• Bettini propone un “governo delle riforme”, Veltroni pensa al referendum. E se si va al voto? “Se qualcuno ci sta, ben venga”
Roma. Sono le quattordici e due minuti quando il vicesegretario del Pd, Dario Franceschini, scende dal Campidoglio, arriva al Senato e dopo cinquantaquattro minuti di colloquio con Walter Veltroni spiega perché l’agonizzante serietà al governo non poteva che essere, ieri, l’unica scelta possibile per il loft del Pd. “Il voto di fiducia renderà trasparente di fronte a tutti la scelta di chi, come noi, mantiene il patto con gli italiani e il sostegno a Prodi e chi per un motivo o un altro, ha cambiato idea e tradito il patto”, raccontava ieri pomeriggio Franceschini, prima che i centessantuno senatori sfiduciassero Prodi a Palazzo Madama; prima che Prodi parlasse a Palazzo Madama di “ritocchi alla squadra di governo” e di “urgenti riforme istituzionali”; prima che la vocazione maggioritaria del Pd fosse costretta a caricare il suo terzo colpo in canna per sopravvivere al bunker ulivista, e ora sfiduciato, di Romano Prodi.
Fino a ieri pomeriggio, la posizione del Pd veltroniano era quella pianificata lunedì sera insieme con i parlamentari del loft: “Le elezioni sono la scelta peggiore per il paese”. Un modo gentile, questo, per togliere qualsiasi alibi a chiunque avesse voluto collocare il Pd sulla scena del delitto prodiano; ma anche un modo come un altro per far capire che, se è vero che il Pd considera le elezioni come la scelta peggiore, dall’altra parte al loft c’è qualcuno che già da tempo aveva cominciato a riflettere sul modo migliore per arrivare al voto. Con un governo Prodi, ufficialmente; con un esecutivo tecnico – e “super partes”, come direbbe Mario Monti – nella realtà. E fino a ieri mattina, i conti tornavano pure: Rutelli, D’Alema, Casini, Bertinotti, Marini, Napolitano, Pisanu, governo tecnico, voto a maggio o referendum. Perché come priorità per il Pd, come scritto ieri sull’Unità dal costituzionalista veltroniano Stefano Ceccanti, ci sarebbe un “governo con mandato più ristretto possibile che accompagni anche la celebrazione del referendum e che ne perfezioni l’esito”. L’idea non è certo stata cancellata dall’agenda del controbunker veltroniano: al loft si sono accorti che nel pallottoliere del governo tecnico mancherebbe il bussolotto dell’Udc, ieri Goffredo Bettini chiedeva a Berlusconi di far “fare un passo avanti storico all’Italia” con un governo delle riforme, ma il dato di fatto è che W ha capito che il carrozzone liquido del Pd per evitare di schiantarsi contro il palo della serietà al governo da ora in poi deve fare corsa a sé. Anche rispetto al bunker ormai affondato di Prodi.
Qualsiasi decisione prenderà in queste ore Giorgio Napolitano, nella convivenza impossibile tra segretario e presidente del Pd (presidente che fino a oggi è andato alla sede di partito una sola volta, in quasi tre mesi), Veltroni ora, spiegano dal loft, “sarebbe ben contento anche di un governo prodiano ma ‘de facto’ tecnico, e controllato via loft. Ma non solo: per mettere in piedi la sua vocazione maggioritaria, in realtà ora Walter si troverà nelle condizioni ideali, essendo ‘costretto’ ad accentrare ancor di più i suoi poteri per trasformarsi da semplice segretario a commissario straordinario del Pd”. Perché il controbunker del loft W ha deciso di costruirlo così: con un patto di non belligeranza con D’Alema, senza contraddire apertamente Prodi e senza però stargli neppure troppo vicino, al Prof bolognese (ieri pomeriggio, mentre Prodi parlava in Senato, W si occupava al comune della nuova sede della Lazio). Certo è che, se il Pd dovesse andare al voto con una legge elettorale come la Calderoli, il controbunker sarà costretto a definire la sua vocazione maggioritaria in modo un po’ più elastico. Perché c’è chi crede che oggi il “centrodestra si ricompatterà, e perdere per perdere, a questo punto almeno conviene salvare l’onore”. Ma c’è anche chi dice perché oggi il “tutti soli alle elezioni” di W andrebbe letto così. “Di questo principio se n’è parlato quando votare col Porcellum era ipotesi irrealistica – spiega al Foglio la Responsabile istituzioni del Pd, Federica Mogherini. Non per questo quell’idea non è attuale oggi. Il punto è che invertire l’ordine logico significa che se il Partito democratico fa un suo programma, e non ci sono tentennamenti sulle virgole, se qualcuno ci sta, ben venga”.
Claudio Cerasa
25/01/08
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venerdì 25 gennaio 2008
giovedì 1 novembre 2007
Il Foglio. "Il nuovo Bill Gates odia Bush"
Il nuovo Bill Gates si chiama Eric Schmidt, ha cinquant'anni (come Gates), è uno degli uomini più ricchi del mondo (un po' meno di Gates), è il capo di Google, capo di Apple, democratico, amico di Al Gore, amico di John Kerry, amico di Bill e Hillary Clinton e le prossime elezioni potrebbe deciderle lui.
Era il settembre del 2000 quando sul muro dell'ufficio al numero 1.600 di Amphitheatre Parkway, nella città di Mountain View (California), Sergei Brin e Larry Page, i due fondatori del motore di ricerca più importante del mondo (Google), iniziano a proiettare la biografia di Eric Schmidt. "This is your biography", gli dicono. Le luci erano spente, il proiettore accesso, Larry e Sergei erano seduti ai due lati del tavolo di cristallo e stavano cercando la terza persona per la direzione di Google. Avevano scelto Eric, ma lui ancora non lo sapeva. Il colloquio dura un paio d'ore, i due ragazzi (allora ventiseienni) passano tutto il tempo a criticare, provocatoriamente, le precedenti scelte fatte da Schmidt, nella sua vecchia azienda: la Novell. Eric capisce il gioco: resiste, parla, incassa e sorride. Poi esce dalla sala e ci pensa un attimo. La sua biografia, Eric, non l'aveva mai data a nessuno. Brin e Page l'avevano costruita da soli. L'avevano
trovata su Google.
Sei mesi dopo, Schmidt diventa capo di Google; assieme a Page e Brin. La direzione
di Google è un triumvirato, ogni tipo di decisione viene presa con una maggioranza di almeno due terzi. Arriva Schmidt, ma arrivano anche le prime malizie. Schmidt ha quasi la stessa età di quella che i due fondatori di Google hanno sommando le proprie. E c'era, quindi, qualcuno che vedeva il suo arrivo a Google soltanto come un tentativo per fortificare l'immagine della giovane azienda, appena quotata in Borsa. Ma le cose non stanno così. Google è entrata in Borsa e Schmidt l'ha fatta decollare. E non solo con la sua faccia. Nel 2001, subito dopo aver accettato l'incarico, i suoi ex colleghi dicono a Eric: "Ma scusa. Dove vai? Non lo sai che Internet è finito?".
L'undici settembre era passato da poco. Ma a giugno, Schmidt aveva già annunciato il suo primo trimestre positivo. Da quel giorno in poi, Google, di trimestri negativi non ne ha avuto neppure uno. E per questo Schmidt ora ha anche iniziato a comprare. Lo ha fatto pochi giorni fa, quando per acquistare You Tube ha speso 1,6 miliardi di dollari. Ma lo ha fatto anche qualche mese prima, comprando un grande ingegnere. Si chiama Kai-Fu Lee, era uno dei migliori talenti di Microsoft. Schmidt lo acquistò. Bill Gates e il suo manager più rappresentativo, Steve Ballmer, non la presero bene. Secondo una ricostruzione affidabile, Ballmer accolse la scelta di Kai-Fu Lee in questo modo: "Bastardo. Non dirmi che è lui. Non dirmi che è Schmidt. Oh, cazzo. Certo che è lui. Quel fottuto bastardo. Lo faccio a pezzi, lo faccio a pezzi. Cazzo. Lo faccio a pezzi". Ballmer, ovviamente,non conferma la ricostruzione. Il succo, però, resta quello.
L'ultimo acquisto di Google, You Tube, è stato il colpo più importante fatto da Google in tutta la sua storia. Ma anche il più costoso. You Tube è il più importante contenitore di video on line. Funziona così: chi vuole fa un video, lo scarica sul computer, lo invia a You Tube e You Tube lo mette in rete. Semplice. Google aveva già provato a lanciare un suo servizio di produzione e distribuzione video ed era diventata la terza azienda sulla rete anche in questo settore. Aveva il dieci per cento. Lo stesso aveva fatto Bill Gates, con Microsoft, e Rupert Murdoch (attraverso My Space). Ma a Schmidt non bastava. You Tube in 19 mesi aveva raggiunto risultati incredibili: 100 milioni di visite al giorno, il 45 per cento del traffico di video complessivo. E ora, subito dopo essere stata acquistata da Google, You Yube ha firmato un accordo per la diffusione e la vendita di musica con Universal e Bmg (che sono due tra le più importanti case discografiche del mondo). Con questo nuovo business, per i prossimi anni, sono previsti 400 milioni di dollari di fatturato, che finiranno proprio nelle tasche di Google.
Per capire il tipo di impatto che You Tube ha negli Stati Uniti è sufficiente riportare un esempio. Il testimonial per la prossima campagna delle Nazioni Unite si chiama Lee Rose. E' un'attrice neozelandese diventata famosa in tutto il mondo con un video in cui faceva finta di essere rinchiusa in casa, seduta sul suo letto davanti a una webcam. Con la webcam, Lee Rose registrava dei filmati in cui faceva finta di raccontare la sua vita. I video venivano messi su You Tube. Pochi giorni fa si scopre che Lee Rose era, appunto, un'attrice e che aveva utilizzato You Tube soltanto per promuovere un nuovo format per un programma televisivo. Ma su You Tube ormai milioni di utenti l'avevano già vista. Tra questi anche qualcuno dell'Onu.
La scelta di acquistare You Tube rientra in una doppia strategia. Eric Schmidt non fa proprio nulla per nascondere il suo interesse per la televisione. Quindi, anche per il video. Perché se è vero che il futuro di Google è nella tv, il futuro della televisione sarà certamente su Internet, non sulla vecchia tv. Ed è per questo che il re della tv, Murdoch, ha investito sulla rete (con My Space). E' per questo che Google prima ha firmato un contratto con la nuova televisione realizzata dall'ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore (la Current tv) e poi ha acquistato anche You Tube. Ed è per la stessa ragione che anche Apple, ora, punta sulla tv. Grazie a Steve Jobs (amministratore delegato di Apple), ma soprattutto grazie ancora a Eric Schmidt, che dallo scorso 28 settembre è entrato a far parte del consiglio di amministrazione di Apple; dove ha trovato, come membro del comitato direttivo, proprio Al Gore (consulente, tra l'altro, anche di Google). Da quando Schmidt è arrivato, Apple ha iniziato a puntare proprio sulla televisione on line (la iTv). Con un suo nuovo programma presentato la prima settimana di settembre, Apple dovrebbe
iniziare a distribuire video e musica e vendere film su un piccolo dispositivo
portatile.
Ma Eric Schmidt non è soltanto un grande manager. Schmidt, a differenza di Bill Gates, è anche un'incredibile pedina nella politica americana. Per due ragioni. Primo: per le amicizie con i politici (democratici) americani e per il controllo delle notizie che Schmidt esercita con la rete. Con Google (attraverso un programma che si chiama Google News in grado di selezionare in tempo reale le notizie considerate più importanti e più attuali) e ora anche con You Tube. Nel 2004, con Google, Schmidt aveva versato il 98 per cento dei finanziamenti elettorali (circa 200 mila dollari)ai compagni democratici, raggiungendo il massimo delle donazioni possibili sia per John Kerry sia per Howard Dean. Quattro anni prima, insieme a sua moglie – anche lei grande finanziatrice dei democratici – aveva organizzato una delle
più importanti serate di raccolta fondi per Al Gore. Proprio nella casa dei coniugi Schmidt. Raccolsero diecimila dollari a persona, era il 2000. Ora Google è una delle cinque aziende che sono finanziate dal "Blue fund", un fondo azionario che investe soltanto ed esclusivamente in aziende i cui manager siano grandi finanziatori dei "Blues", dei democratici americani. Quindi Google, Starbucks, Gab, Costco e naturalmente anche Apple.
Ma la politica di Schmidt non si articola solo con i finanziamenti. Google fa politica anche con Google. E con la censura. Nel giro di pochi mesi tra le pagine
di Google sono stati cancellati alcuni siti conservatori (come New Media Journal,
Mich News, PHX News, Jawa Report), sono stati censurati molti blog antislamici, sono stati rifiutati annunci a pagamento per la sponsorizzazione di libri o saggi anti Clinton e non sono state accettate inserzioni (a pagamento, anche queste) di un sito conservatore (Right-March.com), critico nei confronti della democratica californiana Nancy Pelosi. Non solo. Schmidt ha recentemente versato un milione di dollari per finanziare il sito di estrema sinistra MoveOn.org.
Ed è anche per questo che Amnesty International ha già accusato Google di "complicità con le nazioni che vogliono impedire ai propri cittadini l'accesso alle informazioni on line". La ragione è molto semplice. Google gioca con due
parole inglesi con cui sta cercando sempre più di controllare cosa sia giusto far
apparire sulla rete e cosa invece no: gioca con le "hate speech". Hate speech significa discorsi di odio, parole non giuste, forme di espressione sbagliate che
da sole possono giustificare l'eliminazione delle pagine (e dei siti sgraditi) da
Google. Se una notizia o una pagina non si trova significa che non esiste. Ma l'oggettività degli hate speech, in realtà, non c'è. E' un'oggettività analizzata con una lente di ingrandimento che ha la forma della D dei democratici.
Schmidt, essendo anche il più anziano del triumvirato di Google, gioca molto con l'equivoco della soggettività oggettiva. Poche settimane fa, siamo ai primi di ottobre, Schmidt è stato ospite della convention dei conservatori inglesi.
Era a Londra, ha incontrato anche Tony Blair. Schmidt diceva così: "Uno dei miei messaggi ai politici è di pensare di avere ognuno dei propri elettori costantemente on line, che avviano un controllo vero o falso. Noi a Google potremmo essere in grado di offrire un'opportunità per averla a portata di mano". Tradotto: Internet è uno strumento pervasivo, passivo; ci sono tante informazioni, ce ne sono tante sbagliate e tante non giuste. La società cambia, noi cambiamo assieme alla società. Voi non potete seguirci a questi ritmi e quindi, tranquilli, ci pensiamo noi. Ve le diamo noi le informazioni giuste.
Ma la verità di Google è una verità viziata. Chi si collega sa (o almeno inconsciamente pensa) che Internet è democratico e quindi crede che ciò che si trova
su Google non abbia filtri. Non è così. E lo stesso discorso vale per You Tube, che da alcuni mesi ha iniziato a calibrare la sua censura su alcune precise tipologie di video politici. L'episodio più grave arriva il 4 ottobre. La giornalista onservatrice
Michelle Malkin aveva girato un video chiamato: "First, they came" ispirato ai cartoni animati su Maometto. Lo mette su You Tube. Nel video la giornalista mostra anche alcune vittime del fondamentalismo islamico. Alle 2.27 del 28 ottobre, la Malkin riceve una e-mail. E' il servizio di You tube. Il video è stato bloccato, a causa "contenuti inappropriati", come si legge nel testo della email ricevuta dalla giornalista.
La stessa cosa succede con un altro video ("It is in the Koran"), mentre un altro
caso di censura politica è stato registrato su un filmato (del regista David
Zucker) che prendeva in giro Bill Clinton per il modo in cui l'ex presidente degli
Stati Uniti non fece granché per fermare l'armamento atomico nordcoreano.
L'ultimo caso di censura è, però, del giorno successivo all'acquisto di Google.
E' il 12 ottobre. Su You Tube viene messo un video in cui Harry Reid, democratico del Nevada, prendeva per il collo un reporter dell'Associated Press. Il video, anche questo, è stato censurato.
Ma per capire cosa è davvero l'influenza di Internet (e di Google) nella diffusione delle informazioni, è sufficiente dare un'occhiata a qualche dato: Internet, soprattutto per gli under 26, negli Stati Uniti è la seconda via d'accesso a ogni tipo di news. Rispetto alle ultime elezioni di mid-term (quelle del 2002), gli americani che oggi si informano quotidianamente su Internet sono diventati 26 milioni. Il doppio rispetto a quattro anni fa. Cioè, quasi un quinto di
tutti gli americani che si collegano ogni giorno sulla rete. La metà di queste ricerche viene fatta su Google. Le grandi aziende se ne sono accorte. Internet stavolta non è più una bolla. Tira, ma non si sgonfia. Il risultato è che dei 283 miliardi di dollari investiti in pubblicità ogni anno, 29 miliardi finiscono su Internet e quasi 300 milioni arrivano nelle tasche di Eric Schmidt.
Il dipendente numero uno di Google si chiamava Craig Silverstein. Nel 1999 (sono passati soltanto sette anni), subito dopo la creazione del più importante motore di ricerca del mondo, diceva così: "Vorrei vedere i motori di ricerca diventare come i computer di Star Trek. Tu parli con loro e loro capiscono quello che vuoi".
Tutte le manovre realizzate da Schmidt sono in linea sia con queste parole sia con quelle di un documentario (da molti considerato profetico) girato da Robin Sloan e Matt Thompson qualche mese fa. Il documentario si chiama Epic e spiega in che modo, nel giro di otto anni, i giornali e le televisioni verranno sostituiti da una struttura informativa dal nome "Googlezon", frutto di un'ipotetica fusione tra Google e il più importante sito di vendite on line di libri: Amazon.
Google – spiegano i due studiosi – in questo modo sarà insieme giornale, televisione
e anche editore. Scoprirà quali sono gli interessi e le abitudini di consumo dei suoi utenti semplicemente grazie alle informazioni personali disseminate sulla rete. Studiando le biografie dei consumatori, esattamente come Page e Brin hanno studiato, cinque anni fa, la biografia di Schmidt, senza che nessuno gliel'avesse mai fornita direttamente.
Ma il successo di Eric Schmidt (attualmente centoventinovesimo uomo più ricco del mondo) è stato anche il primo vero successo in ambito informatico di una delle università più importanti degli Stati Uniti, Berkeley. Schmidt si è laureato qui, ma la maggior parte degli ingegneri delle più importanti aziende informatiche americane
si è laureata a Stanford. Ed è per questo che uno studente laureato a Stanford spesso arriva a ricoprire incarichi molto più importanti rispetto ai laureati di Berkeley. Almeno per quanto riguarda l'ambito informatico. Fino a sei anni fa tra le aule delle due università girava questa battuta: se un alunno di Berkeley si rivolge a un collega di Stanford non lo chiama "collega", lo chiama "capo". Ora, però, uno
dei capi più importanti del mondo è a Google e si chiama Eric Schmidt. A Berkeley non gli pare vero. E proprio per questo sta provando a far di tutto per valorizzare l'azienda in mano al primo studente di Berkeley che non deve chiamare capo uno studente di Stanford. E infatti, pochi giorni fa, per la prima volta un'importante università americana ha deciso di mettere in rete i contenuti video delle proprie lezioni su Google: Berkeley, naturalmente.
Ma c'è un altro dato da segnalare. Google sta collezionando una quantità incredibile di dati e di informazioni personali. Nei primi mesi del 2006 Schmidt ha fatto spendere alla sua azienda 345 milioni di dollari per ampliare proprio la capacità di archiviare informazioni. Schmidt lo aveva detto circa un anno fa: "Non sappiamo più dove mettere i dati". Perché tutti questi dati? La risposta è semplice: basti pensare, più che a quello che si può fare con Google, a quello che con Google non si può fare. Praticamente nulla. Mancavano i video e li hanno comprati. Mancava il mercato di vendita di prodotti on line e Schmidt si è accordato con eBay.
E proprio con eBay e quindi con Skype (che fa parte di eBay), Schmidt punta a conquistare un altro settore. Skype è il più importante servizio di telefonia
on line (il Voip). Con Skype, Schmidt potrebbe portare avanti un progetto incredibile. Partendo da San Francisco, Google, è arrivata a ricoprire Philadelphia e Chicago con una rete metropolitana di wi-fi molto lunga. Il wi-fi è un tipo di connessione che permette ai computer di collegarsi a Internet senza fili. Il progetto Schmidt lo ha portato avanti assieme a uno dei più importanti fornitori di collegamenti Internet americani, Earthlink. Google e Skype ci hanno già investito 21,7 milioni di dollari. L'obiettivo è creare un milione di punti di accesso wi-fi entro il 2010. In tutto il mondo. Questo che cosa significa? Significa che tra pochi anni potremmo avere un computer-iPod con funzioni da telefonino (costruito da Apple) che riceve le trasmissioni fatte su You Tube, che si collega alla rete attraverso una connessione fornita da Google, che per chiamare utilizza la tecnologia della telefonia del Voip (quindi di Skype) e che riceve notizie in tempo reale con il servizio di news del più grande motore di ricerca al mondo: Google. Notizie filtrate, censurate e spesso anche deviate. Come? Basta un ultimo esempio. Provate a scrivere su Google la parola "failure", fallimento. Primo risultato? Il sito della
Casa Bianca, con George W. Bush. Secondo esempio. Provate a scrivere (con la modalità di "mi sento fortunato"), la parola "fallimento" in italiano. E poi la
parola "basso di statura". Sempre su Google. Il risultato è lo stesso: il sito del presidente del Consiglio italiano, fino a sei mesi fa di proprietà di Silvio Berlusconi ma che ora, purtroppo per Google, è diventato proprio quello di Romano Prodi.
Claudio Cerasa
30/10/06
Era il settembre del 2000 quando sul muro dell'ufficio al numero 1.600 di Amphitheatre Parkway, nella città di Mountain View (California), Sergei Brin e Larry Page, i due fondatori del motore di ricerca più importante del mondo (Google), iniziano a proiettare la biografia di Eric Schmidt. "This is your biography", gli dicono. Le luci erano spente, il proiettore accesso, Larry e Sergei erano seduti ai due lati del tavolo di cristallo e stavano cercando la terza persona per la direzione di Google. Avevano scelto Eric, ma lui ancora non lo sapeva. Il colloquio dura un paio d'ore, i due ragazzi (allora ventiseienni) passano tutto il tempo a criticare, provocatoriamente, le precedenti scelte fatte da Schmidt, nella sua vecchia azienda: la Novell. Eric capisce il gioco: resiste, parla, incassa e sorride. Poi esce dalla sala e ci pensa un attimo. La sua biografia, Eric, non l'aveva mai data a nessuno. Brin e Page l'avevano costruita da soli. L'avevano
trovata su Google.
Sei mesi dopo, Schmidt diventa capo di Google; assieme a Page e Brin. La direzione
di Google è un triumvirato, ogni tipo di decisione viene presa con una maggioranza di almeno due terzi. Arriva Schmidt, ma arrivano anche le prime malizie. Schmidt ha quasi la stessa età di quella che i due fondatori di Google hanno sommando le proprie. E c'era, quindi, qualcuno che vedeva il suo arrivo a Google soltanto come un tentativo per fortificare l'immagine della giovane azienda, appena quotata in Borsa. Ma le cose non stanno così. Google è entrata in Borsa e Schmidt l'ha fatta decollare. E non solo con la sua faccia. Nel 2001, subito dopo aver accettato l'incarico, i suoi ex colleghi dicono a Eric: "Ma scusa. Dove vai? Non lo sai che Internet è finito?".
L'undici settembre era passato da poco. Ma a giugno, Schmidt aveva già annunciato il suo primo trimestre positivo. Da quel giorno in poi, Google, di trimestri negativi non ne ha avuto neppure uno. E per questo Schmidt ora ha anche iniziato a comprare. Lo ha fatto pochi giorni fa, quando per acquistare You Tube ha speso 1,6 miliardi di dollari. Ma lo ha fatto anche qualche mese prima, comprando un grande ingegnere. Si chiama Kai-Fu Lee, era uno dei migliori talenti di Microsoft. Schmidt lo acquistò. Bill Gates e il suo manager più rappresentativo, Steve Ballmer, non la presero bene. Secondo una ricostruzione affidabile, Ballmer accolse la scelta di Kai-Fu Lee in questo modo: "Bastardo. Non dirmi che è lui. Non dirmi che è Schmidt. Oh, cazzo. Certo che è lui. Quel fottuto bastardo. Lo faccio a pezzi, lo faccio a pezzi. Cazzo. Lo faccio a pezzi". Ballmer, ovviamente,non conferma la ricostruzione. Il succo, però, resta quello.
L'ultimo acquisto di Google, You Tube, è stato il colpo più importante fatto da Google in tutta la sua storia. Ma anche il più costoso. You Tube è il più importante contenitore di video on line. Funziona così: chi vuole fa un video, lo scarica sul computer, lo invia a You Tube e You Tube lo mette in rete. Semplice. Google aveva già provato a lanciare un suo servizio di produzione e distribuzione video ed era diventata la terza azienda sulla rete anche in questo settore. Aveva il dieci per cento. Lo stesso aveva fatto Bill Gates, con Microsoft, e Rupert Murdoch (attraverso My Space). Ma a Schmidt non bastava. You Tube in 19 mesi aveva raggiunto risultati incredibili: 100 milioni di visite al giorno, il 45 per cento del traffico di video complessivo. E ora, subito dopo essere stata acquistata da Google, You Yube ha firmato un accordo per la diffusione e la vendita di musica con Universal e Bmg (che sono due tra le più importanti case discografiche del mondo). Con questo nuovo business, per i prossimi anni, sono previsti 400 milioni di dollari di fatturato, che finiranno proprio nelle tasche di Google.
Per capire il tipo di impatto che You Tube ha negli Stati Uniti è sufficiente riportare un esempio. Il testimonial per la prossima campagna delle Nazioni Unite si chiama Lee Rose. E' un'attrice neozelandese diventata famosa in tutto il mondo con un video in cui faceva finta di essere rinchiusa in casa, seduta sul suo letto davanti a una webcam. Con la webcam, Lee Rose registrava dei filmati in cui faceva finta di raccontare la sua vita. I video venivano messi su You Tube. Pochi giorni fa si scopre che Lee Rose era, appunto, un'attrice e che aveva utilizzato You Tube soltanto per promuovere un nuovo format per un programma televisivo. Ma su You Tube ormai milioni di utenti l'avevano già vista. Tra questi anche qualcuno dell'Onu.
La scelta di acquistare You Tube rientra in una doppia strategia. Eric Schmidt non fa proprio nulla per nascondere il suo interesse per la televisione. Quindi, anche per il video. Perché se è vero che il futuro di Google è nella tv, il futuro della televisione sarà certamente su Internet, non sulla vecchia tv. Ed è per questo che il re della tv, Murdoch, ha investito sulla rete (con My Space). E' per questo che Google prima ha firmato un contratto con la nuova televisione realizzata dall'ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore (la Current tv) e poi ha acquistato anche You Tube. Ed è per la stessa ragione che anche Apple, ora, punta sulla tv. Grazie a Steve Jobs (amministratore delegato di Apple), ma soprattutto grazie ancora a Eric Schmidt, che dallo scorso 28 settembre è entrato a far parte del consiglio di amministrazione di Apple; dove ha trovato, come membro del comitato direttivo, proprio Al Gore (consulente, tra l'altro, anche di Google). Da quando Schmidt è arrivato, Apple ha iniziato a puntare proprio sulla televisione on line (la iTv). Con un suo nuovo programma presentato la prima settimana di settembre, Apple dovrebbe
iniziare a distribuire video e musica e vendere film su un piccolo dispositivo
portatile.
Ma Eric Schmidt non è soltanto un grande manager. Schmidt, a differenza di Bill Gates, è anche un'incredibile pedina nella politica americana. Per due ragioni. Primo: per le amicizie con i politici (democratici) americani e per il controllo delle notizie che Schmidt esercita con la rete. Con Google (attraverso un programma che si chiama Google News in grado di selezionare in tempo reale le notizie considerate più importanti e più attuali) e ora anche con You Tube. Nel 2004, con Google, Schmidt aveva versato il 98 per cento dei finanziamenti elettorali (circa 200 mila dollari)ai compagni democratici, raggiungendo il massimo delle donazioni possibili sia per John Kerry sia per Howard Dean. Quattro anni prima, insieme a sua moglie – anche lei grande finanziatrice dei democratici – aveva organizzato una delle
più importanti serate di raccolta fondi per Al Gore. Proprio nella casa dei coniugi Schmidt. Raccolsero diecimila dollari a persona, era il 2000. Ora Google è una delle cinque aziende che sono finanziate dal "Blue fund", un fondo azionario che investe soltanto ed esclusivamente in aziende i cui manager siano grandi finanziatori dei "Blues", dei democratici americani. Quindi Google, Starbucks, Gab, Costco e naturalmente anche Apple.
Ma la politica di Schmidt non si articola solo con i finanziamenti. Google fa politica anche con Google. E con la censura. Nel giro di pochi mesi tra le pagine
di Google sono stati cancellati alcuni siti conservatori (come New Media Journal,
Mich News, PHX News, Jawa Report), sono stati censurati molti blog antislamici, sono stati rifiutati annunci a pagamento per la sponsorizzazione di libri o saggi anti Clinton e non sono state accettate inserzioni (a pagamento, anche queste) di un sito conservatore (Right-March.com), critico nei confronti della democratica californiana Nancy Pelosi. Non solo. Schmidt ha recentemente versato un milione di dollari per finanziare il sito di estrema sinistra MoveOn.org.
Ed è anche per questo che Amnesty International ha già accusato Google di "complicità con le nazioni che vogliono impedire ai propri cittadini l'accesso alle informazioni on line". La ragione è molto semplice. Google gioca con due
parole inglesi con cui sta cercando sempre più di controllare cosa sia giusto far
apparire sulla rete e cosa invece no: gioca con le "hate speech". Hate speech significa discorsi di odio, parole non giuste, forme di espressione sbagliate che
da sole possono giustificare l'eliminazione delle pagine (e dei siti sgraditi) da
Google. Se una notizia o una pagina non si trova significa che non esiste. Ma l'oggettività degli hate speech, in realtà, non c'è. E' un'oggettività analizzata con una lente di ingrandimento che ha la forma della D dei democratici.
Schmidt, essendo anche il più anziano del triumvirato di Google, gioca molto con l'equivoco della soggettività oggettiva. Poche settimane fa, siamo ai primi di ottobre, Schmidt è stato ospite della convention dei conservatori inglesi.
Era a Londra, ha incontrato anche Tony Blair. Schmidt diceva così: "Uno dei miei messaggi ai politici è di pensare di avere ognuno dei propri elettori costantemente on line, che avviano un controllo vero o falso. Noi a Google potremmo essere in grado di offrire un'opportunità per averla a portata di mano". Tradotto: Internet è uno strumento pervasivo, passivo; ci sono tante informazioni, ce ne sono tante sbagliate e tante non giuste. La società cambia, noi cambiamo assieme alla società. Voi non potete seguirci a questi ritmi e quindi, tranquilli, ci pensiamo noi. Ve le diamo noi le informazioni giuste.
Ma la verità di Google è una verità viziata. Chi si collega sa (o almeno inconsciamente pensa) che Internet è democratico e quindi crede che ciò che si trova
su Google non abbia filtri. Non è così. E lo stesso discorso vale per You Tube, che da alcuni mesi ha iniziato a calibrare la sua censura su alcune precise tipologie di video politici. L'episodio più grave arriva il 4 ottobre. La giornalista onservatrice
Michelle Malkin aveva girato un video chiamato: "First, they came" ispirato ai cartoni animati su Maometto. Lo mette su You Tube. Nel video la giornalista mostra anche alcune vittime del fondamentalismo islamico. Alle 2.27 del 28 ottobre, la Malkin riceve una e-mail. E' il servizio di You tube. Il video è stato bloccato, a causa "contenuti inappropriati", come si legge nel testo della email ricevuta dalla giornalista.
La stessa cosa succede con un altro video ("It is in the Koran"), mentre un altro
caso di censura politica è stato registrato su un filmato (del regista David
Zucker) che prendeva in giro Bill Clinton per il modo in cui l'ex presidente degli
Stati Uniti non fece granché per fermare l'armamento atomico nordcoreano.
L'ultimo caso di censura è, però, del giorno successivo all'acquisto di Google.
E' il 12 ottobre. Su You Tube viene messo un video in cui Harry Reid, democratico del Nevada, prendeva per il collo un reporter dell'Associated Press. Il video, anche questo, è stato censurato.
Ma per capire cosa è davvero l'influenza di Internet (e di Google) nella diffusione delle informazioni, è sufficiente dare un'occhiata a qualche dato: Internet, soprattutto per gli under 26, negli Stati Uniti è la seconda via d'accesso a ogni tipo di news. Rispetto alle ultime elezioni di mid-term (quelle del 2002), gli americani che oggi si informano quotidianamente su Internet sono diventati 26 milioni. Il doppio rispetto a quattro anni fa. Cioè, quasi un quinto di
tutti gli americani che si collegano ogni giorno sulla rete. La metà di queste ricerche viene fatta su Google. Le grandi aziende se ne sono accorte. Internet stavolta non è più una bolla. Tira, ma non si sgonfia. Il risultato è che dei 283 miliardi di dollari investiti in pubblicità ogni anno, 29 miliardi finiscono su Internet e quasi 300 milioni arrivano nelle tasche di Eric Schmidt.
Il dipendente numero uno di Google si chiamava Craig Silverstein. Nel 1999 (sono passati soltanto sette anni), subito dopo la creazione del più importante motore di ricerca del mondo, diceva così: "Vorrei vedere i motori di ricerca diventare come i computer di Star Trek. Tu parli con loro e loro capiscono quello che vuoi".
Tutte le manovre realizzate da Schmidt sono in linea sia con queste parole sia con quelle di un documentario (da molti considerato profetico) girato da Robin Sloan e Matt Thompson qualche mese fa. Il documentario si chiama Epic e spiega in che modo, nel giro di otto anni, i giornali e le televisioni verranno sostituiti da una struttura informativa dal nome "Googlezon", frutto di un'ipotetica fusione tra Google e il più importante sito di vendite on line di libri: Amazon.
Google – spiegano i due studiosi – in questo modo sarà insieme giornale, televisione
e anche editore. Scoprirà quali sono gli interessi e le abitudini di consumo dei suoi utenti semplicemente grazie alle informazioni personali disseminate sulla rete. Studiando le biografie dei consumatori, esattamente come Page e Brin hanno studiato, cinque anni fa, la biografia di Schmidt, senza che nessuno gliel'avesse mai fornita direttamente.
Ma il successo di Eric Schmidt (attualmente centoventinovesimo uomo più ricco del mondo) è stato anche il primo vero successo in ambito informatico di una delle università più importanti degli Stati Uniti, Berkeley. Schmidt si è laureato qui, ma la maggior parte degli ingegneri delle più importanti aziende informatiche americane
si è laureata a Stanford. Ed è per questo che uno studente laureato a Stanford spesso arriva a ricoprire incarichi molto più importanti rispetto ai laureati di Berkeley. Almeno per quanto riguarda l'ambito informatico. Fino a sei anni fa tra le aule delle due università girava questa battuta: se un alunno di Berkeley si rivolge a un collega di Stanford non lo chiama "collega", lo chiama "capo". Ora, però, uno
dei capi più importanti del mondo è a Google e si chiama Eric Schmidt. A Berkeley non gli pare vero. E proprio per questo sta provando a far di tutto per valorizzare l'azienda in mano al primo studente di Berkeley che non deve chiamare capo uno studente di Stanford. E infatti, pochi giorni fa, per la prima volta un'importante università americana ha deciso di mettere in rete i contenuti video delle proprie lezioni su Google: Berkeley, naturalmente.
Ma c'è un altro dato da segnalare. Google sta collezionando una quantità incredibile di dati e di informazioni personali. Nei primi mesi del 2006 Schmidt ha fatto spendere alla sua azienda 345 milioni di dollari per ampliare proprio la capacità di archiviare informazioni. Schmidt lo aveva detto circa un anno fa: "Non sappiamo più dove mettere i dati". Perché tutti questi dati? La risposta è semplice: basti pensare, più che a quello che si può fare con Google, a quello che con Google non si può fare. Praticamente nulla. Mancavano i video e li hanno comprati. Mancava il mercato di vendita di prodotti on line e Schmidt si è accordato con eBay.
E proprio con eBay e quindi con Skype (che fa parte di eBay), Schmidt punta a conquistare un altro settore. Skype è il più importante servizio di telefonia
on line (il Voip). Con Skype, Schmidt potrebbe portare avanti un progetto incredibile. Partendo da San Francisco, Google, è arrivata a ricoprire Philadelphia e Chicago con una rete metropolitana di wi-fi molto lunga. Il wi-fi è un tipo di connessione che permette ai computer di collegarsi a Internet senza fili. Il progetto Schmidt lo ha portato avanti assieme a uno dei più importanti fornitori di collegamenti Internet americani, Earthlink. Google e Skype ci hanno già investito 21,7 milioni di dollari. L'obiettivo è creare un milione di punti di accesso wi-fi entro il 2010. In tutto il mondo. Questo che cosa significa? Significa che tra pochi anni potremmo avere un computer-iPod con funzioni da telefonino (costruito da Apple) che riceve le trasmissioni fatte su You Tube, che si collega alla rete attraverso una connessione fornita da Google, che per chiamare utilizza la tecnologia della telefonia del Voip (quindi di Skype) e che riceve notizie in tempo reale con il servizio di news del più grande motore di ricerca al mondo: Google. Notizie filtrate, censurate e spesso anche deviate. Come? Basta un ultimo esempio. Provate a scrivere su Google la parola "failure", fallimento. Primo risultato? Il sito della
Casa Bianca, con George W. Bush. Secondo esempio. Provate a scrivere (con la modalità di "mi sento fortunato"), la parola "fallimento" in italiano. E poi la
parola "basso di statura". Sempre su Google. Il risultato è lo stesso: il sito del presidente del Consiglio italiano, fino a sei mesi fa di proprietà di Silvio Berlusconi ma che ora, purtroppo per Google, è diventato proprio quello di Romano Prodi.
Claudio Cerasa
30/10/06
domenica 16 settembre 2007
Il Foglio. "La listina del Piddì"
Per le primarie di ottobre, il ticket Veltroni-Franceschini prepara una sorpresa fatta con qualche under trenta, un po’ di Africa e anche un “bananino”. Ecco la generazione W
Apre lentamente la porta dello studio
al primo piano del suo ufficio
al Campidoglio; ha un completo nero,
la cravatta blu, la camicia bianca, i capelli
spettinati, un leggero tocco di cipria
sulla guance e una cartellina
arancione sotto il braccio destro; va
un po’ di corsa, Walter: sa che questa
sarà una giornata un po’ dura, sa che
c’è una nuova stagione da scrivere, sa
che c’è un Partito democratico da progettare,
sa che l’amica Rosy si è appena
candidata alle primarie, sa che l’amico
D’Alema ha appena finito la sua
colazione con l’amico Blair e sa, Walter,
che oggi c’è anche l’amico Gigi
Proietti che litiga con l’amico Maurizio
Costanzo. Ma c’è anche dell’altro,
oggi. Apre la porta, Walter; sorride, supera
un gradino e poi, tenendo stretto
stretto sotto il gomito sinistro il braccio
di Gigi, si gira, fa un cenno con il
capo verso il suo alter ego Walter Verini,
quindi si ferma e inizia a contarli
uno per uno: uno, due, tre, quattro,
cinque, sei, sette. Sette, dunque; “Gigi,
guarda”, dice Walter. “Ti presento il
futuro del Partito democratico”.
E’ il 18 luglio 2007, è un mercoledì,
sono le diciassette e dodici minuti; il
futuro del futuro Partito democratico
inizia in Campidoglio nella stanza del
sindaco, con sette ragazzi, con Walter
Verini, con Walter Veltroni e con un
gelato un po’ particolare; quello di cui
va pazzo Veltroni; quello che Walter,
insieme all’altro Walter, mangia ogni
giorno pochi minuti dopo la fine del
pranzo; quello che i due Walter consumano
in quantità democraticamente
industriale negli Autogrill di tutt’Italia
e quello che, seduti insieme con
l’altro Walter di fronte all’anticamera
della stanza del sindaco, i sette ragazzi
del possibile futuro Piddì veltroniano
hanno simbolicamente ricevuto come
primo omaggio dal probabile sindaco
d’Italia. Uno per Pina Picierno,
uno per Gianluca Lioni, uno per Luciano
Nobili, uno per Luigi Madeo,
uno per Fausto Raciti (che però, orgogliosamente,
non ha accettato), uno
per Michele Samoggia, uno per Mattia
Stella; ovvero, i sette ragazzi con cui
Walter Veltroni sembra aver deciso di
costruire il futuro – giovanile – del
Partito democratico; i sette ragazzi
con cui – un po’ per propaganda e un
po’ perché parlare di giovani è sempre
il modo più semplice e immediato
per fare qualcosa di giovane e per i
giovani – Veltroni, Franceschini, Fioroni
e Bettini, costruiranno una buona
parte delle liste elettorali per le primarie
del Partito democratico del
prossimo 14 ottobre.
E qui il discorso è delicato, per due
motivi. Perché se da un lato, naturalmente,
il giovanilismo imposto nel
Piddì potrebbe facilmente essere classificato
come la classica “quota giovane”
o come un tradizionale young
brand da indossare solo in occasione
della serata di gala delle primarie, è
anche vero un altro tipo di discorso; e
cioè che la “quota giovane” del Partito
democratico si inserirà in un complicato
meccanismo di liste e di sistemi
elettorali diabolicamente concepiti
per creare non pochi problemi ad
alcuni big di Ds e Margherita.
Come? Così: quando il prossimo
ventidue settembre saranno ufficializzate
le liste democratiche delle primarie,
grazie a un geniale sistema
elettorale potrebbero esserci delle
sorprese – anche clamorose – nelle
elezioni e nelle candidature. Il sistema
è un po’ complicato, ma sembra essere
perfettamente costruito per garantire
le “quote” e le trombature.
Perché nelle quattrocento liste che
verranno schierate il 14 ottobre, lo
schema dovrà esser quello di uomodonna-
uomo-donna-uomo-donna oppure
donna-uomo-donna-uomo-donnauomo.
Dunque: mai due uomini o due
compagni di partito schierati uno a
fianco all’altro; dunque una donna
per ogni uomo eletto. Ma non finisce
qui, perché oltre all’alternanza tra i
sessi, ci sarà anche una rigida alternanza
di appartenenza che dovrebbe
funzionare più o meno così: Ds-Margherita-
società civile-Margherita-Dssocietà
civile. Una combinazione
nient’affatto semplice che permetterà
di non avere una donna e un uomo del
proprio partito uno a fianco all’altro e
che darà un’evidente spazio ai politici
non di professione (come, ad esempio,
Carlo Petrini di Slow Food o il
jazzista Paolo Fresu, rispettivamente
membro del comitato promotore del
Pd e coordinatore per il Partito democratico
in Sardegna). Ecco, a queste rigide
regole – che sembrano essere state
ideate proprio per preparare qualche
tranello – verrà poi aggiunta la
“quota giovane”; una quota non obbligatoria,
da un punto di vista normativo,
ma quantomeno doverosa almeno
da un punto di vista, diciamo, estetico.
O almeno così sembra, sentendo parlare
Veltroni e Franceschini.
Ricordate il Walter del Lingotto?
Quando a Torino il sindaco di Roma
presentò la sua Nuova Stagione democratica,
prima che la Stampa proponesse
uno dei suoi imperdibili e giovanilissimi
“quiz per l’estate” (“Quanto
Walter c’è in te?”, “Sentimenti, musica,
politica: ecco il test per scoprire
il tuo tasso di veltronismo”, titolo poi
accompagnato da indimenticabili domande
come: “Se proprio dovete, che
faccia stampereste sulla vostra maglietta
tra Che Guevara, John Lennon,
Francesco Totti e Totò”; con una nota
a margine che, con precisione, spiegava
che le risposte più giovanilisticamente
appropriate erano: la “a” di
Che Guevara e la “c” di Francesco
Totti), ecco quel giorno a Torino, Veltroni
disse così: “Il gruppo dirigente
dovrà essere composto, a tutti i livelli,
dai nuovi ragazzi che nei partiti come
nella società hanno voglia di spendersi
per il loro futuro e per quello del
paese”. Certo, sembrano le solite parole:
i soliti giovani, giovani, giovani e
ancora giovani che devono votare a sedici
anni, che devono pagare un euro
alle primarie, che non troveranno mai
lavoro, che devono essere valorizzati,
ammirati e che, come direbbe Walter,
andrebbero semplicemente “capiti” e
che poi, però, andrebbero, naturalmente,
anche guidati. Ma questa volta
potrebbe esserci davvero dell’altro.
Questa volta, con il Pd, nelle liste su
cui stanno già lavorando i veltroniani
Goffredo Bettini insieme con Andrea
Orlando, Vinicio Peluffo e Andrea
Martella (tre giovani un po’ meno giovani
dei ragazzi del futuro Pd giovanile
ma che comunque, assieme a Nicola
Zingaretti e allo stesso Veltroni,
hanno organizzato una produttiva rete
di consenso democratico nella capitale,
e non solo lì) e su cui sono all’opera,
da mesi, i franceschiniani Nicodemo
Oliveiro e Antonello Giacomelli,
ecco: magari solo per avere una
buona scusa per risolvere certi delicati
equilibri di potere (cioè per togliersi
di mezzo qualche ribelle di Ds e
Margherita), qualcosa sembra muoversi
davvero, in quota giovane nel Pd;
anche se però, sul tutor scelto da Veltroni,
c’è qualcuno che proprio non
capisce in che senso, per i giovani, ci
debba essere un “tutor”. Cioè, in che
senso Ciriaco De Mita?
Quando pochi giorni fa Walter Veltroni
ha deciso di nominare, dopo una
lunga riunione con Franceschini, Ciriaco
De Mita come tutor dei giovani
del Piddì, Veltroni – anche per risolvere
i problemi di equilibri nella Campania
di Tino Iannuzzi e Andrea Cozzolino
– intendeva ricreare una sorta
di nuova scuola a metà tra il modello
della scuola Pci delle Frattocchie, tra
il modello democristiano della scuola
della Camilluccia (quella di Aldo Moro)
e tra quello magnifico dell’Ecole
Nationale d’Administration fondata
dal generale Charles De Gaulle nel
1945; in altre parole, sempre che De
Mita sia davvero eccitato dall’idea,
l’ex presidente del Consiglio andrebbe
a presiedere una vera e propria
scuola di formazione del Pd. E questo
dopo che una scuola per il Partito democratico
era in realtà stata già fondata
lo scorso anno con Filippo Andreatta,
Salvatore Vassallo, Maurizio
Sobrero, Massimo Vergami e altri 174
professori universitari all’università
di Bologna: l’Unibò. Di quella scuola,
però, non si sa più granché. Dunque,
eccolo qui Ciriaco De Mita.
E chissà che anche grazie al nuovo
– possibile – incarico demitiano non
si vengano a rompere alcuni equilibri
tra i ragazzi del Piddì, soprattutto tra
quelli presenti quel giorno, in Campidoglio.
Perché quando nomini De Mita,
tra i giovani, la prima persona che
ti viene in mente si chiama Pina Picierno
(26 anni, autrice di una famosissima
tesi di laurea proprio sul linguaggio
di Ciriaco De Mita); proprio
lei che con piglio un po’ più che democratico
negli ultimi giorni ha preso
sempre più coraggio e, chissà perché,
ha iniziato a citare con un certo
piacere Francesco De Gregori: “I veri
giocatori li vedi dal coraggio, dall’altruismo
e dalla fantasia”, ripete da un
paio di giorni la Picierno. Indovinate
un po’ a chi si riferisce? Sì: a lui; naturalmente
a Walter.
Ma dietro Pina Picierno, i cui legami
demitiani sono ben noti, ci sono
una serie di ragazzi che nel futuro del
Partito democratico hanno iniziato a
spostare le proprie pedine sullo scacchiere
del Piddì accompagnati (perché
“guidati” è una parola brutta) dai
propri punti di riferimento dello scacchiere
nazionale. Vediamo un po’ chi
sono davvero i veri giovani del Partito
democratico; quelli che – almeno finora
– a differenza dei cosiddetti “outsider”
non cercano di fare della propria
giovanilità una risorsa politica, ma
semmai, – grazie a una più o meno efficace
militanza – provano a sfruttare
quella che potrebbe essere la loro
grande occasione, anche per evitare
di essere continuamente classificati
come quelli che “sanno fare bene i
giovani” (come diceva Nanni Moretti a
Vito, un giovane ragazzo pelato e con
una notevole pancia trattenuta a fatica
da un’enorme salopette blu, nel
film “Ecce Bombo”).
Questa volta, dunque,Veltroni e
Franceschini sembrano voler far sul
serio; e con alcuni ragazzi in particolare,
di cui senz’altro sentirete parlare
nei prossimi mesi. Ragazzi di riconosciuta
militanza, come Fausto Raciti,
segretario nazionale della Sinistra
giovanile – eletto con quasi il 90 per
cento dei voti all’ultimo congresso – timidamente
fassiniano e molto vicino
a uno dei veri propri deus ex machina
degli ingranaggi del nascente Pd (l’ulivista
Andrea Ranieri); il dalemiano
Roberto Speranza (presidente della
Sinistra giovanile, già consigliere comunale
a Potenza, veltroniano non di
nascita e molto vicino a quel “luminare
delle preferenze”, come ricordato
recentemente da Bettini, che di nome
fa Gianni Pittella; che, oltre a essere
un eurodeputato è anche un grande
sponsor di uno degli avversari di Veltroni:
Enrico Letta); Federica Mariotti
(responsabile esteri della Sinistra
giovanile), Sara Battisti (coordinatrice
della segreteria nazionale della Sinistra
giovanile). E poi, dalle parti della
Margherita, Luigi Madeo (26 anni,
segretario organizzativo dei giovani
della Margherita, in quota Marini),
Luciano Nobili (29 anni, coordinatore
dell’esecutivo in quota Rutelli con il
quale, nel 1993, partecipò anche alla
campagna elettorale per l’elezione a
sindaco e ironicamente apprezzato
per essere riuscito a tesserare, in un
passato non troppo lontano, la talentuosa
Flavia Vento, nelle liste della
Margherita); e infine il vicepresidente
vicario dei giovani della Margherita,
Gianluca Lioni, sardo di 26 anni e
componente della troika di fiducia
che accompagna da mesi Dario Franceschini
sia in campagna elettorale
sia alla Camera (Lioni è anche il ghost
writer del capogruppo alla Camera
dell’Ulivo); e poi, in ordine sparso, Simone
Martino (29 anni, ex Udc e ora
uomo folliniano dell’Italia di Mezzo,
molto vicino al portavoce dello stesso
Follini: Domenico Barbuto) e naturalmente
anche i Mille di Luca Sofri
che, così come gran parte dei giovani
del Piddì, si presenterà nelle liste
elettorali con la veltroniana lista di
Giovanna Melandri, Ermete Realacci
e Anna Finocchiaro (la lista si chiama
“Con Veltroni. Ambiente, innovazione,
lavoro”).
Ma non solo, c’è dell’altro naturalmente;
e lo si capisce sentendo parlare
Veltroni di volontariato, associazioni
e società civile. A cosa si riferisce,
Walter? Un’idea, tra i giovani del
Piddì, se la sono già fatta. Prendete
quella riunione in Campidoglio, ad
esempio, dove oltre ai ragazzi in quota
Margherita e Ds (tra questi c’era
anche il venticinquenne diessino
Mattia Stella, animatore dell’associazione
Giovani per la Costituzione di
Oscar Luigi Scalfaro) era presente anche
un ragazzo che si chiama Michele
Samoggia, di 23 anni, ideatore dell’associazione
“Kanimambo” con cui Veltroni
ha organizzato i suoi recenti
viaggi in Mozambico (anche assieme
ai cantanti Daniele Silvestri, Max
Gazzè e all’attore Claudio Amendola);
un ragazzo, pare, molto stimato da
Veltroni e che sarebbe in questo momento
l’unico in “quota Africa” nel
Piddì. (Sulla definizione di “quota
Africa” può aiutare una noticina piccola
piccola nascosta nella ormai storica
pagina della Stampa sul “Quanto
Walter c’è in te”, alla voce: “Africani”:
“L’altrove è per voi una chimera esistenziale,
utile a rimanere saldi nella
vita vera. Qui spargete a piene mani
languori caritatevoli e solidarietà inclusive.
In buona fede naturalmente.
Questo è il vostro mistero”).
E sarà proprio così, probabilmente:
con un po’ di giovani (meglio se giovani
e pure donne) con un po’ di associazioni,
un po’ di società civile e un
po’ di Africa che Veltroni e Franceschini
prepareranno qualche sorpresa
in quelle liste dove il ticket ha democraticamente
deciso di investire
sui giovani militanti, sulla società civile
(Veltroni ha già in tasca una lista
con 250 nomi da proporre) e anche
sulle associazioni di volontariato
(Walter punterà molto anche sui “Ragazzi
di Locri”, ma c’è chi crede che
nel comitato promotore dei giovani
del Piddì, e probabilmente non solo
in quello, ci saranno anche giovani in
quota Letta e in quota Bindi).
Ed è cominciato tutto lì, in quella
stanza al primo piano del Campidoglio
affacciata sui Fori romani, dove
Walter Veltroni tra un po’ di quota
Mozambico, un po’ di quota Scalfaro,
un po’ di Ds e un po’ di Dl e tra un magnifico
Gigi Proietti e un terribile bananino
(praticamente un introvabile
gelato al gusto di banana considerato
un vero e proprio must veltroniano,
quasi ai livelli dei fratelli Kennedy o
del Mahatma Gandhi, come scherzosamente
avrebbe ammesso lo stesso
Verini quel giorno a Roma), è lì che
Walter, dopo trenta minuti di terapeutica
seduta, si è fermato, si è alzato in
piedi, ha guardato l’orologio, ha benedetto
i sette ragazzi e poi, sorridendo,
tra un Proietti e un bananino, si è fatto
serio serio, si è alzato, e salutando
ha sedotto tutti quanti. Così, all’improvviso,
solo con un nome.
Perché di là c’è un signore che mi
aspetta: si chiama Tony e di cognome
fa Blair. Se volete scusarmi.
Claudio Cerasa
15/09/07
Apre lentamente la porta dello studio
al primo piano del suo ufficio
al Campidoglio; ha un completo nero,
la cravatta blu, la camicia bianca, i capelli
spettinati, un leggero tocco di cipria
sulla guance e una cartellina
arancione sotto il braccio destro; va
un po’ di corsa, Walter: sa che questa
sarà una giornata un po’ dura, sa che
c’è una nuova stagione da scrivere, sa
che c’è un Partito democratico da progettare,
sa che l’amica Rosy si è appena
candidata alle primarie, sa che l’amico
D’Alema ha appena finito la sua
colazione con l’amico Blair e sa, Walter,
che oggi c’è anche l’amico Gigi
Proietti che litiga con l’amico Maurizio
Costanzo. Ma c’è anche dell’altro,
oggi. Apre la porta, Walter; sorride, supera
un gradino e poi, tenendo stretto
stretto sotto il gomito sinistro il braccio
di Gigi, si gira, fa un cenno con il
capo verso il suo alter ego Walter Verini,
quindi si ferma e inizia a contarli
uno per uno: uno, due, tre, quattro,
cinque, sei, sette. Sette, dunque; “Gigi,
guarda”, dice Walter. “Ti presento il
futuro del Partito democratico”.
E’ il 18 luglio 2007, è un mercoledì,
sono le diciassette e dodici minuti; il
futuro del futuro Partito democratico
inizia in Campidoglio nella stanza del
sindaco, con sette ragazzi, con Walter
Verini, con Walter Veltroni e con un
gelato un po’ particolare; quello di cui
va pazzo Veltroni; quello che Walter,
insieme all’altro Walter, mangia ogni
giorno pochi minuti dopo la fine del
pranzo; quello che i due Walter consumano
in quantità democraticamente
industriale negli Autogrill di tutt’Italia
e quello che, seduti insieme con
l’altro Walter di fronte all’anticamera
della stanza del sindaco, i sette ragazzi
del possibile futuro Piddì veltroniano
hanno simbolicamente ricevuto come
primo omaggio dal probabile sindaco
d’Italia. Uno per Pina Picierno,
uno per Gianluca Lioni, uno per Luciano
Nobili, uno per Luigi Madeo,
uno per Fausto Raciti (che però, orgogliosamente,
non ha accettato), uno
per Michele Samoggia, uno per Mattia
Stella; ovvero, i sette ragazzi con cui
Walter Veltroni sembra aver deciso di
costruire il futuro – giovanile – del
Partito democratico; i sette ragazzi
con cui – un po’ per propaganda e un
po’ perché parlare di giovani è sempre
il modo più semplice e immediato
per fare qualcosa di giovane e per i
giovani – Veltroni, Franceschini, Fioroni
e Bettini, costruiranno una buona
parte delle liste elettorali per le primarie
del Partito democratico del
prossimo 14 ottobre.
E qui il discorso è delicato, per due
motivi. Perché se da un lato, naturalmente,
il giovanilismo imposto nel
Piddì potrebbe facilmente essere classificato
come la classica “quota giovane”
o come un tradizionale young
brand da indossare solo in occasione
della serata di gala delle primarie, è
anche vero un altro tipo di discorso; e
cioè che la “quota giovane” del Partito
democratico si inserirà in un complicato
meccanismo di liste e di sistemi
elettorali diabolicamente concepiti
per creare non pochi problemi ad
alcuni big di Ds e Margherita.
Come? Così: quando il prossimo
ventidue settembre saranno ufficializzate
le liste democratiche delle primarie,
grazie a un geniale sistema
elettorale potrebbero esserci delle
sorprese – anche clamorose – nelle
elezioni e nelle candidature. Il sistema
è un po’ complicato, ma sembra essere
perfettamente costruito per garantire
le “quote” e le trombature.
Perché nelle quattrocento liste che
verranno schierate il 14 ottobre, lo
schema dovrà esser quello di uomodonna-
uomo-donna-uomo-donna oppure
donna-uomo-donna-uomo-donnauomo.
Dunque: mai due uomini o due
compagni di partito schierati uno a
fianco all’altro; dunque una donna
per ogni uomo eletto. Ma non finisce
qui, perché oltre all’alternanza tra i
sessi, ci sarà anche una rigida alternanza
di appartenenza che dovrebbe
funzionare più o meno così: Ds-Margherita-
società civile-Margherita-Dssocietà
civile. Una combinazione
nient’affatto semplice che permetterà
di non avere una donna e un uomo del
proprio partito uno a fianco all’altro e
che darà un’evidente spazio ai politici
non di professione (come, ad esempio,
Carlo Petrini di Slow Food o il
jazzista Paolo Fresu, rispettivamente
membro del comitato promotore del
Pd e coordinatore per il Partito democratico
in Sardegna). Ecco, a queste rigide
regole – che sembrano essere state
ideate proprio per preparare qualche
tranello – verrà poi aggiunta la
“quota giovane”; una quota non obbligatoria,
da un punto di vista normativo,
ma quantomeno doverosa almeno
da un punto di vista, diciamo, estetico.
O almeno così sembra, sentendo parlare
Veltroni e Franceschini.
Ricordate il Walter del Lingotto?
Quando a Torino il sindaco di Roma
presentò la sua Nuova Stagione democratica,
prima che la Stampa proponesse
uno dei suoi imperdibili e giovanilissimi
“quiz per l’estate” (“Quanto
Walter c’è in te?”, “Sentimenti, musica,
politica: ecco il test per scoprire
il tuo tasso di veltronismo”, titolo poi
accompagnato da indimenticabili domande
come: “Se proprio dovete, che
faccia stampereste sulla vostra maglietta
tra Che Guevara, John Lennon,
Francesco Totti e Totò”; con una nota
a margine che, con precisione, spiegava
che le risposte più giovanilisticamente
appropriate erano: la “a” di
Che Guevara e la “c” di Francesco
Totti), ecco quel giorno a Torino, Veltroni
disse così: “Il gruppo dirigente
dovrà essere composto, a tutti i livelli,
dai nuovi ragazzi che nei partiti come
nella società hanno voglia di spendersi
per il loro futuro e per quello del
paese”. Certo, sembrano le solite parole:
i soliti giovani, giovani, giovani e
ancora giovani che devono votare a sedici
anni, che devono pagare un euro
alle primarie, che non troveranno mai
lavoro, che devono essere valorizzati,
ammirati e che, come direbbe Walter,
andrebbero semplicemente “capiti” e
che poi, però, andrebbero, naturalmente,
anche guidati. Ma questa volta
potrebbe esserci davvero dell’altro.
Questa volta, con il Pd, nelle liste su
cui stanno già lavorando i veltroniani
Goffredo Bettini insieme con Andrea
Orlando, Vinicio Peluffo e Andrea
Martella (tre giovani un po’ meno giovani
dei ragazzi del futuro Pd giovanile
ma che comunque, assieme a Nicola
Zingaretti e allo stesso Veltroni,
hanno organizzato una produttiva rete
di consenso democratico nella capitale,
e non solo lì) e su cui sono all’opera,
da mesi, i franceschiniani Nicodemo
Oliveiro e Antonello Giacomelli,
ecco: magari solo per avere una
buona scusa per risolvere certi delicati
equilibri di potere (cioè per togliersi
di mezzo qualche ribelle di Ds e
Margherita), qualcosa sembra muoversi
davvero, in quota giovane nel Pd;
anche se però, sul tutor scelto da Veltroni,
c’è qualcuno che proprio non
capisce in che senso, per i giovani, ci
debba essere un “tutor”. Cioè, in che
senso Ciriaco De Mita?
Quando pochi giorni fa Walter Veltroni
ha deciso di nominare, dopo una
lunga riunione con Franceschini, Ciriaco
De Mita come tutor dei giovani
del Piddì, Veltroni – anche per risolvere
i problemi di equilibri nella Campania
di Tino Iannuzzi e Andrea Cozzolino
– intendeva ricreare una sorta
di nuova scuola a metà tra il modello
della scuola Pci delle Frattocchie, tra
il modello democristiano della scuola
della Camilluccia (quella di Aldo Moro)
e tra quello magnifico dell’Ecole
Nationale d’Administration fondata
dal generale Charles De Gaulle nel
1945; in altre parole, sempre che De
Mita sia davvero eccitato dall’idea,
l’ex presidente del Consiglio andrebbe
a presiedere una vera e propria
scuola di formazione del Pd. E questo
dopo che una scuola per il Partito democratico
era in realtà stata già fondata
lo scorso anno con Filippo Andreatta,
Salvatore Vassallo, Maurizio
Sobrero, Massimo Vergami e altri 174
professori universitari all’università
di Bologna: l’Unibò. Di quella scuola,
però, non si sa più granché. Dunque,
eccolo qui Ciriaco De Mita.
E chissà che anche grazie al nuovo
– possibile – incarico demitiano non
si vengano a rompere alcuni equilibri
tra i ragazzi del Piddì, soprattutto tra
quelli presenti quel giorno, in Campidoglio.
Perché quando nomini De Mita,
tra i giovani, la prima persona che
ti viene in mente si chiama Pina Picierno
(26 anni, autrice di una famosissima
tesi di laurea proprio sul linguaggio
di Ciriaco De Mita); proprio
lei che con piglio un po’ più che democratico
negli ultimi giorni ha preso
sempre più coraggio e, chissà perché,
ha iniziato a citare con un certo
piacere Francesco De Gregori: “I veri
giocatori li vedi dal coraggio, dall’altruismo
e dalla fantasia”, ripete da un
paio di giorni la Picierno. Indovinate
un po’ a chi si riferisce? Sì: a lui; naturalmente
a Walter.
Ma dietro Pina Picierno, i cui legami
demitiani sono ben noti, ci sono
una serie di ragazzi che nel futuro del
Partito democratico hanno iniziato a
spostare le proprie pedine sullo scacchiere
del Piddì accompagnati (perché
“guidati” è una parola brutta) dai
propri punti di riferimento dello scacchiere
nazionale. Vediamo un po’ chi
sono davvero i veri giovani del Partito
democratico; quelli che – almeno finora
– a differenza dei cosiddetti “outsider”
non cercano di fare della propria
giovanilità una risorsa politica, ma
semmai, – grazie a una più o meno efficace
militanza – provano a sfruttare
quella che potrebbe essere la loro
grande occasione, anche per evitare
di essere continuamente classificati
come quelli che “sanno fare bene i
giovani” (come diceva Nanni Moretti a
Vito, un giovane ragazzo pelato e con
una notevole pancia trattenuta a fatica
da un’enorme salopette blu, nel
film “Ecce Bombo”).
Questa volta, dunque,Veltroni e
Franceschini sembrano voler far sul
serio; e con alcuni ragazzi in particolare,
di cui senz’altro sentirete parlare
nei prossimi mesi. Ragazzi di riconosciuta
militanza, come Fausto Raciti,
segretario nazionale della Sinistra
giovanile – eletto con quasi il 90 per
cento dei voti all’ultimo congresso – timidamente
fassiniano e molto vicino
a uno dei veri propri deus ex machina
degli ingranaggi del nascente Pd (l’ulivista
Andrea Ranieri); il dalemiano
Roberto Speranza (presidente della
Sinistra giovanile, già consigliere comunale
a Potenza, veltroniano non di
nascita e molto vicino a quel “luminare
delle preferenze”, come ricordato
recentemente da Bettini, che di nome
fa Gianni Pittella; che, oltre a essere
un eurodeputato è anche un grande
sponsor di uno degli avversari di Veltroni:
Enrico Letta); Federica Mariotti
(responsabile esteri della Sinistra
giovanile), Sara Battisti (coordinatrice
della segreteria nazionale della Sinistra
giovanile). E poi, dalle parti della
Margherita, Luigi Madeo (26 anni,
segretario organizzativo dei giovani
della Margherita, in quota Marini),
Luciano Nobili (29 anni, coordinatore
dell’esecutivo in quota Rutelli con il
quale, nel 1993, partecipò anche alla
campagna elettorale per l’elezione a
sindaco e ironicamente apprezzato
per essere riuscito a tesserare, in un
passato non troppo lontano, la talentuosa
Flavia Vento, nelle liste della
Margherita); e infine il vicepresidente
vicario dei giovani della Margherita,
Gianluca Lioni, sardo di 26 anni e
componente della troika di fiducia
che accompagna da mesi Dario Franceschini
sia in campagna elettorale
sia alla Camera (Lioni è anche il ghost
writer del capogruppo alla Camera
dell’Ulivo); e poi, in ordine sparso, Simone
Martino (29 anni, ex Udc e ora
uomo folliniano dell’Italia di Mezzo,
molto vicino al portavoce dello stesso
Follini: Domenico Barbuto) e naturalmente
anche i Mille di Luca Sofri
che, così come gran parte dei giovani
del Piddì, si presenterà nelle liste
elettorali con la veltroniana lista di
Giovanna Melandri, Ermete Realacci
e Anna Finocchiaro (la lista si chiama
“Con Veltroni. Ambiente, innovazione,
lavoro”).
Ma non solo, c’è dell’altro naturalmente;
e lo si capisce sentendo parlare
Veltroni di volontariato, associazioni
e società civile. A cosa si riferisce,
Walter? Un’idea, tra i giovani del
Piddì, se la sono già fatta. Prendete
quella riunione in Campidoglio, ad
esempio, dove oltre ai ragazzi in quota
Margherita e Ds (tra questi c’era
anche il venticinquenne diessino
Mattia Stella, animatore dell’associazione
Giovani per la Costituzione di
Oscar Luigi Scalfaro) era presente anche
un ragazzo che si chiama Michele
Samoggia, di 23 anni, ideatore dell’associazione
“Kanimambo” con cui Veltroni
ha organizzato i suoi recenti
viaggi in Mozambico (anche assieme
ai cantanti Daniele Silvestri, Max
Gazzè e all’attore Claudio Amendola);
un ragazzo, pare, molto stimato da
Veltroni e che sarebbe in questo momento
l’unico in “quota Africa” nel
Piddì. (Sulla definizione di “quota
Africa” può aiutare una noticina piccola
piccola nascosta nella ormai storica
pagina della Stampa sul “Quanto
Walter c’è in te”, alla voce: “Africani”:
“L’altrove è per voi una chimera esistenziale,
utile a rimanere saldi nella
vita vera. Qui spargete a piene mani
languori caritatevoli e solidarietà inclusive.
In buona fede naturalmente.
Questo è il vostro mistero”).
E sarà proprio così, probabilmente:
con un po’ di giovani (meglio se giovani
e pure donne) con un po’ di associazioni,
un po’ di società civile e un
po’ di Africa che Veltroni e Franceschini
prepareranno qualche sorpresa
in quelle liste dove il ticket ha democraticamente
deciso di investire
sui giovani militanti, sulla società civile
(Veltroni ha già in tasca una lista
con 250 nomi da proporre) e anche
sulle associazioni di volontariato
(Walter punterà molto anche sui “Ragazzi
di Locri”, ma c’è chi crede che
nel comitato promotore dei giovani
del Piddì, e probabilmente non solo
in quello, ci saranno anche giovani in
quota Letta e in quota Bindi).
Ed è cominciato tutto lì, in quella
stanza al primo piano del Campidoglio
affacciata sui Fori romani, dove
Walter Veltroni tra un po’ di quota
Mozambico, un po’ di quota Scalfaro,
un po’ di Ds e un po’ di Dl e tra un magnifico
Gigi Proietti e un terribile bananino
(praticamente un introvabile
gelato al gusto di banana considerato
un vero e proprio must veltroniano,
quasi ai livelli dei fratelli Kennedy o
del Mahatma Gandhi, come scherzosamente
avrebbe ammesso lo stesso
Verini quel giorno a Roma), è lì che
Walter, dopo trenta minuti di terapeutica
seduta, si è fermato, si è alzato in
piedi, ha guardato l’orologio, ha benedetto
i sette ragazzi e poi, sorridendo,
tra un Proietti e un bananino, si è fatto
serio serio, si è alzato, e salutando
ha sedotto tutti quanti. Così, all’improvviso,
solo con un nome.
Perché di là c’è un signore che mi
aspetta: si chiama Tony e di cognome
fa Blair. Se volete scusarmi.
Claudio Cerasa
15/09/07
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