Chilometro numero diciannove, via
Baldo degli Ubaldi, tassametro off, 26
euro ieri, 40 euro oggi. Musica dei Planet
funk, voce di Dan Black. Treni, taxi,
farmacie, telefonini. Il tassametro è
bloccato. Luigi: “Cioè. So du anni che
me pare che ‘r gobbo vede la gobba dell’artri
gobbi, ma nun riesce mai a trovasse
la sua. I problemi sono sempre gli
altri: sono i tassisti i problemi, non i politici;
mai uno, chessò, che dica ‘abbiamo
sbagliato’. Certo, tu ci pensi un attimo
e un po’ ci fai caso; perché chi sale
qui in macchina capita spesso che ti
parla di queste cose e che si, magari a
telefono, magari ad alta voce, magari
con qualcuno a bordo, arriva si chiede
che fine ha fatto Telecom? Che fine ha
fatto Alitalia. Sì. Che hanno fatto?
L’hanno privatizzata? L’hanno vennuta?
E a chi va? E su che aerei viaggiamo?
Di chi sono? E ora: che succede? Scioperano,
non scioperano. Boh. E poi, altra
promessa: e il mutuo? Ecco, il mutuo.
Che storia è questa? ‘Trasportabilità’,
m’avevano detto, giusto? Trasportabilità
gratuita dei mutui, m’avevano
giurato. Bene: a me, per spostarlo, il
mutuo, me l’hanno fatto pagare. Rispondetemi.
Come mai?”.
Ad aprile, nella lenzuolata firmata
da Pierluigi Bersani, si legge anche
questo: “azzeramento dei costi per i
sottoscrittori dei mutui che vogliono
passare da una banca a un’altra per ottenere
migliori condizioni”. Lo scorso
cinque novembre è successo che l’Abi
– l’Associazione bancaria italiana – si è
rifiutata “di affrontare il problema dei
costi”. Ora, la stessa Abi, ha “suggerito
che i costi di portabilità dei mutui dovranno
essere a carico della banca subentrante”.
Si suggerisce. Si rimanda.
E si aspetta ancora un po’, per quella
rivoluzione per quel terremoto che
avrebbe travolto negozi, trasporti, farmacie,
barbieri, benzinai, parrucchieri,
ferrovie, aerei, banche, mutui, carburanti,
imprese, commerci, professioni,
avvocati, farmacisti e naturalmente
tassisti, quella rivoluzione che, come
spiegava Romano Prodi, avrebbe
“cambiato la vita degli italiani” e che
invece, cinquecento giorni dopo, se ne
va in giro con i taxi che costano di più,
con i treni che costano di più, con i farmaci
che un po’ ci sono e un po’ no e
con una tariffa, quella del taxi, che da
Fiumicino a Roma centro, prima della
rivoluzione, costava trentadue; e oggi
invece costa quaranta.
Claudio Cerasa
24/11/07