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martedì 13 maggio 2008

Il Foglio. "Quando fu abortito Moro. Maggio 1978, la tragedia italiana e cattolica del sacrificio di un uomo e del voto sulla 194

L’opposizione della Dc all’aborto legale era “ostacolo alla facilità di contatto con le masse e alla cooperazione. Era stato Moro il primo a piegare la testa alla “moderna coscienza pubblica”. Cronaca di un mese molto particolare

Le brigate rosse uccisero Aldo Moro con undici colpi di mitra il nove maggio di trent’anni fa, lasciando il corpo del presidente della Democrazia cristiana avvolto in un cappotto grigio dentro il cofano di una Renault 4. Era la primavera del 1978, Aldo Moro rimase prigioniero dei suoi assassini per cinquantacinque giorni e i brigatisti abbandonarono il cadavere del presidente della Dc a metà strada tra la vecchia direzione della Democrazia cristiana e quella del Partito comunista (in via Caetani). Passarono pochi giorni, i giornali continuarono a raccontare i dettagli della “strategia di annientamento” delle Br, Francesco Cossiga si dimise da Ministro degli interni, la Dc vinse le elezioni amministrative (42,7 per cento dei voti, crollo del Pci e passi in avanti del Psi) e poche ore dopo il discorso alle Camere su Aldo Moro del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il primo atto ufficiale del Parlamento fu l’approvazione della legge 194. La legge che Andreotti firmò il 18 maggio del 1978 e che dal 22 maggio del 1978 legalizzò ufficialmente l’aborto in Italia. In un clima però molto particolare. A Palazzo Madama, quel giorno ci furono centosessanta senatori che votarono a favore del testo e centoquarantotto che invece accesero le lampadine di un colore diverso. In Parlamento c’era anche Ferruccio Parri; c’era Pietro Nenni che si era appena ripreso da un collasso e che camminava a fatica poggiandosi su un bastone con la mano destra; e c’era il senatore comunista, Armando Cossutta, che durante la chiama dell’appello nominale si sbagliò, disse di no alla legge che voleva e fu applaudito dai democristiani di Palazzo Madama. Gli altri, invece, votarono tutti correttamente e la legge sull’aborto registrò così l’appoggio decisivo di questi partiti: Partito comunista, Partito socialista, Partito Socialista Democratico Italiano, Partito liberale e Partito repubblicano. Tutti, come si diceva allora, “a favore della autodeterminazione della donna”. Contro la legge, oltre al voto di Cossutta (che però poi corresse subito la sua dichiarazione) ci furono quelli della Democrazia cristiana e quelli del Movimento sociale italiano. Ma avvenne tutto in condizioni che alcuni cattolici non perdonarono ai dirigenti della Dc. Troppo transigenti, poco combattivi, poco convincenti e quasi rassegnati, si diceva.
Erano gli anni del compromesso storico e dei governi di solidarietà nazionale: a Palazzo Chigi c’era per la quarta volta Giulio Andreotti e al Quirinale Giovanni Leone. Enrico Berlinguer e Benigno Zaccagnini erano i segretari dei due principali partiti del paese, Pci e Dc; e il Partito comunista aveva votato, per prima volta, la fiducia al governo democristiano (a gennaio). E così, negli anni di piombo, negli anni in cui i cattolici e i democristiani cominciavano a viaggiare lentamente sui binari di convergenze parallele, la legge sull’aborto fu approvata in un momento utile da ricordare per capire il senso di una legge nata in uno stato commissariato dal terrore. E leggendo le cronache di quei giorni, e parlando con i senatori a vita Emilio Colombo e Giulio Andreotti (entrambi ex Dc), a trent’anni di distanza ci sono alcuni aspetti di quel maggio del 1978 che sembrano essere stati un po’ rimossi dalla memoria politica collettiva: perché la 194, il referendum, il terrorismo, Moro, il compromesso storico, gli anni di piombo, Berlinguer, Zaccagnini e Pannella sono tutte facce di una stessa medaglia senza le quali non è possibile capire come nella primavera di trent’anni fa l’Italia ebbe la sua legge sull’aborto. Condizioni particolari non solo per l’argomento trattato; ma soprattutto per gli equilibri che il Parlamento doveva mantenere in quelle ore.
Furono giorni molto intensi, quelli; e basta scandire le ore più significative di quelle settimane per capire in che clima fu approvata la legge. Il nove maggio fu ucciso Moro, il dieci maggio si dimise Cossiga, l’undici maggio a Milano le pistole di Prima Linea spararono sulla folla, il dodici maggio ci fu il funerale di Moro, il quattordici la Dc vinse le elezioni, il quindici il Pci si riunì per dodici ore per discutere della sconfitta elettoralee il diciotto maggio fu approvata la legge 194. Pochi anni dopo la votazione al Senato, Giulio Andreotti ricorderà così quelle ore: “Ebbi una crisi di coscienza e mi chiesi se dovevo firmare quella legge. Ma se io mi fossi dimesso nessun altro democristiano avrebbe potuto firmarla: si sarebbe aperta una crisi politica senza sbocco prevedibile e in un momento grave per il paese. Una crisi che avrebbe forse creato anche complicazioni internazionali. E da parte mia, con le dimissioni, avrei contribuito a un male maggiore di quello che volevo evitare. Così firmai”.
Le reazioni all’approvazione della legge sulla 194, dunque, furono la prima grande notizia italiana che trovò ampio spazio sulle agende delle redazioni dei giornali dopo la morte di Moro. Qualche esempio delle prime pagine di quei giorni è importante per comprendere l’energia con cui gli editorialisti degli anni Settanta interpretarono il senso di quella legge. Gino Concetti firmò l’articolo di fondo dell’Osservatore Romano (“La via omicida”) scrivendo così: “Oggi non si tutela la maternità, non si promuove il diritto alla vita. Si offre la spinta, si rafforza la tendenza a reprimere la vita. I crimini diventeranno quantitativamente e qualitativamente enormi. L’aborto libero e gratuito contribuirà a rendere il fenomeno della diminuzione delle nascite ancora più preoccupanti”. Sempre lo stesso giornale, in un corsivo non firmato, diede poi questa interpretazione dei ventidue articoli appena approvati. “Questa è una legge iniqua, una legge contro la vita, uno dei segni negativi del nostro tempo. E’ una legge che esprime l’egoismo, il permissivismo, la violenza cui la società non sa far fronte, che anzi asseconda e pratica. Una legge che con qualunque ideologia o sociologia resta (…) un freddo e calcolato no all’amore, una prevaricazione contro la persona, un tragico no ai più indifesi, proprio a coloro che sono nell’assoluta impossibilità di difendersi. Questa licenza di stroncare la vita umana è un esercizio della violenza che per quanto ora si compia con la protezione della legge, non perde nulla della sua estrema gravità”. Vista da sinistra, invece, e vista dalla penna di chi, come Miriam Mafai, difese e commentò a lungo l’argomento, quel giorno fu un momento elettrizzante; e ancora oggi l’editorialista di Repubblica rivendica il successo di quella legge. Mafai dice al Foglio di non avere lo spirito giusto per ricordare quegli anni perché, come ci spiega, “in quei giorni più che di aborto mi occupavo di Aldo Moro”. Ma sulla prima pagina del 19 maggio del 1978, accanto alle cinque colonne di fitto inchiostro con cui Repubblica dava notizia dei due covi scoperti delle Br e dei dieci terroristi arrestati, c’era proprio un articolo di Mafai. E c’è una chiave di lettura significativa. Secondo Mafai, la legge fu importante perché per la prima volta, tra le norme per la tutela sociale della maternità la donna non era più caratterizzata come oggetto di una decisione ma come soggetto; ed era la sola dunque a poter decidere di avviare un procedimento per l’interruzione di gravidanza. “Liberando le donne da una condizione di umiliazione, di paura – scrisse – la legge ha lo stesso peso, lo stesso valore innovativo che ebbe nel 1970 quella sul divorzio. Sia l’una che l’altra legiferano su una materia delicatissima, rinunciano a imprimere un segno ideologico alla scelta dei cittadini e proprio queste sono due leggi laiche per un paese laico; leggi che garantiscono a ognuno libertà di coscienza e di scelta”, spiegò Mafai; che nove giorni prima aveva descritto in prima pagina il cadavere di Aldo Moro avvolto nel suo cappotto nella Renault 4.
Aldo Moro, il terrorismo, il compromesso storico e l’aborto. La storia della legge 194, però, è anche altro. E’ anche la storia di una legge che contiene nelle sue radici il senso di un periodo dell’Italia. Un periodo in cui, per la prima volta, le donne vennero sottratte al cappio dell’aborto clandestino e videro cancellare una norma che fino a quel momento puniva l’interruzione di gravidanza anche con cinque anni di carcere. Le norme esistenti fino al 1978 erano quelle di matrice fascista che fece entrare in vigore nel 1931 il ministro della Giustizia Alfredo Rocco. All’epoca l’aborto era circoscritto nella sfera dei “delitti contro la integrità e la sanità della stirpe” ed era uno dei reati considerati contro gli interessi dello stato: la battaglia sulla legge 194 fu, tra le tante cose, anche una battaglia contro uno dei simboli di quel periodo storico dell’Italia.
Ma il dato che riuscì a mettere d’accordo gran parte delle forze politiche fu quello legato all’aborto clandestino. Negli anni in cui i Radicali e il Partito comunista erano impegnati (con forze naturalmente diverse) nell’individuare un approccio nuovo nello “stare nel movimento” e nel cercare di fare appello a certi tratti controllabili dello spirito rivoluzionario del tempo, il dramma dell’aborto clandestino fu l’unico tratto che ebbero in comune i due partiti. Il Partito radicale, partendo proprio dai numeri dell’aborto clandestino, già da diversi anni aveva avuto un certo successo nel promuovere – con Marco Pannella e Adele Faccio – dure battaglie per legalizzare l’aborto. Fu un successo. I Radicali chiedevano – e chiedono ancora oggi – una depenalizzazione totale dell’interruzione di gravidanza e organizzarono la prima raccolta di firme per indire un referendum sulla legalizzazione dell’aborto. Era il 1975, erano necessarie 500 mila firme, i Radicali ne raccolsero 800 mila e il referendum si sarebbe dovuto svolgere proprio nel giugno del 1978. Poi a maggio arrivò la legge e niente referendum abrogativo. (La sera prima dell’approvazione della legge, Marco Pannella, Emma Bonino e Gianfranco Spadaccia rimasero per ventiquattro minuti imbavagliati in televisione lamentandosi per il poco spazio ricevuto per il referendum. “Si deve trasmettere il nostro silenzio”, disse Pannella). Il Partito comunista si comportò invece, a proposito della depenalizzazione, in modo molto diverso; anche per non rompere gli equilibri con le altre forze del Parlamento. Depenalizzare ma senza esagerare. E questa era anche la posizione dei socialisti, tanto che i relatori dei due partiti principali che si schierarono contro la Dc (Giglia Tedesco Tatò per il Pci e Domenico Pittella per il Psi) poco prima dell’approvazione della legge risposero alle iniziative radicali così: “Se a far sparire la clandestinità e a debellare l’aborto non basta la depenalizzazione, questa è tuttavia il presupposto necessario, anche se non sufficiente, per affrontare in modo nuovo il problema. Un eventuale referendum per abrogare le norme del codice Rocco – argomentarono i due relatori – significherebbe incrinare un’intesa che rimane l’unica risposta utile per formare il valido argine alle manovre terroristiche e destabilizzatrici”. Dunque, la legge fu approvata soprattutto sotto il peso della tragedia della clandestinità, secondo i dati forniti in quell’anno dal ministero della Sanità, e sotto forte condizionamento politico nell’Italia del terrorismo. Il ministro all’epoca si chiamava Tina Anselmi – fu, tra l’altro, la prima donna ministro in Italia nel 1976 con Andreotti al dicastero del Lavoro – e gli aborti clandestini calcolati ogni anno erano ufficialmente circa 850 mila aborti. Numeri che però andavano a mettersi di fianco alle statistiche dell’Unesco (che ne stimò circa 1.200.000) e ai tre milioni di aborti clandestini registrati dal movimento femminista. “Già dai primissimi anni Settanta, l’aborto fu uno dei simboli decisivi di quel percorso di liberazione che avrebbe voluto svincolare le donne dall’oppressione in un contesto sociale profondamente modificato – spiega Aida Riberto in “Una questione di Libertà. Il femminismo negli anni Settanta”.
A Roma, anche per questo, si era costituito il Comitato romano aborto e contraccezione (Crac). Un comitato che agiva nella clandestinità e che mandava le proprie pazienti ad abortire a Londra o in Svizzera. Sempre in quegli anni, un movimento femminista romano (quello di via Pompeo Magno) rivendicò in modo originale il principio di autodeterminazione della donna: “Non vogliamo leggi sul corpo delle donne, fatene quante ne volete sull’eiaculazione”. Ma la dialettica di quei giorni, dopo che per settimane il governo di solidarietà nazionale era stato afferrato dal dramma dell’intransigenza contro i brigatisti, pesò molto nel voto e nel dibattito parlamentare sulla legge. E quando Tatò e Pittella parlarono di “unica risposta utile per formare il valido argine”, il senso fu quello di dare un segnale forte di unità per impedire che su un argomento così delicato e in un momento così importante si rompesse l’unità nazionale contro l’attacco al cuore dello stato. Serviva lo stato, serviva il governo e serviva una posizione omogenea del Parlamento. Per questo ci fu anche chi spiegò che la legge rappresentò un fatto “politico positivo”. Perché in quei giorni di tensione c’era anche un dato che andava al di là del contenuto dei ventidue articoli approvati al Senato: il Parlamento aveva trovato una maggioranza niente affatto scontata, lo aveva fatto in un momento in cui le Camere, l’esecutivo avevano bisogno di dare un segnale di forza e la prima occasione buona fu proprio quella che arrivò al Senato il 18 maggio del 1978. Ma c’è molto di più.
Le cronache di quei giorni sono la sintesi perfetta di come mondi completamente diversi, dopo essere stati travolti dai cinquantacinque giorni di prigionia del presidente della Dc, arrivarono in Parlamento a discutere nuovamente di “vita”. Prima del nove maggio, la vita in ballo era quella del presidente della Dc. Dal giorno dopo quegli undici colpi di mitra, le vite su cui discutere – e da difender oppure no – diventarono quelle dei nascituri. Comunque la si voglia mettere, una questione di umanità. Il sette maggio, due giorni prima che Moro venisse ucciso dalle Brigate rosse, l’Osservatore Romano scriveva così: “E’ una delittuosa serenità quella che si vuole ottenere con l’aborto. Chi fa della questione dell’aborto un problema di schieramenti parlamentari riduce la vita a una pratica burocratica. Non è solo nel segno dell’appartenenza a un partito o a una fede che bisogna difendere la vita, ma nel segno dell’umanità”. Umanità, dunque. Ma non solo questo. Giovanni Russo, sul Corriere della Sera in prima pagina, riassunse così il senso che quella legge poteva avere anche per gli osservatori laici. “L’aborto clandestino poneva la donna nella condizione di una solitudine atroce, la esponeva indifesa a ogni abuso e a rischi talvolta mortali soprattutto nelle classi meno abbienti”. In quei giorno, il tratto di pianificazione familiare nascostosi poi nel tempo dietro le leggi sull’aborto era ancora una paura che trovava riscontri solo in alcuni dibattiti parlamentari e solo sulle prime pagine dei giornali cattolici. Allora, forse, non era immaginabile quello che oggi anche per il Parlamento europeo sembra essere diventato chiaro. E’ vero: nel corso degli anni, in concomitanza con la legge 194 il ricorso all’aborto è diminuito sempre di più. Rispetto al 2007, in Italia le interruzioni di gravidanza sono scese circa del tre per cento ma 348 aborti al giorno sono comunque un numero che fa impressione. E anche a questo proposito è significativa una ricerca presentata due giorni fa a Bruxelles all’Istituto per le politiche della famiglia (“L’evoluzione della famiglia in Europa”) che spiega bene come parte dell’elettorato laico e cattolico aveva già previsto trent’anni fa: “Il collasso della famiglia nel vecchio continente”. I dati presentati a Bruxelles si commentano da sé. In Europa si registra un aborto quasi ogni trenta secondi rispetto al 1980, nel 2007 sono nati quasi un milione di bambini in meno e una gravidanza ogni cinque oggi finisce con un aborto. Come scriveva il Corriere della Sera, in prima pagina, due giorni dopo l’approvazione della legge 194 (l’editoriale di Giovanni Russo uscirà con un giorno di ritardo a causa dello sciopero dei poligrafici della federazione milanese), la sintesi di quell’iter legislativo si potrebbe anche concludere così: “L’aborto resta un dramma anche se non è più reato”. (Il Corriere della Sera, quel giorno – chissà se con malizia – pubblicherà tutti i ventidue articoli della legge nella stessa pagina dei necrologi).
Furono in molti a non poter far a meno di notare la coincidenza e il modo in cui i politici di quei mesi furono costretti a parlare di due argomenti naturalmente diversi ma ugualmente drammatici. Sempre Claudio Sorgi, per esempio, spiegò il suo punto di vista mettendo insieme la vita di Moro e la vita del nascituro (“Sia per la vita di un altissimo esponente politico, sia per la vita del nascituro nel seno di una donna decidere che anche solo uno dei due può essere ucciso significa decidere il principio del suicidio per la stessa umanità. Quanto meno di un suicidio morale, ma forse anche di un suicidio fisico”). Il ragionamento che però fa con il Foglio Giulio Andreotti è un po’ diverso. Il senatore a vita dice che l’aver fatto della questione dell’aborto un problema di schieramenti parlamentari ha sostanzialmente ridotto la vita a una pratica burocratica. Parafrasando alcuni commenti del maggio del 1978, l’ex presidente del Consiglio dice che non è solo il segno dell’appartenenza a un partito o a una fede che bisogna difendere la vita, ma lo si deve fare nel segno dell’umanità. “Come non è solo un fatto cristiano o – tanto meno – democristiano la difesa della vita dell’onorevole Moro o dei rapiti, feriti, uccisi in questi giorni così anche la vita dei nascituri non può e non deve essere solo un fatto religioso o partitico”, scrisse l’Osservatore Romano”. “La legge sull’aborto – dice Andreotti – fa parte di un capitolo basilare della storia della nostra nazione. Noi cercammo, anche se questo non era facile, di farne non una questione di Democrazia cristiana ma di farne un discorso più in generale. Sostenevamo, infatti, che se scientificamente si dimostra che il concepito è una creatura, allora uccidere una creatura è altrettanto grave, se non più grave, che uccidere un adulto. Uccidere un bambino di otto mesi, a mio avviso, è molto più grave che uccidere uno come me che ha novant’anni. Ma mi rendo conto che ancora oggi c’è chi fa fatica a concepire come un omicidio l’aborto. Ma a mio parere, le cose stanno così”. Il senatore a vita la 194 la firmò da presidente del Consiglio; e seppur la Democrazia cristiana provò a combattere in Parlamento una battaglia per tutelare il più possibile la vita del nascituro, il fatto è che in calce alla legge sull’aborto, oltre a quella di Andreotti, ci sono anche le firme di altri democristiani. Come Giovanni Leone e come i ministri Dc del governo che firmarono la legge: Francesco Paolo Bonifacio, ministro di Grazia e Giustizia, Tommaso Morlino, ministro per il Bilancio e la Programmazione economica e Filippo Maria Pandolfi, ministro del Tesoro, Tina Anselmi ministro della Sanità. Il capo dello stato, come notano le cronache di quei giorni, avrebbe anche potuto rimandare la legge 194 alle Camere per “sospetta incostituzionalità”. Leone, però, firmerà dopo quattro giorni il testo di legge.
La riflessione che oggi fa Andreotti con il Foglio è che ci fu una gran fretta di mostrare compattezza. E se pochi anni fa il senatore a vita, nel venticinquesimo anniversario della legge 194, disse “oggi preferirei dimettermi piuttosto che controfirmare quella legge”, ora l’ex presidente del Consiglio la mette così. “Sì, quella fu la prima grande legge approvata dopo Moro e in effetti io ricordo che noi rimanemmo molto male, per esempio, che data la tensione che c’era gli altri partiti non vollero nemmeno sospendere per qualche momento le sedute proprio quando eravamo tutti tesi alla ricerca di Moro. Questo fu uno dei motivi anche più aspri di discussione. A mio avviso, era comunque arrivata a livello parlamentare una svolta nella quale il ‘sì’ e il ‘no’ erano ormai maturi. Ritardare, certo, poteva evitare nell’immediato un impatto un po’ traumatico; però avrebbe anche protratto un dibattito su un tema così forte che giustamente interessava tutte le forze politiche e che, dall’altra parte, non poteva naturalmente essere l’unico tema a cui dedicare tutte le nostre forze. In quel contesto – continua Andreotti – è corretto dire che riuscire a convergere su una legge di quel tipo fu un segnale politico forte. Dopo tensioni molto forti in un paese c’è, e ci deve essere, un momento di respiro; un raffreddamento che qualche volta porta a vedere meno intensamente anche problemi importanti. Ma siccome la gran parte delle legislazioni del mondo l’aborto lo contemplava, ringraziamo Dio che ce lo siamo levato di torno perché ce lo saremmo ritrovato successivamente e magari avrebbe complicato ancora di più le cose”.
Andreotti ricorda i dati riportati in quei giorni dai giornali. In Ungheria l’aborto fu legalizzato nel 1955 e già nel 1972 si registrarono più aborti che nascite; e, per esempio, in Bulgaria la legge arrivò nel 1953 e gli aborti passarono dai 17.400 di quell’anno ai 119.500 del 1996. “Ufficialmente – continua il senatore a vita – a me non risulta che ci sia qualcuno che sia pentito del voto al Senato in quei giorni. E’ vero però questo, cioè che se anche qualche volta una norma sembra risolvere bene il problema poi ogni tanto si scopre che una norma non solo il problema non lo risolve bene ma ne apre altri che si sarebbero potuti evitare”.
Anche il senatore a vita Emilio Colombo, trent’anni dopo, ricostruisce così il clima difficile in cui quella legge fu approvata. Quel pomeriggio al Senato, il senatore Colombo spinse il bottone del no. “Il giorno dell’uccisione di Aldo Moro, io mi trovavo a pochi metri da via Caetani, in Piazza del Gesù, nella sede della Democrazia cristiana. Il partito aveva riunito tutta la direzione e ricordo che stavamo per discutere di una proposta che ci era arrivata attraverso la presidenza della Repubblica. Si trattava di uno scambio possibile con i brigatisti con un tale di cui non ricordo il nome. Si stava per esaminare questa faccenda quando sentimmo le urla di sotto che ci venivano ad avvertire. In quel momento, e in quei giorni, eravamo tutti sconvolti e trovarsi pochi giorni dopo di fronte alla spinta all’ordine del giorno sulla legge 194 non fu affatto facile. Perché un voto sull’aborto che non avesse raggiunto una maggioranza avrebbe indebolito il legame tra i partiti. Senza capire questo è difficile comprendere il senso di quei giorni”.
C’è però un altro filo sottile che nella seconda metà degli anni Settanta lega ancora di più l’ex presidente della Dc con la legge 194. Non sono solo coincidenze temporali, difatti, ma sono fianchi diversi di uno stesso profilo storico. Tre anni prima che la legge fosse approvata – e quando già l’Espresso aveva aperto un suo numero con una storica copertina in cui una donna nuda, incinta e crocifissa posava con il pancione a metà tra titolo (“Aborto: una tragedia italiana”) e didascalia (“Ecce Mater”) – fu Aldo Moro ad anticipare il modo in cui il partito avrebbe affrontato l’iter legislativo. Disse Moro: “La ritrovata natura popolare del partito induce a chiudere nel riserbo delle coscienze alcune valutazioni rigorose, alcune posizioni di principio che sono proprie della nostra esperienza in una fase diversa della vita sociale, ma che fanno ostacolo alla facilità di contatto con le masse e alla cooperazione politica. Vi sono cose che, appunto, la moderna coscienza pubblica attribuisce alla sfera privata, e rifiuta siano regolate dalla legislazione e oggetto di intervento dello stato. Prevarranno dunque la duttilità e la tolleranza”. E anche per questo, il 21 gennaio del 1977 Giulio Andreotti scrisse queste parole sul suo diario personale: “Seduta a Montecitorio per il voto sull’aborto. Passa con 310 a favore e 296 contro. Mi sono posto il problema della controfirma a questa legge (lo ha fatto anche Leone per la firma) ma se mi rifiutassi non solo apriremmo una crisi appena dopo aver cominciato a turare le falle, ma oltre a subire la legge sull’aborto la Dc perderebbe anche la presidenza e sarebbe davvero più grave”.
Ci sono però alcuni dettagli interessanti per capire come sulla approvazione della legge ci sia ancora qualche piccolo giallo e qualche numero che a distanza di trent’anni ancora non torna. Prima di arrivare al Senato, e prima che l’undici maggio fosse respinta la pregiudiziale di incostituzionalità al testo proposta dalla Dc (su Repubblica, Giorgio Rossi spiegò il senso di quel voto compatto con queste parole: ci fu “l’esigenza di non aprire lacerazioni nel paese”) la legge – un anno prima – fu approvata alla Camera con 308 voti a favore e 275 contrari. Solo che se fra i favorevoli i voti mancanti risultarono essere undici, fra i contrari invece i voti in meno furono ben trentatré. Tra questi, c’erano ventinove assenti. E tra gli assenti dodici erano deputati democristiani. Il discorso fatto in quei giorni, che sostenne le critiche rivolte negli anni ai deputati cattolici, fu questo: se tutti i contrari fossero stati presenti in Aula il sette giugno del 1977 la legge sull’aborto chissà quando sarebbe passata.
Ma per parlare del maggio del 1978, se è vero che non si può prescindere dagli anni che hanno preceduto l’arrivo della legge in Parlamento e non si può prescindere da Aldo Moro, non si può naturalmente prescindere neppure da Marco Pannella, dai movimenti femministi e dalle critiche più forti arrivate sulle spalle della Dc. (Il circolo via Pompeo Magno spiegò così la sua posizione sull’intoccabilità dei principi della legge: “L’irresponsabilità criminale dello sperma ritenuto intoccabile è l’imperfezione evolutiva dell’uomo che impediva che si realizzasse in lui la distinzione tra il piacere sessuale e la riproduzione”). Ci sono poi due aspetti politici molto importanti da considerare. Il primo è questo. La Dc non fece un vero e proprio ostruzionismo in Parlamento. Fece un’altra cosa: un’opposizione costruttiva. E’ vero, la Dc votò contro la legge; ma coloro che ancora oggi criticano l’atteggiamento un po’ remissivo del partito in quegli anni notano che non solo fu la stessa Democrazia cristiana ad essersi intestata ufficialmente la responsabilità di sostenerne la costituzionalità della legge nei mesi successivi (il testo fu inviato all’avvocato generale dello stato e fu poi difeso dalla Dc); non solo il gruppo Dc alla Camera votò insieme al Pci contro l’eccezione di incostituzionalità alla legge, ma lo stesso governo della Dc, il 5 dicembre 1979, si costituì in difesa della 194 davanti alla Corte costituzionale. (Poco prima della votazione e dopo le parole di Aldo Moro del 1976, la Dc ritirò inoltre ogni clausola che caratterizzasse l’aborto volontario come un crimine. Il Pci, invece, si comportò in maniera diversa). Il Partito comunista, dall’altro lato, era appena uscito dalle elezioni amministrative molto penalizzato. Il 10 giugno del 1976 i comunisti toccarono il 34,4 per cento e sette giorni dopo l’omicidio Moro, alle comunali, toccarono appena il 26,4 per cento. In quel contesto, il Pci accettò che nella legge venissero posti dei limiti alla libertà di scelta della donna, accettò che per le ragazze sotto i diciotto anni fosse obbligatorio il permesso dei genitori ad abortire; e il Pci non si oppose neppure all’articolo che prevedeva ai medici il diritto obiezione di coscienza.
Ma per spiegare il clima di quei giorni, l’intervento che a questo proposito fece nel 1999 l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga fu indicativo: “Un cattolico può separare convinzioni etiche e realtà politica. Si può dire che sono contro l’aborto, ma che non ne faccio questione di battaglia politica. Mi inchino al volere della maggioranza: non si rompe un governo sull’aborto”. “La Dc – scrisse invece Cossiga nel 1991 – ha meriti storici grandissimi nell’aver saputo rinunciare alla sua specificità ideologica e ideale: le leggi sul divorzio e sull’aborto sono state firmate da capi di stato e da ministri democratici cristiani che, giustamente in quel momento, hanno privilegiato l’unità politica a favore della democrazia, della libertà e dell’indipendenza”. Il senatore Colombo e il senatore Andreotti notano con il Foglio anche un legame particolare con la legge sul divorzio. Non fu un caso che il primo disegno di legge sull’aborto discusso in Parlamento fu quello presentato dal deputato socialista Loris Fortuna. Era l’11 febbraio 1973: per la prima volta una legge sull’aborto fu discussa in Aula. E Loris Fortuna fu proprio lo stesso deputato che nel 1965 presentò in Parlamento la legge sul divorzio.
Spiega il senatore Colombo: “Sia il divorzio che l’aborto arrivarono in un periodo in cui quelle leggi avrebbero indebolito la maggioranza. Naturalmente, come all’epoca del referendum sul divorzio, la Dc si schierò contro. Ma proprio come era accaduto pochi anni prima, anche quando si trattò di votare per l’aborto fu via via sempre più chiaro che alcune frange favorevoli della maggioranza erano meno impegnate e più superficiali di quello che si riteneva un tempo”. Anche Andreotti la pensa così: “In effetti, le due leggi noi le vedevamo abbastanza collegate anche se di per sé esiste un aspetto diverso. L’aborto è un assassinio. E’ l’uccisione di una creatura. Il divorzio è invece la recessione di un vincolo fondamentale. Ovvio che fisicamente non si tratta di un assassinio. Però lo sfondo culturale dei due temi ha una parte comune notevole”. Spiegano i due senatori a vita: “La legge fu comunque una conquista anche se bisogna vedere da che punto di vista. A me – dice Andreotti – pare però che l’argomento base che la legge dovrebbe avere, e che ancora non ha, è la tutela giuridica del concepito. Il concepito è un soggetto. Non è un pezzetto della madre con la partecipazione dell’uomo. Purtroppo oggi sull’argomento c’è meno sensibilità che all’epoca. I termini oggettivi del problema, però, non sono cambiati”.
Ci fu anche qualcuno che riuscì con un certo anticipo a prevedere quella che negli anni successivi sarebbe diventata indifferenza morale nei confronti dell’aborto. In pochi diedero ascolto a quelle parole; ma intanto, pochi giorni prima che la legge fosse approvata, l’Osservatore Romano scrisse così. “Non solo è necessario che una legge non imponga il crimine, ma è doveroso che non rimanga indifferente, non si disinteressi e tuteli uno dei diritti fondamentali della persona umana, anzi il diritto prioritario e primordiale come quello della vita senza distruggere i suoi fondamenti”. Così, oggi che si sono raggiunti il miliardo di aborti nel mondo, Andreotti registra in questo modo la sua idea di “aborto moralmente indifferente”. “Il fatto è che in quegli anni il Parlamento fu costretto a decidere su un argomento che aveva un suo valore e che gran parte del mondo aveva ormai legiferato. Ma bisogna fare attenzione. Ogni giorno in tutto il mondo ci sono furti e ci sono leggi nuove che cercano di prevenire i reati e salvaguardare alcuni diritti. Ma se un diritto è garantito da una legge quando questo diritto viene violato non è ammesso far finta di nulla”.
Il sette maggio di quell’anno ci fu un articolo significativo. Uscì ancora una volta sull’Osservatore Romano e il commentatore parlò di vita, parlò di Moro e parlò anche di pena di morte. “Non esiste spiegazione plausibile al fatto che la pena di morte venga oggi respinta in nome di un principio universale e perenne (la vita è sacra) mentre altre forme di attentato alla vita vengono accettate o sono state massicciamente accettate nel passato”. Tutto dunque cominciò nel 1975, passò in due anni e mezzo dalla Camera al Senato; passò per quel maggio del 1978, per il compromesso storico, per i governi di solidarietà nazionale, partendo da un referendum, dalle ototcentomila firme ed ebbe uno dei momenti più significativi del dibattito in un vecchio articolo di Pier Paolo Pasolini. Quello pubblicato nel 1975 sul Corriere della Sera, in risposta ad Alberto Moravia. Quello in cui Pasolini scrisse che “la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore”; quello in cui lo scrittore bolognese disse che “la falsa liberalizzazione del benessere ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà”; che il “primo risultato di una libertà sessuale regalata dal potere è una vera e propria generale nevrosi”; che “la facilità ha creato l’ossessione” e che il risultato è “una facilità indotta” e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza”. E tre anni dopo le paure di Pasolini si trasformeranno in legge.

lunedì 25 febbraio 2008

Il Foglio. "Che cosa significa interrompere una gravidanza. Nei dettagli"

Infermiere, anestesista, tubo, contenitore, contenuto, espulsione. Un ginecologo romano e la cronaca di una normale ivg

Serve un infermiere, un anestesista, un ginecologo, uno psicologo, una cannula, un tubicino, un lettino, un certificato, un aspiratore e un contenitore. Nei primi novanta giorni di gravidanza, l’aborto funziona così; ma se vai in un consultorio, oppure in un ospedale, in una clinica, in uno studio privato o in un ambulatorio, nelle prime dodici settimane di gestazione la parola “aborto” è una parola che semplicemente non esiste: perché lo psicologo ti dirà “ivg”, in consultorio la chiameranno “interruzione” e in ambulatorio, sostituendo di volta in volta la parola con la tecnica, parleranno di “karman”, di “raschiamento” e di “aspirazione del materiale”. La parola aborto è una parola che clinicamente compare sotto forma di acronimo (“a. t.”, aborto terapeutico) solo a partire dal secondo trimestre di gravidanza, in quell’arco di tempo che va dalla dodicesima alla ventunesima settimana e durante il quale, come direbbe il ginecologo, gli aborti “hanno sempre mantenuto un andamento costante”: 3.585 nel 2006, il 2,7 per cento degli aborti totali in Italia. Il dato però più interessante sulle interruzioni di gravidanza, quello che il ministero della Salute nasconde in un capoverso a pagina trenta della sua ultima relazione sull’attuazione della legge 194, è quello relativo agli aborti effettuati in “età precoce”; quelli, cioè, fatti prima delle otto settimane (il 37 per cento di quelli effettuati nel 2004, e il 38,4 per cento di quelli registrati nel 2005); e quelli fatti tra l’undicesima e la dodicesima settimana (circa il 15,8 per cento di quelli totali).
Prima della dodicesima settimana, la tecnica di aborto più utilizzata in Italia, e non solo qui, è quella che gli infermieri, i medici, i terapeuti e gli anestesisti definiscono “non traumatica”: si tratta del “metodo karman”, un metodo che prende il nome da una cannula che si introduce nell’utero della donna; un metodo così semplice, e così diffuso, che nel 1975 fu descritto così in un libro pubblicato da Savelli Editore: “Per imparare a fare l’aborto col karman basta avere la mano ferma, un po’ di delicatezza, e vederlo fare da qualcuno già esperto, un dieci, venti volte; poi farlo altre dieci venti volte con l’assistenza di qualcuno esperto. E’ tutto lì: non occorre studiare medicina per cinque anni. E’ per questo che è un metodo rivoluzionario: perché possiamo impararlo tutte e farci gli aborti l’una con l’altra”. Il volume, pubblicato nel 1975 si chiamava “Manuale di autocura e autogestione aborto”; ed è un manuale che ricorda piuttosto bene il ginecologo non obiettore dell’ospedale San Camillo di Roma che racconta al Foglio cosa significa concretamente “interrompere la gravidanza” prima della dodicesima settimana. E lo racconta nei dettagli.
L’ospedale San Camillo di Roma è uno dei due ospedali della capitale in cui vengono registrate più interruzioni di gravidanza in tutta la regione: 2.600 l’anno. Il secondo è il San Filippo Neri, che ha una media di interruzioni di 1.110 all’anno. (Roma, tra l’altro, è la città del Lazio con il tasso di abortività più elevato: 11,3 per 1.000 rispetto al 7,8 di Latina, il 6,4 di Rieti, il 6,3 di Frosinone e il 5,1 di Viterbo). In entrambi gli ospedali della capitale, le interruzioni di gravidanza vengono eseguite in regime di day hospital: la paziente arriva dopo aver prenotato di persona un appuntamento; e arriva dopo che il ginecologo stesso le ha già spiegato “sommariamente” qualcosa sull’intervento, sull’aspirazione, sul materiale usa e getta, e sui possibili problemi legati al “banale intervento chirurgico”. Il ginecologo, dopo aver fissato l’appuntamento, ricorda alla donna che si ha almeno una settimana per ripensarci; la donna aspetta qualche giorno, poi arriva in ospedale, si mette in fila, firma l’anamnesi, aspetta il turno ed entra in sala. All’ospedale San Camillo, l’ambulatorio è aperto dal lunedì al venerdì dalle 8,30 alle 14,00, e la struttura accetta fino a dieci prenotazioni al giorno. La paziente arriva in ospedale pochi minuti prima delle otto, entra in sala operatoria, si sdraia sul lettino e sceglie il tipo di anestesia. L’intervento comincia proprio in questo momento.

Spiega il ginecologo: “Oggi, in una struttura come la nostra non c’è uno psicologo. Prima si facevano dei gruppi con le pazienti e le pazienti poi si ritrovavano insieme il giorno dell’intervento. In questi giorni c’era una buona probabilità, intorno al quindici per cento, che una donna ci ripensasse. Ora, invece, senza psicologo la percentuale, non di molto, ma è un po’ salita”. Fino a qualche anno fa, per l’intervento le donne sceglievano un tipo di anestesia locale (un’iniezione di novocaina o xilocaina) che rendeva l’utero insensibile. Oggi, invece, circa il novantacinque per cento delle donne che abortisce preferisce non vedere e non sentire nulla, e sceglie un’anestesia generale: in due minuti l’anestetico entra in circolo. Il ginecologo pizzica dunque il collo dell’utero con un tenaculum, sostiene le gambe con una forcella, infila due dita nel canale vaginale e inserisce uno speculum per allargare l’ingresso dell’utero, dilatando questo con un paio di piccole aste di caucciù a forma di cilindro allungato. Le asticelle sono larghe al massimo un centimetro e permettono il passaggio di una cannula attraverso il canale cervicale: un condotto che dalla vagina porta alla cavità uterina, e quindi all’embrione. La cannulla si chiama “karman” ed è lo strumento che dà il nome alla tecnica di interruzione: è un tubo morbido a forma di bastoncino, è fatto con un materiale plastico, ha la punta arrotondata e un cono di inserzione; il karman è un tubo molto flessibile, il suo raggio può essere di cinque, sei, sette, otto, dieci, dodici millimetri e la sua dimensione varia a seconda delle settimane di gravidanza. Più l’embrione cresce e più il tubo dovrà essere grande. A una delle estremità di questa cannuccia, il ginecologo collega un aspiratore: un apparecchio che “crea una situazione di vuoto”. Il karman funziona come una qualsiasi macchina che aspira aria: mette sotto vuoto la cavità uterina e poi, in pochi minuti, aspira tutto. “La tecnica – dice il ginecologo – è semplice. Facciamo un esempio: se prendi un pezzo di formaggio e lo metti sotto vuoto, il contenuto si mantiene e il contenitore aderisce al contenuto. In questo caso il contenitore è decisamente più robusto, per cui, qui, il contenitore si mantiene meglio e il contenuto viene aspirato via molto facilmente”.
A questo punto della gravidanza, tra la nona e la dodicesima settimana, l’evoluzione dell’embrione (il “contenuto”) all’interno dell’utero (“il contenitore”) è stata registrata dal ginecologo tedesco Rainer Jonas. L’embrione ha gli organi interni non sviluppati, ma visibili; ha un principio di orecchie e di occhi; ha la lingua; il collo è appena delineato; il cuore batte; il “materiale” comincia ad avere un po’ di unghie e secondo il professor Jonas “proverebbe già gusti precisi” (in un esperimento fatto dallo stesso dottore, iniettando nel liquido amniotico delle sostanze dolci, il feto verrebbe fotografato mentre compie dei movimenti di deglutizione”). La lunghezza di quel che il ginecologo chiama “prodotto del concepimento”, “materiale non strutturato”, “contenuto”, “tessuto fetale”, “grumo di sangue”, “abbozzo placentare di cui non si identificano parti significative” è di circa sei centimetri. A volte, però, prima dell’intervento le pazienti fanno alcune domande. E’ un feto? E’ un embrione? E’ un bambino? Sente dolore? Il ginecologo, solitamente, risponde così. “E’ un momento delicato e ovviamente capita spesso. Il punto è che il nostro deve essere un approccio molto tecnico. Non ci deve essere religione, non ci deve essere etica, non ci deve essere politica. E’ un approccio ‘neutro’; e deve esserlo ancora di più quando la donna non ha un aiuto psicologico: in quelle circostanze il medico non è corretto che si sostituisca a un’altra figura professionale. Dunque, quando mi vengono fatte domande del genere, io rispondo che per quanto mi riguarda quel ‘materiale’ non è né l’uno né l’altro. Non è vita e non è ‘non vita’. E’ una forma vitale. E’ materiale del concepimento. Perché il dottore è un servitore dello stato e in quanto servitore dello stato deve conoscere le regole e applicarle. Io non credo che questo sia un lavoro come un altro, ovviamente; per quanto possa essere ‘terribile’ è sempre un lavoro e anche se si conoscono persone che farebbero interruzioni di gravidanza anche se non ci fosse una legge, il discorso che un ginecologo deve fare deve essere un altro: ‘c’è questa legge e io la applico’. E se non ci sarà più la legge si smetterà di farli”.
Il professor Bernard Nathanson, il famoso ginecologo di New York che negli anni Settanta realizzò per il presidente Ronald Reagan un video sulle tecniche di aborto (“Silent Scream”, l’urlo silenzioso) e che tra i primi praticò interruzioni di gravidanza negli Stati Uniti (ne fece circa 75 mila) ha descritto, con parole forti, cosa succede prima di un’“espulsione”: “Quando ha luogo una gravidanza, il meccanismo di difesa del corpo di una donna sente che la creatura è un intruso, un alieno, e che quindi deve essere espulso. A quel punto si scatena un intenso attacco immunologico e il non nato ha la meglio nel respingerlo”.
Tecnicamente l’aborto si chiama anche così: “Evacuazione della quantità di prodotto del concepimento”, oppure semplicemente “espulsione”; una frase, questa, che il ginecologo del San Camillo utilizza spesso. L’espulsione, o evacuazione, dell’embrione avviene attraverso un canale chiamato “cervicale”. Il ginecologo raggiunge questo canale dilatando l’utero e inserendo la cannulla. Una volta eseguito questo passaggio, l’infermiere mette in moto l’aspiratore e con l’utero ormai chiuso, e sottovuoto, si tira via tutto. “Quando si inserisce questa cannula – spiega ancora il ginecologo – non è particolarmente importante sapere dove vada a finire. E’ sufficiente sapere che sia nel canale e che sia pronto per aspirare”. La cannula entra dunque nel canale cervicale, il ginecologo completa con il tubicino una serie di micro movimenti orizzontali – avanti e indietro, avanti e indietro – sposta la cannula all’interno dell’utero, esercitando una rotazione di 360 gradi, e dopo circa cinque minuti, con l’aspiratore acceso, controlla che il tubicino a forma di cilindro allungato si colori di rosso. Il materiale aspirato viene poi raccolto in un contenitore usa e getta, viene quindi catalogato come “rifiuto speciale” e sarà trasportato a mano dall’infermiere all’interno dell’inceneritore centrale dell’ospedale. Poi il ginecologo controlla ecograficamente che l’intervento sia completo. A volte, però, ci può essere qualche intoppo. Una ginecologa fino a qualche anno fa di servizio al San Camillo, e oggi obiettore di coscienza, spiega perché. “In alcuni casi, ma intorno alla dodicesima settimana, la cannula si può otturare: l’embrione comincia ad avere delle dimensioni tali che non riesce a passare e il tubicino si ostruisce con piccoli pezzi di embrione, simili a materiale cartilaginoso. Quando ti capita, tu devi andare lì con una pinza ad anelli e raccogliere alcuni pezzi di embrione. Dopo di che continui ad aspirare”.
Alcuni ginecologi, poi, nel caso in cui all’interno dell’utero sia rimasto “materiale” possono decidere per un raschiamento: si tratta di un intervento di pochissimi minuti (tra i cinque e i dieci, al massimo quindici), generalmente eseguito in anestesia locale: il ginecologo esercita una nuova dilatazione del canale cervicale e controlla che l’utero sia “pulito” attraverso una curette, uno strumento tagliente a forma di cucchiaio che elimina gli ultimi residui del materiale placentare. L’intervento è concluso.
La convalescenza della paziente dura in media tra i trenta minuti e i sessanta minuti. La donna, a seconda della condizione, può rimanere sdraiata su un lettino oppure può riposare anche da seduta. Un infermiere le controllerà pressione e temperatura e poi la paziente tornerà a casa, avendo speso una cifra piuttosto contenuta: non c’è infatti nessun ticket da pagare, e la visita del ginecologo, che costa circa tredici euro, fa parte di quelle tipologie di “gruppi omogenei di diagnosi” per cui è previsto anche un rimborso. In tutto, esclusi il costo standard del salario dei singoli medici, per un intervento si spendono poco più di venti euro: tre euro per il barattolo, dieci euro per il bidone d’aria (cui è collegato l’aspiratore) e poco più di sei euro tra dilatatore e confezione da cinque cannule. Venti euro, dunque, per due minuti di anestesia, due minuti di preparazione della cannula, un minuto di dilatazione, cinque minuti di aspirazione, due minuti di controllo ecografico e due minuti da attendere per il risveglio della paziente. In tutto, per espellere il “materiale del concepimento”, ci voglio circa novecento secondi.
Claudio Cerasa
23/2/08

venerdì 15 febbraio 2008

Il Foglio. "Cronaca di una normalissima selezione"

L’ospedale di Napoli, il film con due “x”, la storia di Maurizio e il prof che chiama le cose con il loro nome

Napoli. “Non c’era altra scelta. Appena mi hanno comunicato che mio figlio sarebbe stato malato per tutta la sua vita non ho avuto dubbi e ho deciso d’istinto: abortisco”. La signora Silvana ha 39 anni, non è sposata, vive a ventidue chilometri da Napoli, a Frattamaggiore, e quattro giorni fa ha abortito un feto di ventuno settimane al Policlinico Federico II, a Napoli; lo ha fatto dopo aver scoperto che il suo bambino “sarebbe stato un malato per tutta la sua vita” a causa di un disordine genetico chiamato 47xxy e conosciuto con il nome di “sindrome di Klinefelter”. Un disordine genetico così diffuso che solo in Italia colpisce un uomo ogni cinquecento nati. Come spiega al Foglio il professor Carlo Foresta, importante endocrinologo all’Università di Padova, “una sindrome come quella di Klinefelter è caratterizzata da testicoli piccoli, da grandi mammelle e da un’alta probabilità di essere sterili. Ma questa è una sindrome che si può curare, perché le terapie a disposizione sono moltissime, e per le carenze di testosterone, causate dall’anomalia cromosomica, esistono molte soluzioni. Ci vuole un po’ di tempo, ma volendo si può. Ed è per questo che con una patologia come questa in Italia vivono quasi 60 mila persone: persone non drammaticamente malate, persone che stanno bene”.
Tra i 60 mila uomini con sindrome di Klinefelter, c’è Maurizio Fornatari, da due anni presidente dell’Unione Italiana Sindrome di Klinefelter. Maurizio, pochi mesi fa, ha chiesto un risarcimento danni a Lucía Puenzo, la regista che lo scorso anno ha vinto a Cannes il premio della Settimana della critica con il film “xxy” descrivendo i Klinefelter come se fossero ermafroditi. Ora Maurizio sta pensando di querelare qualche giornale. “E’ una follia scrivere che una sindrome come questa comporta il ‘40 per cento di possibilità di disturbi mentali’. Non scherziamo con le statistiche. Conosco migliaia di persone che hanno il mio stesso problema e che vivono benissimo; e il bello è che la metà dei Klinefelter vive senza sapere di avere questo problema. Certo, non bisogna generalizzare, ma con una sindrome come questa l’amniocentesi dovrebbe avere una funzione importante per individuare presto il disordine cromosomico e cominciare le cure da giovani”.
Nella strana storia di Napoli c’è però un passaggio a cui le cronache di questi giorni non hanno dato molto peso. Ci si arriva ricostruendo le tappe principali del caso. La signora Silvana arriva all’ospedale di Frattamaggiore il 18 gennaio per sottoporsi all’amniocentesi; il pomeriggio del 31 gennaio riceverà il referto con la diagnosi, era un “xxy”, la forma più lieve di Klinefelter. Pochi giorni dopo, l’8 febbraio, Silvana verrà ricoverata al Policlinico, dove le saranno somministrate, per tre giorni, cinque candelette di prostaglandine per stimolare le contrazioni dell’utero ed espellere il feto. Alle 18.30 dell’11 febbraio Silvana abortirà un bimbo già morto. Alle 19.20, dopo che i dottori avranno finito di ripulirle l’utero, Silvana esce dalla sala operatoria e, intorno alle 20, viene interrogata in ospedale da due poliziotti (un uomo e una donna) allertati da una telefonata non anonima. Ma la signora Silvana dove ha abortito? Spiega al Foglio una ginecologa del Policlinico di Napoli che la donna avrebbe espulso il feto in un bagno al secondo piano. Il procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepori, sembra confermare la versione: “La telefonata ricevuta indicava la presenza di una donna in una precisa stanza del Policlinico chiusa in bagno per abortire”. “Io però faccio un ragionamento semplice – aggiunge il professor Foresta – Se davvero consideriamo il Klinefelter una patologia diversa dal ‘normale’, e dunque non degna di vivere, il rischio è che il concetto di ‘normalità’ possa diversificarsi nel tempo. Il rischio, per capire, è che prima o poi possa essere considerato preventivamente anormale anche un bambino albino. E dunque, se qualcuno dovesse scoprire un giorno qual è il gene che determina il diabete, chissà che non venga considerato ‘anormale’ anche questo. Un Klinefelter, però, non è a rischio: è una persona per cui esistono cure e terapie. Ecco, se dovesse passare, o consolidarsi, il messaggio che di sindrome come queste è possibile morire prima di nascere sarebbe molto pericoloso. E questa è una prassi che oggi io chiamo senza problemi così: eugenetica”.
Claudio Cerasa
15/2/08