giovedì 26 aprile 2007

Il Foglio. "Ciao Ming"

La maratona di Zhou è iniziata a Londra e arriverà a Pechino, anche per eguagliare la star cinese del basket

Londra. Le chiodate a Londra non le aveva mai messe. Zhou aveva provato a Helsinki, aveva provato a Doha, aveva rinunciato a New York, aveva detto no a Roma e poi a Boston, a Chicago e a Berlino. Non era pronta, diceva. Fuori dalla Cina, Zhou, preferiva di no. Aveva corso in Finlandia e poi ad Atene ed era arrivata quarta ai Mondiali, quindi trentatreesima alle Olimpiadi – quelle di tre anni fa – ma Zhou aveva scelto l’Asia: lì c’erano le sue Olimpiadi e le sue gare. Fino a tre giorni fa, Zhou non l’aveva mai vista nessuno. Perché, è vero, aveva vinto le sue olimpiadi (a Doha), era diventata la cinese più veloce dell’Asia (sempre a Doha, a novembre) e perché è vero, quando in Cina, in Thailandia, in India e in Giappone si parla di sport, dopo Yao Ming, dopo le nuotatrici, dopo le tuffatrici, quando si parla di atletica, in Asia si parla sempre di Zhou. Anche se poi la maratona significa Roma, significa New York, significa Mondiali, significa Olimpiade e significa i qurantadue chilometri e centoventicinque metri della gara di Londra: la London Marathon; la stessa gara dove ogni anno partecipano quasi cinquantamila persone, la stessa che dal 1981 è diventata la seconda più importante del mondo (dopo New York), la stessa dove nel duemilatre, Paula Radcliffe (a ventinove anni) aveva attraversato la City da Charlton, zona Shotters Hill Road, fino a St. James Park, in due ore, ventitré minuti e dieci secondi e dove, proprio in quella gara, la Radcliffe realizzò il record del mondo; la stessa maratona, quella di Londra, dove – e non era mai successo – la prima donna a tagliare il traguardo è una cinese che si chiama Zhou Chunxiu, ha ventotto anni, è alla quarta gara di un certo livello fuori dalla Cina e che ora, quattro anni dopo il record mondiale di Paula Radcliffe, dopo essere stata la prima cinese a scendere sotto il muro dell’ora e venti (è successo a Seul, dove Zhou corse i quarantadue chilometri in due ore e diciannove minuti e cinquantuno secondi) ha attraversato Londra con un ritmo di cinque minuti inferiore al record del mondo, battendo le keniane, battendo le etiopi, battendo le inglesi e diventando la prima cinese nella storia a vincere una maratona fuori dall’Asia. Anche se poi è sempre così. In tutte le maratone funziona sempre allo stesso modo, perché gareggiano tutti insieme, allo start ci sono sempre uomini e donne e poi all’arrivo sono sempre gli uomini ad arrivare prima e le donne che vincono, quelle che tagliano il traguardo prima di altre migliaia di uomini finiscono, spesso con un “e nelle donne spicca il successo di…”.

Il Chelsea, la City, il Financial Times
Ma a Londra qualcuno si è accorto che Zhou non è una maratoneta come tutte le altre. Perché, attenzione, la Cina fino allo scorso anno non aveva neppure una selezione ufficiale che si allenasse insieme; chi voleva correva, ma non correva in gruppo, correva da solo. Zhou aveva cominciato a correre presto, aveva iniziato in un paese che si chiama Suzhou, lo stesso paese conosciuto come la Venezia d’oriente, lo stesso paese che si ritrova in un famoso proverbio cinese che dice: “In heaven, there is paradise. On earth, there are Suzhou”, e che nonostante il paradise, Zhou aveva deciso di abbandonare pochi mesi fa, quando la Nazionale cinese – dopo gli incredibili risultati nel nuoto, nei tuffi, dopo le trentadue medaglie d’oro, le diciassette d’argento e le quattordici di bronzo delle Olimpiadi di tre anni fa – ha deciso di organizzarsi, di mettere insieme una vera squadra e di allenarsi a Dalian (a ventiquattr’ore di distanza dalla casa di Zhou), dove la campionessa cinese ha iniziato a correre quei duecentottantotto chilometri alla settimana grazie ai quali, a Londra, Zhou ha staccato di due minuti anche la campionessa della maratona di Berlino, Gete Wami. Zhou non aveva mai vinto una maratona anche perché una maratona di questo livello non l’aveva mai vinta nessun cinese. Ma in Inghilterra, nello stesso giorno in cui si commentava il clamoroso pareggio della squadra più forte della Gran Bretagna, il Chelsea, che non vincendo con il Newcastle perdeva terreno nei confronti del Manchester, il giorno dopo la gara e il giorno dopo la partita, i giornali parlavano di calcio, ma parlavano soprattutto di Zhou. E, per dire, il Financial Times ha dedicato l’intera penultima pagina del lunedì alla Maratona della City con una foto a tutta pagina non di un’inglese, non di un’etiope, non di una keniana, non di un attaccante del Chelsea, ma di Zhou Chunxiu.
Zhou adesso dice di essere pronta per il record del mondo; dice che le basterà un solo anno, le basteranno al massimo tredici mesi per quei cinque minuti, le basterà pochissimo per superare ancora Gete Wami, magari per battere Paula Radcliffe (che però a Londra non c’era), le basterà arrivare tra un anno così per essere la prima cinese con le scarpette chiodate a vincere una gara in Cina come se fosse a New York. Perché tra un anno, a ventiquattr’ore dal paradise di Suzhou ce ne sarà un altro, in Cina, che si chiama Olimpiade.
Claudio Cerasa
26/04/07

Il Foglio. "Merendine raus"

Basta distributori di delizie nelle scuole (anche se hanno meno zuccheri di una banana)

Il tegolino ricoperto di cioccolato fondente su velenosissimo pan di Spagna dorato era nascosto tra lo sconvolgente “Ultimo no di Cortina” (basta con le Veline), il clamoroso “Tabù infranto a Venezia” (la prima donna in Gondola), il grande interrogativo sul “Calamaro da 218 metri” (che però non era vero) e gli incredibili orologi di lusso realizzati con i resti del Titanic (orologi di acciaio, molto brutti). E lì, camuffati in mezzo alle notizie di costume, c’erano i tegolini, gli snack, i biscotti, i gelati, i dolci al cioccolato, le noccioline, le pizzette, le patatine alla paprica, la barrette alla nocciola, i biscotti al caffè, le cialde al caramello e tutte le merendine che l’associazione delle industrie dolciarie italiane ha deciso di eliminare dai distributori delle scuole elementari e medie d’Italia; giustificandosi con parole come “valori nutrizionali”, “codici di comportamento”, “sana alimentazione”, “imposizioni normative”, “bambini obesi”, “bambini malati”, “responsabilità delle famiglie”, “ iperinsulismo” e “ ipertensione”.
L’associazione italiana della distribuzione automatica (non è uno scherzo, esiste davvero) ha risposto, seccata, che “non si risolve il problema dell’obesità infantile togliendo le merendine a insegnanti e bidelli” e che comunque, se proprio vogliamo dirla tutta, “i bambini delle scuole elementari e medie inferiori non hanno libero accesso ai distributori automatici che invece sono presenti in luoghi riservati a docenti e personale di servizio e sostegno”. Quindi, niente merendine, niente tegolini, e niente file di fronte ai quei distributori dove il più delle volte paghi per un Kinder Delice e ti ritrovi un caffè con miscela arabica da 65 centesimi, dove tu ti metti in fila e poi dici scusa, ho solo una moneta da due euro, la macchinetta non dà il resto, posso offrirti un buondì, vuoi anche un caffè, ho un’altra monetina, ma stasera sei già impegnata?
Nessuno ha difeso la merendina, nessuno ha ricordato che la merendina non c’entra nulla con l’obesità, come non c’entra nulla – con l’obesità – mettersi di fronte alla televisione, usare l’automobile e guardare gli spot che parlano di tegolini. (Semmai il problema è svolgere una vita troppo sedentaria, non mettere nei distributori automatici gli spinaci al posto delle merendine). Nessuno ha fatto notare all’attentissima Aidi che – tanto per fare un esempio – le università di Oxford e la Peninsula Medical School hanno scoperto che a causare l’obesità potrebbe essere un fattore genetico che si chiama Fto; nessuno ha spiegato che gli obesissimi bambini italiani fanno sport, in realtà, per ben 45 minuti al giorno; nessuno ha ricordato che le banane hanno più zucchero di un tegolino; nessuno ha fatto notare che grazie al cioccolato il cuore batte più in fretta e più a lungo (il battito passa in media da 60 a 140 battiti al minuto, ma da qui a dire che il cioccolato è meglio di un bacio – come scriveva qualche giorno fa Repubblica – ce ne vuole; e poi dipende pure a chi lo si dà, il bacio); nessuno ha fatto notare che togliere le merendine dal distributore di merendine sarebbe come togliere il calcio dalla pay tv. Roba da pazzi.

“Proteggere” i bambini. Da chi?
Ora, è evidente che mangiare 18 tegolini al giorno non faccia bene come non farebbe bene neppure mangiare 16 bananone Chiquita, ma se non si vuole correre il rischio di finire come il Texas (dove in alcune scuole pubbliche i ragazzi per un periodo sono stati perquisiti prima di entrare in classe per evitare che in aula portassero merendine o patatine fritte), se non si vuole finire come il Canada (a Fallingbrook, in provincia di Ottawa, una scuola elementare comunale ha da tempo vietato tutte le merendine per cercare di “proteggere” i bambini), se non si vuole finire come la Francia (in alcune scuole pubbliche è stato già vietato di mangiare merendine durante la ricreazione), sarà certo il caso di preoccuparsi di You Tube, di preoccuparsi dei bambini che toccano le mutande della maestra e di quelli che picchiano i compagni, ma prima che il bullismo salutista ci convinca che la salute è un dovere e non un diritto, prima che ci possano convincere che le merendine facciano davvero più male di un film con Walter Nudo o di una sera passata a parlare di Partito democratico, prima che qualcuno possa davvero credere a studi come quelli fatti dall’Università dell’Illinois (dove in maniera piuttosto accurata si dice che per la prima volta nella storia i bambini sono così obesi che non arriveranno a campare più dei genitori, senza però ricordare che i longevi genitori sono anche loro cresciuti con i pericolosissimi pan di stelle e i gli omicidi Kinder Delice), credete pure ai calamari da 218 metri, ma per favore non toccate i nostri velenosissimi tegolini.
Claudio Cerasa
26/04/07

mercoledì 25 aprile 2007

Il Foglio. "Prove di rupture". Sì bipartisan a “un’impresa in sette giorni”. “Roba da Sarkò”, dice della sua legge l’ex neocon Capezzone

Roma. Dice Daniele Capezzone, che ebbe una effimera ma sincera stagione neocon e ora è un sarkozista convinto, che la proposta di legge “un’impresa in sette giorni”, approvata ieri mattina alla Camera con i voti sia della maggioranza sia dell’opposizione (hanno votato contro Comunisti italiani e Lega, i Verdi si sono astenuti), oltre a essere il primo tentativo di sedersi attorno a un tavolo senza scazzottature, è un provvedimento importante “perché non si tratta soltanto di semplificare e di incoraggiare la vita degli imprenditori. Significa – dice al Foglio il presidente della commissione Attività produttive della Camera – non aver paura di confrontarsi su un tema e su un argomento obiettivamente più vicino alle idee di Nicolas Sarkozy che a quelle di Ségolène Royal; se il Parlamento ha approvato quasi all’unanimità una proposta di legge del genere, questo non può che far bene al dialogo tra maggioranza e opposizione. E chissà che almeno a livello economico questa piccola fase Merkel non possa andare avanti”.
Grazie alla proposta di legge che ha in pancia le parti del decreto Bersani che comprendevano più o meno la stessa materia, secondo Capezzone ora si potrà uscire “dalla logica feudale delle autorizzazioni preventive per passare invece al meccanismo centrato sulla fiducia, sul dinamismo e sulla responsabilità dell’autocertificazione. Questo cosa significa? Significa che i giusti controlli arriveranno solo in un secondo momento, senza imbrigliare, o peggio, senza impedire, la partenza di una nuova impresa. E, forse, ora la politica riuscirà a rimettersi un po’ in sintonia con il mondo produttivo, dato che il nostro paese si trova attualmente in una condizione davvero incredibile e dato che la metà delle imprese che nascono in Italia, attualmente, non riesce ad arrivare neppure al suo quinto anno di vita”. Per poter meglio comprendere il ragionamento basta andare a dare un’occhiata all’archivio dati della Banca mondiale, dove l’Italia risulta essere il settantaseiesimo paese del mondo per quanto riguarda la facilità con cui si opera sul mercato, il quarantesimo per quanto riguarda l’apertura di un’attività, il novantatreesimo per il rilascio di una licenza e il centotrentottesimo per l’assunzione di nuovi dipendenti. Se invece la capezzoniana proposta di legge passerà anche al Senato, le nuove imprese potranno iniziare la propria attività semplicemente depositando la documentazione all’interno del futuro sportello unico del Comune; senza essere costretti ad aspettare le ottanta autorizzazioni da venti amministrazioni diverse (è il caso delle lavanderie) e senza dover attendere i classici ventisette mesi per tirare su le nuove saracinesche; tutto questo “grazie ai fantastici voti dei deputati della maggioranza e di quelli dell’opposizione” su una buona legge.
Claudio Cerasa
25/04/07

martedì 24 aprile 2007

Britney

Si è tagliata i capelli corti corti, è entrata in depressione, è diventata grassa, ha fatto due figli, l’hanno beccata – Britney – senza trucco, su una limousine con Paris Hilton (e senza mutandine), l’hanno fotografata con una tetta di fuori, con un sacchetto pieno di birre, con i due chihuahua che si portava a spasso prima di andare a letto con Kevin Federline e poi – dopo essere andata a letto con una certa continuità con Kevin Federline (suo marito per due anni) – l’hanno fotografata quando ormai i due chihuahua non c’erano più (Paris invece il suo chihuahua lo ha ancora ed è sempre molto brutto); l’hanno beccata con i due bimbi sotto braccio, accanto a una statua che la ritrae mentre partorisce, al Club One di New York (con indosso un bikini piuttosto carente di stoffa “dove però non ero a mio agio”), accanto alla statua che la ritrae mentre partorisce con alcuni manifestanti che protestavano perché la statua di Britney partorisce ma non mostra nei dettagli il parto (che fu cesareo); con Madonna sul palco, alla clinica di Malibu, con una parrucca bionda e – ancora – alla premiazione del Razzie Award dove fu premiata (per due volte), come peggior attrice dell’anno (i film erano Crossroards e Fahrenheit 9/11, ma ai tempi Alex l’ariete in America non era ancora arrivato). Britney Spears ha persino un tatuaggio. Un vero scandalo.
Perché con Britney funziona come quando si va a vedere un film di Muccino (Silvio) quando si ride per Franco (Pippo) e quando poi dici io Muccino non so chi sia (e lo guardi di nascosto), a me Pippo non fa ridere (e alle elezioni magari lo hai anche votato) e io di Britney non ho mai ascoltato nulla, give me baby one more time. Perché Britney la vedi con una birra e pensi che sia un’ubriaca, la vedi con i figli e pensi che sia una troia, la vedi in ospedale e pensi che sia una tossica anche se Britney – da quell’ospedale – era appena uscita solo perché aveva appena partorito.
Ora. Di Britney Spears si può dire davvero tutto: si può dire che ha le tette finte, che non ama le mutandine, che ha esagerato con la coca e che aveva i chihuahua più brutti di quello di Paris (che è davvero molto difficile). Ma il vero problema è che non esiste un video dove Britney pippa la coca, non esistono intercettazioni della signora Spears, non esistono foto con i trans e non esiste una sola ragione grazie alla quale Britney Spears potrebbe chiedere scusa e farsi perdonare davvero di qualcosa. Di cosa si dovrebbe scusare, Britney? Di aver venduto novanta milioni di dischi? Di essere diventata un sex symbol pur essendo solo un symbol (tutt’altro che sex)? Di essere stata scelta da Madonna (era l’agosto del 2003) per un bacio lesbo? Di essere stata nominata da Forbes (era il 2002) come celebrità più potente del mondo? Di aver messo al mondo due figli (Sean Preston e Jayden James) a venticinque anni? Di essersi sposata e poi divorziata? Si dovrebbe vergognare delle le sue britneyparrucche.tif? Delle sue britneypelata.jpg? O si dovrebbe forse vergognare di essere diventata un vero mito per i repubblicani per il semplice motivo – come scrive Slate – che è anche per colpa di una stronza di cui non si riesce a dimostrare la stronzaggine che i democratici non riescono più ad avere presidenti alla Casa Bianca?
Britney avrebbe semplicemente bisogno di piangere da Bonolis, di commuoversi da Maria De Filippi, di dire “scusate non lo faccio più” dietro il plastico di Cogne. Britney avrebbe bisogno di un archivio di Corona, magari le andrebbe bene anche una cena da Lele Mora, ma così Britney non può andare avanti. Perché così – Britney – non potrebbe andare neppure da Fabio Fazio a chiedere scusa per il suo scandaloso tatuaggio.
Claudio Cerasa

lunedì 23 aprile 2007

Coppola

"Il Foglio". La borgata del tycoon

L’amicizia con Bono, le simpatie politiche, il garage di Grottaferrata, i servizi segreti,
i capelli non più a caschetto e ora di nuovo il carcere. I quarant’anni di Danilo Coppola

Via Bolognetta numero novantuno, raccordo anulare, uscita Grottaferrata, via Casilina, periferia nord-est di Roma, borgata Finocchio, cappuccino ottanta centesimi, negozio abbigliamento-calzature, scuola parrucchieri, coltelleria arrotineria, birre Peroni, palestra il Cigno, tavolini bianchi, sedie di plastica, tramezzino un euroeventi, Elisir allunga i tuoi capelli, mutui, prestiti, solarium e lavori in corso; di fronte al bar Billy una Volkswagen, un’Audi, una Peugeot, una Ford, un’altra Volkswagen, due Fiat Punto: con la cassiera che non vuole mettere nei guai Danilo, il meccanico che non ha nulla da dire su Danilo, la sorella Sandra che adora Danilo, la mamma Francesca che soffre molto per Danilo e il parrucchiere (Sandro) che risponde solo via fax alle domande su Danilo; a sinistra il barbiere di via Militello (Pino), a destra la cantina con le acciughe della mamma, al centro i tre piani del primo appartamento, l’assegno del primo stipendio, la copertina del primo disco (quello dei Dire Straits), il cartoncino del primo poster (quello dei Duran Duran) e il comodino della stanza dove è nato e dove è cresciuto l’immobiliarista, palazzinaro, imprenditore, newcomer, raider, tycoon ed editore Danilo Coppola; arrestato lo scorso primo marzo con l’accusa di bancarotta fraudolenta, associazione a delinquere, appropriazione indebita, riciclaggio e falso in atto pubblico e quando ormai – Coppola – era diventato il ventunesimo uomo più ricco d’Italia, quando ancora aveva i capelli lunghi dietro la nuca, con quel taglio un po’ alla carrè e un po’ alla Paperoga che da una settimana, però, Danilo Coppola non ha più.
Danilo Coppola, dopo un mese di ospedale, è tornato in carcere (la scarcerazione è stata negata anche per le “recenti acquisizioni ritenute di rilevante interesse investigativo”), è dimagrito di otto chili, è rimasto con i capelli a spazzola, i polsi fasciati e con un patrimonio da ottanta milioni di euro sotto sequestro. In carcere, Coppola, ha tentato il suicidio. Coppola (che il 25 maggio compirà quarant’anni) dice di essere stato fortunato, dice di essere diventato ricco in un momento in cui il mercato immobiliare era esploso (tra il millenovecentonovantadue e il millenovecentonovantacinque), quando comprava i palazzi a quindici e li rivendeva a cinquanta e quando prendeva un palazzo il lunedì e lo dava via il sabato, tre volte più caro. Ma oltre agli alberghi, oltre alla palestra, oltre alla Roma Calcio, oltre alla scalata Antonveneta, oltre al nove per cento in Bnl, oltre al cinque per cento in Mediobanca, oltre al guardi, mi sono fatto tutto da solo, oltre al guardi, vado per cantieri da quando avevo diciassette anni, oltre ad aver conosciuto un cantante che martedì prossimo sarà ricevuto dal cancelliere tedesco Angela Merkel, oltre a tutto questo dietro al mondo di un palazzinaro che arriva da Finocchio fino a Mediobanca e che in vent’anni è diventato uno degli uomini più ricchi d’Italia, dietro a un uomo a cui sono bastati pochissimi anni di successo per meritarsi una memorabile colazione (compresa di intervista) insieme con Gad Lerner, c’è un dietro le quinte poco conosciuto.
L’ufficio di Danilo Coppola, a pochi passi da piazza di Spagna, è una palazzina di tre piani, con le pareti bianche, una pericolosissima scala di cristallo, tre segretarie, molti collaboratori (in tutto ne aveva settecentoundici), una sala d’aspetto, divani di pelle nera, niente libri, niente parquet, niente giornali, molte rassegne stampa con articolo sottolineato a pagina dodici, molti marmi e molte colonne bianche. Danilo Coppola, che ama molto Gucci e i negozi Beauty Farm, in ufficio era sempre vestito con un completo nero di Armani, con le scarpe Hogan e con le cinte Hermes. Il giorno in cui è stato arrestato, il primo marzo, Coppola chiese di attendere un attimo, prese il vestito Armani da dentro l’armadio (nelle sue case non devono mancare mai due cose: il colore rosa e tanti, tantissimi armadi), prese una busta con le forbici per tagliarsi da solo i capelli, fece aspettare la guardia di finanza sotto il portone di casa e poi, dopo trentadue minuti, scese giù nel cortile, pettinato, elegante, spaventato e con una cinta e una cravatta che, prima di salire sulla volante, la finanza gli consigliò di lasciare sulla cassapanca di casa. La cinta e la cravatta in carcere è meglio di no. Nel suo ufficio, Coppola, quel cazzo di Samsung nero, come lo chiamava lui, lo teneva appoggiato sul tavolino, a destra rispetto alla poltrona di pelle nera. Coppola non voleva cambiare quel telefono, perché si era sempre trovato bene e perché diceva ai suoi collaboratori di sentirsi sicuro. Ma negli ultimi sei anni qualcosa era cambiato, e non solo per quel cazzo di telefonino. Coppola diceva a tutti di essere spiato.
Di fronte all’ingresso principale dell’ufficio, Danilo Coppola non aveva mai voluto le guardie del corpo. Preferiva persone sempre diverse, perché lui non si fidava davvero di nessuno. Non si fidava neppure della polizia, della Digos o delle guardie del corpo. Proprio per questo, Coppola, scelse per il suo ufficio le guardie giurate della Mondialpol (che da qualche mese ha richiesto anche per una delle sue case, poco fuori Roma). Ma con la Mondialpol c’era un problema. Nel suo ufficio – raccontano – poteva arrivare davvero chiunque; poteva arrivare chiunque, ma tutti sarebbero sempre stati bloccati, spogliati e perquisiti. E questo rischiava di essere, spesso, un po’ imbarazzante.
Danilo Coppola non aveva mai avuto problemi con le banche (e una di quelle che più hanno prestato denaro a Coppola è stata la Unicredit, come si legge dagli atti dell’indagine), ma negli ultimi sette mesi aveva iniziato ad avere difficoltà anche per avere un fido per una nuova macchina (Coppola ne ha davvero molte, le più belle sono le Ferrari e la Aston Martin, anche se lui, naturalmente, preferiva il jet grigio metallizzato, di cui però non ama il colore). Coppola mangiava quasi sempre in bianco, quando lavorava era sempre sotto tensione, diceva di essere ipocondriaco, temeva spesso di sentirsi male, credeva di avere problemi al cuore e temeva di avere problemi al fegato (Coppola è rimasto diverse settimane in osservazione all’ospedale Sandro Pertini a Roma, ma secondo i dottori non “ha mai avuto alcun infarto”); un giorno a Torino – dove Coppola andava spesso (era socio della Bim, la banca interimmobiliare di cui faceva parte – tra i tanti – anche la Cofide di Carlo De Benedetti e la Premafin di Salvatore Ligresti e il cui amministratore delegato, Pietro D’Agui, è stato testimone del battesimo della figlia di Coppola, come si legge dagli atti dell’indagine), si fece accompagnare in ospedale per un elettrocardiogramma. Coppola aveva molta paura del suo cuore e per lui gli elettrocardiogrammi non erano certo una novità. Ma così all’improvviso non gli era mai successo. Coppola non aveva nulla, ma lui diceva di non sentirsi bene lo stesso. Un po’ di ansia, un po’ di battiti accelerati, un po’ di tachicardia, ma tutto qui. Negli ultimi anni, Coppola era diventato effettivamente piuttosto ansioso. Ma il lavoro non c’entrava nulla. Semmai era tutta colpa di quel tir. L’anno era il duemila o forse il duemilauno, Danilo Coppola viaggiava su una macchina nera, quel giorno non aveva voluto guidare lui, la macchina andava verso il centro, strada a doppio senso, da una parte lui, a destra il guard rail a sinistra l’altra corsia, di fronte il tir. Fu un attimo, la macchina si accartocciò di un botto. Coppola perse molto sangue, il mento finì dentro il parabrezza, il vetro era dappertutto. Coppola si operò una, due, tre, quattro, cinque volte. Da allora iniziò ad avere molti attacchi di panico. E la cicatrice sotto il labbro inferiore è un ricordo di quell’incidente.
Il primo terreno acquistato da Danilo Coppola si trova tra via Castellana Sicula e via Bonpietro (siamo sempre a borgata Finocchio), a sette metri dalla casa della vivacissima sorella di Danilo – Sandra – dove Coppola aveva detto di voler costruire ancora, dove voleva rimettere a posto le strade del quartiere, e dove aveva detto di voler costruire una ludoteca per bambini. Tre piani, quattrocento metri quadrati, tre balconi, tre terrazze color giallo ocra e non rosa come tutte le palazzine che da via Palmiro Togliatti fino a via Militello appartengono all’impero del romano di via Bolognetta. Danilo Coppola comprò questo terreno prima dell’ictus del padre Paolo, quando ancora si sentiva dire “Danilo, finisci Giurisprudenza”, “Danilo per favore lascia stare il mattone”. Coppola aveva ventuno anni, viveva da sempre a Finocchio (“quel nome vegetale passato poco gentilmente in proverbio nel gergo romanesco”, secondo un’indimenticabile definizione della scrittrice Melania Mazzucco), il padre aveva appena iniziato a costruire le prime case nella zona sud-est della Tuscolana, Coppola si era appena diplomato al liceo scientifico Pio XII (dove il suo insegnante, un prete, ogni mattina gli faceva leggere tre quotidiani), aveva deciso di voler fare Giurisprudenza, aveva deciso di voler a tutti i costi frequentare la Luiss (anche se poi non ci riuscì mai), aveva deciso che avrebbe voluto fare l’imprenditore, l’immobiliarista, magari anche lo scrittore (anche se ci fu chi ironizzò non poco quando sui giornali economici Coppola pubblicò un’inserzione a pagamento dove furono contati quattordici errori di italiano). Ma il sogno di Danilo Coppola, in realtà, era un altro. Coppola voleva entrare nei Nocs, il gruppo speciale della polizia di stato. Non ci provò mai, Coppola, ma negli ultimi anni riuscì ugualmente a organizzare una sua personale rete di controllo. Un piccolo servizio segreto. Coppola aveva fatto installare su tre Nokia 6600, un Nokia N 70, un Samsung SGH (poi distribuiti, secondo gli inquirenti, a terzi ignari) un software speciale con una scheda in grado di intercettare le comunicazioni che partivano e arrivavano su quei telefoni. Non solo. Grazie a una microspia inserita all’interno dei microfoni dei cellulari, Coppola era in grado di registrare tutte le conversazioni che avvenivano a sei metri di distanza dagli stessi telefonini. Coppola era davvero terrorizzato, credeva che qualcuno lo volesse incastrare, non si fidava di chi gli ricordava che la sua casa si trovava di fronte a quella del cassiere della banda della Magliana, Enrico Nicoletti, non si fidava di chi gli diceva che i suoi soldi chissà da dove erano arrivati, non si fidava di quelli che gli ricordavano del suo famoso furto di energia a una centralina dell’Enel (furto famoso, ma l’Enel non ha mai denunciato Coppola); non si fidava, Coppola, neppure di quelli che gli dicevano, attento Danilo, sei diventato un personaggio troppo scomodo. Non si fidava di nessuno e per questo, Coppola, iniziò a intercettare. (Anche se poi, l’unico vero risultato ottenuto grazie a quelle intercettazioni personali era stato un po’ imbarazzante, dato che, grazie alle chiamate registrate, una delle sue collaboratrici scoprì che il suo fidanzato aveva un’amante).
Quindici anni dopo quel terreno dietro via Castellana Sicula, Danilo Coppola inizia a mettersi nei guai. E non per colpa di una scalata, non per colpa di un finanziamento, non per colpa di un giornale, non per colpa di una banca, non per colpa di una squadra di calcio (Coppola pare che sia stato buon amico della famiglia Sensi, comprò da Rosella, figlia di Franco e attuale numero uno dei giallorossi, cinquecentocinquantamila azioni della Roma in un momento di difficoltà della famiglia, ma pur stravedendo per il bomber Roberto Pruzzo, Coppola non è mai stato un gran romanista, della Roma non gliene importava quasi nulla ed è per questo che allo stadio non andava così spesso e quando ci andava, racconta un suo amico, in molti lo prendevano in giro perché la Roma perdeva quasi sempre). Danilo Coppola si mise nei guai per colpa di una palestra a pochi chilometri da Grottaferrata, una palestra acquistata per un milione e duecentomila euro e venduta per sette milioni di euro, pochissimi giorni dopo. Il contratto di liquidazione, secondo l’accusa, sarebbe stato firmato da Trifan Doru, marito della domestica della mamma di Coppola e ufficialmente portiere, facchino e cameriere del Daniel’s Hotel, di proprietà di Danilo Coppola.
Dal millenovecentonovantuno al duemilauno, Danilo Coppola aveva iniziato ad accumulare molti soldi, ma non avrebbe mai immaginato di finire dietro le sbarre, esattamente come chi lo ha visto in questi giorni “non avrebbe mai immaginato che un tipo così gracile, timido, insicuro e silenzioso possa essere a capo di un impero del genere”. L’impero però c’è ed è anche piuttosto grande, tanto che la rivista Forbes, qualche anno fa, per la prima volta chiamò Coppola così: tycoon.
Danilo Coppola è proprio lo stesso Coppola che quando incontrò Diego Della Valle – a Roma, sul terrazzo dell’hotel Eden, in via Ludovisi – diceva che lui però non era così sicuro “che quel signore sia davvero più ricco di me”; lo stesso Coppola che ispirò un indimenticabile articolo di Gad Lerner (su Vanity Fair) che cominciava con un “l’economia italiana affetta da gracilità congenita, si fa largo uso di fisiognomica lombrosiana”. La fisiognomica lombrosiana di cui parlava Lerner – secondo la quale Coppola sarebbe discriminato per il suo aspetto estetico – si riferiva principalmente al curioso taglio di capelli di Danilo Coppola, taglio che ha scatenato una serie di leggende metropolitane pari soltanto all’appassionante lettura su che cosa ha davvero detto Marco Materazzi a Zinedine Zidane. Coppola ha un taglio a caschetto, capelli lunghi dietro, un po’ meno lunghi davanti, look definito carré francese dal suo barbiere Pino di via Militello, mento alla Robert De Niro, volto scavato, capelli brizzolati, taglio rapido, dodici euro, molto silenzioso, molte allergie, da vent’anni barbiere di riferimento della zona, molto riservato, molto simpatico anche se poi, a fine taglio, senza scherzare, ti chiede scusa, dietro come li facciamo? Un po’ più lunghi?
Prima ancora delle scalate e prima ancora delle banche e prima ancora di un curioso ma significativo acquisto fatto a Roma (quattro anni fa il costruttore romano acquistò una delle strutture più note nel panorama trash della capitale, ovvero i magazzini Mas, famosi soprattutto per gli spot televisivi con Alvaro Vitali, ora degnamente sostituito da un tonico Antonio Zequila, conosciuto anche come er Mutanda), prima ancora di tutto questo, Coppola era diventato celebre per aver comprato il Grand Hotel Rimini, lo stesso hotel dove Federico Fellini aveva girato Amarcord e lo stesso hotel che Danilo Coppola acquistò sei ore dopo la sua messa in vendita. Soltanto sei ore dopo. E a New York le cose rischiarono di andare più o meno allo stesso modo.
Sono le nove e trenta, è il dieci maggio del duemilasei. L’avvocato di Coppola si era svegliato da poco. Coppola aveva già sfogliato una rivista. Lui era a Torino, il suo avvocato a Roma, l’albergo era a New York. Quell’albergo sulla rivista era “mattone vero”, come dice lui; e poi costava settanta milioni di euro. E per lui, quella cifra, non era quasi nulla. Coppola voleva subito quell’albergo, voleva almeno un piano, si accontentava pure dell’attico. L’avvocato non capiva, anche perché era ancora molto presto. Coppola si fermò un attimo, ci pensò su e prima di riattaccare disse al telefono di avere un amico che, anche se era nato a Dublino, in quei giorni si trovava a New York. Non era un tycoon, non era un banchiere, ma era un cantante e si chiamava Bono. (Il cantante degli U2 ha ottime conoscenze tra i palazzinari e i costruttori del Nord America).
Fu proprio in quei giorni che Danilo Coppola aveva capito che così, al telefono, non poteva più parlare. Aveva capito che il suo Samsung (l’aggettivo che accompagnava la marca del suo telefono era oltre che “cazzo” anche “cesso”) aveva qualcosa che non andava. Ma il telefono non c’entrava nulla, quello era sempre una bomba. Coppola, però, sapeva che qualcuno lo stava intercettando.
Sono le sette e trenta, siamo ancora a maggio, Coppola è già sveglio (più di quattro o cinque ore a notte Coppola non dorme mai) e si trova nella sua casa di Grottaferrata. Nella zona di Finocchio, Coppola aveva un amico che lavorava alla Telecom. All’amico aveva chiesto un favore: se sai qualcosa su di me fammi sapere. Quel giorno la finanza, alle sette di mattina, inizia a tenere sotto controllo il suo telefono. La richiesta parte ufficialmente. Mezz’ora dopo, alle sette e trenta, Coppola riceve da un impiegato Telecom quattro squilli sul cellulare. Quello era il segnale per Danilo. Nelle settimane successive, Coppola, chiama chiunque; chiama gli amici, chiama gli avvocati, chiama i collaboratori, chiama i suoi soci, scrive alle agenzie, chiama anche Marco Tronchetti Provera, ma poi, dopo i quattro squilli, Coppola impugna il telefono, tasto verde e poi tre numeri: uno poi uno e poi nove. Danilo Coppola era furioso, doveva parlare con qualcuno, così non andava, così non poteva neppure lavorare, doveva risolvere la situazione e andava bene tutto per farlo. Andava bene pure il 119, il servizio clienti di Telecom Italia: buongiorno, come posso aiutarla?
Ma tra l’amicizia con Bono, la simpatia (non ricambiata) per Massimo D’Alema (Coppola, però, vota a destra), tra i memorabili pranzi lombrosiani con Lerner e tra la Roma, Mas, i telefonini e il 119, Danilo Coppola diceva sempre che un borgataro di Finocchio non poteva che essere guardato male, credeva che Luca Cordero di Montezemolo ce l’avesse con lui e che tutti i giornali lo avessero preso di mira. E questo lo fece capire, con una certa insistenza, in una storica telefonata a Claudio Gatti, giornalista del Sole 24 Ore, autore di un’inchiesta su Danilo Coppola (in un’intervista a Prima Comunicazione, Coppola ricorda che il pezzo di Gatti, annunciato come primo di una serie di articoli, in realtà si fermò lì, anche perché, dice Coppola “dopo aver parlato con De Bortoli lui stesso mi aveva detto che si era sbagliato sul mio conto”). Coppola era davvero convinto che i giornali lo volessero far fuori da tutti i giochi, pensava di essere scomodo dalle parti di Mediobanca e sapeva che quello che serviva, a lui, era un giornale tutto suo. Il suo compagno di scalate, Stefano Ricucci ci provò con Rcs (il cognato di Ricucci era un collaboratore di Coppola e Coppola in quei giorni fu sospettato di essere dietro alla scalata al Corriere), ma il piccolo colpo di Coppola fu l’ingresso con il diciotto per cento nel capitale di Editori per la Finanza, il gruppo a cui fa capo Finanza e Mercati (anche se, nello stesso giornale, nessuno ha mai capito davvero che cosa c’entrasse Coppola con l’editoria).
Una delle case più belle di Coppola è certamente quella di Grottaferrata. Coppola aveva da poco comprato anche una chiesa sconsacrata a Frascati, ma la casa che preferiva era però quella più a sud, quella costruita sui resti di un’antica villa del Console Lucullo, la stessa villa descritta nel volume “Il libro nero di Roma antica” come “una villa di Tuscolo, sita nel mezzo di una tenuta tipo latifondo e da dove sgorgano le acque Appia, Tepula e Virgo le quali, a mezzo di acquedotti, sono diventate pellegrine molto gradite dai Romani”. Ecco, lì sotto Danilo Coppola ha costruito un bellissimo garage.
Claudio Cerasa
21/04/07

mercoledì 18 aprile 2007

Il Foglio. Margherita under 35. Franceschielli contro Cicoria Boys La guerra dei giovanissimi capi coinvolge le loro giovanili truppe

Roma Nel futuro del futuro Partito democratico oltre ai pur sempre giovanissimi Walter Veltroni (51 anni), Francesco Rutelli (52 anni), Piero Fassino (57 anni), Dario Franceschini (49 anni), Massimo D’Alema (quasi 58 anni) e Enrico Letta (40 anni), ci sono alcuni giovani – incredibilmente ancor più giovani della giovanissima classe dirigente dell’Ulivo – che hanno iniziato una silenziosa battaglia per evitare che il grande salto generazionale del Pd non arrivi tra una decina di altri grandi salti generazionali. E questo succede soprattutto nella Margherita, dove allo scontro tra franceschiniani e rutelliani si va ad aggiungere una crescita costante della componente Enricolettiana. Quindi: da una parte si trovano i giovani vicini al capogruppo della Camera, quelli che – per il futuro Partito democratico – parlano di un accordo segreto tra Franceschini e D’Alema (“con D’Alema presidente del Pd e Franceschini segretario”, ammettono alcuni franceschiniani), quelli che ricordano che da quando è partito il conto alla rovescia per il Pd, le riunioni “sono diventate delle sedute spiritiche di gruppo dove l’unico scopo è quello di far capire chi è il più democristiano tra tutti i democristiani”; dall’altra, invece, ci sono i rutelliani (affettuosamente chiamati dai franceschiniani Cicoria Boys, che ricambiano chiamandoli Franceschielli) che fanno notare come il giovane Franceschini abbia in realtà solo tre anni in meno del vecchio Rutelli, gli stessi che sugli ultimi tre mesi di Margherita dicono: “Abbiamo fatto un fiore e c’abbiamo cagato sopra” e gli stessi convinti che la vera battaglia tra i Dl si sia in realtà sviluppata nell’ultimo anno attorno a due problemi chiave: le presenze televisive di Antonello Soro (i franceschiniani lo vorrebbero di più in televisione, i rutelliani ringraziano il cielo che in televisione non ci vada mai) e la gestione finanziaria del tesoriere Luigi Lusi (raccontano che gli ex Ppi si siano lamentati in maniera piuttosto decisa sia per il modo in cui il tesoriere della Margherita ha gestito la distribuzione dei telefonini aziendali e sia per la flessibilità relativa ai rimborsi spese “tutta a vantaggio dei rutelliani”).

Fatto un fiore, ci abbiamo c… sopra
La situazione, a pochi giorni dal congresso di Cinecittà, è questa. I nomi più importanti che certamente avranno un peso nel futuro del futuro Partito democratico sono Gianluca Lioni (vicepresidente vicario dei giovani, in quota Franceschini), Luigi Madeo (segretario organizzativo dei giovani della Margherita, in quota Marini), Luciano Nobili (coordinatore dell’esecutivo, in quota Rutelli, che viene maliziosamente ricordato da qualcuno per essere stato l’autore di uno dei più apprezzati reclutamenti rosa, dato che due anni fa fu lui che portò alla Margherita un volto pesante come Flavia Vento) e infine Pina Picierno (venticinque anni, in quota Ciriaco De Mita e numero uno dei giovani Dl). Ma le cose in realtà non sono così semplici come potrebbero sembrare, specie dopo l’uragano scatenato tre giorni prima della manifestazione sui Dico di piazza Farnese, poco più di un mese fa. E’ il dieci marzo, Pina Picierno (eletta due anni fa in un congresso finito con un “buffoni, buffoni”), non ha resistito al fascino delle agenzie, ha aperto il computer e poche ore prima della manifestazione ha scritto: “Io ci sarò”, dove quell’“Io” si concedeva a una duplice interpretazione: “Io, Pina, vado a piazza Farnese”, e poi “Io, presidente dei giovani della Margherita, vado alla manifestazione”. Ovviamente la prima interpretazione non ha avuto alcun risalto e quando le agenzie hanno riportato che “i giovani della Margherita dicono sì alla manifestazione sui Dico”, gli altri giovani della Margherita non hanno gradito affatto; e da quel giorno, tra i piccoli Dl, è iniziato il rompete le righe. Con i giovani franceschiniani molto attivi nel sostenere il lavoro di Nicodemo Oliviero e Antonello Giacomelli, cioè i due uomini che a Cinecittà, dovranno reclutare il maggior numero di delegati per gli ex Ppi; con i lettiani sempre più in crescita all’interno dell’associazione Ideura (tra di loro, il giovane più conosciuto è Carmine Pacente 28 anni, responsabile alle politiche comunitarie della Margherita) e con i giovani rutelliani che se da un lato iniziano a sentirsi sempre più a rischio veltronizzazione (in tanti si sono preoccupati per le parole del giovane sindaco di Roma, Walter Veltroni, che dopo l’elezione di Riccardo Milana a coordinatore romano della Margherita ha detto: “Abbiamo molti obiettivi da raggiungere, soprattutto insieme”), dall’altro, i piccoli rutelliani non ne possono più di sentirsi recitare a memoria il Corrado Guzzanti che cinque anni fa imitava l’attuale vicepremier romano (quello che diceva “So’ arrabbiato, so’ molto arrabbiato. So’ amareggiato, so’ molto amareggiato. Perché siamo tutti sulla stessa barca, mannaggia oh, o qui remiamo tutti insieme o qui si affonda, perché se ci mettiamo a remare tutti attorno se va a fondo come un sercio, basta remà contro” e che poi concludeva lo sketch dicendo “Berlusconi ricordati degli amici”). Anche se poi, più che in Corrado Guzzanti, sono molti i rutelliani che per riassumere lo stato d’animo con cui si avvicinano all’ultimo congresso della Margherita, concordano con le parole di Matteo Renzi, rutelliano assai quotato, trentadue anni, presidente della provincia di Firenze: “Tutto avrei immaginato – dice al Foglio Renzi, con ironia – tranne che la soluzione per il nuovo Partito democratico, per uno della Margherita e dopo sette anni di Ulivo, fosse arrivare a trovarsi di fronte a una grande scelta di questo tipo: o diventiamo tutti dalemiani oppure tutti veltroniani”. “A saperlo prima – aggiunge un anonimo rutelliano che condivide le preoccupazioni di Renzi – ci saremmo iscritti direttamente ai Ds”.
Claudio Cerasa
18/04/07