giovedì 27 marzo 2008
martedì 25 marzo 2008
Il Foglio. "Il Pd fa due conti nel Lazio e decide di “commissariare Marrazzo”
Dopo Prodi e Bassolino, W cancella dall’agenda anche il nome del governatore. E’ arrivato Montino, anche per il caso Alitalia
Roma. Nel formidabile ingranaggio a vocazione maggioritaria del modello Roma, che in quindici anni ha portato due sindaci al Campidoglio, un presidente alla provincia, un governatore alla regione e un segretario al Loft, c’è un nome preciso che la dirigenza del Pd, negli ultimi mesi, ha cercato di nascondere con cura sotto l’agenda democratica delle prossime elezioni. C’è molto imbarazzo, in effetti, quando la nuova stagione di Walter Veltroni (candidato premier), di Francesco Rutelli (candidato a sindaco della capitale) e di Nicola Zingaretti (candidato alla provincia di Roma) sente annunciare il nome di uno dei politici più sexy d’Italia (il settimo, secondo un recente sondaggio dell’associazione donne e qualità della vita); lo stesso che da tre anni governa in quella che sarà una delle regioni decisive nella composizione del prossimo Senato; lo stesso che non si vede e non si vedrà mai sui pullman del Pd; che non si è ancora visto in nessun palco con Rutelli; che ha evitato i fund raising con Zingaretti; e che l’ultima volta che ha stretto in pubblico la mano del segretario del Pd è stato solo quando, ai Fori imperiali, partiva la maratona di Roma. Il punto è che, però, Piero Marrazzo non è un governatore come tutti gli altri: Veltroni e Bettini, infatti, hanno puntato molte fiches sul nome dell’ex conduttore di “Mi manda Raitre”; grazie a lui il modello Roma, appena tre anni fa, ha riconquistato la regione governata da Storace e fino a pochi mesi fa era lo stesso W a parlare ancora, orgoglioso, di “grande collaborazione” tra comune e regione. Poi però è cambiato qualcosa e da qualche tempo il nome di Marrazzo al loft viene visto quasi con lo stesso timore che si ha quando a piazza Santa Anastasia vengono sussurrate le parole “Prodi” e “Bassolino”.
Il fatto, poi, è che il 13 aprile il Lazio di Marrazzo sarà uno dei nodi chiave per il Senato. Ma con un governatore il cui gradimento non è mai stato così basso (meno 4 punti nell’ultimo anno soprattutto per problemi legati alla gestione della Sanità) nella mente dei veltroniani Marrazzo rischia di essere una delle ragioni per cui il Lazio potrebbe finire ancora una volta in mano al centrodestra. I conti fatti al Loft sono semplici: perché due anni fa la Cdl al Senato ha vinto con il 50,2 per cento dei voti – nonostante regione, provincia e comune fossero già in mano all’Ulivo – ma con il modello Roma candidato a Palazzo Chigi e con due nomi pesanti che il 13 e il 14 aprile compariranno nei seggi a fianco di Veltroni (Zingaretti alle ultime europee a Roma prese tanti voti quasi quanto il Cav.; Rutelli è stato già per due volte sindaco a Roma) in cuor suo W crede davvero, in questo modo, di poter rimontare lo svantaggio ereditato. E se i sondaggi molto generosi che giravano venerdì scorso al loft registravano uno 0,5 per cento di scarto con il Pdl, nello staff veltroniano sembra chiaro che per provare a ridurre lo svantaggio è meglio però non nominare troppo il nome del governatore del Lazio. E’ anche per questo che pochi giorni fa il Pd, per evitare problemi, ha affiancato a Marrazzo, come vicepresidente della regione, il veltroniano Esterino Montino. “Di fatto – racconta uno dei candidati del Pd nel Lazio – così la regione è stata commissariata da Veltroni. Il problema è che al loft non è stato gradito il fallimento del governatore nel farsi mediatore dell’intesa tra Pd e socialisti. Marrazzo, che si è messo in competizione con Ottaviano Del Turco, voleva rappresentare nella fase costituente l’area socialista ma come è noto non è andata bene; nel Pd parte della colpa è stata attribuita proprio a lui. Certo, il governatore, che ha scelto di costruirsi un profilo indipendente, non è un politico che ha in dote chissà quali voti; però, questo è il ragionamento che si fa, se parla troppo potrebbe anche far perdere consensi. E in effetti fa anche un po’ impressione, nella partita attorno al caso Alitalia, sentire da una parte un governatore come Formigoni che si spende ogni giorno per rilanciare la Lombardia e Malpensa e un governatore come Marrazzo che fino a poco tempo fa sosteneva, con forza, che ‘Fiumicino deve essere il vero hub del Mediterraneo’ e che oggi, invece, con un’offerta conveniente per il Lazio come quella di Air France, pensa soprattutto al traffico sulla Tiberina e la Salaria”.
Claudio Cerasa
25/03/08
Roma. Nel formidabile ingranaggio a vocazione maggioritaria del modello Roma, che in quindici anni ha portato due sindaci al Campidoglio, un presidente alla provincia, un governatore alla regione e un segretario al Loft, c’è un nome preciso che la dirigenza del Pd, negli ultimi mesi, ha cercato di nascondere con cura sotto l’agenda democratica delle prossime elezioni. C’è molto imbarazzo, in effetti, quando la nuova stagione di Walter Veltroni (candidato premier), di Francesco Rutelli (candidato a sindaco della capitale) e di Nicola Zingaretti (candidato alla provincia di Roma) sente annunciare il nome di uno dei politici più sexy d’Italia (il settimo, secondo un recente sondaggio dell’associazione donne e qualità della vita); lo stesso che da tre anni governa in quella che sarà una delle regioni decisive nella composizione del prossimo Senato; lo stesso che non si vede e non si vedrà mai sui pullman del Pd; che non si è ancora visto in nessun palco con Rutelli; che ha evitato i fund raising con Zingaretti; e che l’ultima volta che ha stretto in pubblico la mano del segretario del Pd è stato solo quando, ai Fori imperiali, partiva la maratona di Roma. Il punto è che, però, Piero Marrazzo non è un governatore come tutti gli altri: Veltroni e Bettini, infatti, hanno puntato molte fiches sul nome dell’ex conduttore di “Mi manda Raitre”; grazie a lui il modello Roma, appena tre anni fa, ha riconquistato la regione governata da Storace e fino a pochi mesi fa era lo stesso W a parlare ancora, orgoglioso, di “grande collaborazione” tra comune e regione. Poi però è cambiato qualcosa e da qualche tempo il nome di Marrazzo al loft viene visto quasi con lo stesso timore che si ha quando a piazza Santa Anastasia vengono sussurrate le parole “Prodi” e “Bassolino”.
Il fatto, poi, è che il 13 aprile il Lazio di Marrazzo sarà uno dei nodi chiave per il Senato. Ma con un governatore il cui gradimento non è mai stato così basso (meno 4 punti nell’ultimo anno soprattutto per problemi legati alla gestione della Sanità) nella mente dei veltroniani Marrazzo rischia di essere una delle ragioni per cui il Lazio potrebbe finire ancora una volta in mano al centrodestra. I conti fatti al Loft sono semplici: perché due anni fa la Cdl al Senato ha vinto con il 50,2 per cento dei voti – nonostante regione, provincia e comune fossero già in mano all’Ulivo – ma con il modello Roma candidato a Palazzo Chigi e con due nomi pesanti che il 13 e il 14 aprile compariranno nei seggi a fianco di Veltroni (Zingaretti alle ultime europee a Roma prese tanti voti quasi quanto il Cav.; Rutelli è stato già per due volte sindaco a Roma) in cuor suo W crede davvero, in questo modo, di poter rimontare lo svantaggio ereditato. E se i sondaggi molto generosi che giravano venerdì scorso al loft registravano uno 0,5 per cento di scarto con il Pdl, nello staff veltroniano sembra chiaro che per provare a ridurre lo svantaggio è meglio però non nominare troppo il nome del governatore del Lazio. E’ anche per questo che pochi giorni fa il Pd, per evitare problemi, ha affiancato a Marrazzo, come vicepresidente della regione, il veltroniano Esterino Montino. “Di fatto – racconta uno dei candidati del Pd nel Lazio – così la regione è stata commissariata da Veltroni. Il problema è che al loft non è stato gradito il fallimento del governatore nel farsi mediatore dell’intesa tra Pd e socialisti. Marrazzo, che si è messo in competizione con Ottaviano Del Turco, voleva rappresentare nella fase costituente l’area socialista ma come è noto non è andata bene; nel Pd parte della colpa è stata attribuita proprio a lui. Certo, il governatore, che ha scelto di costruirsi un profilo indipendente, non è un politico che ha in dote chissà quali voti; però, questo è il ragionamento che si fa, se parla troppo potrebbe anche far perdere consensi. E in effetti fa anche un po’ impressione, nella partita attorno al caso Alitalia, sentire da una parte un governatore come Formigoni che si spende ogni giorno per rilanciare la Lombardia e Malpensa e un governatore come Marrazzo che fino a poco tempo fa sosteneva, con forza, che ‘Fiumicino deve essere il vero hub del Mediterraneo’ e che oggi, invece, con un’offerta conveniente per il Lazio come quella di Air France, pensa soprattutto al traffico sulla Tiberina e la Salaria”.
Claudio Cerasa
25/03/08
Etichette:
Lazio,
loft,
Marrazzo,
modello Roma,
Montino,
Regione,
roma,
Rutelli,
Zingaretti
lunedì 24 marzo 2008
Il Foglio. "Decida, lei ha il cinquanta per cento di possibilita’
Diagnosi, ecografia, parto e terapia intensiva. Storia di una bimba “preoccupante” nata anche se la statistica diceva che era meglio di no
Alle dieci e mezza lei alzò il telefono e lo chiamò piangendo. Era maggio, era una giornata molto bella, lui era ad Alessandria, lavorava al Giro d’Italia, faceva previsioni meteorologiche e aveva appena visto in Brianza, a Lissone, a ventisei chilometri da Milano, lo scatto sui pedali di Alessandro Petacchi e la magnifica volata vinta poche ore prima contro Erik Zabel e Paolo Bettini. Quel giorno, Gianluca era pronto per la diretta dell’ultima tappa – quella che passava da Alessandria e che arrivava fino a La Thuile, in Val d’Aosta – e la diretta, come ogni giorno, era prevista per le dodici in punto: lui controllò la carta meteorologica, verificò quello che gli esperti chiamano “configurazione barica”, sentì vibrare il cellulare, infilò la mano in tasca e dopo tre squilli rispose al telefono. Sabrina, sua moglie, era al terzo mese di gravidanza ed era rimasta sdraiata sul lettino del ginecologo per quasi venticinque minuti; fu un’ecografia molto lunga, quella: lei aveva visto sullo schermo molti puntini neri e molti puntini bianchi ma ricorda che non aveva capito granché. “E dunque?”, chiese Sabrina al dottore mentre si riallacciava gli ultimi due bottoni della camicetta. “Mi dica, cosa si vede?”. Il medico, appoggiando la montatura degli occhiali sopra una cartellina a righe e strappando via un foglio di carta dal blocchetto del ricettario, le spiegò che c’era qualcosa che non andava e le fissò un nuovo appuntamento dopo quattro settimane. Sabrina alzò il telefono, chiamò Gianluca, cominciò a piangere e gli disse che c’erano dei problemi: il dottore non riusciva a capire che cosa aveva la bambina e quella macchietta, che sembrava un piccolo neo al centro dello stomaco, effettivamente era “molto deformata”. La situazione, continuò il medico, sembrava preoccupante: quella macchia che si dilatava poteva essere uno stomaco cresciuto in maniera abnorme; poteva essere il sintomo, non ancora ben definito, di una malattia cardiovascolare; poteva essere una non grave fibrosi cistica; poteva essere, inoltre, un più grave problema di origine genetico. Solo che così, da quello schermetto verde grande la metà di una pagina di giornale, ancora non si capiva di cosa diavolo si trattasse. Le dissero che servivano altri esami, altre ecografie e che naturalmente servivano altre visite. La diagnosi, come si dice in questi casi, sembrava seria ma non preoccupante.
La prima visita fu a maggio, la seconda a giugno, la terza a luglio, la quarta ad agosto. Come primo esame, Sabrina si sottopose a una villocentesi: il dottore infilò un ago fino a toccarle la placenta e prelevò quei villi coliari grazie ai quali sarebbe stato possibile avere tutte le informazioni genetiche necessarie e verificare, dunque, se quelli che fino a quel momento erano stati identificati come generici “problemi genetici” avessero anche un nome preciso. Così, i medici verificarono se quella macchia fosse una cistite, cercarono di scoprire se quella fosse una patologia legata alla milza, ma i risultati erano ancora un po’ troppo contraddittori. Poi, ad agosto, quando Sabrina e Gianluca avevano appena festeggiato il loro quindicesimo anno di matrimonio e quando avevano ormai capito che molto era cambiato rispetto a quelle ecografie che “evidenziavano un quadro più o meno sotto controllo”, tutti e due, intuirono che le cose erano un po’ più serie di ciò che credevano. E questo, proprio nel momento in cui, a pochi giorni da settembre, al termine dell’ennesima ecografia, il medico disse che non si capiva dove si trovava il cuore. “Non si capisce? Mi scusi, dottore, ma che significa?”, chiese Gianluca, molto spaventato. “Semplicemente non si capisce”, rispose il medico accarezzando la pancia della mamma con la sondina ecografica e aggiungendo, poi, quelle parole che lì sul momento – Sabrina e suo marito – proprio non potevano capire: perché, signora, il diaframma non funziona, si tratta di un’ernia, la situazione è molto preoccupante, mi spiace, lo so, è dura.
Sentì dire “ernia”, e Gianluca – pensando a quella che si andava a poco a poco a configurare nella sua mente come una semplice ernietta – in realtà si sentì quasi sollevato. Il quadro clinico della bambina era però terribile: perché in quelle condizioni – al quarto mese, con una malformazione multipla congenita, con il cuore all’altezza della spalla, lo stomaco dentro il torace, la milza al posto di un bronco, un polmone piccolo come una noce e un altro, quello di sinistra, che proprio non funzionava – la situazione sembrava impossibile da recuperare. E in effetti era proprio così.
Tornati a casa, arrivati al chilometro trentacinque della Cassia, nel cuore silenzioso di Trevignano Romano, Gianluca fece quello che non andrebbe mai fatto quando un medico appunta su un foglietto bianco del ricettario quelle che, a livello clinico, sono le “esatte terminologie della diagnosi” e quelle che per te, invece, non possono essere altro che semplici scarabocchi di una diagnosi, lì per lì, incomprensibile. Così, Gianluca scese dalla macchina, baciò Sabrina, salutò la figlia di tre anni, Livia, salì una rampa di scale, aprì la porta dello studio, accese il portatile della Apple, si collegò alla rete e dopo aver estratto dalla tasca dei jeans un appunto con la definizione esatta della malattia che il medico aveva utilizzato pochi minuti prima in clinica, lui cliccò su Google, battè sulla la tastiera la parola “ernia”, aggiunse un “+”, fece seguire “diaframmatica” e poi lesse i primi risultati: “Malattia congenita”, “Sindrome malformativa multipla”; “Mancata o incompleta formazione del diaframma”; “Fuoriuscita di viscere dall’addome”; “Protrusione del contenuto addominale nel torace”; “Grave difetto del diaframma”; “Passaggio di una porzione dello stomaco dall’addome al torace”; “Migrazione di uno o più visceri addominali nella cavità toracica”, e molto altro. A quel punto, Gianluca chiamò un suo amico, gli raccontò la storia e gli chiese cosa significasse, davvero, “difetto del diaframma”; gli chiese cosa significasse “fuoriuscita di viscere dall’addome”; gli chiese quanto tempo la moglie avrebbe dovuto passare in ospedale; quante possibilità di sopravvivenza avrebbe avuto quella gravidanza; se quella bambina sarebbe potuta crescere normalmente; se sarebbe stata in grado di respirare da sola, di parlare come gli altri, di sorridere con gli amici e se, crescendo, avrebbe avuto la forza di frequentare tranquillamente anche l’asilo a pochi metri da casa. Quel giorno, però, lui scoprì solo che sua figlia aveva il cinquanta per cento di possibilità; Gianluca sapeva che di fronte a un problema così grande, con una bambina che aveva lo stomaco spostato nel torace, la milza al posto del polmone e il cuore più vicino alla spalla che allo sterno, sarebbe potuto accadere di tutto: che la bambina morisse soffocata nel pancione, che morisse subito dopo essere nata o che magari, una volta partorita, non riuscisse a respirare per più di quattro giorni. Gianluca, poi, continuerà a informarsi: scoprirà che per ogni nato con ernia diaframmatica che sopravvive fino a quattro anni la qualità della vita è nella maggior parte dei casi “scarsa”; che, di casi come questi, sette su dieci nascono vivi; che sette su cento nascono morti; e che tre bambini su dieci, con questa patologia, vengono regolarmente abortiti. E poi c’erano gli amici, che avevano detto a Sabrina di non fare cazzate, di non essere egoista, di non ragionare solo per sé stessa, di pensare alla bambina, di pensare a quanto avrebbe sofferto e di pensare che sarebbe stato davvero ‘irresponsabile’ decidere di mettere al mondo una figlia così. “Sabrina”, le dissero quando lei era ancora in tempo per interrompere la gravidanza, “ma che senso ha? Che stai facendo? Sei sicura che non stai facendo una stronzata?”. Lei però era sicura; e le bastarono poco più di trenta secondi per decidere, insieme con Gianluca, che cosa fare.
Cosa facciamo? Tu che dici? Io la voglio. La voglio anch’io. Ti piace Agnese. Mi piace molto. Ti amo, andiamo avanti. Io a questa bambina ci tengo davvero.
Così spiegarono agli amici che avrebbero portato avanti la gravidanza; dissero che avrebbero voluto tenerla, Agnese; che non sarebbero stati certo loro a non dare l’opportunità di nascere alla loro figlia; e che se ci fosse stata anche una sola piccola possibilità di vita avrebbero voluto dargliela, alla loro bimba. Gianluca e Sabrina avevano semplicemente bisogno che tutto filasse via per il meglio, che la gravidanza arrivasse al termine senza problemi, che i polmoncini si sviluppassero nel migliore dei modi e che il feto continuasse a nutrirsi e a ossigenarsi fino al nono mese. Due settimane dopo, però, Sabrina era già in ospedale: era la trentaseiesima settimana, le contrazioni erano cominciate da diversi giorni, l’infermiera spiegò che la situazione era ancora più a rischio di quella che potevano immaginare e che la bambina, una volta nata, sarebbe stata rapidamente sedata e quindi trasferita nel reparto di terapia intensiva neonatatale dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma; lo stesso ospedale dove Sabrina era arrivata da poche ore e dove l’infermiera, come da prassi, avrebbe accompagnato il papà proprio nel reparto dove, appena nata, sarebbe stata trasportata la piccola Agnese. Gianluca ricorda il corridoio con i lettini, gli ultrasuoni, i ginecologi vestiti di bianco, tutti gli elettrodi, le incubatrici, le ventilazioni meccaniche e gli orari di visita scritti con un pennarello nero sul retro della porta di ingresso. Pochi giorni dopo, Agnese sarebbe arrivata qui: sarebbe nata alle dieci e quaranta minuti del 21 novembre; sarebbe nata con un parto cesareo alla trentanovesima settimana, con un corpicino di circa tre chili e trecento grammi, con una pressione venosa molto alta, con i battiti del cuore fuori controllo e – circondata da un’equipe di quattordici medici – appena partorita, l’ostetrica la prese, le infilò tre tubi dentro la gola e senza darle neppure il tempo di piangere la portò nel reparto di terapia intensiva. Agnese non stava bene, però: quarantotto ore dopo i medici per preacauzione chiesero se papà e mamma fossero credenti e se, prima che fosse troppo tardi, volessero battezzare la bimba. Loro dissero di sì.
Passati tre giorni, i dottori decisero quindi di operarla d’urgenza. Quella notte, Gianluca rimase fuori dall’ospedale, passeggiò su e giù per un’ora e mezza lungo il ponte Sublicio; pensò alle parole della moglie, pensò che quella bimba la voleva, che la voleva amare, che la voleva a ogni costo, che la voleva curare e pensò che non stava facendo affatto una stronzata; pensò solo che lui voleva dare alla bimba l’unica possibilità che aveva. L’intervento, però, a quel punto era qualcosa in più che decisivo: si trattava di un’incisione nella parete muscolare dell’addome; si trattava di chiudere la parete dopo aver riordinato le “viscere” I medici, poi, avrebbero dovuto aspettare per un paio di giorni. “E’ come se il bambino, dopo aver cominciato ad allenarsi, dopo essersi improvvisamente stancato, chiedesse un sostegno esterno per respirare un po’ da solo”, spiegò un infermiere a Gianluca – il quale sapeva perfettamente che in quelle ore Agnese rischiava di morire. L’intervento si concluse alle ventitré e cinquanta minuti del tre dicembre: le condizioni di Agnese erano ancora mediocri, la pressione del ventricolo destro era molto alta, i tubicini le sarebbero stati tolti solo poche ore dopo e l’alimentazione sarebbe stata sospesa solo dopo tre giorni. Gli esami ecocardiaci, però, erano in netto miglioramento, la bimba iniziava lentamente a respirare da sola, rimase ancora qualche giorno in ospedale, trascorse, con qualche difficoltà i primi due mesi di vita, cominciò a crescere piuttosto velocemente, poi cominciò a camminare, iniziò a dire prima papà e poi mamma, uscì dall’ospedale, arrivò a Trevignano; e oggi è una bambina bellissima, ha due anni, i suoi genitori hanno fondato un’associazione che ogni anno salva decine di bambini che non dovevano nascere (si chiama Fabed), la sua storia è diventata un caso di studio in tutto il mondo, e lei respira con un po’ di difficoltà, tossisce spesso e quando qualcuno chiede a Sabrina e a Gianluca la piccola che problemi ha, loro dicono che c’è un polmone che funziona e un altro invece non tanto; che a volte Agnese piange, che a volte tossisce, e che oggi sorride, urla, mangia, respira, ha dei lunghissimi capelli biondi e che quella bambina che non doveva crescere e che sarebbe stato opportuno non far nascere, l’anno prossimo si iscriverà al primo anno di asilo.
Claudio Cerasa
23/03/08
Questa è la tua canzone Marinella/ che sei volata in cielo su una stella/ e come tutte le più belle cose/ vivesti solo un giorno come le rose
Fabrizio De André, la canzone di Marinella
Fabrizio De André, la canzone di Marinella
Alle dieci e mezza lei alzò il telefono e lo chiamò piangendo. Era maggio, era una giornata molto bella, lui era ad Alessandria, lavorava al Giro d’Italia, faceva previsioni meteorologiche e aveva appena visto in Brianza, a Lissone, a ventisei chilometri da Milano, lo scatto sui pedali di Alessandro Petacchi e la magnifica volata vinta poche ore prima contro Erik Zabel e Paolo Bettini. Quel giorno, Gianluca era pronto per la diretta dell’ultima tappa – quella che passava da Alessandria e che arrivava fino a La Thuile, in Val d’Aosta – e la diretta, come ogni giorno, era prevista per le dodici in punto: lui controllò la carta meteorologica, verificò quello che gli esperti chiamano “configurazione barica”, sentì vibrare il cellulare, infilò la mano in tasca e dopo tre squilli rispose al telefono. Sabrina, sua moglie, era al terzo mese di gravidanza ed era rimasta sdraiata sul lettino del ginecologo per quasi venticinque minuti; fu un’ecografia molto lunga, quella: lei aveva visto sullo schermo molti puntini neri e molti puntini bianchi ma ricorda che non aveva capito granché. “E dunque?”, chiese Sabrina al dottore mentre si riallacciava gli ultimi due bottoni della camicetta. “Mi dica, cosa si vede?”. Il medico, appoggiando la montatura degli occhiali sopra una cartellina a righe e strappando via un foglio di carta dal blocchetto del ricettario, le spiegò che c’era qualcosa che non andava e le fissò un nuovo appuntamento dopo quattro settimane. Sabrina alzò il telefono, chiamò Gianluca, cominciò a piangere e gli disse che c’erano dei problemi: il dottore non riusciva a capire che cosa aveva la bambina e quella macchietta, che sembrava un piccolo neo al centro dello stomaco, effettivamente era “molto deformata”. La situazione, continuò il medico, sembrava preoccupante: quella macchia che si dilatava poteva essere uno stomaco cresciuto in maniera abnorme; poteva essere il sintomo, non ancora ben definito, di una malattia cardiovascolare; poteva essere una non grave fibrosi cistica; poteva essere, inoltre, un più grave problema di origine genetico. Solo che così, da quello schermetto verde grande la metà di una pagina di giornale, ancora non si capiva di cosa diavolo si trattasse. Le dissero che servivano altri esami, altre ecografie e che naturalmente servivano altre visite. La diagnosi, come si dice in questi casi, sembrava seria ma non preoccupante.
La prima visita fu a maggio, la seconda a giugno, la terza a luglio, la quarta ad agosto. Come primo esame, Sabrina si sottopose a una villocentesi: il dottore infilò un ago fino a toccarle la placenta e prelevò quei villi coliari grazie ai quali sarebbe stato possibile avere tutte le informazioni genetiche necessarie e verificare, dunque, se quelli che fino a quel momento erano stati identificati come generici “problemi genetici” avessero anche un nome preciso. Così, i medici verificarono se quella macchia fosse una cistite, cercarono di scoprire se quella fosse una patologia legata alla milza, ma i risultati erano ancora un po’ troppo contraddittori. Poi, ad agosto, quando Sabrina e Gianluca avevano appena festeggiato il loro quindicesimo anno di matrimonio e quando avevano ormai capito che molto era cambiato rispetto a quelle ecografie che “evidenziavano un quadro più o meno sotto controllo”, tutti e due, intuirono che le cose erano un po’ più serie di ciò che credevano. E questo, proprio nel momento in cui, a pochi giorni da settembre, al termine dell’ennesima ecografia, il medico disse che non si capiva dove si trovava il cuore. “Non si capisce? Mi scusi, dottore, ma che significa?”, chiese Gianluca, molto spaventato. “Semplicemente non si capisce”, rispose il medico accarezzando la pancia della mamma con la sondina ecografica e aggiungendo, poi, quelle parole che lì sul momento – Sabrina e suo marito – proprio non potevano capire: perché, signora, il diaframma non funziona, si tratta di un’ernia, la situazione è molto preoccupante, mi spiace, lo so, è dura.
Sentì dire “ernia”, e Gianluca – pensando a quella che si andava a poco a poco a configurare nella sua mente come una semplice ernietta – in realtà si sentì quasi sollevato. Il quadro clinico della bambina era però terribile: perché in quelle condizioni – al quarto mese, con una malformazione multipla congenita, con il cuore all’altezza della spalla, lo stomaco dentro il torace, la milza al posto di un bronco, un polmone piccolo come una noce e un altro, quello di sinistra, che proprio non funzionava – la situazione sembrava impossibile da recuperare. E in effetti era proprio così.
Tornati a casa, arrivati al chilometro trentacinque della Cassia, nel cuore silenzioso di Trevignano Romano, Gianluca fece quello che non andrebbe mai fatto quando un medico appunta su un foglietto bianco del ricettario quelle che, a livello clinico, sono le “esatte terminologie della diagnosi” e quelle che per te, invece, non possono essere altro che semplici scarabocchi di una diagnosi, lì per lì, incomprensibile. Così, Gianluca scese dalla macchina, baciò Sabrina, salutò la figlia di tre anni, Livia, salì una rampa di scale, aprì la porta dello studio, accese il portatile della Apple, si collegò alla rete e dopo aver estratto dalla tasca dei jeans un appunto con la definizione esatta della malattia che il medico aveva utilizzato pochi minuti prima in clinica, lui cliccò su Google, battè sulla la tastiera la parola “ernia”, aggiunse un “+”, fece seguire “diaframmatica” e poi lesse i primi risultati: “Malattia congenita”, “Sindrome malformativa multipla”; “Mancata o incompleta formazione del diaframma”; “Fuoriuscita di viscere dall’addome”; “Protrusione del contenuto addominale nel torace”; “Grave difetto del diaframma”; “Passaggio di una porzione dello stomaco dall’addome al torace”; “Migrazione di uno o più visceri addominali nella cavità toracica”, e molto altro. A quel punto, Gianluca chiamò un suo amico, gli raccontò la storia e gli chiese cosa significasse, davvero, “difetto del diaframma”; gli chiese cosa significasse “fuoriuscita di viscere dall’addome”; gli chiese quanto tempo la moglie avrebbe dovuto passare in ospedale; quante possibilità di sopravvivenza avrebbe avuto quella gravidanza; se quella bambina sarebbe potuta crescere normalmente; se sarebbe stata in grado di respirare da sola, di parlare come gli altri, di sorridere con gli amici e se, crescendo, avrebbe avuto la forza di frequentare tranquillamente anche l’asilo a pochi metri da casa. Quel giorno, però, lui scoprì solo che sua figlia aveva il cinquanta per cento di possibilità; Gianluca sapeva che di fronte a un problema così grande, con una bambina che aveva lo stomaco spostato nel torace, la milza al posto del polmone e il cuore più vicino alla spalla che allo sterno, sarebbe potuto accadere di tutto: che la bambina morisse soffocata nel pancione, che morisse subito dopo essere nata o che magari, una volta partorita, non riuscisse a respirare per più di quattro giorni. Gianluca, poi, continuerà a informarsi: scoprirà che per ogni nato con ernia diaframmatica che sopravvive fino a quattro anni la qualità della vita è nella maggior parte dei casi “scarsa”; che, di casi come questi, sette su dieci nascono vivi; che sette su cento nascono morti; e che tre bambini su dieci, con questa patologia, vengono regolarmente abortiti. E poi c’erano gli amici, che avevano detto a Sabrina di non fare cazzate, di non essere egoista, di non ragionare solo per sé stessa, di pensare alla bambina, di pensare a quanto avrebbe sofferto e di pensare che sarebbe stato davvero ‘irresponsabile’ decidere di mettere al mondo una figlia così. “Sabrina”, le dissero quando lei era ancora in tempo per interrompere la gravidanza, “ma che senso ha? Che stai facendo? Sei sicura che non stai facendo una stronzata?”. Lei però era sicura; e le bastarono poco più di trenta secondi per decidere, insieme con Gianluca, che cosa fare.
Cosa facciamo? Tu che dici? Io la voglio. La voglio anch’io. Ti piace Agnese. Mi piace molto. Ti amo, andiamo avanti. Io a questa bambina ci tengo davvero.
Così spiegarono agli amici che avrebbero portato avanti la gravidanza; dissero che avrebbero voluto tenerla, Agnese; che non sarebbero stati certo loro a non dare l’opportunità di nascere alla loro figlia; e che se ci fosse stata anche una sola piccola possibilità di vita avrebbero voluto dargliela, alla loro bimba. Gianluca e Sabrina avevano semplicemente bisogno che tutto filasse via per il meglio, che la gravidanza arrivasse al termine senza problemi, che i polmoncini si sviluppassero nel migliore dei modi e che il feto continuasse a nutrirsi e a ossigenarsi fino al nono mese. Due settimane dopo, però, Sabrina era già in ospedale: era la trentaseiesima settimana, le contrazioni erano cominciate da diversi giorni, l’infermiera spiegò che la situazione era ancora più a rischio di quella che potevano immaginare e che la bambina, una volta nata, sarebbe stata rapidamente sedata e quindi trasferita nel reparto di terapia intensiva neonatatale dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma; lo stesso ospedale dove Sabrina era arrivata da poche ore e dove l’infermiera, come da prassi, avrebbe accompagnato il papà proprio nel reparto dove, appena nata, sarebbe stata trasportata la piccola Agnese. Gianluca ricorda il corridoio con i lettini, gli ultrasuoni, i ginecologi vestiti di bianco, tutti gli elettrodi, le incubatrici, le ventilazioni meccaniche e gli orari di visita scritti con un pennarello nero sul retro della porta di ingresso. Pochi giorni dopo, Agnese sarebbe arrivata qui: sarebbe nata alle dieci e quaranta minuti del 21 novembre; sarebbe nata con un parto cesareo alla trentanovesima settimana, con un corpicino di circa tre chili e trecento grammi, con una pressione venosa molto alta, con i battiti del cuore fuori controllo e – circondata da un’equipe di quattordici medici – appena partorita, l’ostetrica la prese, le infilò tre tubi dentro la gola e senza darle neppure il tempo di piangere la portò nel reparto di terapia intensiva. Agnese non stava bene, però: quarantotto ore dopo i medici per preacauzione chiesero se papà e mamma fossero credenti e se, prima che fosse troppo tardi, volessero battezzare la bimba. Loro dissero di sì.
Passati tre giorni, i dottori decisero quindi di operarla d’urgenza. Quella notte, Gianluca rimase fuori dall’ospedale, passeggiò su e giù per un’ora e mezza lungo il ponte Sublicio; pensò alle parole della moglie, pensò che quella bimba la voleva, che la voleva amare, che la voleva a ogni costo, che la voleva curare e pensò che non stava facendo affatto una stronzata; pensò solo che lui voleva dare alla bimba l’unica possibilità che aveva. L’intervento, però, a quel punto era qualcosa in più che decisivo: si trattava di un’incisione nella parete muscolare dell’addome; si trattava di chiudere la parete dopo aver riordinato le “viscere” I medici, poi, avrebbero dovuto aspettare per un paio di giorni. “E’ come se il bambino, dopo aver cominciato ad allenarsi, dopo essersi improvvisamente stancato, chiedesse un sostegno esterno per respirare un po’ da solo”, spiegò un infermiere a Gianluca – il quale sapeva perfettamente che in quelle ore Agnese rischiava di morire. L’intervento si concluse alle ventitré e cinquanta minuti del tre dicembre: le condizioni di Agnese erano ancora mediocri, la pressione del ventricolo destro era molto alta, i tubicini le sarebbero stati tolti solo poche ore dopo e l’alimentazione sarebbe stata sospesa solo dopo tre giorni. Gli esami ecocardiaci, però, erano in netto miglioramento, la bimba iniziava lentamente a respirare da sola, rimase ancora qualche giorno in ospedale, trascorse, con qualche difficoltà i primi due mesi di vita, cominciò a crescere piuttosto velocemente, poi cominciò a camminare, iniziò a dire prima papà e poi mamma, uscì dall’ospedale, arrivò a Trevignano; e oggi è una bambina bellissima, ha due anni, i suoi genitori hanno fondato un’associazione che ogni anno salva decine di bambini che non dovevano nascere (si chiama Fabed), la sua storia è diventata un caso di studio in tutto il mondo, e lei respira con un po’ di difficoltà, tossisce spesso e quando qualcuno chiede a Sabrina e a Gianluca la piccola che problemi ha, loro dicono che c’è un polmone che funziona e un altro invece non tanto; che a volte Agnese piange, che a volte tossisce, e che oggi sorride, urla, mangia, respira, ha dei lunghissimi capelli biondi e che quella bambina che non doveva crescere e che sarebbe stato opportuno non far nascere, l’anno prossimo si iscriverà al primo anno di asilo.
Claudio Cerasa
23/03/08
martedì 18 marzo 2008
lunedì 17 marzo 2008
Il Foglio. "Le mamme di Rignano al Senato, l’ultimo ammanettamento elettorale del Pd"
Roma. Le nuove stagioni democratiche, che si apparentano con i tintinnii spensierati delle manette dei valori, passano anche dall’asilo di Rignano Flaminio e candidano al Senato una simpatica mamma con i capelli rossi – già attrice, già autrice, già scrittrice, già coordinatrice dell’associazione dei genitori di Rignano – che porterà in Parlamento, leggiamo le sue parole, la “tutela dei minori”; che testimonierà alle Camere la “paura di prendere posizioni su temi così spinosi come la pedofilia”; e che avrebbe già presentato tre proposte di legge per “inasprire le pene contro i pedofili”. Niente di strano: il tema della lotta dura contro la pedofilia scorre già da tempo nel cuore della campagna elettorale del Pd; al loft, e non solo lì, non è stato così difficile comprendere, da subito, che razza di formidabile strumento di consenso elettorale sia questa tolleranza zero a prezzi stracciati; e in fondo, non era stato lo stesso W, rispondendo a Fini che aveva già risposto di suo a Calderoli, a confessare di non poter proprio escludere, in futuro, la castrazione chimica per il pedofilo? Ma certo che sì! Il problema, però, è questo: è inesatto, davvero inappropriato, dire che le Rignano in Parlamento “rappresentano il diritto delle famiglie di mettere il proprio figlio in una scuola senza temere che finisca in un giro di pedofili”. Perché la nuova stagione che mette in lista, in settima posizione, il simbolo forte di tutte quelle prime pagine, tutte quelle didascalie e tutti quei titoli caduti a peso morto – per mesi e mesi – sulle vite di uomini e donne accusati, e arrestati, per i peggiori reati di questo mondo (e indagati ancora oggi senza che sia stato trovato uno straccio di prova certa); se c’è una nuova stagione, che non solo giustifica ma candida con allegria le espressioni pop di quella scorretta inclinazione alla caccia alle streghe; ecco, tutto questo mette un po’ paura; e non può che spaventarti quel tipo di idea politica che non resiste alla seduzione dei tesoretti elettorali fatti di manette e di colpevoli inchiostri preventivi.
Parliamo di Rignano; parliamo di Garlasco; parliamo di Perugia; parliamo di Gravina; parliamo di tutte quelle terribili culture del sospetto senza presunzioni di innocenza, così asfissianti, oggi, da colpire anche chi in passato aveva chiuso un occhio sì e l’altro pure. “C’è la sgradevole sensazione di trovarsi alle prese con una magistratura che indispettita dai suoi errori non riesce a correggere sé stessa”, aveva, infine, scritto due giorni fa Giuseppe D’Avanzo su Repubblica. Qui, ovviamente, non c’è nulla contro la candidata dell’Idv, Roberta Lerici: quella mamma, molto gentile, che per mesi, a pochi chilometri da Rignano, accoglieva nella sua casa tantissimi giornalisti e che già nel maggio del 2007 accompagnava in conferenza stampa a Montecitorio l’onorevole Stefano Pedica (oggi candidato numero uno in Senato, nel Lazio, per l’Idv). Il punto è che, come scritto ieri da Filippo Facci, sarebbe stato magnifico se con la candidata mamma ci fosse stata anche la candidata maestra di Rignano; sarebbe stato splendido se la corrente, oggi un po’ fiacchina, della nuova stagione, insieme con quella mamma – che giustamente combatte perché si comprenda cosa è successo a Rignano (che è cosa però diversa dal dirti che, senza dubbio, “quei bambini sono stati deflorati”) – avesse proposto anche, non so, il candidato in quota “maestra di Rignano” o il candidato in quota “ingiustamente arrestato”, come il Patrick Lumumba di Perugia. In fondo, parlando con questo giornale, era stato proprio W a dire che non si sarebbe mai fatto accecare dalle cacce alle streghe; ed era stato proprio lui, parlando degli anni Novanta, a dire che “quella (del giustizialismo) è una stagione che non andrebbe ripetuta, nel senso dell’uso di strumenti giudiziari secondo me sproporzionati rispetto alla situazione data”. Ecco: è davvero un peccato, dunque che, qui a sinistra, tra tutti i Calearo, le Madia e gli ammanettamenti dei valori, non ci sia stato nessuno che abbia deciso di metterti in lista quelle semplici presunzioni di innocenza che evidentemente, anche se tanto evidente non lo è, andrebbero garantite a tutti quegli elettori che non hanno la fortuna di potersi permettere l’assistenza dei grandi principi del foro.
Claudio Cerasa
14/03/08
Parliamo di Rignano; parliamo di Garlasco; parliamo di Perugia; parliamo di Gravina; parliamo di tutte quelle terribili culture del sospetto senza presunzioni di innocenza, così asfissianti, oggi, da colpire anche chi in passato aveva chiuso un occhio sì e l’altro pure. “C’è la sgradevole sensazione di trovarsi alle prese con una magistratura che indispettita dai suoi errori non riesce a correggere sé stessa”, aveva, infine, scritto due giorni fa Giuseppe D’Avanzo su Repubblica. Qui, ovviamente, non c’è nulla contro la candidata dell’Idv, Roberta Lerici: quella mamma, molto gentile, che per mesi, a pochi chilometri da Rignano, accoglieva nella sua casa tantissimi giornalisti e che già nel maggio del 2007 accompagnava in conferenza stampa a Montecitorio l’onorevole Stefano Pedica (oggi candidato numero uno in Senato, nel Lazio, per l’Idv). Il punto è che, come scritto ieri da Filippo Facci, sarebbe stato magnifico se con la candidata mamma ci fosse stata anche la candidata maestra di Rignano; sarebbe stato splendido se la corrente, oggi un po’ fiacchina, della nuova stagione, insieme con quella mamma – che giustamente combatte perché si comprenda cosa è successo a Rignano (che è cosa però diversa dal dirti che, senza dubbio, “quei bambini sono stati deflorati”) – avesse proposto anche, non so, il candidato in quota “maestra di Rignano” o il candidato in quota “ingiustamente arrestato”, come il Patrick Lumumba di Perugia. In fondo, parlando con questo giornale, era stato proprio W a dire che non si sarebbe mai fatto accecare dalle cacce alle streghe; ed era stato proprio lui, parlando degli anni Novanta, a dire che “quella (del giustizialismo) è una stagione che non andrebbe ripetuta, nel senso dell’uso di strumenti giudiziari secondo me sproporzionati rispetto alla situazione data”. Ecco: è davvero un peccato, dunque che, qui a sinistra, tra tutti i Calearo, le Madia e gli ammanettamenti dei valori, non ci sia stato nessuno che abbia deciso di metterti in lista quelle semplici presunzioni di innocenza che evidentemente, anche se tanto evidente non lo è, andrebbero garantite a tutti quegli elettori che non hanno la fortuna di potersi permettere l’assistenza dei grandi principi del foro.
Claudio Cerasa
14/03/08
Etichette:
Di Pietro,
pedofilia,
Rignano Flaminio,
Valori,
Veltroni
Il Foglio. "A Genova cronisti di Repubblica smontano la montatura"
Genova. Il senso di una notizia, che a Napoli aveva già indossato la maschera trasparente di un blitz che non era mai stato un blitz, è arrivato ieri mattina, con un po’ di sanissima malignità, sulle prime pagine di tutti quei giornali che avevano già pronto il colpo in canna per raccontare una verità impossibile ma da dimostrare a ogni costo. La testimonianza cronistica della tentata manipolazione di una storia drammatica come quella di Genova – dove lunedì scorso si è suicidato un ginecologo che aveva appena scoperto di essere indagato per violazione dell’articolo 19 della legge 194 – è tutta qui; è tutta nelle semplici e terribili parole di una delle donne che avrebbe interrotto la propria gravidanza nello studio privato del ginecologo genovese; una donna, già protagonista di un reality show, che avrebbe abortito perché un bambino “in questo momento potrebbe compromettere la mia vita professionale”; che avrebbe scelto la via clandestina all’aborto perché non voleva “che trapelasse la notizia”; che, dice lei, oggi non prova “nessun dolore, nessun rimorso”; perché in fondo, spiega, la scelta non può che essere quella quando si è “un personaggio pubblico”, quando si ha “il terrore che si sappia in giro” e quando, poi, tu proprio “non credevi di commettere un reato”.
Ma anche in questo caso, così come già successo al Policlinico Federico II di Napoli, non era poi così difficile mettere insieme il filo logico della storia genovese e capire quanto sia grottesco dire cose così; dire che questa non è altro che la “dimostrazione ulteriore del fatto che non si può giocare con le parole e con le leggi, salvo lasciare le persone sole ed esposte a pericoli” (Barbara Pollastrini); che questa è la prova provata che “campagne politiche di criminalizzazione dell’aborto hanno fatto una vittima” (Bobo Craxi); che il ginecologo, che si chiamava Ernesto Rossi, è una “vittima dell’ipocrisia di chi ha relegato gli aborti ai margini della sanità e di chi affronta il tema solo per porre ulteriori ostacoli alle donne”.
Perché a Genova è andata in un altro modo: è andata che un ginecologo dell’ospedale Gaslini (dove le interruzioni di gravidanza sono consentite a partire dal novantesimo giorno) era indagato e intercettato già da tempo, dai primi di ottobre, in seguito a una segnalazione anonima ricevuta dai Nas; è andata che, secondo l’accusa, il ginecologo avrebbe permesso a molte donne di eseguire aborti clandestini nei suoi studi privati; è andata che decine di signore avrebbero pagato fino a cinquecento euro per aspirare via il proprio bimbo; è andata che il ginecologo è stato interrogato, che il suo studio è stato perquisito e che Rossi abbia deciso, poi, di buttarsi giù dall’undicesimo piano del suo studio di Rapallo. Tutto questo, mentre scopri che oggi a Genova c’è un sindaco molto preoccupato di come, negli ospedali che fanno interruzioni di gravidanza, sia impressionante la “lunghezza delle liste di attesa”; un sindaco che però – con lo stesso riflesso che ha chi, per risolvere gli affollamenti nelle carceri, propone semplicemente di farne di più, di carceri – sembra non comprendere fino in fondo che forse il problema è proprio quello: non che non ci sia più spazio per fare aborti, ma che in un’indifferenza assordante le liste sono diventate un po’ troppo lunghe.
C’è di più però: perché nel tentativo decisamente goffo di dimostrare che quelle donne, tra Genova e Rapallo, avrebbero abortito in nome di un’autoderminazione che sarebbe consentita pienamente, in certi casi, solo da una semplice espulsione clandestina, ecco, in tutto questo, le parole delle testimoni, purtroppo volontarie, della storiaccia di Genova sono la metafora perfetta non solo di una legge tradita nel suo cuore, ma anche di una certa freddezza e impassibilità morale nell’interruzione di quella che in fondo non era altro che una vita e che, per legge, va punita con una multa di cinquantuno euro. “Non mi sentivo di affrontare tutta la trafila che impone la legge, né di andare in ospedale”; “Dover rispondere a delle domande, spiegare il perché si fa una cosa così è un’umiliazione”; “Avevo paura che qualcuno cercasse di convincermi a non fare una cosa che io dovevo assolutamente fare”; “Avevo un fidanzato”, “ero rimasta incinta. Sono stati giorni duri, tormentati. Non è stato facile, ma alla fine ho deciso che quel figlio non lo volevo, e mi sono rivolta al ginecologo”; “Avrei dovuto sottopormi a una procedura umiliante, fatta di test, domande, colloqui”; “Volevo fare presto, come desiderano tutte le donne nelle mie condizioni, per cercare poi di dimenticare e andare avanti”.
Domande, test e colloqui. Come se un consultorio avesse davvero, nei fatti, la possibilità di dire no a una donna che vuole interrompere la sua gravidanza. “Balle – dice il ginecologo modenese Matteo Crotti, di cui pubblichiamo nell’inserto I uno studio interessante sugli aborti in Italia – Sono balle perché qui il ‘no’ non esiste. Perché una donna può venire in consultorio e abortire per la quarta volta in due anni; anche per il motivo più futile che possa esistere al mondo. E non esiste nessuna circostanza in cui un dottore dica ‘signora, mi spiace, lei non può interrompere la gravidanza’, visto che in quel caso, pensateci, il dottore si vedrebbe rivoltare contro tutti gli abortisti e magari verrebbe pure denunciato. Perché in consultorio capitano anche cose di questo tipo; e capita, come è successo a me la scorsa settimana, che una donna possa arrivare dal ginecologo e dirgli così: dottore, guardi, non posso andare avanti; devo abortire subito. Con questa nausea non ce la posso fare. Perché, vede, la prossima settimana dovrei andare in vacanza alle Seychelles”.
Claudio Cerasa
14/03/08
Ma anche in questo caso, così come già successo al Policlinico Federico II di Napoli, non era poi così difficile mettere insieme il filo logico della storia genovese e capire quanto sia grottesco dire cose così; dire che questa non è altro che la “dimostrazione ulteriore del fatto che non si può giocare con le parole e con le leggi, salvo lasciare le persone sole ed esposte a pericoli” (Barbara Pollastrini); che questa è la prova provata che “campagne politiche di criminalizzazione dell’aborto hanno fatto una vittima” (Bobo Craxi); che il ginecologo, che si chiamava Ernesto Rossi, è una “vittima dell’ipocrisia di chi ha relegato gli aborti ai margini della sanità e di chi affronta il tema solo per porre ulteriori ostacoli alle donne”.
Perché a Genova è andata in un altro modo: è andata che un ginecologo dell’ospedale Gaslini (dove le interruzioni di gravidanza sono consentite a partire dal novantesimo giorno) era indagato e intercettato già da tempo, dai primi di ottobre, in seguito a una segnalazione anonima ricevuta dai Nas; è andata che, secondo l’accusa, il ginecologo avrebbe permesso a molte donne di eseguire aborti clandestini nei suoi studi privati; è andata che decine di signore avrebbero pagato fino a cinquecento euro per aspirare via il proprio bimbo; è andata che il ginecologo è stato interrogato, che il suo studio è stato perquisito e che Rossi abbia deciso, poi, di buttarsi giù dall’undicesimo piano del suo studio di Rapallo. Tutto questo, mentre scopri che oggi a Genova c’è un sindaco molto preoccupato di come, negli ospedali che fanno interruzioni di gravidanza, sia impressionante la “lunghezza delle liste di attesa”; un sindaco che però – con lo stesso riflesso che ha chi, per risolvere gli affollamenti nelle carceri, propone semplicemente di farne di più, di carceri – sembra non comprendere fino in fondo che forse il problema è proprio quello: non che non ci sia più spazio per fare aborti, ma che in un’indifferenza assordante le liste sono diventate un po’ troppo lunghe.
C’è di più però: perché nel tentativo decisamente goffo di dimostrare che quelle donne, tra Genova e Rapallo, avrebbero abortito in nome di un’autoderminazione che sarebbe consentita pienamente, in certi casi, solo da una semplice espulsione clandestina, ecco, in tutto questo, le parole delle testimoni, purtroppo volontarie, della storiaccia di Genova sono la metafora perfetta non solo di una legge tradita nel suo cuore, ma anche di una certa freddezza e impassibilità morale nell’interruzione di quella che in fondo non era altro che una vita e che, per legge, va punita con una multa di cinquantuno euro. “Non mi sentivo di affrontare tutta la trafila che impone la legge, né di andare in ospedale”; “Dover rispondere a delle domande, spiegare il perché si fa una cosa così è un’umiliazione”; “Avevo paura che qualcuno cercasse di convincermi a non fare una cosa che io dovevo assolutamente fare”; “Avevo un fidanzato”, “ero rimasta incinta. Sono stati giorni duri, tormentati. Non è stato facile, ma alla fine ho deciso che quel figlio non lo volevo, e mi sono rivolta al ginecologo”; “Avrei dovuto sottopormi a una procedura umiliante, fatta di test, domande, colloqui”; “Volevo fare presto, come desiderano tutte le donne nelle mie condizioni, per cercare poi di dimenticare e andare avanti”.
Domande, test e colloqui. Come se un consultorio avesse davvero, nei fatti, la possibilità di dire no a una donna che vuole interrompere la sua gravidanza. “Balle – dice il ginecologo modenese Matteo Crotti, di cui pubblichiamo nell’inserto I uno studio interessante sugli aborti in Italia – Sono balle perché qui il ‘no’ non esiste. Perché una donna può venire in consultorio e abortire per la quarta volta in due anni; anche per il motivo più futile che possa esistere al mondo. E non esiste nessuna circostanza in cui un dottore dica ‘signora, mi spiace, lei non può interrompere la gravidanza’, visto che in quel caso, pensateci, il dottore si vedrebbe rivoltare contro tutti gli abortisti e magari verrebbe pure denunciato. Perché in consultorio capitano anche cose di questo tipo; e capita, come è successo a me la scorsa settimana, che una donna possa arrivare dal ginecologo e dirgli così: dottore, guardi, non posso andare avanti; devo abortire subito. Con questa nausea non ce la posso fare. Perché, vede, la prossima settimana dovrei andare in vacanza alle Seychelles”.
Claudio Cerasa
14/03/08
giovedì 13 marzo 2008
Il Foglio. "Clandestinità triste. Il caso di Genova (ancora indecidibile) ci ridice solo l’orrore dell’aborto"
Neppure quando si parla di storie terribili, come quella del ginecologo indagato per violazione della legge 194 (e suicida lunedì scorso a Rapallo), neppure in questi casi il giornalista collettivo riesce a controllare il suo istinto pavloviano di raccontare una notizia ricostruendola su pericolosissimi e insinceri castelli di sabbia. Non era difficile, per politici in fondo esperti come Bobo Craxi, capire in tempo quanto possa essere poco sensato dire che oggi “campagne politiche di criminalizzazione dell’aborto hanno fatto una vittima”; non era così complicato spiegare, subito e con chiarezza, che quella di Genova non è un’indagine nata oggi ma nell’ottobre 2007, prima di ogni idea di moratoria; e che la storia del ginecologo suicida (innocente fino a prova contraria) fa parte, purtroppo, di tutti quei capitoli che accrescono ogni giorno l’orrore nei confronti dell’aborto. Detto questo, chi in maniera un po’ goffa cerca di strumentalizzare anche casi come quello di Genova è davvero come se, a tutti i costi, cercasse di chiudere la bocca a quella battaglia limpida, trasparente e superpolitica ingaggiata in difesa di una strage moralmente indifferente. Dunque, mette i brividi dover ricordare anche oggi, a medici come Silvio Viale, che le soluzioni al veleno proposte per eliminare gli aborti clandestini – la Ru486 – sono le stesse che rischiano di far ricadere la donna nella solitudine dell’aborto fatto in casa, che camufferebbe la sua ritrovata clandestinità con la forma falsamente innocua di una piccola pillola bianca.
Claudio Cerasa
14/03/08
Claudio Cerasa
14/03/08
Iscriviti a:
Post (Atom)
