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mercoledì 12 marzo 2008

Il Foglio. "Maggioritari, ma senza farsi male"

Nelle oasi locali l’Unione e la Cdl esistono ancora, e governano pure

Maggioritari a Roma, certo, ma senza esagerare altrove. Non c’è scandalo e non c’è imbarazzo se il partito che ha dipinto la sua bella stagione con i colori della vocazione maggioritaria, a un mese esatto dalle elezioni, ha deciso che con questa storia del “nuovo conio” e con questa storia del “correre da soli” forse è meglio non esagerare troppo. Basta dare uno sguardo giù dal loft del Pd per capire come molti candidati con mandato veltroniano oggi si riservino con fermezza il diritto di contraddirsi un poco. Prendiamo la Sicilia, dove Anna Finocchiaro ha deciso di competere per la presidenza della regione non da sola, ma alleata con quella che fu l’antica Unione prodiana. Prendiamo poi Roma, dove Rutelli ha iniziato la sua non impossibile corsa per il Campidoglio nella stessa corsia elettorale di Diliberto, Giordano, Salvi e Pecoraro Scanio. Che sia una clamorosa contraddizione? Sì e no. Perché un conto sono le campagne e le traballanti vocazioni elettorali di carattere nazionale. Un conto sono invece quelle formule a elezione diretta abbracciate nelle province, nelle regioni e nei comuni di tutto il paese. Laddove una legge dei primi anni Novanta garantisce un bagno plebiscitario per sindaci e governatori d’Italia e permette a schieramenti politici di ogni colore di trasformare, via via, i partiti in solide liste elettorali a prova di bombe e a prova di rifiuti rimasti quindici anni in strada.
Certo, si dirà che in questi casi il Pd ha dato ragione a Pierluigi Bersani. Negli stessi giorni in cui Veltroni giurava che il suo Pd avrebbe resistito alla tentazione di mettersi in tasca ramoscelli d’Ulivo; e negli stessi giorni in cui W medesimo spiegava come si doveva “rompere unilateralmente con la sinistra, per non essere condizionati dalla litigiosità di coalizioni eterogenee come quelle di Romano Prodi”, Bersani spiegava perché nel corpaccione ancora debole dei democratici italiani gli strappi con il prodismo semplicemente non servono. Perché lontani da Roma è possibile e a volte necessario mettere insieme continuità e discontinuità. Oltretutto è quel che fa la Cdl vecchio stile sopravvissuta in alcune regioni (vedi Sicilia e Friuli, dove si vota ad aprile). Che sia o meno un’amnesia politicistica la vocazione maggioritaria del Pd/Pdl resta confinata in un perimetro di là dal quale, più che la Cdl o l’Ulivo, domina la giusta legge dell’opportunismo.
Claudio Cerasa
12/03/08

mercoledì 18 luglio 2007

IL Foglio. "Di Pietro chiede a Bruxelles una cambiale in bianco sulla Tav"

Il governo presenta all’Ue una bozza di Torino-Lione senza tracciato. I sindaci protestano, i movimenti preparano una sorpresa

Roma. Il governo italiano invierà oggi all’Unione europea la prima richiesta ufficiale per ricevere i finanziamenti sulla tratta ad alta velocità della Torino-Lione. La Tav, per capirci. Il documento, scritto dal ministro per le Infrastrutture, Antonio Di Pietro, e da Jean-Louis Borloo, ministro dell’Ecologia del governo francese, è stato presentato come l’ultimo, duro, secco, definitivo ultimatum sull’alta velocità. Ma anche questo ultimatum, un po’ come successo con gli ultimi dieci duri, secchi e definitivi ultimatum, non soltanto rischia di aggiungersi a uno dei tanti paragrafi della grande barzelletta sulla Tav, ma rischia di creare un caso politico a sinistra dell’Unione, e non soltanto lì.
Nello stesso giorno in cui Rifondazione comunista dice che “non esiste nessun percorso, progetto, tracciato che possa ritenersi condiviso”, il ministro Di Pietro dice che “la Tav si farà” e dice che il tunnel di base della Torino-Lione uscirà in corrispondenza del comune di Chiomonte, quindi non più in corrispondenza con quello di Venaus. Ed è questa l’unica vera novità del progetto che arriverà oggi sul tavolo del commissario dell’Unione europea, Jacques Barrot. Un progetto che prevede la richiesta, tra il 2007-2013, di un finanziamento di 725 milioni di euro in grado di coprire, in parte, i 9 miliardi complessivi previsti per il tracciato (tracciato che secondo il progettista torinese Loris Dadam – intervistatato da Panorama – non entrà in funzione prima del 2027). Il problema però è sempre lo stesso: ancora una volta il governo non parla di date, non parla di veri tracciati, non parla di tempi, rimanda le decisioni a un tavolo futuro – il prossimo sarà il 23 luglio, ma da qui a fine anno ne sono previsti molti altri – e sul destino dell’alta velocità non ha nel cassetto neppure una vera cartina. Il perché lo spiega, e lo ammette, lo stesso Di Pietro: “In questo momento non si deve dire come sarà il tracciato, questo le definiremo poi”. E’ per questo che oggi a parlare di “progetto” viene un po’ da sorridere, dato che il governo italiano chiede soldi per la Tav senza avere idea di come sarà la sua Tav, dice che la Tav si farà senza sapere né come, né dove, né quando, propone soluzioni che non risolvono granché e rischia ora di stringere in un angolo sia Rifondazione comunista sia i Verdi. Perché se è vero che la Tav si farà, la sinistra dell’Unione dovrà dire ai suoi elettori che fino a oggi si è scherzato, che la Tav, in fondo, non è proprio da buttare via e che tutti quei no Tav, convinti che il problema della Tav sia proprio la Tav e non questo o quel tracciato, forse non dicono proprio la verità. Ora: Rifondazione è davvero pronta a deludere la sua base, quando è lo stesso Fausto Bertinotti ad aver appena messo in guardia l’elettorato sul sempre maggiore rischio “di un delcino all’orizzonte della sinistra Europea?”.
Dice al Foglio Osvaldo Napoli, vicepresidente dell’Anci, deputato di Forza Italia ed ex sindaco di Giaveno, comune della Val Sangone: “Per quale motivo Di Pietro ha deciso di spostare l’uscita del tunnel da Venaus a Chiomonte senza consultare nessun rappresentante del comune né tantomeno il sindaco? Sarà perché in un comune di centrosinistra, come Venaus, i no Tav erano diventati troppo forti, mentre in un comune di centrodestra, come Chiomonte, i no Tav hanno meno influenza? Non vorrà mica ammettere, ministro, che la concertazione si fa solo quando conviene all’elettorato della sua coalizione?”. E per capire lo scarso peso dato alle parole del governo potrebbe essere sufficiente notare come ieri Liberazione, quotidiano di Rifondazione, abbia nascosto la sua reazione alla “Tav che si farà” in un trafiletto a pagina 6. Un trafiletto piccolo piccolo, dove il responsabile della commissione per la protezione delle Alpi dice, tra l’altro, che “l’ipotesi del tunnel di base si sta allontando, perché l’opposizione italiana è troppo forte”. Dunque, nessun rischio sulla Tav. E se mai ci fosse qualche dubbio, se mai il governo pensasse di scavalcare il popolo dei no Tav, oggi sul tavolo del commissario Barrot dovrebbe arrivare un altro documento firmato da 32 consigli comunali della Valsusa. Un documento dove, se ce ne fosse ancora bisogno, verrà argomentata “l’assoluta non condivisione” dell’attuale dossier sulla Tav.
Claudio Cerasa
18/07/07