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sabato 1 novembre 2008

Il Foglio "D’Alema prova ad aprire la fase due del Pd anche nel Lazio di W.

Roma. Con il vento del Circo Massimo che soffia ancora forte sulle vele del segretario, oggi resta solo da capire quali saranno le mosse con cui Veltroni proverà a mantenere la sua leadership sopra i livelli di guardia. La seconda giovinezza di Walter è un dato difficile da contestare, ma sarebbe sbagliato credere che da qui alle elezioni europee non arriveranno nuovi attacchi alla cabina di comando del Pd. Così, se Veltroni e D’Alema continueranno a incrociare le loro lame e se l’ex ministro degli Esteri proverà a condurre in prima persona la battaglia per offrire una “nuova fase” politica al suo partito, per avere un’immagine chiara di come si andrà a disegnare l’eterno scontro tra i due miglior nemici del Pd non c’è fotografia migliore di quella che offre il Lazio. Nella regione dove il mondo veltroniano ha costruito il suo più solido bacino di consenso elettorale, il “confronto” tra mondo dalemiano e veltroniano è ormai sotto la luce del sole. Che ci si creda o no, il Lazio oggi è l’unica regione d’Italia che si ritrova a non avere ancora un segretario: il presidente della provincia Nicola Zingaretti è dimissionario dallo scorso maggio, il partito non ha ancora trovato un nome per la sua successione e su questo terreno lo scontro tra Veltroni e D’Alema non è morbido. “Il rischio – racconta uno dei più importanti dirigenti del Pd romano – è che oggi si scelga il Lazio per dare sfogo allo scontro che esiste a livello nazionale tra Veltroni e D’Alema”. Entro il quattordici novembre, il Pd dovrà trovare un nome per amministrare la macchina del partito regionale, e se il mondo dalemiano nel Lazio aveva finora trovato una certa difficoltà a districarsi sotto il dominio del modello Roma (quello di Goffredo Bettini), ora è vero il contrario. Dalle elezioni dello scorso aprile i “dalebani” (come vengono ironicamente chiamati i dalemiani di rito laziale) si sono sottratti dal controllo bettiniano e i segnali della maggior presenza sul territorio di un Pd con i baffi di certo non mancano. E’ dalemiano l’assessore regionale all’industria (Claudio Mancini). E’ dalemiano il coordinatore della segreteria romana del Pd, Piero Latino. Ma soprattutto dalemiano è anche il numero uno dell’opposizione al comune di Roma, Umberto Marroni. “Purtroppo – racconta al Foglio il senatore del Pd Lucio D’Ubaldo – sono molti i dirigenti del partito pronti a combattere per non riconsegnare Roma e il Lazio a Veltroni e Bettini”. Non deve dunque sorprendere che i dalemiani siano ora disposti a sfidare il mondo veltroniano sui candidati alla segreteria regionale del Pd. Il risultato è che Roberto Morassut sarà il candidato di W. mentre ancora oggi D’Alema ha intenzione di aprire la “nuova fase” del Pd romano con la candidatura di Gianni Cuperlo. Certo è che dietro le trattative di queste ore c’è un altro dato significativo, perché l’asse schierato contro il mondo veltroniano è formato non solo dai dalemiani, ma anche da una parte del mondo legato a Enrico Letta, a Francesco Rutelli e al governatore Piero Marrazzo: non è un caso che, quando mercoledì il Pd ha messo ai voti il regolamento regionale sulle primarie, i veltroniani si sono ritrovati contro lettiani, dalemiani e marrazziani. Ma per comprendere il peso della partita politica locale tra Veltroni e D’Alema bisogna guardare anche agli equilibri presenti all’interno della stessa regione, dove i “dalebani” raccontano di essere disposti a ritirare la candidatura di Cuperlo a condizione che i veltroniani accettino di candidare nel 2010 il governatore Marrazzo, che da qualche mese è in ottimi rapporti con D’Alema e soprattutto con il mondo di Red. C’è chi dice, poi, che dietro alle manovre dalemiane nel Lazio non ci sia soltanto l’idea di far saltare il modello Roma, ma ci sia anche il tentativo di ostacolare la crescita di Nicola Zingaretti, provando a portare il presidente fuori dal mondo legato a Bettini. Zingaretti, che ieri ha presentato il suo primo manifesto politico, sorride, e la mette così: “Il problema del Pd – dice al Foglio – è che tutte le correnti con cui abbiamo a che fare oggi stanno assumendo una dimensione identitaria maggiore di quella del partito stesso. La sfida del Pd, anche a livello locale, dovrebbe invece essere quella di aprire una fase che ci proietti oltre le vecchie componenti politiche. Perché, statene certi, chi ci riuscirà rappresenterà il futuro del partito”.
Claudio Cerasa
1/11/08

martedì 30 settembre 2008

Il Foglio. "Piddimetro, ecco chi comanda nel Pd"

Le parole di D’Alema e le nomine di Veltroni spiegano dove nasce l’accerchiamento del segretario. Le truppe del leader contano per il 29 per cento. Bettini si smarca, mentre Letta (Enrico) sale


Roma. Per una ragione o per un’altra, non c’è notizia, non c’è dichiarazione, non c’è iniziativa, non c’è proposta e non c’è intervista che nel Partito democratico non sia ormai letta come il sintomo più evidente dell’imminente crisi della leadership veltroniana. Basta un motivo qualsiasi, basta un Veltroni che scrive a Berlusconi (e dagli all’inciucio!), basta un Veltroni che parla con Casini (e dagli al centrismo!), basta un Veltroni che non discute con D’Alema (e dagli al correntismo!) e basta un Veltroni che dialoga con il Cav. (e dagli al dialogo!) per mettere gli osservatori politici nelle condizioni di dire che il segretario ormai è finito, che la leadership è ormai sfiorita e che nel partito non esiste dirigente alcuno che non sia convinto che sarà il flop delle prossime elezioni europee a certificare il necessario ricambio della classe dirigente del Partito democratico. A quasi un anno dalle primarie dello scorso 14 ottobre, però, è un po’ difficile provare a ragionare sui reali equilibri del Pd, e sul suo stato di salute, senza conoscere l’effettiva geografia interna del maggior partito dell’opposizione. Non è soltanto un discorso relativo al peso che possono avere in questo momento le correnti veltroniane, popolari, dalemiane, fassiniane, rutelliane o magari bersaniane. Si tratta piuttosto di andare a scoprire l’immagine più efficace per provare a capire il modo in cui le truppe del Partito democratico si andranno via via a schierare da qui alle elezioni europee. Facendo due calcoli, prendendo in considerazione le cariche più importanti assegnate all’interno del partito e mettendo insieme i membri del governo ombra (che tra ministri ombra, viceministri e sottosegretari arriva a contare 38 effettivi) e i più importanti organi dirigenti del partito (tra segreteria politica, tesoriere, area organizzazione, area comunicazione, area ricerca, area formazione, area relazioni internazionali, area forum, area sport, area terzo settore, coordinamento dell’iniziativa politica, responsabile propaganda, dipartimento Relazioni Internazionali, arrivano a un totale di trentadue) il risultato è che sembra essere sempre più evidente il modo in cui si va a configurare il progressivo accerchiamento attorno al segretario. Veltroni è naturalmente il leader più rappresentato all’interno del suo partito, ma dietro di lui può essere interessante scoprire quali sono le evoluzioni dei rapporti che esistono in questo momento tra popolari, bettiniani, rutelliani e naturalmente dalemiani. A oggi, il segretario del Pd si ritrova con venti dirigenti riconducibili all’universo veltroniano (da Tonini a Realacci, da Morando a Colaninno), dunque circa il 29 per cento del totale. Il leader del Pd sostiene da sempre che una delle caratteristiche della sua storia politica è stata quella di non aver mai creato attorno a sé alcun tipo di corrente (“Sulla mia tomba voglio che sia scritto che non ho mai promosso o aderito a una corrente”, ha detto Veltroni anche a questo giornale). Ma viste come stanno le cose oggi, e visto l’equilibrio precario della sua leadership, all’interno del Pd c’è già chi sostiene che il fatto di non essere riuscito a dare vita a una corrente tutta sua potrebbe essere piuttosto una delle tante armi a doppio taglio di W.: ieri segretario autonomo e indipendente, oggi semplicemente segretario isolato. Spiega al Foglio un dirigente del Partito democratico: “Vogliamo dirla tutta? Oggi, tra correnti e fondazioni, il Pd vive in uno stato surreale. Come tutti sanno, esiste un armistizio armato firmato da Veltroni e D’Alema. Un armistizio nato formalmente con la lettera che poco prima dell’estate Goffredo Bettini ha inviato all’Unità. Ma un armistizio che ha sul suo timer una data di scadenza precisa: le elezioni europee. Fino a quel giorno bisogna osservare con attenzione, da un lato, il modo in cui ci si andrà a posizionare accanto al segretario. Dall’altro, il modo in cui ogni corrente tenderà con forza a rivendicare la propria autonomia. Oggi, quando si parla di veltroniani si intendono nuovi dirigenti come Matteo Colaninno, vecchi ambientalisti come Ermete Realacci, riformisti come Enrico Morando e cattolici come Giorgio Tonini. Per il resto, la situazione è complicata. Le stesse parole di Goffredo Bettini sono oggi molto meno in sintonia con quelle di Veltroni, tanto che poco prima dell’estate è stato lo stesso ex braccio destro di Veltroni a ricordare che, per quanto lo riguarda, lui veltroniano non è – e non è un caso che anche sulla candidatura alla presidenza della Rai Bettini abbia detto una cosa (Pietro Calabrese) e Veltroni un’altra (Claudio Petruccioli). Inoltre, proprio in vista delle europee, tutti quei dirigenti che fanno capo a Pierluigi Bersani tendono ormai a distaccarsi sempre di più dalla stretta dei dalemiani. Semplicemente vogliono essere un’altra cosa. Dall’altra parte, invece, chi in questo momento dà un forte appoggio al segretario, oltre ai fassiniani, sono naturalmente i popolari. Ma anche in questo caso l’impressione che si ha nel partito è che i vari Fioroni e Franceschini si stiano anche loro preparando alla tempesta delle prossime elezioni, e che per questo si stiano muovendo per essere via via sempre più autonomi dallo stesso segretario”. Così, oggi, potrebbe essere sufficiente parlare con un qualsiasi dirigente del Pd per capire qual è il notevole peso raggiunto dai dirigenti di origine popolare. C’è Dario Franceschini, vicesegretario. C’è Beppe Fioroni, capo dell’organizzazione del partito. C’è Antonello Soro capogruppo alla Camera. E, con ogni probabilità, da gennaio ci sarà anche un riconoscimento per Franco Marini.

Dall’armistizio al seminario
A conti fatti, però, all’interno del Partito democratico gli ex Ppi sono arrivati a rappresentare circa il 22 per cento del totale (15 dirigenti). Un 22 per cento che per la prima volta si conterà ad Assisi il prossimo 10 ottobre, quando in Umbria i Popolari organizzeranno il primo grande convegno postelettorale. Oltre ai veltroniani e agli ex Ppi, tra gli organi dirigenti del partito vi sono anche sei rutelliani (che in tutto sommano il 9 per cento) e altri sei bettiniani. Mentre ancora più in giù si trovano rappresentati dalemiani, bersaniani e fassiniani, tutti con quattro dirigenti per uno. Certo, forse non sarà molto, ma nel Pd oggi sono in tanti a credere che in quell’armistizio armato firmato tra Veltroni e D’Alema ci sia di mezzo anche la composizione della geografia interna del Pd. E’ anche a questo a cui si riferisce sia il Massimo D’Alema che si lascia scappare frasi come quella di Firenze (“Tutti devono dare una mano, il mio ruolo lo devono stabilire Veltroni e i dirigenti del partito”) sia quelo un po’ minaccioso del libro di Bruno Vespa (“Nel Pd c’è qualche ‘pasdaran’, come Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini, che si presenta come veltroniano in aperta e violenta contestazione delle cose che dico io”). E’ anche a questo a cui si riferisce quel Franco Marini che ragiona sui futuri equilibri del Pd (“Serve un coordinamento rappresentativo di tutti”, ha detto poco tempo fa l’ex presidente del Senato). Certo è che – per comprendere come il Pd si schiererà prima delle prossime europee, per comprendere i giochi di forza interni al partito – per il segretario del Pd – per salvare la propria leadership e per difendersi dall’accerchiamento nel partito – sarà un po’ difficile prescindere anche da questi numeri. Ed Enrico Letta? Per ora non ha quasi nessuno, tranne se stesso, ben piazzato ai piani alti di quello che un tempo si chiamava loft. Dove il quasi – dicono – sta per Massimo D’Alema.
Claudio Cerasa
30/09/08

martedì 29 aprile 2008

Il Foglio. "Sul palco della sconfitta. Rutelli e Bettini. Così la sinistra ha scoperto di aver perso 100 mila voti nella nuova pancia di Roma"

Roma. Il resto è tutto un dettaglio: Zingaretti che vince negli stessi collegi che Rutelli invece ha perso; la sinistra della capitale che sceglie di togliere lo scettro del potere romano a chi l’aveva custodito negli ultimi quindici anni; il voto utile che nel suo volto locale si trasforma in un boomerang impossibile da evitare; e il Partito democratico che si chiude silenzioso nel suo fortino oggi ancora più assediato di due giorni fa. Il senso della sconfitta di Francesco Rutelli è però tutto lì: è tutto in quell’immagine alla fine del pomeriggio e in quegli occhi che si incrociano sul tappeto blu della sala stampa rutelliana. Francesco Rutelli, il modello Roma, i sette punti di distacco e l’abbraccio che si legge in uno sguardo con gli occhi affaticati di Goffredo Bettini. Tutti sul palco, a Roma stavolta si perde insieme. Rutelli esce frastornato dalle sue stanze alle diciotto e dieci minuti; stringe un paio di mani, ascolta qualche applauso, attraversa in un soffio un lungo cordone fatto di elettori, curiosi e giornalisti; e portando con sé lo staff che nelle ultime settimane aveva provato con lui a preservare l’ultimo serbatoio forte del Partito democratico, eccolo lì, salire sul palco seguito un istante dopo dall’inventore del modello Roma. Arrivano le prime proiezioni, arrivano i primi seggi scrutinati, le poltroncine del comitato sono ancora un po’ vuote ma già dal primo pomeriggio, pochi minuti dopo gli ultimi dati sui voti della provincia, era ormai chiaro che la dolce sconfitta di Rutelli era un po’ meno dolce di come il Partito democratico aveva provato a immaginarla qualche ora prima. L’ex sindaco di Roma fino a ieri aveva cinque punti in più di Alemanno e alle sedici e trenta di ieri ne aveva invece quasi sette in meno. Lo ammette subito, Rutelli; dice che il suo dovere lui comunque l’ha fatto; dice che la sconfitta oggi è più amara che mai; dice di credere ancora nelle energie importanti che il Partito democratico riuscirà a mettere in campo; dice che il Pd a Roma sarà in grado di guardare a poco a poco al proprio futuro e in quel momento, con un po’ di fiatone, con un po’ di ritardo accanto a Rutelli, Paolo Gentiloni, Roberto Giachetti, Renzo Lusetti decide di condividere lo schiaffo elettorale anche l’uomo che più degli altri aveva creduto in Rutelli, Bettini. E così, due settimane dopo essersi stretto accanto al candidato premier Veltroni, l’architetto del modello Roma era lì ad abbracciare il candidato sindaco: sconfitto proprio in quella capitale che per quindici anni aveva indossato l’abito risorgimentale dell’inventore degli ultimi anni di politica romana. Tutti sul palco, oggi più che due settimane fa. Perché nel giorno in cui la pancia elettorale della capitale ha dato a Rutelli sette punti di distacco nell’immagine di questa sconfitta c’è tutto: Veltroni, Bettini, Roma, Prodi, il Pd. Si perde, si va sotto di sette punti, il cuore rosso di Roma finisce nelle mani di Gianni Alemanno, Rutelli perde 97 mila voti rispetto alle elezioni di due settimane fa. Ma se si perde si perde insieme stavolta. E forse aveva ragione Ermete Realacci quando, pronosticando i possibili esiti di una disfatta, diceva, qualche giorno fa, che un’eventuale sconfitta di Rutelli “spargerebbe altro sale sulle ferite, senza cambiare i fondamentali del voto alle politiche”. Fatto sta che la Roma un po’ repubblicana e un po’ risorgimentale si sveglia oggi schiaffeggiata dal voto più popolare e di pancia che Roma abbia mai avuto negli ultimi anni. Certo, Rutelli era amreggiato, non aveva l’animo di citare il preferito di Bettini, Woody Allen (“Sono stato picchiato, ma mi sono difeso bene. A uno di quelli gli ho rotto la mano: mi ci è voluta tutta la faccia, ma ce l’ho fatta”). Ma ora che Roma è rimasta senza il suo modello chissà che l’unico modo per eleborare la sconfitta questa volta sia quello di capire davvero il senso del successo altrui.
(segue dalla prima pagina) E’ vero: a Roma si sorride pure al comitato elettorale: perché i cronisti fanno presto a innamorarsi di un sindaco nuovo e fanno presto a dire che in fondo Alemanno sarà un sindaco migliore perché almeno i portavoce rispondono ogni tanto al telefono. Perché, certo, si sorride e si ironizza sulla sfortunata collocazione del comitato elettorale (tra sede della croce rossa e famosa agenzia di viaggio) e qualcuno sbuffa pensando a chi recentemente aveva profetizzato, da sinistra, una marea nera e una serie di interminabili weekend elettorali per il Pd. Yes, weekend. Ma nelle stanzette del comitato di Rutelli si soffre tantissimo, c’è una ragazza con gli occhi azzurri che piange, un giovane dalemiano che ironizza sugli ottimi risultati ottenuti dal Pd a Nettuno, un piccolo rutelliano convinto che dieci anni fa l’elettore che non si presentava al ballottaggio era di destra e oggi invece è di sinistra. C’è chi è convinto che sarà difficile per W. ripetere a Roma quello che aveva detto due giorni dopo la prima sconfitta della nuova stagione (“Ha pesato il giudizio sul governo”). Nella sconfitta romana basta guardarsi intorno però per capire che c’è un po’ di Prodi, un po’ di Rutelli, un po’ di Veltroni, un po’ di modello Roma. La candidata vice sindaco Patrizia Sentinelli dice che se a Roma la sinistra ha perso il sindaco uscente qualche responsabilità ce l’ha. Nel giorno in cui il modello Roma perde la sua città, per la prima volta la sinistra, più che comprendere le sfumature di una sconfitta, chiede disperatamente tempo per capire le ragioni di una vittoria nemica che arriva dal popolo, dalla pancia della città.
Claudio Cerasa
29/04/08

venerdì 18 aprile 2008

Il Foglio. "Caw, regia di Goffredo Bettini. L’architetto del loft svela il codice in comune con Letta e le prossime mosse di W"

Hanno continuato a stuzzicarsi anche ieri sulle presidenze delle Camere, sulla nomina del commissario europeo e sul possibile sostegno dell’Udc per la corsa al Campidoglio. Silvio Berlusconi e Walter Veltroni faranno a spallate in pubblico ancora un po’, ma già da qualche giorno nel motore silenzioso del CaW gli ingranaggi diplomatici hanno ricominciato a funzionare con una certa efficienza. W ha chiesto a Goffredo Bettini di rimettere insieme i fili della vocazione maggioritaria della nuova stagione; e già da martedì il coordinatore della fase costituente del Pd è tornato a ridisegnare il perimetro del CaW con la metà diplomatica del Cav, Gianni Letta. Parlando con il Foglio dell’evoluzione possibile del Pd, del dialogo con Casini, dei nuovi volti della nuova stagione, del suo rapporto con Letta e delle ragioni che hanno portato alla vittoria di Berlusconi, Bettini entra nel cuore della teoria del doppio colpo in canna (da lui teorizzata) e spiega da dove ripartirà il dialogo con il prossimo presidente del Consiglio. “La vera questione – dice Bettini – è quella che riguarda le riforme istituzionali e il cammino comune sulle regole del gioco: riduzione dei parlamentari, costi della politica, poteri del primo ministro e riforma elettorale. Sulla riforma avevamo raggiunto quasi un accordo in Parlamento e anche con Berlusconi. Si potrebbe ripartire da lì. Se poi ci dovessero essere ulteriori passi in avanti in direzione del modello francese, per noi va benissimo. Il nostro modello di riferimento è questo. E’ il francese. Ed è un modello che a mio avviso unisce il Pd”. Bettini, smentendo che ci possa essere stato un incontro tra il Cav e W (semmai potrebbero essersi incrociati martedì al compleanno di Gianni Letta), conferma che per far ripartire il motore del CaW servirebbe un segnale. “In questo caso è il vincitore che deve dare per primo un segnale politico. Per esempio si potrebbe partire dalla nomina del Commissario europeo: D’Alema, Bonino e Fassino sono dei nomi ottimi. Detto questo, a proposito di futuro del Pd, io prevedo che Walter guidi il partito per tantissimi anni e che continui a portare nel Pd lo stesso sforzo di innovazione programmatica che ha avuto, per esempio, Tony Blair. Ma oggi nel Pd è importante capire una cosa: dobbiamo imparare a fare squadra. Tutte le grandi classi dirigenti erano squadre. Anche nella vecchia Dc e nel Pci tutti avrebbero potuto fare i primi. Ecco: qualcuno mi vuole dimostrare che il non essere stato segretario di partito ha offuscato il ruolo di Ingrao, Amendola o Bufalini? Per carità! Invece di preoccuparsi di fare i primi oggi – sorride Bettini – bisognerebbe preoccuparsi di produrre qualcosa che resti. Io credo che nel Pd ci siano grandi dirigenti che avranno un’influenza molto forte anche al di là dei posti che occupano e che verranno evidentemente utilizzati anche nelle posizioni di prestigio che dall’opposizione potremmo avere. Ma non è essenziale il problema dei posti. Per questo, credo che il Pd, per crescere ancora, dovrà avere un organismo di direzione collegiale. Una direzione politica. Una sede con 50 persone che possa diventare un vero organismo di indirizzo politico”. Bettini fa anche qualche nome interessante.

Bettini vedrebbe bene nel futuro del Pd, per esempio, un Nichi Vendola e un Pier Ferdinando Casini? “Beh, io dico che pur seguendo lo sviluppo della discussione negli altri partiti, nel Partito democratico un grande spazio per la sinistra più radicale è semplicemente ‘naturale’, come succede in tutti i partiti alternativi alla destra nelle democrazie occidentali. E lo stesso discorso vale per Casini. La cosa sbagliata, in questo momento, sarebbe però precipitare in manovre politiche frettolose che non sarebbero comprese né dall’elettorato dell’Udc né dagli elettori che hanno votato Pd. A mio avviso, la cosa comunque più probabile è che il leader dell’Udc raccoglierà con l’opposizione una serie di forze deluse dal governo di Berlusconi consolidando così la sua performance elettorale e arrivando a un partito del 7 per cento o dell’8 per cento con il quale dovranno fare i conti tutti. Compresi noi”. E se Casini un giorno decidesse di aprire al Pd? “Andrebbe verificata la convergenza sui contenuti e sui programmi. Ma figuriamoci! Mai dire mai”. Tornando sulle ragioni che hanno portato il Pd a crescere rispetto ai voti totalizzati da Ds e Margherita alle ultime elezioni ma non abbastanza da vincere, Bettini fa questo ragionamento: “Io voglio dire che abbiamo fatto come partito un risultato forte. Insediare nella società italiana la più grande forza riformista che sia mai esistita è un’operazione storica. In Italia, si sa, il riformismo ha navigato per diversi rivoli. Noi invece oggi siamo una grande forza e l’unica vera alternativa alla destra. E’ questo il grande merito di Veltroni. Certo, pensando alle ultime elezioni, il problema è stato quello che non abbiamo sfondato nella partita per arrivare al governo, ma, ripeto, abbiamo costruito una nuova realtà che va oltre la forza dell’Ulivo. (A Roma, per esempio, il Pd ha preso il 41 per cento dei voti e ricordiamo che di solito quando si mettono insieme due partiti si va invece sotto rispetto alla somma dei vecchi simboli. Noi abbiamo fatto molto meglio”). Continua Bettini: “Perché il Pd non abbia sfondato, comunque, è oggetto di una discussione. Io posso dire che, a mio avviso, si è accumulato un contenzioso, ormai da anni, tra le forze della sinistra e certi pezzi dell’elettorato popolare che non era possibile smaltire in una campagna elettorale. Ci siamo trovati di fronte a un contenzioso storico, un’immagine, un senso comune che è molto complicato smontare completamente. L’immagine della sinistra, fino a poco tempo fa, era quella del partito che metteva le tasse, che metteva i vincoli, che rendeva difficile la crescita in un paese che però funziona poco per i servizi che dà. E alla fine la gente si incazza e vota Lega. Ecco, noi non siamo riusciti a smontare del tutto questa cosa qui. Il partito non ha avuto il tempo di costruire un senso comune, una cultura, una credibilità di messaggio intorno a queste cose. Ha prevalso ancora il vecchio immaginario su di noi. Un immaginario che però Veltroni e il Pd stanno dimostrato che non esiste più”.
Bettini, parlando del futuro del Pd, dice che Di Pietro, “lealissimo in campagna elettorale”, ha ottenuto un ottimo risultato, “ma ora deve rispettare l’impegno ed entrare nel gruppo”. Per quanto riguarda la convocazione di futuri congressi, crede che a questo proposito non ci sia invece proprio nessun problema: “Il congresso rappresenterà la conclusione della costituzione del partito e deciderà l’asse della nostra opposizione e del nostro rapporto con il paese. Decideremo serenamente se vogliamo fare una discussione prima dell’ottobre 2009. Ma mi sembra chiaro che con Veltroni si è aperto un ciclo. Tutto il gruppo dirigente ha riconosciuto che Walter ha fatto una grande campagna elettorale, e una splendida rimonta, realizzando un miracolo. Ricordiamolo: queste elezioni quasi non erano previste, e solo la voglia frettolosa della destra ci ha fatto precipitare in questa avventura”.
Conclusa la fase costituente del Pd, Bettini avrà un nuovo ruolo all’interno del loft. A piazza Santa Anastasia, c’è chi non ha gradito l’intervista in cui Bettini aveva fissato l’asticella elettorale del Pd (“se il partito non raggiungerà il 35 per cento si potrà ridiscutere tutto”). Bettini nega di aver indicato quell’asticella. E semmai dice: “Ho detto che avevamo due obiettivi egualmente importanti: vincere le elezioni e costruire una grande forza riformista attorno al 35 per cento. Cosa che nella sostanza è avvenuta”. Poi Bettini ci scherza su (“Walter è l’unico che si occupa della mia salute e ogni volta che stiamo in qualche riunione, e io mi avvento sul tramezzino e sul pasticcino, solo l’autorità del segretario mi impedisce di mangiarlo. E’ l’unico. Gli altri, che probabilmente mi vogliono eliminare politicamente, usano la gola per farmi scoppiare!”). Ma dopo aver risposto a una domanda sul prossimo presidente del Pd (Sarà Marini? “Non lo so, anche se con la stima e con la simpatia che ho per Marini io gli farei fare di tutto!”), Bettini rilancia così: “Il mio compito nel Pd è stato quello di aver contribuito a costruiro. Adesso sarà quello di favorire al massimo un rinnovamento del partito che valorizzi una generazione di trentenni e quarantenni che nel corso dei mesi si è assunta una responsabilità e che ha combattuto. Parlo di forze cresciute nei territori, che hanno già dato prova di sé e che noi dobbiamo mettere alla direzione del partito. Non esiste Pd se noi non mettiamo alla testa di questo processo i nuovi protagonisti. Naturalmente ne dimenticherò qualcuno, ma qualche nome lo faccio: Andrea Orlando, Maurizio Martina, Andrea Martella, Andrea Manciulli, Salvatore Caronna, Marina Sereni, Luciano D’Alfonso, Ileana Argentin, Nicola Zingaretti, Federica Mogherini, Alessia Mosca, Ninni Terminelli e Stefano Fassina”. Bettini conclude la conversazione tornando sul suo rapporto con Gianni Letta. I due si sono conosciuti ai tempi in cui Bettini era segretario romano del Pci e l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dirigeva il Tempo. Poi i due hanno consolidato il loro rapporto lavorando fianco a fianco all’Auditorium di Roma. “Siamo due persone che amano molto, quando si dà la parola, mantenerla o che, se non la si può mantenere, lo si dica in faccia. C’è tutto un codice tra di noi. Lui ha questa capacità di lavorare e dialogare al di là degli schemi politici e ha la forza di saper cogliere nel dialogo quello che c’è di buono nell’altro”. Bettini spiega così su cosa, oltre alle riforme istituzionali, si potrà lavorare nel CaW. “Vede, Togliatti diceva ai socialisti: ‘Voi dite che con la Dc sarete in grado di fare tante cose e tante riforme. Bene. Noi vi diciamo fatele!’. Ecco: Berlusconi in campagna elettorale ha promesso delle cose, sulle pensioni, sui salari, davvero condivisibili. E così, se mi consentite una battuta, io a Berlusconi rispondo allo stesso modo: Fatele!”.
Claudio Cerasa
18/04/04

sabato 27 ottobre 2007

Il Foglio. "L’altra doppiavvù di w"

Il Foglio. "L’altra doppiavvù di w"

Si chiama Walter Verini, è il suo consigliere politico ed è lui che controlla la squadra invisibile di Veltroni. Oggi, a Milano, il suo esordio nel Pd

C’era anche lui quella mattina quando Walter Veltroni uscì dall’appartamento di via Velletri, scese le scale, saltò su in macchina, sfogliò le prime pagine, guardò l’orologio, arrivò in Campidoglio, salì una rampa, ne salì due, poi tre, poi quattro, chiuse la porta, aprì la sua agenda, accese il computer, posò il telecomando, compose due numeri e quindi li chiamò; chiamò il senatore Goffredo Bettini, e chiamò, subito dopo, Walter Verini: il suo consigliere, il suo portavoce, l’uomo che ha guidato Walter Veltroni nelle sue prime campagne elettorali nazionali in Umbria, che ha accompagnato W negli anni a Palazzo Chigi (da ministro per i Beni culturali, da vicepremier del primo governo Prodi), che lo ha scortato in Campidoglio nel 2001 e nel 2006 e che, in quasi trent’anni di convivenza, si è trasformato nell’altra metà, nella metà perfetta della Doppiavvù veltroniana. Li chiamò, Walter; e poi li guardò: “E’ giusto che io dia il mio contributo”, disse Veltroni. Era il 19 giugno 2007, il comitato dei 45 del Pd si era riunito la sera prima, aveva deciso di raddoppiare i membri dell’assemblea costituente (da 1.400 a 2.400, oggi però sono quasi 2.800) e fu lì, quel giorno, – con Verini e Bettini – che Walter Veltroni decise di candidarsi a quello che oggi diventerà ufficialmente il Piddì; quel partito che oggi alle 10.30 nascerà a Milano con la prima riunione dell’assemblea costituente dove Walter Veltroni non troverà Bettini (impegnato a Roma, con la Festa del cinema) ma dove troverà il suo primo uomo di fiducia: l’unico in grado di accompagnarlo dall’ufficio di Palazzo Chigi fino all’open space del loft del Piddì; proprio lui, Walter Verini. L’uomo con cui Veltroni ha costruito la sua campagna elettorale e con cui W costruirà, da oggi in poi, il suo futuro nel Piddì.
Walter Verini e Walter Veltroni si sono incontrati per la prima volta nell’aprile 1978, al terzo piano di un bellissimo palazzo perugino, in Piazza Dante (nello stesso edificio dove un tempo, seduta ai tavoli del Bar Turreno, si riuniva l’intellighenzia umbra e comunista), dove Verini si era appena insediato da direttore della prima televisione del Pci in Umbria – si chiamava Umbria tv – e dove Walter Veltroni, per due anni, ogni lunedì mattina dalle 11 alle 13 arrivava in sala, si sedeva, guardava la telecamera, cominciava a parlare di politica, salutava i compagni (che all’epoca diligentemente lo chiamavano “Budda”), e poi, per pochi minuti, si fermava a parlare con quel ragazzo con il suo stesso nome, quasi con lo stesso cognome, con la sua stessa età (52 anni Veltroni, 51 anni Verini), con la sua stessa passione (cioè, il giornalismo), la sua stessa militanza (quindi il Pci, il Pds, i Ds e ora il Pd) e le sue stesse esperienze lavorative: prima in Fgci, poi all’Unità, poi a Palazzo Chigi, quindi a Botteghe Oscure e infine in Campidoglio. Sempre così, un po’ in silenzio, un po’ nascosto, chiuso nella sua stanza di quaranta metri quadrati, con finestra su Piazza del Campidoglio, a due corridoi di distanza dal computer di Walter Veltroni: a cui nel corso degli anni Walter Verini, con quegli occhiali un po’ alla Woody Allen e un po’ alla Bill Gates, ha cominciato a somigliare sempre di più, anche fisicamente. E’ stato proprio l’altro W, Walter Verini, a costruire per il sindaco di Roma quella lunga campagna elettorale fiutata prima al PalaMandela di Firenze (quando i Ds si sciolsero e Verini pianse come Piero Fassino) e progettata, poi, poche settimane dopo, un po’ più su, un po’ più a nord, al Lingotto di Torino: dove la discesa in campo di Walter Veltroni fu organizzata e orchestrata proprio da quel Verini che Veltroni vide per la prima volta nel palazzo di Umbria Tv, e che Veltroni poi decise di richiamare, qualche anno più tardi.
Era il 1994, W aveva appena deciso di candidarsi in Umbria, una sera salì sul palco, avvicinò il microfono alla bocca, lo afferrò con due mani e davanti a tutti disse così: “Avessimo noi un riformista come te”. E poi lo guardò. E poi squillò il telefono, quattro anni dopo: era un aprile, erano le 20.30, Verini si avvicinò alla cornetta, sentì la voce di Walter e lo ascoltò: “Vedi, Walter – disse Veltroni – stiamo pensando di organizzare un giro per l’Italia, in pullman; sai, per l’Ulivo; per le elezioni. Ecco, mi piacerebbe che ci fossi anche tu. Ti andrebbe?”. Rispose: “Quando si comincia?”. “Si comincia domani”. Era il 1996, Veltroni poi vincerà le elezioni con l’Ulivo, salirà a Palazzo Chigi, ci resterà per due anni, porterà con sé Marco Causi – il consigliere economico più ascoltato da Veltroni, attuale assessore al Bilancio del Comune di Roma, marito della potente Monique Veaute (neoamministratore delegato di Palazzo Grassi a Venezia), piuttosto famoso in Campidoglio per le sue vacanze cambogiane e considerato un po’ come il Tremonti comunista di W – si porterà con sé Claudio Novelli – il ghost writer politico di Veltroni, innamorato di Flaiano, di Calvino, di Foa e di Rodari, autore del primo intervento in consiglio comunale di W, nonché grande esperto di Martin Luther King e gran consigliere anche per la Nuova Stagione del Lingotto – e si porterà con sé, quell’anno, anche Walter Verini: portavoce ieri a Palazzo Chigi, portavoce e capo di gabinetto oggi in Campidoglio e portavoce domani chissà dove.
Solo che a differenza di Walter Veltroni, che non è “mai stato comunista”, Walter Verini comunista (“comunista italiano”, dicono di lui) lo è stato eccome: lo è stato da giovane, lo è stato in Umbria, lo è stato in tv, lo è stato nei giornali, lo è stato in squadra con Veltroni e lo è naturalmente anche oggi. E lo si è visto quando Walter Verini – che all’epoca Francesco Merlo, sul Corriere della Sera, chiamò un po’ Veltroni e un po’ Verini, in sintesi Veltrini – dopo un’esperienza da consigliere comunale a Città di Castello (a 19 anni), dopo i tre anni passati da assessore alla toponomastica nella stessa città umbra, dopo l’esperienza a Paese Sera (in redazione con Lamberto Sposini e con l’attuale corrispondente di Repubblica in Umbria, Alvaro Fiorucci), dopo essere stato nominato coordinatore della regione Umbria del Pci e dopo essere stato anche il vice di Giuliano Pajetta a Botteghe Oscure, decise di candidarsi come sindaco di Città di Castello. Era l’aprile del 1997, l’altra metà della W si presentò nella sua Città, si schierò contro il dalemiano Adolfo Orsini (Verini non è considerato esattamente un dalemiano), fece imbufalire Romano Prodi, sperimentò un nuovo conio formato da Ppi, Rifondazione, Verdi e Cristiano sociali, prese una botta niente male (29 per cento) e creò una rumorosa spaccatura anche all’interno di Botteghe Oscure; e non a caso, in quei giorni, sul Corriere della Sera, Paolo Franchi firmò un editoriale in prima pagina titolato così: “Il futuro dell’Ulivo passa da Città di Castello”; dunque, anche da Walter Verini.
Fu quella l’ultima esperienza politica del consigliere numero uno in Campidoglio, prima del recentissimo successo delle primarie, dove Verini, insieme con Causi, è stato l’unico degli uomini ombra di Walter Veltroni a candidarsi – e a vincere – nel suo collegio di Gubbio, proprio in Umbria. Ma c’è dell’altro. Perché Walter Verini è naturalmente l’uomo che offre più consigli a W, è certamente anche l’anello di congiunzione tra il mondo di Veltroni e il mondo del tartufo (al berlusconiano patto della crostata, Verini ha risposto – come tecniche di concertazione – con il patto del tubero: tanto che – pochi giorni dopo la sua elezione a Gubbio – Verini ha festeggiato al settimo piano di un albergo romano, in zona Esquilino, con un equilibrato pranzo a base di gnocchi al tartufo, tartine al tartufo, supplì con formaggio e tartufo, filetto di manzo con tartufo e tramezzini con melanzane e tartufo, seduto al tavolo con moltissimi ospiti, con il sindaco di Città di Castello Fernanda Cecchini – anche lei nell’assemblea del Pd – e dove mancava solo la sua concittadina Monica Bellucci, reduce in quelle ore dal notevole flop della prima del suo non indimenticabile film presentato a Roma). Ma Verini è anche l’uomo con cui Walter Veltroni ha ideato parte di quella politica della toponomastica grazie alla quale W ha sedotto comunisti, fascisti, laziali, romanisti, calciatori, cestisti e scrittori. Come? Dedicando nella Capitale strade un po’ a tutti, un giorno a economisti come Marco Biagi e un altro giorno – tra poche settimane, prima di Natale, e questa è una notizia – a giornalisti come Oriana Fallaci; anche se ai tempi di Città di Castello Verini si superò e diede spettacolo in Comune inventandosi una piazza dedicata a Che Guevara e un’altra a Salvador Allende.
Non basta. Perché Verini è anche l’uomo che più degli altri ha lentamente costruito attorno a Veltroni una solida rete di lavoro che ha messo insieme il sindaco di Roma e i più importanti sindaci d’Italia (Verini, tra l’altro, conosce molto bene Sergio Cofferati); è l’uomo che politici, banchieri, sindacalisti, coordinatori, tassinari, imprenditori e naturalmente assessori, devono prima chiamare e poi consultare per aver accesso alle stanze di W (vale per Luigi Abete, valeva per Alessandro Profumo, valeva per Matteo Arpe); è l’uomo che ha messo lo zampino nella fortunata lista veltroniana con la parolina “sinistra” ed è sempre anche grazie a lui che Walter Veltroni è riuscito a consolidare il suo ormai evidente asse con il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani (“Veltroni è il miglior candidato a guidare il Partito democratico”, dirà lo stesso Epifani poco prima delle primarie). Perché Verini, tra gli uomini di W, è quello che meglio di tutti conosce i sindacati, e li conosce da tempo, li conosce dalla sua prima intervista a Luciano Lama per Paese Sera (1978, ad Amelia), li ha continuati a studiare negli anni in cui da coordinatore regionale del Pci in Umbria ha conosciuto Sergio Cofferati; e lo capisci, questo, quando tu vai in libreria e quando ti accorgi che tra le 2.754 pagine che compongono l’impressionante mole di letteratura democrat, tra “La Scoperta dell’Alba”, “Che cos’è la politica”, “La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi”, “Il disco del mondo. Vita breve di Luca Flores, musicista” (con o senza dvd), “Il sogno spezzato. Le idee di Robert Kennedy”, “La rivincita di Roma Ladrona”, “Berlinguer. La sua stagione”, “Il piccolo principe”, “Walter ego”, “L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo” (di Barack Obama, e con introduzione di Walter Veltroni), se guardi bene trovi anche un libro che sulla copertina ha l’altra doppiavvù: quella di Walter Verini stampata su carta patinata rossa, sotto il titolo “Sinistra con vista, conversazione con Luciano Lama” (l’ex numero uno della Cgil), ristampato lo scorso giugno, con prefazione di Walter Veltroni e postfazione di chi? Naturalmente di Guglielmo Epifani.
Ed è vero, in Campidoglio sono davvero tanti quelli che sentono il nome di Verini, ti sorridono, ti guardano e iniziano a parlare piano piano; e ti dicono che Verini sta a Veltroni come Henry Paulson stava a Richard Nixon; e ti dicono – probabilmente ossessionati dal Robert Redford di “Tutti gli uomini del presidente” – che Paulson, oltre a essere stato il segretario particolare di Nixon alla Casa Bianca, era anche quello che si vantava di avere scritto su un foglio affisso sul muro del suo ufficio: “Quando li tieni per le palle, il cuore e la mente ti seguiranno”. Ma è altrettanto vero, però, che è stato proprio Walter Verini a tessere la lunga tela democratica attorno a Veltroni; e lo ha fatto soprattutto quest’estate, quando W era ancora alle Maldive e quando Verini fu decisivo nello scrivere, nel valutare e nello scegliere i nomi di quelli che sarebbero poi diventati i coordinatori regionali del Partito democratico. E va detto: non furono giorni facili quelli; tutt’altro. Perché erano i giorni in cui Veltroni era immerso tra gli atolli tropicali, erano i giorni in cui il sindaco di Roma non riusciva più a trovare sui giornali le sue toccanti citazioni quotidiane di Ghandi, di Kennedy o magari di Martin Luther King (ma si rifarà, Veltroni: tanto che nel suo unico colloquio con Repubblica – il 5 ottobre – W riuscirà a parlare di Luther King in un’intervista solo sul welfare), erano i giorni in cui – senza sindaco e senza vicesindaco – pur di farsi immortalare con la fascia tricolore di W al collo, gli assessori romani più intraprendenti venivano notati mentre si arrampicavano, la domenica mattina, su, su fino al colle del Gianicolo, per farsi fotografare accanto ai granatieri, e accanto al bum del cannone di mezzogiorno, giusto per poter essere protagonisti di quello che era ormai diventato una specie di concorso a premi, ribattezzato da alcuni smarriti e terrorizzati assessori romani: “Vuoi essere anche tu sindaco per una settimana?”.
Ecco, diciamo che Verini al Gianicolo non ci andrebbe mai; diciamo che Verini non pubblicherebbe mai un editoriale sulla Stampa, non scriverebbe mai un saggio su Veltroni, non scriverebbe mai un libro né sui compagni di scuola del Pci, né sui compagni di classe dei Ds, e preferirebbe stare lì, un po’ in mezzo ma non troppo; un po’ come Oriali e un po’ come Facchetti, l’ex presidente dell’Inter di cui Verini – già numero 10 del Città di Castello (nella vecchia quarta categoria) – era molto amico. (Una volta l’anno, la sera prima che l’Inter giocasse a Perugia, i due cenavano in Umbria, a Torgiano: al ristorante le Tre Vaselle).
Ecco, diciamo che la regola, nello staff di Veltroni e di Verini – decisamente poco dalemiano e decisamente poco poco poco prodiano – è questa; e l’altra metà della doppiavvù di Walter la ripete dal primo giorno in cui le due W arrivarono in Campidoglio: “Essere presenti ma non essere invadenti”.
Lo staff, dunque. Perché proprio a destra e a sinistra di Walter Verini, oltre ai già citati Marco Causi e Claudio Novelli, si trova un solido gruppo di alter ego veltroniani, in Campidoglio ma non solo lì: si trova il triumvirato dell’ufficio stampa formato da Roberto Benini, Ilaria Capitani e Luigi Coldagelli; si trova il vicecapo di gabinetto di W, Luca Odevaine, già segretario della sezione di Piazza Verdi – ai tempi della Fgci – negli stessi anni in cui Veltroni era appena stato eletto nella sezione di Piazza Verbano (sempre a Roma); e si trova l’altro capo di gabinetto: Maurizio Meschino, ex consigliere di stato, già funzionario della Camera dei deputati, gran lettore di Giancarlo De Cataldo, amante del cavillo giuridico più che della Festa del cinema (impressionante – si nota in Campidoglio – come la leadership della Festa del cinema sia sovrapponibile con quella del Piddì), e così apprezzato che lo stesso Veltroni ha aperto per lui un varco nel muro dell’ufficio, proprio per collegare la sua stanza con quella di Meschino; che ora è l’unica con vista su W.
Poi però gli disse di no, Verini. Gli disse di no a metà dell’anno 2000; quando Veltroni arrivò a Botteghe Oscure, accese il computer, sbirciò i giornali, chiamò Verini, lo guardò e gli disse così: “Walter, mi candido a sindaco di Roma”. E Verini gli parlò dei sondaggi, gli ricordò dei voti, gli disse che pochi mesi prima, alle elezioni Regionali, a Roma Piero Badaloni aveva preso ben otto punti da Francesco Storace e allora lo guardò e gli disse di no. No, Walter; non candidarti. Solo che Veltroni si candidò ugualmente, vinse nel 2001, vinse nel 2006, arrivò in Campidoglio, posò il telecomando, compose due numeri, chiamò Bettini, chiamò Verini e arrivò al Lingotto dopo aver scritto la sua Nuova Stagione una sera in via Velletri, a casa sua (il 24 giugno), insieme con il consigliere Marco Causi, insieme con lo scrittore Claudio Novelli e insieme con l’altra metà della doppiavvù: oggi portavoce del sindaco e oggi membro dell’assemblea costituente del Piddì; che certo, non vorrebbe apparire troppo, non vorrebbe vedere le sue foto sui giornali, vorrebbe soltanto continuare a essere un po’ ombra, un po’ politico, un po’ Facchetti, un po’ Oriali, ma che se Veltroni glielo chiedesse, se solo Veltroni lo volesse come portavoce, ora nel Piddì e domani chissà, Verini lo guarderebbe e gli direbbe così, gli direbbe semplicemente di sì.
Claudio Cerasa
27/10/07