sabato 20 dicembre 2008

Il Foglio. "Cosa farà il partito dei pm quando il Cav. tenderà la mano al Pd"

Roma. Ovviamente, quella lanciata tre giorni fa sul Corriere della Sera dall’ex capo di gabinetto di Piero Fassino, Francesco Tempestini, resta più che altro una provocazione: ma per capire come potranno sviluparsi da ora in poi i rapporti tra il Pd e il centrosinistra sul tema della giustizia il succo del discorso resta questo: con chi si tratta? “Il problema per il centrosinistra – ha spiegato uno smaliziato Tempestini – è che “non c’è più un uomo forte come Luciano Violante che tratta con i magistrati”. Se in questo momento il Pd rischia di non avere tra i suoi dirigenti una figura in grado di essere interlocutore della magistratura, dall’altro lato non è facile neppure per il centrodestra riuscire a capire quali sono i dirigenti con cui è possibile trattare nel Pd sui temi della Giustizia. Ieri mattina, prima di mostrare un po’ di insofferenza nei confronti di W, il Cav. aveva lasciato intendere che questo è il momento giusto per allungare una mano al Partito democratico: “Sulla giustizia siamo pronti ad accogliere i loro suggerimenti: la riforma è pronta e c’è urgenza di farla”. Così, ora che le inchieste di Potenza, di Napoli, di Firenze, di Pescara e un domani forse anche di Roma stanno lentamente convincendo il maggior partito dell’opposizione che c’è davvero l’esigenza di arrivare a un compremesso con il Cav. sulla giustizia, il fatto è che la maggioranza si ritrova oggi in questa condizione: dover trattare nel Pd con un partito dei magistrati. Un partito di cui fanno parte un ministro ombra, un capogruppo al Senato, un capogruppo alla commissione Giustizia della Camera e quattro senatori, e i cui volti più noti sono quelli di Anna Finocchiaro, Lanfranco Tenaglia, Felice Casson, Donatella Ferranti e Gerardo D’Ambrosio. Casson, Ferranti, D’Ambrosio e Tenaglia hanno tutti e quattro un passato da pubblici ministeri, mentre Anna Finocchiaro è stata sostituto procuratore nel tribunale di Catania fino al 1987.
“Il fatto che ci sia un partito di questo tipo che dovrà confrontarsi con noi – spiega al Foglio il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano – rischia di complicare il dialogo. Ma a parte questo il problema è che nel partito vi sono deputati e senatori che hanno ottime conoscenze tecniche ma che purtroppo spesso dimostrano scarsa autonomia politica. Penso a Lanfranco Tenaglia e penso anche a D’Ambrosio e Casson, che in passato hanno avuto un impegno politico molto deciso contro esponenti del centrodestra e con i quali oggi non è facile confrontarsi. Ma il punto è che se fino a qualche tempo fa i fili del dialogo sulla giustizia erano nelle mani di grandi avvocati di sinistra oggi invece riuscire a confronarsi con politici che si trovano su posizioni simili a quelle dei pm è senz’altro molto più problematico”. Come spiega un attento osservatore di cose politiche, avvocati come Guido Calvi e Guido Rossi hanno ormai più un ruolo da battitori liberi, “e vengono coinvolti dal centrosinistra soprattutto quando è necessario avere dei tecnici che devono svolgere ruoli di intermediazione non tanto con l’opposizione ma soprattutto con i magistrati”. Dall’altra parte, però, la disponibilità al confronto mostrata negli ultimi mesi da Luciano Violante – che già a settembre aveva aperto al dialogo su quasi tutti i punti proposti dal ministro Angelino Alfano – non trova per esempio riscontro nelle posizioni del ministro ombra della Giustizia, Lanfranco Tenaglia. Tenaglia, raccontano dal centrodestra, è l’interprete più fedele della tattica dettata da Veltroni su questi temi, non ha grandissima autonomia e c’è chi dice che sia stato indebolito dalle inchieste giudiziarie che a Pescara hanno portato alle dimissioni di un suo uomo in Abruzzo, l’ex sindaco Luciano D’Alfonso. Nel centrodestra – dove c’è chi teme che le posizioni del Pd siano sempre più appiattite rispetto a quelle dell’Anm – c’è però qualcuno già pronto a scommettere che l’interlocutore principale del Pdl su questi temi diventerà la prossima candidata alla segreteria del Pd, Anna Finocchiaro: che non a caso pochi giorni fa in un’intervista all’Unità ha ricordato che da parte sua c’è “la disponibilità a discutere della riforma sulla Giustizia”.
Claudio Cerasa
20/12/08

mercoledì 17 dicembre 2008

Il Foglio. "Reato di chiacchiera. Da Toto a Fassino, storia dei nostri processi alle intenzioni. “E’ come un romanzo di Roth”, dice Saccà

Metteteli insieme uno dopo l’altro, mettete insieme il caso Saccà, il caso Iervolino, il caso Fassino e scoprirete che da queste parti non è così facile trovarsi di fronte a titoli simili a quello comparso ieri sulla prima del New York Times: “Blagojevich Case: A Crime or Just Talk?”. Signori, la storia del governatore corrotto dell’Illinois è vera o si tratta solo di una semplice e forse troppo smaliziata chiacchierata telefonica? Nel dubbio, ieri il Times di New York ha scelto di andarci con cautela e ha dato una lezioncina a coloro che ultimamente si sono specializzati nel raccontare quelli che fino a prova contraria sono “reati di chiacchiera”. Chiacchiere magari inopportune, inappropriate, esagerate, ma comunque chiacchiere, come quelle che a Napoli hanno contribuito a mettere sotto indagine la giunta di Iervolino, perché chi oggi chiede le dimissioni del sindaco di Napoli lo fa sulle base di intercettazioni in cui si parla di appalti che alla fine, nei fatti, non sono mai andati in porto. Discorso che per certi versi vale sia per il Cav. sia per Carlo Toto, perché se da un lato, sulla base di poche chiacchiere telefoniche, il premier è stato descritto per mesi come il gran corruttore di parlamentari del governo Prodi (e nel silenzio assoluto il caso è stato appena archiviato) dall’altro lato c’è chi come il numero uno di Air One risulta essere indagato per un appalto che in realtà non sarebbe stato neppure approvato. Lo stesso vale per Piero Fassino, perché cos’altro era il suo “Abbiamo una banca” se non l’espressione sincera di un sentimento personale, più che di un complotto politico? Una delle declinazioni più pazzotiche del processo alle intenzioni è però quella che dallo scorso ottobre coinvolge l’ex direttore generale della Rai, Agostino Saccà. In questo caso il processo alle intenzioni ha fatto un salto di qualità e si è trasformato in un processo alle promesse non mantenute: le attrici e le soubrette oggetto di segretissime trattative non sono mai state assunte, e tra pochi giorni il caso Saccà potrebbe essere persino archiviato dalla procura di Roma. “Se non altro – dice Saccà – chiunque è stato colpito dal reato di chiacchiera ha finalmente avuto la scusa buona per rileggersi la ‘Macchia umana’ di Philip Roth e per capire cosa significa che certe chiacchiere a volte possono anche uccidere”.
Claudio Cerasa

giovedì 27 novembre 2008

Il Foglio. "Altro che Sardegna. Tra Unità, CDB e Max, Soru è pronto a scalare il Pd "

Giornale, quattrini, rete di potere, amicizie trasversali, Confindustria. Cosa c’è dietro alle mosse di “Surei”
Le dimissioni di Renato Soru dalla presidenza della regione Sardegna hanno avuto l’effetto di irrobustire il profilo politico di uno dei dirigenti più in ascesa nel Partito democratico. La mossa di Soru rientra all’interno di una strategia ben studiata – e concordata con il segretario Walter Veltroni – che permetterà all’ex numero uno di Tiscali di arrivare alla campagna elettorale delle regionali del 2009 forte di un sostegno che la dirigenza del Pd non farà a meno di offrirgli anche nelle prossime ore. Ieri i complimenti al governatore dimissionario sono arrivati da alcuni tra i più importanti esponenti del partito (i più significativi sono stati quelli di Veltroni e di Letta) e le parole di Soru lasciano intendere che l’avventura nel Pd non si fermerà certo per un emendamento bocciato dalla sua giunta regionale. “Non è l’ultimo atto della mia esperienza politica”, ha ripetuto in queste ore Soru. Nel Pd, però, qualcuno comincia a osservare con preoccupazione la vivacità dell’imprenditore sardo, perché se il primo obiettivo del governatore è quello di non perdere la sua Sardegna è difficile negare che Soru “abbia ormai tutte le carte in regola per essere considerato come un leader utile per il partito a livello nazionale”, dice al Foglio il senatore lettiano del Pd Francesco Sanna.

Chi conosce bene Soru racconta che “l’esperienza maturata in questi anni ha dato la possibilità a Renato di essere pronto per sbarcare davvero sul continente”, e in teoria Soru avrebbe tutto quello che servirebbe per il grande salto: ha una liquidità non indifferente, ha amicizie trasversali, ha un giornale tutto suo, ha un consenso che va al di là della sua esperienza politica, piace tantissimo a Confindustria (il Sole 24 Ore gli ha dedicato due giorni fa un ritratto lusinghiero in cui Soru – “Un uomo solo al comando” – veniva descrito come un politico in grado di “contraddire tutti i pedigree dei leader italiani dall’Unità a oggi”). Inoltre, “Surei” – come lo chiamano a Cagliari – è uno dei pochi dirigenti ad aver creato un’armonia quasi impossibile tra il mondo di Walter Veltroni, di Franco Marini, di Enrico Letta, di Massimo D’Alema, di Piero Fassino e di Carlo De Benedetti. I rapporti con l’Ingegnere si sono consolidati all’inizio di quest’estate, e mentre il 5 giugno Soru acquistava d’intesa con Veltroni il pacchetto di maggioranza dell’Unità (sedici milioni di euro) CDB si preparava a diventare il secondo azionista della società fondata dal governatore – Tiscali – versando nelle casse di Soru sessanta milioni di euro e arrivando così ad acquistare con la sua Management & Capital il 6,9 per cento del pacchetto azionario.

Per quanto Soru sia ancora oggi un alleato fedele di Veltroni, il governatore dice però di “non sentirsi affatto un veltroniano”. Soru – che i suoi estimatori considerano una perfetta sintesi tra il veltronismo e il berlusconismo – in effetti ha tratti in comune più con il mondo dalemian-lettiano che con quello veltroniano. Se fino a poco tempo fa quella con D’Alema e Letta era una “semplice sintonia di vedute politiche” gli amici di Soru raccontano che questi tre mondi oggi sono più vicini. D’Alema ha conosciuto Soru dieci anni fa (da segretario del Pds lo invitò a un convegno organizzato dal suo partito), Letta ha invece avuto modo di migliorare i suoi rapporti con il governatore negli ultimi due anni passati a Palazzo Chigi, dove Soru andava spesso a trovarlo. Letta e D’Alema, inoltre, sono stati i due grandi protagonisti della discesa in campo del manager sardo: furono loro che nel 2003 – il 17 luglio, a pochi giorni dalla candidatura ufficiale di Soru – convinsero l’imprenditore a presentarsi alla guida della regione, nel corso di un convegno organizzato per progettare proprio il futuro del Pd.

Soru – spiegano dal Pd – ha intenzione di guidare la Sardegna anche per i prossimi cinque anni, uscirà rafforzato dalle dimissioni presentate due giorni fa, ma chi lo conosce bene sa che quella pazza idea di candidarsi un giorno alla guida del Partito democratico oggi è diventata un’idea tutt’altro che impossibile. “Soru per la politica sarda – racconta al Foglio Gianluca Lioni, dirigente popolare del Pd– è stato una sorta di Martin Lutero, ha portato un cambiamento radicale in uno scenario prima piuttosto asfittico. Ha un caratteraccio ma è moderno, post-ideologico, è un decisionista e sa comunicare, ci vorrebbe la sfera di cristallo per escludere che, in futuro, non giocherà sul palcoscenico nazionale”.
Claudio Cerasa
27/11/08


mercoledì 26 novembre 2008

Il Foglio. "W. resiste ai dalemiani e prepara così la sua campagna elettorale"

Veltroni (per ora) rinvia il congresso e riceve la fiducia del partito. Gli ex Ppi esultano. Parla Chiamparino


Roma. Alla fine, ieri ha vinto Walter: il congresso del Pd non verrà convocato prima del prossimo autunno, il coordinamento riunito per due ore e mezza a Largo del Nazzareno ha scelto di rinviare ancora una volta lo scontro veltroniani-dalemiani, e quello che doveva essere uno dei momenti chiave per capire con quale passo si sarebbe mosso il Partito democratico – da qui alle europee – è stato invece il giorno in cui il segretario del Pd ha ricevuto un forte appoggio alla propria linea politica. “Il coordinamento del Pd ha condiviso l’invito fatto da Veltroni a ritrovare la capacità di fare squadra e di avere una maggiore coesione”, ha spiegato a metà pomeriggio l’ex segretario dei Ds, Piero Fassino. Almeno per il momento, dunque, niente conteggi, niente confronti e niente discussioni sulla leadership del Pd. E poi? “L’idea di Walter – spiega al Foglio uno stretto collaboratore di W. – è quella di dire va bene, siamo qui: c’è chi non è d’accordo con me, ma ora è il momento di capire come proseguire nell’innovazione della struttura, perché siamo in una fase in cui, anche grazie al successo di Obama, il Pd ha la possibilità di esprimere tutte le sue novità”. Così, ieri Veltroni ha ricevuto dalla cabina di regia del partito l’appoggio che si aspettava (contrari all’idea di rinviare il congresso erano Goffredo Bettini e Giorgio Tonini, favorevoli invece Fassino, Letta e Bersani), ma la mossa che ha ora in mente il segretario è quella di preparare un “Lingotto due”, ovvero un discorso simile a quello con cui aveva lanciato un anno fa a Torino la propria candidatura alla segreteria. Segnatevi la data: 19 dicembre. “Walter farà una relazione cazzuta parlerà di legge elettorale, di alleanze e di ‘forma partito’, e alla fine metterà la sua relazione ai voti”, confessa uno stretto collaboratore del leader del Pd. Prevista per il 15, la direzione è stata rinviata di cinque giorni per evitare sovrapposizioni con lo spoglio delle elezioni regionali abruzzesi. In altre parole, Veltroni ha scelto di presentarsi di fronte ai membri della dirigenza con i risultati abruzzesi in tasca: una mossa che se a prima vista potrebbe apparire suicida (gli ultimi sondaggi danno il Pd in Abruzzo su livelli non distanti da quelli dell’Italia dei valori, dunque un disastro) in realtà lascia intendere che il segretario sia profondamente convinto che l’Abruzzo sarà di grande aiuto per difendere la propria leadership. “A quanto ci risulta – spiega un dirigente del Pd – l’Abruzzo ridimensionerà il peso del partito di Di Pietro”.

“Basta parlare di congressi!”
Nonostante il confronto piuttosto vivace tra il mondo veltroniano e quello dalemiano, la tenuta al coordinamento di ieri dimostra che l’ex sindaco di Roma ha ritrovato fiducia rispetto a qualche tempo fa. Le critiche sono arrivate anche ieri pomeriggio (“Contesto a Veltroni soprattutto la gestione quotidiana del partito, e la contesto anche a chi, venendo dalla mia storia, lo aiuta in questa gestione”, ha detto la vicepresidente della Camera, Rosy Bindi). Ma dopo l’ottimo risultato del Circo Massimo, dopo l’accordo sulla Rai e dopo i successi ottenuti da W. nelle elezioni del numero uno del partito nel Lazio (con Roberto Morassut) e a Perugia (con Alberto Stramaccioni), la giornata di ieri offre a Walter qualche possibilità in più di preparare la campagna elettorale delle europee e delle amministrative senza troppa pressione. Al centro degli equilibri del partito, però, ci sarà ancora per parecchio tempo la telenovela sulla questione “congresso sì congresso no”. Bettini, che ieri ha detto di non credere “che esista una leadership più forte di quella di Veltroni”, è ancora pessimista e ha spiegato che “se il 19 dicembre ci sarà condivisione profonda si andrà alla conferenza programmatica, in caso contrario si tornerà al nostro popolo”. A questo proposito, interpellato dal Foglio, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, invece, la mette così. “Il congresso non serve a nulla e non ha davvero senso continuare a parlarne. Il Pd deve capire, prima di tutto, che oggi siamo diventati più che un partito una federazione di correnti, e invece che pensare troppo al giorno in cui il congresso verrà convocato e invece che parlare troppo di ‘europee’ c’è un appuntamento chiave per capire se la leadership del partito potrà arrivare alla fine dell’anno: le elezioni amministrative. Sarà quello il momento in cui si verificherà davvero la tenuta dei gruppi dirigenti del Partito democratico”.
Claudio Cerasa
26/11/08

martedì 25 novembre 2008

Il Foglio. "Così nasce la prima vittoria di W. (e Marini) contro i dalemiani"

C’è una ragione precisa per cui l’elezione di Roberto Morassut alla segreteria laziale del Partito democratico ha un interesse politico che va ben oltre i confini del Raccordo anulare. Vista dai veltroniani – dopo la riuscita manifestazione del Circo Massimo, dopo l’accordo sulla Vigilanza Rai, dopo il successo nella scelta di Alberto Stramaccioni come numero uno del partito a Perugia – la nomina dell’ex assessore del comune di Roma è uno dei segnali chiave per capire il momento positivo in cui si trova il segretario democratico. Al coordinamento del Pd regionale, Morassut è stato scelto da una maggioranza schiacciante: 264 delegati hanno votato a suo favore, 54 contro, 17 hanno lasciato bianca la scheda e 23 l’hanno annullata. Risultato: 73 per cento dei consensi, modello Roma che resiste, dalemiani tecnicamente sconfitti e veltroniani al comando nella terra di W. Dietro a questi risultati, però, si nascondono alcuni aspetti che dimostrano come lo scontro tra il mondo di Max e quello di W. non sia affatto un’invenzione giornalistica. Tutt’altro: il nuovo segretario del Pd laziale non è stato votato né dai dalemiani, né dai lettiani né dai bindiani, e se quel 73 per cento di consensi potrebbe far credere che quello di Morassut sia stato un successo pieno, c’è invece un dato che non può essere sottovalutato. “Tra assenti e contrari, il 47 per cento dell’assemblea nei fatti non ha votato per Morassut”, ha ricordato ieri Claudio Mancini, assessore regionale e uno dei più fedeli dirigenti dalemiani nel Lazio. Nelle stesse ore il braccio destro di D’Alema – Matteo Orfini – aggiungeva che continuare a “dirigere un partito così è un errore drammatico”.
Comunque la si voglia vedere, la nomina di Roberto Morassut rientra in una strategia programmata da Walter Veltroni alla fine della scorsa estate, quando – per preparare al meglio le elezioni del 2009 – l’ex sindaco di Roma aveva confessato ai suoi collaboratori gli obiettivi da raggiungere entro la fine dell’anno: “Ripartire da Roma e dal Lazio, conquistare la base e indebolire l’opposizione alla segreteria”. Ma l’immagine dell’elezione laziale dimostra ancora una volta che la solidità della leadership veltroniana dipende sempre più dall’alleanza tra W. e gli ex Popolari di Franco Marini, Giuseppe Fioroni e Dario Franceschini. Come spiega al Foglio il senatore romano del Pd, Lucio D’Ubaldo, “in questi giorni i dalemiani del Lazio hanno effettivamente provato a trovare un accordo con noi, ma proporci di formare una logica alternativa con D’Alema al posto di Veltroni è stato un atteggiamento controproducente: D’Alema non è un’alternativa a Walter, anche perché – come si dice dalle nostre parti – ‘peppa per peppa è meglio peppa mia’. I veltroniani – aggiunge D’Ubaldo – devono però capire che se il Pd ha bocciato i dalemiani il merito è soprattutto dei popolari. Senza di noi non sarebbe mai esistito alcuna soluzione Morassut, e questo bisogna che qualcuno un giorno se lo ricordi”. I dati sull’elezione del nuovo segretario offrono in effetti un quadro chiaro degli equilibri interni al Pd. L’appoggio dei popolari (soprattutto quelli di rito mariniano) è stato decisivo per il successo di Morassut: gli ex Ppi hanno votato in novanta per l’ex assessore, i bettiniani (così come i rutelliani) sono stati trenta in meno e alla fine sono sempre i “WalterPop” (veltroniani+popolari) ad avere ancora oggi in mano il Partito democratico.
Così, se tra i dalemiani c’è chi non ha gradito affatto lo scarso interesse che l’ex ministro degli Esteri ha dedicato agli ultimi giorni di campagna laziale (Walter Tocci, ex vicesindaco di Roma e considerato oggi assai vicino a Max, domenica ha lanciato questa frecciata a uno dei consiglieri più fedeli di D’Alema: “Nicola Latorre nel Pci non sarebbe durato un giorno come vice capogruppo del Senato, dopo aver appoggiato l’avversario in diretta televisiva”), dall’altro lato i veltroniani sono euforici, considerano salvo il vecchio modello Roma di Bettini e per riassumere il senso del successo politico dell’elezione di Morassut continuano a inviarsi messaggini di questo tipo, anche in queste ore: “I dalemiani hanno fatto i coatti tutto questo periodo, dovevano candidare Cuperlo, poi – visto che sono quattro gatti e hanno paura di contarsi – alla fine, semplicemente, non hanno votato”.
Claudio Cerasa
25/11/08

mercoledì 19 novembre 2008

Il Foglio. "Il tesoretto del Pd (e l'opa). D’Alema va forte al nord (e all’Europarlamento), Veltroni si rifà in Emilia. Torino ago della bilancia"

Il nostro mondo deve essere come una signora della buona società inglese,
che va sui giornali soltanto quando nasce e soltanto quando muore”.

Stralci di un discorso di Enrico Cuccia e Adolfo Tino ai dipendenti Mediobanca

Tra Milano, Torino, Brescia e Bologna il politico più a suo agio tra imprenditori, banchieri e capitani d’industria è ancora Massimo D’Alema. Ieri, peraltro, il Parlamento europeo ha respinto la richiesta della magistratura italiana di revocargli l’immunità parlamentare, in riferimento alle intercettazioni telefoniche sul caso Bnl-Unipol. Per scoprire i nuovi confini del mondo della finanza – un po’ rossa e un po’ paonazza – il modo migliore è partire da Milano, dove l’universo dalemiano mostra il suo profilo più deciso, più chiaro, più efficace, persino più trasversale. Red, per fare un esempio, è una cartina di tornasole utile per studiare le sfumature dell’opa politica lanciata da D’Alema sul Partito democratico. La costola della fondazione ItalianiEuropei, in pochi mesi, ha raggiunto quota cinquemila iscritti, ha aperto comitati in mezza Italia, ha inaugurato (sei giorni fa) la sua sede nazionale a Roma, in Piazza Campitelli numero uno, ed entro la fine di novembre inizierà il proprio tesseramento anche a Milano e a Bologna. Già oggi basta curiosare tra i nomi (ancora sotto embargo) dei tesserati e degli amici di Red per capire la solida rete di potere costruita dall’ex presidente del Consiglio.

A Milano, chi si occuperà di mettere in piedi il comitato dell’associazione dalemiana “Riformisti e democratici” è un avvocato milanese candidato due anni fa alla poltrona di vicesindaco, in ticket con Bruno Ferrante, e considerato oggi il vero pivot dalemiano nella finanza lombarda. Il suo nome è Carlo Cerami. Massimo D’Alema lo ha scelto per dirigere la sede lombarda di ItalianiEuropei e Cerami in pochi mesi è riuscito a migliorare i rapporti tra ex vicepremier e mondo della finanza cattolica. Dopo la candidatura al comune di Milano, Cerami ha abbandonato la politica ed è diventato uno dei personaggi chiave nel nord dalemiano: l’avvocato è buon amico del presidente della Cariplo, Giuseppe Guzzetti, è uomo assai ascoltato dal presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, ha un buon feeling con il sindaco Letizia Moratti e da membro del consiglio di amministrazione di Cariplo ha costruito un ottimo rapporto con Bruno Ermolli. Grazie a Cerami, il Cav. e Max trovano nuovi punti di contatto, e quando la prossima settimana il governo sceglierà i cinque consiglieri che faranno parte del consiglio di amministrazione della società che gestirà l’Expo non ci si dovrà sorprendere, dunque, se uno dei nomi candidati a entrare in consiglio è proprio quello di Carlo Cerami.

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Oltre a Red e a ItalianiEuropei ci sono altri aspetti che spiegano bene come l’ex ministro degli Esteri sia riuscito a piantare al nord le sue più importanti bandierine di potere. “L’unico uomo del centrosinistra – racconta un importante consigliere di amministrazione di Generali, dietro la garanzia dell’anonimato – che a Milano può alzare il telefono e parlare senza problemi come e quando vuole con Cesare Geronzi, con Vincent Bollore e con Fabrizio Palenzona è sempre lui: D’Alema”.
Un caso interessante è quello che riguarda la prima banca italiana, IntesaSanPaolo. Le affinità tra D’Alema e Intesa sono state consacrate pubblicamente grazie al famoso caffè offerto da Giovanni Bazoli all’ex presidente del Consiglio, il 24 maggio di un anno fa. I rapporti tra i due sono tuttora cordiali, ma i contatti migliori nella prima banca d’Italia D’Alema li ha con altri due dirigenti. Il primo è il direttore generale Pietro Modiano. Il secondo è l’amministratore delegato Corrado Passera.

Modiano è da tempo legato con il vecchio mondo che fu dei Ds e ancora prima del Pds. Sua moglie è l’ex ministro per le Pari opportunità del governo Prodi (Barbara Pollastrini) e, tre anni fa, è stato il manager sul quale D’Alema dicono avesse puntato per provare a sostituire (senza successo) Matteo Arpe nel ruolo di amministratore delegato di Capitalia. Tra i due, però, il clima è peggiorato, e se c’è un manager con il quale oggi D’Alema ha un ottimo rapporto è Corrado Passera (ovvero il più forte, oggi, tra i tre capi di Intesa). L’ex ministro degli Esteri e l’ad si conoscono da tempo, condividono una vecchia amicizia con il numero uno di Air One (Carlo Toto) e sono rimasti in contatto stretto anche nei giorni in cui la Cai di Roberto Colaninno (anche lui non certo distante da D’Alema) ha formalizzato la sua prima offerta per acquistare Alitalia. Nel corso dell’estate il presidente di ItalianiEuropei è stato il politico di sinistra che più si è impegnato per evitare che la cordata Cai si trasformasse in un flop. E di quella cordata si è fatto garante anche Enrico Letta. Negli ultimi mesi, il ministro ombra del Pd, nipote di Gianni, ha costruito un ottimo rapporto con il network legato alla Confindustria di Emma Marcegaglia (che in Cai ha investito personalmente dieci milioni di euro), e la ragione di questo legame sta nella buona amicizia tra Letta e la presidente della Confindustria dell’Emilia Romagna, Anna Maria Artoni, fondatrice dell’associazione Vedrò di cui lo stesso Letta è presidente.

Dal punto di vista politico, l’immagine migliore per comprendere l’origine del “dalettismo” (D’Alema più Letta) è ancora quella di Red (il presidente Paolo De Castro è l’uomo che ha organizzato la campagna elettorale di Letta, alle primarie del 2007, e il direttore, Ernesto Carbone, con Letta si è candidato all’assemblea costituente del Pd). Anche per quanto riguarda i rapporti tra finanza e politica, i punti di contatto tra Letta e D’Alema sono sempre di più. “Letta – spiega ancora il consigliere di amministrazione di Generali – sta ereditando gran parte di quella rete di potere che fino a qualche mese fa era salda nelle mani di Romano Prodi”. L’ex presidente del Consiglio – oggi uomo Onu per l’Africa – ha deciso di condividere con il suo ex sottosegretario molte relazioni costruite negli ultimi dieci anni. Un po’ perché Prodi si fida di Letta. Un po’ perché Letta viene considerato da Prodi l’ultimo figlioccio politico dell’ex ministro dell’Industria, e inventore dell’Ulivo, Beniamo Andreatta. (Letta è stato capo della segreteria di Andreatta dal 1993 al 1994 e oggi è presidente del centro studi fondato dallo stesso Andreatta: l’Arel). Nel Pd, Letta ha oggi i rapporti migliori sia con Alessandro Profumo sia con Giovanni Bazoli (il nipote di secondo grado del numero uno di Intesa, Alfredo Bazoli, è segretario provinciale del Pd bresciano ed è vicino a Enrico Letta).

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Tutta l’attenzione che Walter Veltroni aveva dedicato al nord, nel corso della sua campagna elettorale, non ha permesso al segretario del Pd di incassare un sostegno diretto da parte dell’establishment lombardo. Veltroni ha un buon rapporto sia con il mondo confidustriale legato a Matteo Colaninno (deputato del Pd e fino a pochi mesi fa presidente dei giovani di Confindustria) sia con il numero uno di Telecom, Franco Bernabé. Con Profumo, però, le relazioni non sono più buone come un tempo. Dice un dirigente del Pd, che chiede l’anonimato, che “se nel corso dell’ultima campagna elettorale Veltroni aveva pensato persino di offrire un incarico politico a Profumo, e se fino ad aprile non era difficile incontrare Profumo dalle parti del Loft, ultimamente il numero uno di Unicredit ha raffreddato i rapporti con il segretario”.

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Una città non ostile all’universo veltroniano c’è, ed è Torino. Il sindaco Sergio Chiamparino – che di Veltroni è sponsor e alleato – ha costruito uno degli ultimi fortini politici (sostenuto anche dalla Fiat) in grado di confrontarsi con il sistema dalemian-lettiano. Soprattutto grazie al ruolo dell’avvocato Angelo Benessia. Benessia – nome importante per comprendere da dove nascono i recenti bisticci tra i banchieri milanesi e quelli torinesi di Intesa San Paolo – è stato vicepresidente della Fiat e del gruppo Rcs, mentre nel 1999 è stato scelto dall’azienda torinese per rappresentare il Lingotto in Telecom Italia. (Da Telecom Benessia uscì dopo un durissimo litigio con l’allora numero uno Roberto Colaninno). Oggi, è il presidente della fondazione San Paolo, è il primo azionista singolo di Intesa San Paolo (con il 7,6 per cento) ed è anche l’uomo che Chiamparino ha scelto come principale consulente del suo comune. Lo si è scoperto a luglio, quando il sindaco di Torino, commettendo un piccolo errore, ha distribuito ai consiglieri comunali il programma economico della città dimenticandosi però di cancellare dall’intestazione del documento la firma dello studio legale che aveva scritto il progetto: quello dell’avvocato Angelo Benessia. Chiamparino vuole puntare su di lui per dare una nuova centralità al capoluogo piemontese. Lo scontro in corso tra Pietro Modiano e Corrado Passera segnala anche i difficili equilibri politici-finanziari tra Torino e Milano. La fusione tra Intesa e San Paolo (registrata nelle pagine del gossip finanziario come l’operazione in cui i “pallidi” hanno sconfitto gli “abbronzati”: dove per abbronzati si intendono i dirigenti di San Paolo che furono richiamati dalle vacanze solo al termine della fusione che i “pallidi” dirigenti di Intesa avevano studiato in segreto nei mesi estivi) è vista ancora oggi come una genuflessione di Torino nei confronti di Milano.

Per provare a pesare di più, l’idea di Chiamparino è di dare la possibilità all’avvocato Benessia di diventare il numero tre di Intesa San Paolo: operazione che richiede il sacrificio dell’uomo che da sempre rappresenta Torino nella banca di Bazoli e Passera: Enrico Salza, presidente del consiglio di gestione. Due episodi significativi. Il primo riguarda il progetto di un grattacielo che Intesa vuole costruire a Torino. Un grattacielo che Salza vuole con insistenza e sul quale il sindaco Chiamparino e l’avvocato Benessia invece non sono d’accordo. Il secondo, che segnala una certa pressione politica sulle spalle di Salza, è raccontato nell’articolo qui in basso. C’è chi dice, inoltre, che una delle grandi scommesse politico-finanziarie dell’universo dalemiano-lettiano sia quella di riuscire a costruire un legame con Chiamparino. Pur non avendo buoni rapporti né con D’Alema né con Letta, qualche tratto in comune tra i due mondi è stato notato. Tre settimane fa, Letta e Chiamparino sono stati i principali artefici di un’operazione che ha messo insieme i due colossi energetici del Piemonte e dell’Emilia Romagna (Enia e Iride). Un’operazione che ha indispettito il sindaco di Bologna Sergio Cofferati e che ha visto come principali artefici del progetto Chiamparino da un lato e il sindaco lettiano di Piacenza, Roberto Reggi, dall’altro.

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Ma per seguire il filo che mette insieme Roma, Siena, Brescia, Milano e Torino, bisogna fermarsi in quella regione considerata la vera polpa della finanza rosso paonazza: l’Emilia Romagna. A Bologna, l’universo di Unipol oggi ha un profilo diverso rispetto a quello che aveva negli anni in cui regnavano Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti. Se Sacchetti e Consorte – che nell’estate di tre anni fa provarono a costruire con poco successo un polo bancario assai gradito al centrosinistra – erano manager molto legati a Pierluigi Bersani e a Massimo D’Alema, oggi i due nuovi numeri uno di Unipol sono simbolo della discontinuità con i vecchi equilibri politici. Pierluigi Stefanini e Carlo Salvadori (presidente e amministratore delegato) sono vicini a Veltroni, tanto che una delle possibili soluzioni indicate in un primo momento dal segretario del Pd per la successione di Cofferati a Bologna era stata proprio quella di Stefanini.

Il mondo delle cooperative, e quello politico-finanziario dell’Emilia Romagna si intreccia ancora una volta con quello di D’Alema grazie a Red. Tra i nuovi iscritti all’associazione dalemiana si trovano nomi interessanti: Pietro Cavrini (vicepresidente della Società Cooperativa Agricola Co.Pro.B. e uomo ponte di D’Alema con le confcooperative), Luciano Sita (presidente di Legacoop Agroalimentare), Giuseppe Politi (presidente della confederazione italiana agricoltori e in buoni rapporti con i vertici Unipol), Francesco Pugliese (direttore generale di Conad Italia) e soprattutto Federico Minoli, ex amministratore delegato della Ducati, presidente della Fiera di Bologna e uno dei punti di riferimento di D’Alema nell’establishment emiliano.

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Sarà un po’ meno rossa di un tempo, sarà diventata un po’ paonazza, ma resta il fatto che quel mondo fatto di banchieri, politici e capitani d’industria, quel mondo che si ritrova perfettamente nelle parole che Cuccia e Tino (fondatori di Mediobanca) usavano per introdurre i dipendenti all’interno della propria banca (“Il nostro mondo deve essere come una signora della buona società inglese, che va sui giornali soltanto quando nasce e soltanto quando muore”), ecco, quel mondo ancora oggi offre una delle prospettive migliori per comprendere gli equilibri di potere che si nascondono sotto il corpaccione del centrosinistra e per capire perché l’opa di potere sul Partito democratico comincia proprio da qui. (2.fine)

sabato 15 novembre 2008

Il Foglio. "Il Pd si allontana dalla Cgil e la Rai si ritorce su W."

Alla Vigilanza il Pdl vota Villari (col CaW che si dimette). E c’è un Orlando felice

Il Pd comincia a scaricare Epifani. Le reazioni imbarazzate del Partito democratico alla notizia dello sciopero generale convocato a dicembre dalla Cgil sono solo l’ultimo segnale dei difficili rapporti tra mondo democratico e mondo sindacale. Se è vero che il feeling personale tra Veltroni ed Epifani resta molto buono (Epifani è uno dei possibili candidati del Pd alle elezioni europee) è vero anche che mai come oggi la linea del Pd si sta allontanando dal più grande dei sindacati confederali – la Cgil – dando così la possibilità ai Popolari di Marini, Fioroni e Franceschini di consolidare le proprie relazioni con il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. Parlando con il Foglio, Giuseppe Fioroni e Giorgio Tonini (membri del coordinamento del Pd) spiegano perché per il Pd è troppo rischioso restare “imbrigliati” nell’oltranzismo della Cgil. “Un partito riformatore come il nostro – dice Fioroni – non può non lavorare perché l’innovazione e il cambiamento che vuole portare nella società non riguardino anche il sindacato e quei sindacati che più di altri restano ancorati a una ormai superata visione massimalista”.

Il CaW e la nomina di Orlando (Andrea). L’imbarazzo del Pd nei confronti dello sciopero della Cgil si spiega anche per un’altra ragione. Se una grande parte del partito considera dannoso il “massimalismo” della Cgil è perché da qualche giorno Walter Veltroni ha ufficialmente riattivato i canali con il mondo del Cav. Non si può parlare di CaW, certo, ma nel Pd confermano che Gianni Letta e W. hanno ricominciato a dialogare con costanza. Gran parte del merito va dato al lavoro diplomatico svolto da Goffredo Bettini. Il segnale del riavvicinamento tra Veltroni e l’inventore del modello Roma si può individuare anche in un incarico di partito che il segretario annuncerà tra oggi e lunedì, quando W. nominerà portavoce uno dei dirigenti sui quali ha investito Bettini per provare a rinnovare il partito: Andrea Orlando.
Claudio Cerasa
14/11/08