Non capirlo è come preferire l’Inter di Mancini a quella di Mourinho
Roma. E non si accende e non si scarica e non si inoltra e non si copia e non si trova e non si incolla e non si invia e non riceve e non funziona e le foto e le immagini e la pila e lo schermo e la tastiera e la sim e il contratto e manca questo e manca quello… E basta! Passata un’estate intera a leggere impegnative osservazioni scritte per lo più da commentatori che tuttora confondono un iPod con un iPhone o che nel migliore dei casi credono che un iPhone faccia tendenzialmente vomitare per il semplice fatto che le stesse persone non hanno ancora idea di come diavolo funzioni questo maledetto iPhone, a un mese e mezzo dal suo arrivo in Italia ci sono ormai poche cose da dire sul gioiellino della Apple. E’ piuttosto evidente che sarebbe più che sufficiente averlo tra le mani per più di qualche ora per capire che quel aggeggino un giorno o l’altro ci cambierà la vita. E’ vero: il copia e incolla che non c’è è un problema reale e gli mms che non si possono inviare sono una scocciatura certo non indifferente. Ma se oggi i vivaci brontoloni di mezz’estate battono i pugni sulle tastiere convinti che la qualità principale dell’apparecchio dell’Apple sia quella di comportarsi per lo più come un vecchio telefonino, beh, i nuovi proprietari di quella Ferrari che si chiama iPhone sono ancora in tempo per rimettersi in tasca un vecchio diesel di telefonino che non dà noie a nessuno e che gli mms li invia altrochè. Perché si può resistere all’iPhone, si è naturalmente liberi non solo di continuare a smanettare con il vecchio e indistruttibile cellullare della Nokia e si può anche scegliere di rinunciare da subito a capire cos’è davvero questa meraviglia che dallo scorso luglio mezzo mondo si è già messa nel taschino. Dovrebbe essere però chiaro che l’iPhone non è un telefonino, e che è una cosa un po’ diversa, che è una promessa di felicità che va usata con la suoneria molto alta, che non va nascosta nel taschino e che è fatta proprio per tutte quelle persone che sanno cosa significhi spingere il tasto refresh seduti in gabinetto e che sanno cosa vuol dire avere la possibilità di consultare le mail, di leggere i giornali e di agggiorn are il proprio blog senza essere costretti a ritrovarsi sullo schermo quei mozziconi di parole che ti offrono gli altri oggetti che continueremo a chiamare cellulari e che non ti permetteranno mai di provare sul tuo corpo il piacere di poter fare in qualsiasi parte del mondo le stesse cose che un tempo potevi fare solo rammollito sulla poltroncina del tuo scomodissimo ufficio (a parte il copia incolla per il quale comunque entro Natale sarà possibile rimediare).
Perché se è vero che è bello ciò che insieme è eccitante e sublime si può anche accettare che ci voglia un giorno intero per scoprire come si inserisce una sim. Si può anche accettare di pagare sessantacinque euro in una sola sera dopo essersi dimenticati tutta la notte l’iPhone accesso su Youtube per ascoltare le splendide note di Amen Omen, la vecchia melodia di Ben Harper. La verità è che ci possono essere conversazioni disturbate, ci possono essere tutti i bzz e gli mm che si vogliono e si può sopportare anche la voce un po’ cracchiata e la connessione disturbata. Ma non capire che un giorno qui si sarà tutti insieme a ringraziare il signor Steve Jobs che ci ha permesso prima di tutti di utilizzare un computer sotto le mentite spoglie di un telefonino equivale a non comprendere quella sensazione che si ha oggi mettendosi sdraiati di fronte la tv a guardare quella promessa di bellezza che può offrire, ad esempio, l’Inter di José Mourinho. Che ha ancora molti difetti, che non funziona granché, ma che la vedi e capisci che è una cosa diversa, capisci che ti permetterà di fare e di vedere cose che fino a ieri credevi impossibili e ti fa così comprendere che oggi come qualche mese fa aveva ragione il Time quando scriveva che l’iPhone è l’invenzione dell’anno. E se non si riesce a sopportare qualche mm e qualche bzz di troppo è come se in questo momento ci fosse qualcuno che dopo un precampionato non esaltante volesse far tornare all’Inter il Mancio al posto di Mourinho. Fate pure, prego: qui però per il momento preferiamo aspettare ancora con la suoneria molto alta.
Claudio Cerasa
29/08/08
venerdì 29 agosto 2008
sabato 23 agosto 2008
Il Foglio. "Veltroniani abbandonati da Veltroni. Il Pd scopre la sindrome da congresso"
Roma. Ci sono molti punti di osservazione per studiare l’attuale stato di salute del Partito democratico e ci sono molti modi per capire da dove nasce la psicologia un po’ declinante del più recente veltronismo. Torino, Cagliari, Firenze e Bologna sono tutte immagini di un attacco che arriva alle centrali periferiche della segreteria di W. Ma dietro alle più o meno avvincenti polemiche estive su Sergio Chiamparino e Leonardo Domenici c’è un tema – quello del congresso – che meglio degli altri riassume l’ultimo tentativo di dare ossigeno alla leadership di Walter Veltroni. Ci hanno provato Enrico Morando, poi Giorgio Tonini, quindi Sergio Cofferati e i più fedeli custodi della dottrina veltroniana tenteranno fino al prossimo ottobre di far cambiare idea al segretario sul congresso del Pd. Un congresso che il leader del partito ha sostanzialmente svuotato di un vero significato politico e che i veltroniani chiedono invece di trasformare più o meno in una grande convention elettorale in grado di dare maggior legittimazione alla leadership del partito. Con il risultato che, almeno su questo argomento, il segretario ha finito per mollare gli stessi veltroniani. “Veltroni – spiega un dirigente del Pd – ha il timore di farsi prendere in contropiede da avversari come D’Alema e crede che per un vero congresso ci debbano essere regole in grado di tutelarlo da attacchi di ogni tipo. Pensate cosa potrebbe succedere se in queste condizioni Carlo De Benedetti facesse partire una campagna di stampa per far nascere un nuovo leader!”. Così, quello che poteva essere l’ultimo colpo d’ala del veltronismo si sta trasformando nel sintomo più evidente della scarsa combattività del segretario, confermando per una serie di ragioni che l’unico affluente in grado di sostenere la leadership di W. è senz’altro quello che fa capo ai popolari del Pd. “Contro noi popolari – spiega al Foglio il senatore del Pd Lucio D’Ubaldo – nessun può imporre una cosa che a noi non convince come un congresso che a oggi risulterebbe semplicemente finto”.
Claudio Cerasa
23/08/08
Claudio Cerasa
23/08/08
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martedì 19 agosto 2008
Il Foglio. "L’incontenibile Lega di governo ora scopre il nuovo leghismo del Pd"
Milano. A poche settimane dall’arrivo in Consiglio dei ministri della bozza sul federalismo fiscale, la Lega ha dimostrato di essere ancora una volta il più vivace motore politico del governo di Silvio Berlusconi. Questo non solo per l’abilità con cui in breve tempo è riuscita a imporre i propri temi nell’agenda dell’esecutivo, ma anche per l’efficace ruolo di mediatore tra i parlamentari di maggioranza e quelli d’opposizione. Tutto, naturalmente, gira attorno agli sforzi fatti a proposito del progetto di federalismo fiscale: proprio ieri pomeriggio il ministro Roberto Calderoli ha consegnato la bozza definitiva al ministro dell’Economia Giulio Tremonti (proconsole della Lega nel Popolo della libertà), confermando che entro la fine di settembre verrà discussa in Parlamento – bozza che, spiega al Foglio Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati del Pdl, “suscita perplessità su alcune scelte e appare carente nell’enucleazione dei criteri direttivi per quanto riguarda l’assetto finanziario dei comuni e le città metropolitane”.
Uno dei successi più significativi raggiunti dalla Lega è stato, soprattutto, quello di aver costruito un buon dialogo con il Pd di Veltroni. Basti pensare che fino a due mesi fa il leader del Pd sosteneva che la Lega fosse un partito che “vuole sventrare il sud e che vuole imbracciare i fucili” mentre oggi è lo stesso W. a insistere per dare ossigeno all’asse Pd-Lega. Non è un caso che la bozza consegnata a Tremonti contenga quella parola che il Pd aspettava di leggere da tempo (federalismo “solidale”). Non è un caso che il progetto leghista abbia messo da parte quel tipo di redistribuzione delle risorse previsto da una bozza approvata prima dell’estate dalla regione Lombardia e considerata “inaccettabile” dall’opposizione. Non è un caso, infine, che la provocazione lanciata da Bossi sull’Ici abbia trovato consensi trasversali anche all’interno del Pd (provocazione simile a quella che Bossi potrebbe presto ripetere a proposito di “uno scarso interesse del governo” nei confronti di Malpensa). Oltre alle posizioni dei sindaci Leonardo Domenici e Sergio Chiamparino (non a favore dell’abolizione dell’imposta) già due mesi fa erano stati i parlamentari bolognesi del Pd a presentare un’interrogazione parlamentare proprio contro l’abolizione dell’Ici. Ma il momento più importante per comprendere la qualità effettiva dei rapporti tra Lega e Pd sarà la prossima settimana a Firenze. Bossi, dicono al Foglio, ieri ha accettato l’invito di W. a partecipare alla festa del Pd e tra lunedì e sabato 30 il leader della Lega arriverà a Caldine di Fiesole per parlare di federalismo e provare a rinforzare l’asse col Pd anche a proposito di riforme costituzionali.
Per il Pd “Bossi è imprescindibile”
La Lega sa che da settembre un CaW di nuovo conio potrebbe scrivere autonomamente le regole del gioco, ed è anche per questo che da mesi porta avanti una serie di incontri con un gruppo di lavoro del Pd, formato da una ventina di parlamentari e una decina di rappresentanti delle autonomie locali. Un gruppo con cui la Lega ha trovato posizioni comuni su alcuni punti di “federalismo politico” contenuti nella bozza Violante: riduzione dei parlamentari, Senato delle regioni e più poteri al premier. Certo è che non basta parlare di semplice tattica politica per capire quali sono le ragioni per cui la Lega di governo dialoga con successo con il Pd. C’è qualcosa di più. C’è qualcosa che tra gli stessi parlamentari di centrosinistra oggi viene identificato come un “neo leghismo del Pd”. La Lega, da una parte, ha imparato sulla propria pelle che la stagione delle riforme a colpi di spallata non porta lontano – lo ha scoperto con la devolution qualche anno fa – e ha compreso che il confronto con il principale partito dell’opposizione è una scelta più che saggia. Dall’altra parte, però, il Pd guarda alla Lega con due lenti diverse. “La prima – spiega al Foglio un senatore Pd – è quella adottata da una certa classe dirigente del partito convinta che il modo più elementare per indebolire la maggioranza sia quello di dialogare con la minoranza più solida, la Lega, immaginando di replicare alla fine della legislatura il capolavoro fatto da D’Alema: portare i leghisti a sinistra. La seconda riguarda una strategia a medio termine. Nel nostro partito c’è la convinzione che la Lega parli un linguaggio che risponde a un interesse tipico dell’autonomia locale. A differenza di An e Forza Italia i principali dirigenti del Pd nascono nelle amministrazioni cittadine. Se non vogliamo ritrovarci in Liguria, in Abruzzo, in Sardegna, in Umbria nelle condizioni in cui ci troviamo a Roma quell’approccio deve esserci da esempio”. “Si può pensare quello che si vuole di Bossi – dice il deputato del Pd Daniele Marantelli – ma il Pd deve capire che il senatur è uno dei leader politici più di razza che ci siano sul mercato e che da lui oggi è un po’ difficile prescindere”.
Claudio Cerasa
18/8/08
Uno dei successi più significativi raggiunti dalla Lega è stato, soprattutto, quello di aver costruito un buon dialogo con il Pd di Veltroni. Basti pensare che fino a due mesi fa il leader del Pd sosteneva che la Lega fosse un partito che “vuole sventrare il sud e che vuole imbracciare i fucili” mentre oggi è lo stesso W. a insistere per dare ossigeno all’asse Pd-Lega. Non è un caso che la bozza consegnata a Tremonti contenga quella parola che il Pd aspettava di leggere da tempo (federalismo “solidale”). Non è un caso che il progetto leghista abbia messo da parte quel tipo di redistribuzione delle risorse previsto da una bozza approvata prima dell’estate dalla regione Lombardia e considerata “inaccettabile” dall’opposizione. Non è un caso, infine, che la provocazione lanciata da Bossi sull’Ici abbia trovato consensi trasversali anche all’interno del Pd (provocazione simile a quella che Bossi potrebbe presto ripetere a proposito di “uno scarso interesse del governo” nei confronti di Malpensa). Oltre alle posizioni dei sindaci Leonardo Domenici e Sergio Chiamparino (non a favore dell’abolizione dell’imposta) già due mesi fa erano stati i parlamentari bolognesi del Pd a presentare un’interrogazione parlamentare proprio contro l’abolizione dell’Ici. Ma il momento più importante per comprendere la qualità effettiva dei rapporti tra Lega e Pd sarà la prossima settimana a Firenze. Bossi, dicono al Foglio, ieri ha accettato l’invito di W. a partecipare alla festa del Pd e tra lunedì e sabato 30 il leader della Lega arriverà a Caldine di Fiesole per parlare di federalismo e provare a rinforzare l’asse col Pd anche a proposito di riforme costituzionali.
Per il Pd “Bossi è imprescindibile”
La Lega sa che da settembre un CaW di nuovo conio potrebbe scrivere autonomamente le regole del gioco, ed è anche per questo che da mesi porta avanti una serie di incontri con un gruppo di lavoro del Pd, formato da una ventina di parlamentari e una decina di rappresentanti delle autonomie locali. Un gruppo con cui la Lega ha trovato posizioni comuni su alcuni punti di “federalismo politico” contenuti nella bozza Violante: riduzione dei parlamentari, Senato delle regioni e più poteri al premier. Certo è che non basta parlare di semplice tattica politica per capire quali sono le ragioni per cui la Lega di governo dialoga con successo con il Pd. C’è qualcosa di più. C’è qualcosa che tra gli stessi parlamentari di centrosinistra oggi viene identificato come un “neo leghismo del Pd”. La Lega, da una parte, ha imparato sulla propria pelle che la stagione delle riforme a colpi di spallata non porta lontano – lo ha scoperto con la devolution qualche anno fa – e ha compreso che il confronto con il principale partito dell’opposizione è una scelta più che saggia. Dall’altra parte, però, il Pd guarda alla Lega con due lenti diverse. “La prima – spiega al Foglio un senatore Pd – è quella adottata da una certa classe dirigente del partito convinta che il modo più elementare per indebolire la maggioranza sia quello di dialogare con la minoranza più solida, la Lega, immaginando di replicare alla fine della legislatura il capolavoro fatto da D’Alema: portare i leghisti a sinistra. La seconda riguarda una strategia a medio termine. Nel nostro partito c’è la convinzione che la Lega parli un linguaggio che risponde a un interesse tipico dell’autonomia locale. A differenza di An e Forza Italia i principali dirigenti del Pd nascono nelle amministrazioni cittadine. Se non vogliamo ritrovarci in Liguria, in Abruzzo, in Sardegna, in Umbria nelle condizioni in cui ci troviamo a Roma quell’approccio deve esserci da esempio”. “Si può pensare quello che si vuole di Bossi – dice il deputato del Pd Daniele Marantelli – ma il Pd deve capire che il senatur è uno dei leader politici più di razza che ci siano sul mercato e che da lui oggi è un po’ difficile prescindere”.
Claudio Cerasa
18/8/08
sabato 2 agosto 2008
Il Foglio. "Così la guerra sicula tra i due cuffari riavvicina Totò al Cav."
Palermo. Ve li hanno descritti come i due
gemelli di Sicilia, come le due facce di uno
stesso sistema di consenso e come l’immagine
perfetta di un passaggio poco traumatico
tra due distinte gestioni di potere. Il fatto è
che, tre mesi dopo le ultime elezioni, i gemelli
di Sicilia formalmente non esistono più.
Raffaele Lombardo e Salvatore Cuffaro non
si parlano da mesi, bisticciano ormai pubblicamente
e da qualche tempo hanno iniziato a
lanciare al Cav. messaggi piuttosto significativi.
La guerra tra i due Cuffari è però una
guerra che rischia di mettere in imbarazzo il
centrodestra. Perché, a livello locale, i rapporti
di forza all’interno della maggioranza
offrono in questo momento a Lombardo un
potere non indiferente. Non solo per la scarsa
incisività dell’opposizione (il Pd, tra l’altro,
in Sicilia non ha ancora una sua sede). Ma soprattutto
per le difficili condizioni in cui si
trova l’intero Popolo della libertà siciliano. Il
Pdl non ha ancora scelto il nuovo coordinatore
regionale, quello che dovrebbe sostituire
Angelino Alfano, nominato ministro Guardasigilli.
Il governatore ha, nei fatti, un solo argine
al proprio sistema di potere: quel blocco
sociale costruito negli anni da Cuffaro. Ma
Cuffaro, da solo, pesa sempre di meno perché
Lombardo gli sta vampirizzando non solo gli
elettori ma pure quell’immenso feudo che si
chiama sanità. Per avere un’idea di quanto
conta il comparto in Sicilia basta pensare che
inghiotte due terzi del bilancio regionale.
Pur di alzare una qualche difesa, l’ex governatore
ha avviato una manovra a largo
raggio. Essendo lui l’azionista di maggioranza
dell’Udc (senza il granaio siciliano, il partito
di Casini non andrebbe oltre il 4 per cento),
ha deciso di spingere per un recupero di
un dialogo con il Cav. A patto però che il leader
del centrodestra cerchi di riportare a più
miti consigli Lombardo. Il quale, tra l’altro,
non soltanto vampirizza il blocco sociale e il
sistema di relazioni che fu di Cuffaro, ma anche
gli uomini e gli interessi riconducibili al
Popolo della Libertà. Fra qualche giorno, il
nuovo governatore avvierà lo spoyl sistems.
Con ogni probabilità finirà per occupare con
il suo Mpa le quaranta poltrone che più contano
nell’universo burocratico della regione.
I momenti chiave per comprendere la
guerra tra i due cuffari sono due e sono questi.
Lombardo ha formalmente rotto con Totò
“vasa vasa” il giorno in cui il governatore ha
lanciato una dura accusa nei confronti del
leader dell’Udc isolana. Lombardo ha sconfessato
la precedente gestione della sanità
cuffariana spiegando che la regione ha ereditato
una situazione “terribile”. Cuffaro c’è rimasto
male. Ha detto che il suo partito appoggerà
ancora l’attuale giunta ma che lui certamente
non avrebbe più avvertito “sentimenti
di amicizia con il presidente Lombardo”.
Non solo. Pochi giorni fa, a quattro mesi dalla
sua detronizzazione, Cuffaro è arrivato a
Palazzo d’Orleans, sede della presidenza della
regione, e ha chiesto alla segreteria di
Lombardo di potere entrare nello studio del
suo successore “per un salutino”. Ma il governatore
non avrebbe molto gradito e gli avrebbe
fatto sapere, tramite la segretaria, che non
c’era alcun appuntamento in agenda.
La tensione tra i due ex gemelli siciliani ha
però una certa rilevanza anche sul piano nazionale.
I segnali di impazienza dell’Mpa sono
arrivati questa settimana e sono segnali simili
a quelli lanciati dalla Lega di Bossi. Tre
giorni fa l’Mpa ha votato con l’opposizione
sull’emendamento milleproroghe e Lombardo
ha polemicamente ricordato che la coalizione
di maggioranza d’ora in poi dovrà sempre
“consultare il suo partito prima di prendere
una decisione”. Il rivendicazionismo di
Lombardo ormai non conosce freno. Ma continua
ad avere buon gioco perché il Pdl da tre
mesi non riesce a trovare la formula necessaria
per darsi una nuova classe dirigente e colmare
così l’attuale vuoto di potere. Ogniqualvolta
si parla del nuovo coordinatore, scatta
il braccio di ferro tra l’ala del partito che fa
capo al presidente del Senato, Renato Schifani,
e quella parte che ancora si raggruppa attorno
a Gianfranco Miccichè. Una mediazione
sarebbe stata tentata in queste ultime ore
da Angelino Alfano al quale, come coordinatore
dimissionario, spetta il compito di designare
il successore, ma il risultato ancora
non si conosce. L’unica certezza è che Alfano
vuole stringere i tempi. Anche per non regalare
a Lombardo altri mesi di vantaggio.
2/08/08
Claudio Cerasa
gemelli di Sicilia, come le due facce di uno
stesso sistema di consenso e come l’immagine
perfetta di un passaggio poco traumatico
tra due distinte gestioni di potere. Il fatto è
che, tre mesi dopo le ultime elezioni, i gemelli
di Sicilia formalmente non esistono più.
Raffaele Lombardo e Salvatore Cuffaro non
si parlano da mesi, bisticciano ormai pubblicamente
e da qualche tempo hanno iniziato a
lanciare al Cav. messaggi piuttosto significativi.
La guerra tra i due Cuffari è però una
guerra che rischia di mettere in imbarazzo il
centrodestra. Perché, a livello locale, i rapporti
di forza all’interno della maggioranza
offrono in questo momento a Lombardo un
potere non indiferente. Non solo per la scarsa
incisività dell’opposizione (il Pd, tra l’altro,
in Sicilia non ha ancora una sua sede). Ma soprattutto
per le difficili condizioni in cui si
trova l’intero Popolo della libertà siciliano. Il
Pdl non ha ancora scelto il nuovo coordinatore
regionale, quello che dovrebbe sostituire
Angelino Alfano, nominato ministro Guardasigilli.
Il governatore ha, nei fatti, un solo argine
al proprio sistema di potere: quel blocco
sociale costruito negli anni da Cuffaro. Ma
Cuffaro, da solo, pesa sempre di meno perché
Lombardo gli sta vampirizzando non solo gli
elettori ma pure quell’immenso feudo che si
chiama sanità. Per avere un’idea di quanto
conta il comparto in Sicilia basta pensare che
inghiotte due terzi del bilancio regionale.
Pur di alzare una qualche difesa, l’ex governatore
ha avviato una manovra a largo
raggio. Essendo lui l’azionista di maggioranza
dell’Udc (senza il granaio siciliano, il partito
di Casini non andrebbe oltre il 4 per cento),
ha deciso di spingere per un recupero di
un dialogo con il Cav. A patto però che il leader
del centrodestra cerchi di riportare a più
miti consigli Lombardo. Il quale, tra l’altro,
non soltanto vampirizza il blocco sociale e il
sistema di relazioni che fu di Cuffaro, ma anche
gli uomini e gli interessi riconducibili al
Popolo della Libertà. Fra qualche giorno, il
nuovo governatore avvierà lo spoyl sistems.
Con ogni probabilità finirà per occupare con
il suo Mpa le quaranta poltrone che più contano
nell’universo burocratico della regione.
I momenti chiave per comprendere la
guerra tra i due cuffari sono due e sono questi.
Lombardo ha formalmente rotto con Totò
“vasa vasa” il giorno in cui il governatore ha
lanciato una dura accusa nei confronti del
leader dell’Udc isolana. Lombardo ha sconfessato
la precedente gestione della sanità
cuffariana spiegando che la regione ha ereditato
una situazione “terribile”. Cuffaro c’è rimasto
male. Ha detto che il suo partito appoggerà
ancora l’attuale giunta ma che lui certamente
non avrebbe più avvertito “sentimenti
di amicizia con il presidente Lombardo”.
Non solo. Pochi giorni fa, a quattro mesi dalla
sua detronizzazione, Cuffaro è arrivato a
Palazzo d’Orleans, sede della presidenza della
regione, e ha chiesto alla segreteria di
Lombardo di potere entrare nello studio del
suo successore “per un salutino”. Ma il governatore
non avrebbe molto gradito e gli avrebbe
fatto sapere, tramite la segretaria, che non
c’era alcun appuntamento in agenda.
La tensione tra i due ex gemelli siciliani ha
però una certa rilevanza anche sul piano nazionale.
I segnali di impazienza dell’Mpa sono
arrivati questa settimana e sono segnali simili
a quelli lanciati dalla Lega di Bossi. Tre
giorni fa l’Mpa ha votato con l’opposizione
sull’emendamento milleproroghe e Lombardo
ha polemicamente ricordato che la coalizione
di maggioranza d’ora in poi dovrà sempre
“consultare il suo partito prima di prendere
una decisione”. Il rivendicazionismo di
Lombardo ormai non conosce freno. Ma continua
ad avere buon gioco perché il Pdl da tre
mesi non riesce a trovare la formula necessaria
per darsi una nuova classe dirigente e colmare
così l’attuale vuoto di potere. Ogniqualvolta
si parla del nuovo coordinatore, scatta
il braccio di ferro tra l’ala del partito che fa
capo al presidente del Senato, Renato Schifani,
e quella parte che ancora si raggruppa attorno
a Gianfranco Miccichè. Una mediazione
sarebbe stata tentata in queste ultime ore
da Angelino Alfano al quale, come coordinatore
dimissionario, spetta il compito di designare
il successore, ma il risultato ancora
non si conosce. L’unica certezza è che Alfano
vuole stringere i tempi. Anche per non regalare
a Lombardo altri mesi di vantaggio.
2/08/08
Claudio Cerasa
martedì 29 luglio 2008
Il Foglio. "I cocci del CaW". Verini, Ceccanti e Tonini spiegano perché le terme rosse di Ferrero danno ragione al Pd"
Roma. Per quanto Nichi Vendola fosse senz’altro il più veltroniano tra i candidati alla segreteria del Prc, il risultato del congresso di Rifondazione regala a Walter Veltroni non soltanto l’opportunità di rivendicare il concetto che meglio di ogni altro riassume il senso della propria leadership nel Partito democratico – la vocazione maggioritaria – ma per certi versi offre al leader del Pd anche la possibilità di rimettere insieme quel che resta del CaW. La scelta di Paolo Ferrero come segretario di Rifondazione (“Non saremo mai alleati con questo Pd”, ha detto a Chianciano) arriva a poche settimane dalla sostanziale rottura dei rapporti tra l’Italia dei Valori e il Pd e in un certo senso – bocciando il tentativo di allargare a sinistra le alleanze del Pd – costringe il partito a convivere con un’autosufficienza di fatto. Non è un mistero che nelle ultime settimane erano stati i dirigenti più vicini a Massimo D’Alema a intravedere nella candidatura di Vendola la via per “riaprire un dialogo tra la sinistra e i riformisti” ed è anche sotto questa luce che il senatore Stefano Ceccanti (Pd) la mette così: “Da Chianciano è arrivato un messaggio a tutti coloro che hanno tentato frettolosamente di coinvolgere il Pd in una sorta di ‘Unione due’: ‘Signori, lasciate perdere’”. Parlando con il Foglio, inoltre, Walter Verini, deputato del Pd e consigliere di Veltroni, dice invece qualcosa di più e spiega in che senso da ieri il Pd si sia un po’ irrobustito. “Il congresso di Rifondazione rafforza oggettivamente il Pd. Purtroppo da Chianciano esce una forza di sinistra con una vocazione minoritaria che non intende cimentarsi con la sfida del governo. Questo, da un lato conferma che l’essere andati ‘liberi’ alle elezioni è stata una scelta più che mai legittima. Dall’altro lato, però, carica il Pd di nuove responsabilità”. Tra queste c’è sia quella di “continuare a portare avanti un’idea di opposizione dura” sia quella di cominciare “a discutere con la maggioranza in Parlamento su tutto ciò che semplifichi la politica”. Parole simili a quelle usate ieri da W., al termine dell’intervento di Napolitano, e che confermano che forse basterà aspettare settembre per raccogliere i cocci del CaW. Dice al Foglio il senatore Giorgio Tonini (Pd): “Se il nuovo scenario aiuterà a ricompattare il partito, ci potrebbe essere la chance per il Pd non solo di essere sempre più protagonista dell’agenda politica, ma anche di discutere con più serenità con la maggioranza su alcuni temi cruciali per il nostro paese”.
29/07/08
Claudio Cerasa
29/07/08
Claudio Cerasa
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lunedì 28 luglio 2008
Il Foglio. "Fototessere rai"
Il veltroniano, il berlusconiano, il dipietrista. Ogni cronista lottizzato fa la cronaca (e pure i nomi) della lottizzazione che verrà. Consiglieri, direttori e redattori. Tutti aspettano la rivoluzione di settembre
La Rai: perché è come uno specchio, perché è come il resto, perché è come il paese e perché a settembre sarà la prima volta per W. e la terza per il Cav. La Rai: perché ci sono i nomi, ci sono i luoghi, ci sono i segnali, ci sono i giorni e perché, finalmente, tra due mesi tutto si saprà. Le nomine, i consiglieri, i direttori e i nuovi dirigenti. La Rai: perché non c’è solo il caso Saccà, non c’è solo il caso Cappon, non c’è solo il caso cda, ma c’è qualcosa di più. La Rai: perché si può dire tutto ciò che si vuole, si può pensare tutto ciò che si crede ma perché, alla fine, vale sempre quello che Orson Welles scriveva qualche anno fa. La odio. La odio come le noccioline. Non riesco a smettere di mangiare noccioline. Era il 1956. Si parlava di tv, sembrava si parlasse di Rai.
Bisogna esserci in questi giorni in Rai. Bisogna entrare dal numero quattordici di Viale Mazzini, bisogna salire al secondo piano del palazzone con cavallo di bronzo e portone di vetro e bisogna parlare con i dirigenti, i consiglieri e i giornalisti per capire il senso di ciò che è accaduto negli ultimi mesi. Per capire cosa è successo, per capire cosa accadrà, per capire chi ci sarà e per capire cosa c’è dietro a tutte quelle parole, dietro tutti quei segnali e dietro a tutti quei titoli. La Rai alla paralisi. La Rai nella bufera. La Rai sotto accusa. La Rai spaccata. Ecco. Non è un periodo come gli altri, in Rai. Perché dopo sei anni, dopo le ultime nomine arrivate nell’autunno del 2002, c’è parecchio che non è cambiato e c’è qualcosa che adesso cambierà. Le direzioni di rete e quelle dei tg. La scelta dei consiglieri e la nomina dei presidenti. Un po’ a me e un po’ a te, e senza che ci sia nulla di male. Ma in questi giorni c’è qualcosa di più. C’è la prima volta del Cav. e W., che per assegnare i posti che gli spetteranno tra Viale Mazzini e Saxa Rubra – che si voglia o no – dovranno ricominciare a dialogare. E ancora. C’è la nomina del presidente della Vigilanza (29 e 31 luglio), c’è la candidatura di Leoluca Orlando, c’è il veto – su Orlando – di una parte della maggioranza, c’è l’ultimo accordo tra dalemiani e veltroniani e c’è l’ultima intesa tra rutelliani e popolari. Poi ci sono i consiglieri che a settembre verranno rinnovati, ci sono i compiti dei redattori che verranno rivoluzionati e ci sono, già oggi, i sintomi che qualcosa si sta muovendo e che qualcuno si sta riposizionando. E ci sono modi precisi per scoprire come vanno le cose, per scoprire come funzionano le mosse, per scoprire quali sono i profili e per scoprire come si fa a capire quando il giornalista che sta di qua prova a fare un passetto per andare di là. Per questo, due mesi dopo le elezioni e due mesi prima del giorno in cui tutto cambierà, abbiamo fatto un giro in Rai e abbiamo parlato con un cronista veltroniano, uno berlusconiano e uno dipietrista.
***
Op-po-si-zio-ne du-ra! E sen-za pa-u-ra! Il veltroniano, aridatece er Caimano, è un berlusconiano perfetto solo con i capelli un po’ più a caschetto. Anche in Rai, come al Loft e come nel Pd, il veltroniano vede il dalemiano in ogni dove. Lo riconosce in ogni avverbio, lo inchioda a ogni “onestamente” sfuggito e a ogni “francamente” percepito. Il dalemiano, secondo il dalemiano, esiste solo nella testa dei non dalemiani. Il veltroniano – soprattutto quello della Rai – lo vede invece ovunque ed è una ossessione. Lo vede a mensa, lo vede in diretta e, ultimamente, lo vede anche tra i signori che passeggiano con il Caimano. Il veltroniano, aridatece-er-Caimano, sarà lottizzato per la prima volta a settembre e in questi giorni, in vista dell’evento, si prepara ad affrontare l’incarico di responsabilità; si prepara ad articolare pensieri importanti e già si esercita su concetti fulminanti. “La trasparenza è un elemento di novità e progresso”. “La destra non ci trascinerà nella giungla”. “E’ necessaria un’operazione di crescente legittimazione”. “Bisogna superare il duopolio”. “Bisogna portare la banda larga in tutta Italia”. “Bisogna mettersi tutti attorno a un tavolo per risolvere con determinazione i problemi”. “Non è stato garantito il pluralismo”. “E’ stato violato il rispetto istituzionale”. “La destra si esercita in annunci improvvisati”. “Le contraddizioni interne alla maggioranza ci impediscono di sottoporre un progetto credibile”. E così via. E poi, il veltroniano – che dice che la destra nasconde la verità, che vede nani e ballerine in ogni redazione, che dice che Cappon il suo lavoro lo fa, che dice che Saccà va condannato ma non ha capito bene perché – non vorrebbe essere “vittima della lottizzazione”. Dice che non ha mai parlato con il conduttore Giorgino, dice che non ha mai sbirciato il Grande Fratello e dice che un giorno ha temuto che “Uno due tre stalla” fosse un programma di Rai Uno. Per quanto lo riguarda, inoltre, lui non accetta quella descrizione. Quella classica, quella del veltroniano che in Rai ha il gessatino, la cravatta alla Mourinho, il giornale stropicciato, il capello un po’ schiacciato, gli occhiali alla Sassoli, il sorriso alla Mannoni e lo stile alla Dandini. E ancora, il veltroniano non capisce che cosa c’entri con la Rai Follini, non capisce perché alla Rai non ci va Bettini e, infine, vedendo ancora insieme Tremonti e Letta, Veltroni e Berlusconi, non capisce in che senso da qualche parte ci sarebbe una “nuova stagione”. Il veltroniano, aridatece er Caimano, ha letto – anche se non può dirlo – tutti gli ultimi distensivi libri di Travaglio – “ll bavaglio”, “Regime”, “Mani Sporche”, “Inciucio”, e un’altra dozzina di utilissime sentenze rilegate. Il veltroniano, però, a volte è atipico e a volte è anche un po’ disorientato. Perché il veltroniano è anche l’eterno candidato che diventa eternamente inadeguato. Il veltroniano è anche quello che non è mai stato comunista e che in Rai dice che gli conviene dire di essere un semplice socialista. Il veltroniano è anche quello che dopo la prima caduta del governo Berlusconi ha festeggiato, ma poi c’ha ripensato. Perché sperava che con l’arrivo dei nostri arrivasse la svolta e invece la svolta non è arrivata e lui è finito come sempre e con il suo programma che la sera finisce ancora un po’ prima di mezzanotte. E poi, ancora, è quello che ha intervistato una volta Prodi – e l’ha fatto per primo, l’ha fatto al Tg1 – ed è anche quello che poi, in gran segreto, quando il Prof. ha perso, ha scritto a tutti i colleghi un famoso messaggino con tre paroline e tre punti esclamativi. Libertà! Libertà! Libertà! Ma il giornalista veltroniano, in alcuni casi clamorosi, può essere ancora più atipico. Perché – e in Rai ce ne sono in molti – è anche quello che era veltroniano ancora prima che arrivasse il veltronismo e che quindi, ora che è deluso per non dire rassegnato, ci ha messo un attimo a diventare dalemiano. Poi c’è quello non atipico, quello che la W. la sente fino al midollo, quello che dice di non essere sfiduciato, quello che dice che aspetterà ancora il suo turno, quello che dice di essere motivato, quello che dice di pensare a una tv senza tessere, a una Rai liquida, a una televisione leggera. E’ lui quello che ti parla solo di piani industriali, è lui che ti descrive scenari fatti di infinite reti digitali. Il veltroniano perfetto – che ha i capelli bianchi e il taglio un po’ a caschetto – considera la Rai un “grande strumento a sostegno della modernizzazione”. Dice di non aver mai scritto una fiction, dice di non essere riuscito ad aggiornare il suo blog, dice che sulla Repubblica vorrebbe leggere Fortebraccio, dice che non ha capito se le elezioni le hanno vinte gli altri o siamo noi quelli a cui hanno fatto il culo. Dice che non ha capito in che senso ci servono cinque milioni di firme, non dice mai di aver scritto più libri di quanti ne ha letti e poi dice di non aver capito da che parte sta Giorgino. Dice che vorrebbe essere valorizzato – e non, dunque, lottizzato – dice che alla Rai servirebbe una riforma, dice che il cda andrebbe cambiato, dice che il consiglio andrebbe azzerato, dice che qui ci vuole un nuovo presidente, dice che qui ci vuole una nuova vigilanza epperò – per quanto sia necessaria una opposizione dura! E senza paura – non ha ancora capito in che senso Orlando c’entrerebbe con i valori.
***
Il redattore-ebbasta co’ sta storia del Caimano è silenzioso, è prudente, è misurato e ha letto la maggior parte dei libri che lui stesso risulta aver firmato. Non ama la lottizzazione e non la chiama mai per nome. Ti dice che in Rai il problema non è mai politico ma che, piuttosto, si tratta solo di una questione “industriale”. Vede comunisti in ogni dove e li vede alla Rai, all’Usigrai, alle mense e in redazione. Dovunque, tranne che tra i colleghi del Pd. Il redattore-ebbasta co’ sta storia del Caimano, riconosce il veltroniano nei corridoi perché è quello che cammina con la mazzetta, è quello che passeggia con i giornali stropicciati, è quello che lo senti parlare a mensa di “supremazie antropologiche”, è quello che ogni tanto ti confessa che Veltroni si incazza con Riotta – ché il leader del Pd non sopporta un audio senza volto o un servizio con una singola foto. Il cronista che non ha paura di essere considerato berlusconiano è quello smaliziato che ti racconta tutto quello che succedeva nei giorni prima e quello che succedeva nei giorni dopo. Tra un’elezione nazionale e un ballottaggio locale. E’ quello che ricorda, a pochi giorni dalle elezioni, le lunghe file di fronte agli uffici del direttore e di fronte alle stanze del caporedattore. E’ quello che ricorda tutti quei colleghi di fede contraria che improvvisamente provarono a far di tutto per passare di qua. E i passaggi di fede, per non dire di proprietà, si vedono quando sei in fila dal direttore. Si vedono nelle mense fuori dalla redazione. Si vedono la mattina prima e dopo una trasmissione. Si vedono con il cronista conduttore che in tempi prossimi alla lottizzazione sta molto attento alle parole e parla poco di nuova stagione – preferisce chiamarla semplicemente “una nuova situazione” – e ti confessa che lui non aveva dubbi, che Napoli non è mai stata così bella e che oggi serviva proprio un gran comunicatore.
“Io so’ sempre stato dei vostri, diretto’!”.
Il cronista, ebbasta co’ sta storia del Caimano, è anche quello che negli anni ha imparato a conoscere il profilo del candidato che già da oggi, in Rai, è sostanzialmente un mezzo trombato. Lo riconosce subito. E’ quello che parla e poi non piglia. E’ quello che promette e non mantiene. E’ quello che ti si avvicina e ti dice “Dotto’! Mo’ tocca a me!”, e che in tempi di spoils system ci mette poco a non demonizzare il gran lottizzatore e ci mette poco a dire che, Lui, è sempre stato in fondo un gran comunicatore. “Il Parlamento – ti spiega – non mi spaventa che sia azionista di riferimento della televisione pubblica”. Evviva! Evviva la lottizzazione! E poi, il berlusconiano – che crede ancora nella cordata, che non ha mai amato Moretti, che non ha mai letto un’intercettazione, che non ha mai sbirciato su Dagospia e che l’ha sempre detto che quel Brunetta lì… – ti spiega esattamente come funziona il processo dell’allontanamento. O meglio. Del riposizionamento. Ti dice che c’è un esempio e ti dice che è un esempio biondino, che ha il cognome che sembra un diminutivo e che ieri stava con noi e che oggi sta invece un po’ più al centro. E il passaggio si formalizza con una dichiarazione. Magari con un’allusione. Certe volte basta una specifica posizione. Perché basta arrivare alla mensa e sedersi in un altro tavolino. Basta cominciare a bere il caffè dove sai che i compagni non ti starebbero vicino (un esempio, in Viale Mazzini, è il bar e quelle mattonelle vicino al balconcino). E spesso basta scegliere di fumare una sigaretta accendendola non nel cortile – che è più democrat che Cav. – ma di fronte a quell’ingresso con il cavallino. Di là ci sono i compagni, di qua invece no. Ma il cronista – ebbasta co’ sta storia der Caimano! – ragiona ormai solo con logica bipolare. Vede solo maggioranza e opposizione, vede solo Pd e Pdl e, prima delle elezioni e prima dei consigli di amministrazione, sa che ci sarà sempre un politico che ti chiamerà perché nei servizi vuole che il suo audio sia accompagnato dal video, vuole che nel pastone la sua voce sia prima di un altro e chiede – se proprio deve essere rispettata la par condicio – di scegliere le voci più incazzose tra quelle dell’opposizione.
“E ricorda: quelli che litigano devono essere sempre gli altri!”. Inoltre, il cronista che non ha paura di essere chiamato berlusconiano e che a pranzo preferisce accontentarsi di una semplice coppa di gelato, si chiede come mai i comunisti sono rimasti solo in Rai e come mai solo in Rai ci sono ancora giornalisti che possono fare campagna elettorale, che possono andare in piazza, che possono presentare il proprio candidato premier e che possono considerarsi imparziali anche quando, con il microfono in mano, un giorno – davanti al pubblico – dicono “signori qui dobbiamo disinfestare la piazza che fino a ieri c’è stato il nano!”. Mentre poi, zitti zitti, il giorno dopo si mettono in fila dal direttore e dal caporedattore. “Io so’ sempre stato dei vostri, diretto’!”.
***
Il tintinnante condottiero dei valori, in Rai, è un comunista un po’ più accigliato ed è un lottatore che sognava la falce e il martello e che adesso si ritrova invece con una trebbia di governo. Non vuole inciuci e non vuole regimi. Fosse per lui, all’Onu vorrebbe Marco Travaglio, alla Caritas Di Pietro, all’Intelligence Giulietto Chiesa e alla Rai tutti i tre della famiglia Guzzanti. Dice che avrebbe letto volentieri i romanzi di Camilleri ma non ha mai superato la sindrome “deficit da Travaglio”, ché, sommando le ultime opere scritte dal grande giornalista dei valori, il cronista dipietrista si ritrova spesso a leggere più o meno seimila pagine di libri tintinnanti. Epperò quanto è bravo sto’ Camilleri, signo’! Il condottiero dei valori – che ti dice che in fondo lui è la vera anima dell’azienda – è poi anche quello che dice di avere le conoscenze giuste. E’ anche quello che, se serve una carta, sa dove cercare e dove trovarla ed è anche quello che – pur non apprezzando la lottizzazione – a lottizzare dice che ci penserà da sé. E allora evviva la revolución! Evviva il compagno Leolucà!
E se gli chiedi, al compagno dei valori, chi è il più veltroniano dei veltroniani lui ti parla degli occhialetti di Sassoli. E se gli chiedi chi è il più berlusconiano dei berlusconiani lui ti parla della vicedirezione di Maurizio Ciarnò. E se gli chiedi di D’Alema lui ti dice che in Rai il dalemismo è “un dato trasversale”. Un po’ di qua e un po’ di là. E se gli chiedi come finirà lui ti dice che tutto sarà in un inciucio, che non ci sarà alcun candidato dei valori, che alla Vigilanza finirà a schifio e che non ci sono le prove ma i fatti ci sono eccome. Per questo, la presidenza Rai andrà a un veltroniano – al massimo a un rutelliano – e la vigilanza – ahilui! – sarà terreno fertile per un bravo dalemiano. Poi, il dipietrista giornalista dei valori, prende e ti fa la mappa del potere. Ti dice che sono sei anni che in Rai cambia poco o nulla, che a Rai Uno il nome giusto potrebbe essere quello di Minoli e che dipendesse dai berlusconiani – che i condottieri dei valori conoscono meglio dei veltroniani – oggi ci sarebbero due nomi che valgono più degli altri. Quello di Lorenza Lei, una cattolica che piace anche a Casini. Quello di Gianfranco Comanducci, vicedirettore della Divisione uno. Quello di Giuliana Del Bufalo, che non dispiace al ministro Tremonti. E poi, ti spiegano, per il Tg1 ci sono i nomi di Pierluigi Battista e di Maurizio Belpietro. Al Tg2 ancora quello di Mauro Mazza (o al massimo Pasquale D’Alessandro). Al Gr – e forse al tgr – finirà la Lega. Il Tg3 rimarrà rosso, non rimarrà a Paolo Ruffini e forse arriverà Francesco Pinto (direttore del centro Rai di Napoli). Poi, ti spiegano ancora, alla presidenza bisogna stare attenti, perché Stefano Parisi – l’amministratore delegato di Fastweb per il quale Goffredo Bettini e Gianni Letta avrebbero già trovato un accordo – non è un uomo di cui il Cav. si fida del tutto. Perché dipendesse da lui, al posto di Claudio Petruccioli, ci vedrebbe bene il dottor Guido Resca (*1). Poi, il dipietrista – che ha una storia complicata, che è stato comunista, che è stato pidiessino, che ha militato nella Rete e che però ci tiene a dire che non è mai stato dei Ds – ti fa il suo ragionamento. Ti dice che il bipolarismo è la rovina della lottizzazione. Ti dice che al voto utile corrisponde il giornalista utile, che al voto non utile corrisponde il giornalista non indispensabile, che non capisce cosa c’entri Giorgino con Casini e che non capisce lo strano caso del cronista con la targhetta Udc. Che è all’opposizione, che in Sicilia si sente di governo, che nel Lazio è in confusione e che a Bologna, ormai smarrito, crede ancora Follini sia tra i nostri. Ma il condottiero tintinnante dei valori – che sa come andrà a finire, che sa che né il 29 né il 31 verrà eletto nessuno alla Vigilanza – sa che c’è qualche dipietrista che ha pronte le carte giuste, che promette che se Orlando non avrà la Vigilanza all’improvviso, giù in Sicilia, c’è chi è pronto a combinare pasticci, e c’è chi è pronto a dimostrare che – in certi casi – i valori giusti fanno sempre quel rumorino lì. Anche se in fondo si tratta di Rai. E’ proprio come le noccioline. Non riesci a smettere. Tin-tin.
Claudio Cerasa
26/7/08
*1 (In realtà Resca alla fine potrebbe andare non alla presidenza ma alla direzione generale)
La Rai: perché è come uno specchio, perché è come il resto, perché è come il paese e perché a settembre sarà la prima volta per W. e la terza per il Cav. La Rai: perché ci sono i nomi, ci sono i luoghi, ci sono i segnali, ci sono i giorni e perché, finalmente, tra due mesi tutto si saprà. Le nomine, i consiglieri, i direttori e i nuovi dirigenti. La Rai: perché non c’è solo il caso Saccà, non c’è solo il caso Cappon, non c’è solo il caso cda, ma c’è qualcosa di più. La Rai: perché si può dire tutto ciò che si vuole, si può pensare tutto ciò che si crede ma perché, alla fine, vale sempre quello che Orson Welles scriveva qualche anno fa. La odio. La odio come le noccioline. Non riesco a smettere di mangiare noccioline. Era il 1956. Si parlava di tv, sembrava si parlasse di Rai.
Bisogna esserci in questi giorni in Rai. Bisogna entrare dal numero quattordici di Viale Mazzini, bisogna salire al secondo piano del palazzone con cavallo di bronzo e portone di vetro e bisogna parlare con i dirigenti, i consiglieri e i giornalisti per capire il senso di ciò che è accaduto negli ultimi mesi. Per capire cosa è successo, per capire cosa accadrà, per capire chi ci sarà e per capire cosa c’è dietro a tutte quelle parole, dietro tutti quei segnali e dietro a tutti quei titoli. La Rai alla paralisi. La Rai nella bufera. La Rai sotto accusa. La Rai spaccata. Ecco. Non è un periodo come gli altri, in Rai. Perché dopo sei anni, dopo le ultime nomine arrivate nell’autunno del 2002, c’è parecchio che non è cambiato e c’è qualcosa che adesso cambierà. Le direzioni di rete e quelle dei tg. La scelta dei consiglieri e la nomina dei presidenti. Un po’ a me e un po’ a te, e senza che ci sia nulla di male. Ma in questi giorni c’è qualcosa di più. C’è la prima volta del Cav. e W., che per assegnare i posti che gli spetteranno tra Viale Mazzini e Saxa Rubra – che si voglia o no – dovranno ricominciare a dialogare. E ancora. C’è la nomina del presidente della Vigilanza (29 e 31 luglio), c’è la candidatura di Leoluca Orlando, c’è il veto – su Orlando – di una parte della maggioranza, c’è l’ultimo accordo tra dalemiani e veltroniani e c’è l’ultima intesa tra rutelliani e popolari. Poi ci sono i consiglieri che a settembre verranno rinnovati, ci sono i compiti dei redattori che verranno rivoluzionati e ci sono, già oggi, i sintomi che qualcosa si sta muovendo e che qualcuno si sta riposizionando. E ci sono modi precisi per scoprire come vanno le cose, per scoprire come funzionano le mosse, per scoprire quali sono i profili e per scoprire come si fa a capire quando il giornalista che sta di qua prova a fare un passetto per andare di là. Per questo, due mesi dopo le elezioni e due mesi prima del giorno in cui tutto cambierà, abbiamo fatto un giro in Rai e abbiamo parlato con un cronista veltroniano, uno berlusconiano e uno dipietrista.
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Op-po-si-zio-ne du-ra! E sen-za pa-u-ra! Il veltroniano, aridatece er Caimano, è un berlusconiano perfetto solo con i capelli un po’ più a caschetto. Anche in Rai, come al Loft e come nel Pd, il veltroniano vede il dalemiano in ogni dove. Lo riconosce in ogni avverbio, lo inchioda a ogni “onestamente” sfuggito e a ogni “francamente” percepito. Il dalemiano, secondo il dalemiano, esiste solo nella testa dei non dalemiani. Il veltroniano – soprattutto quello della Rai – lo vede invece ovunque ed è una ossessione. Lo vede a mensa, lo vede in diretta e, ultimamente, lo vede anche tra i signori che passeggiano con il Caimano. Il veltroniano, aridatece-er-Caimano, sarà lottizzato per la prima volta a settembre e in questi giorni, in vista dell’evento, si prepara ad affrontare l’incarico di responsabilità; si prepara ad articolare pensieri importanti e già si esercita su concetti fulminanti. “La trasparenza è un elemento di novità e progresso”. “La destra non ci trascinerà nella giungla”. “E’ necessaria un’operazione di crescente legittimazione”. “Bisogna superare il duopolio”. “Bisogna portare la banda larga in tutta Italia”. “Bisogna mettersi tutti attorno a un tavolo per risolvere con determinazione i problemi”. “Non è stato garantito il pluralismo”. “E’ stato violato il rispetto istituzionale”. “La destra si esercita in annunci improvvisati”. “Le contraddizioni interne alla maggioranza ci impediscono di sottoporre un progetto credibile”. E così via. E poi, il veltroniano – che dice che la destra nasconde la verità, che vede nani e ballerine in ogni redazione, che dice che Cappon il suo lavoro lo fa, che dice che Saccà va condannato ma non ha capito bene perché – non vorrebbe essere “vittima della lottizzazione”. Dice che non ha mai parlato con il conduttore Giorgino, dice che non ha mai sbirciato il Grande Fratello e dice che un giorno ha temuto che “Uno due tre stalla” fosse un programma di Rai Uno. Per quanto lo riguarda, inoltre, lui non accetta quella descrizione. Quella classica, quella del veltroniano che in Rai ha il gessatino, la cravatta alla Mourinho, il giornale stropicciato, il capello un po’ schiacciato, gli occhiali alla Sassoli, il sorriso alla Mannoni e lo stile alla Dandini. E ancora, il veltroniano non capisce che cosa c’entri con la Rai Follini, non capisce perché alla Rai non ci va Bettini e, infine, vedendo ancora insieme Tremonti e Letta, Veltroni e Berlusconi, non capisce in che senso da qualche parte ci sarebbe una “nuova stagione”. Il veltroniano, aridatece er Caimano, ha letto – anche se non può dirlo – tutti gli ultimi distensivi libri di Travaglio – “ll bavaglio”, “Regime”, “Mani Sporche”, “Inciucio”, e un’altra dozzina di utilissime sentenze rilegate. Il veltroniano, però, a volte è atipico e a volte è anche un po’ disorientato. Perché il veltroniano è anche l’eterno candidato che diventa eternamente inadeguato. Il veltroniano è anche quello che non è mai stato comunista e che in Rai dice che gli conviene dire di essere un semplice socialista. Il veltroniano è anche quello che dopo la prima caduta del governo Berlusconi ha festeggiato, ma poi c’ha ripensato. Perché sperava che con l’arrivo dei nostri arrivasse la svolta e invece la svolta non è arrivata e lui è finito come sempre e con il suo programma che la sera finisce ancora un po’ prima di mezzanotte. E poi, ancora, è quello che ha intervistato una volta Prodi – e l’ha fatto per primo, l’ha fatto al Tg1 – ed è anche quello che poi, in gran segreto, quando il Prof. ha perso, ha scritto a tutti i colleghi un famoso messaggino con tre paroline e tre punti esclamativi. Libertà! Libertà! Libertà! Ma il giornalista veltroniano, in alcuni casi clamorosi, può essere ancora più atipico. Perché – e in Rai ce ne sono in molti – è anche quello che era veltroniano ancora prima che arrivasse il veltronismo e che quindi, ora che è deluso per non dire rassegnato, ci ha messo un attimo a diventare dalemiano. Poi c’è quello non atipico, quello che la W. la sente fino al midollo, quello che dice di non essere sfiduciato, quello che dice che aspetterà ancora il suo turno, quello che dice di essere motivato, quello che dice di pensare a una tv senza tessere, a una Rai liquida, a una televisione leggera. E’ lui quello che ti parla solo di piani industriali, è lui che ti descrive scenari fatti di infinite reti digitali. Il veltroniano perfetto – che ha i capelli bianchi e il taglio un po’ a caschetto – considera la Rai un “grande strumento a sostegno della modernizzazione”. Dice di non aver mai scritto una fiction, dice di non essere riuscito ad aggiornare il suo blog, dice che sulla Repubblica vorrebbe leggere Fortebraccio, dice che non ha capito se le elezioni le hanno vinte gli altri o siamo noi quelli a cui hanno fatto il culo. Dice che non ha capito in che senso ci servono cinque milioni di firme, non dice mai di aver scritto più libri di quanti ne ha letti e poi dice di non aver capito da che parte sta Giorgino. Dice che vorrebbe essere valorizzato – e non, dunque, lottizzato – dice che alla Rai servirebbe una riforma, dice che il cda andrebbe cambiato, dice che il consiglio andrebbe azzerato, dice che qui ci vuole un nuovo presidente, dice che qui ci vuole una nuova vigilanza epperò – per quanto sia necessaria una opposizione dura! E senza paura – non ha ancora capito in che senso Orlando c’entrerebbe con i valori.
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Il redattore-ebbasta co’ sta storia del Caimano è silenzioso, è prudente, è misurato e ha letto la maggior parte dei libri che lui stesso risulta aver firmato. Non ama la lottizzazione e non la chiama mai per nome. Ti dice che in Rai il problema non è mai politico ma che, piuttosto, si tratta solo di una questione “industriale”. Vede comunisti in ogni dove e li vede alla Rai, all’Usigrai, alle mense e in redazione. Dovunque, tranne che tra i colleghi del Pd. Il redattore-ebbasta co’ sta storia del Caimano, riconosce il veltroniano nei corridoi perché è quello che cammina con la mazzetta, è quello che passeggia con i giornali stropicciati, è quello che lo senti parlare a mensa di “supremazie antropologiche”, è quello che ogni tanto ti confessa che Veltroni si incazza con Riotta – ché il leader del Pd non sopporta un audio senza volto o un servizio con una singola foto. Il cronista che non ha paura di essere considerato berlusconiano è quello smaliziato che ti racconta tutto quello che succedeva nei giorni prima e quello che succedeva nei giorni dopo. Tra un’elezione nazionale e un ballottaggio locale. E’ quello che ricorda, a pochi giorni dalle elezioni, le lunghe file di fronte agli uffici del direttore e di fronte alle stanze del caporedattore. E’ quello che ricorda tutti quei colleghi di fede contraria che improvvisamente provarono a far di tutto per passare di qua. E i passaggi di fede, per non dire di proprietà, si vedono quando sei in fila dal direttore. Si vedono nelle mense fuori dalla redazione. Si vedono la mattina prima e dopo una trasmissione. Si vedono con il cronista conduttore che in tempi prossimi alla lottizzazione sta molto attento alle parole e parla poco di nuova stagione – preferisce chiamarla semplicemente “una nuova situazione” – e ti confessa che lui non aveva dubbi, che Napoli non è mai stata così bella e che oggi serviva proprio un gran comunicatore.
“Io so’ sempre stato dei vostri, diretto’!”.
Il cronista, ebbasta co’ sta storia del Caimano, è anche quello che negli anni ha imparato a conoscere il profilo del candidato che già da oggi, in Rai, è sostanzialmente un mezzo trombato. Lo riconosce subito. E’ quello che parla e poi non piglia. E’ quello che promette e non mantiene. E’ quello che ti si avvicina e ti dice “Dotto’! Mo’ tocca a me!”, e che in tempi di spoils system ci mette poco a non demonizzare il gran lottizzatore e ci mette poco a dire che, Lui, è sempre stato in fondo un gran comunicatore. “Il Parlamento – ti spiega – non mi spaventa che sia azionista di riferimento della televisione pubblica”. Evviva! Evviva la lottizzazione! E poi, il berlusconiano – che crede ancora nella cordata, che non ha mai amato Moretti, che non ha mai letto un’intercettazione, che non ha mai sbirciato su Dagospia e che l’ha sempre detto che quel Brunetta lì… – ti spiega esattamente come funziona il processo dell’allontanamento. O meglio. Del riposizionamento. Ti dice che c’è un esempio e ti dice che è un esempio biondino, che ha il cognome che sembra un diminutivo e che ieri stava con noi e che oggi sta invece un po’ più al centro. E il passaggio si formalizza con una dichiarazione. Magari con un’allusione. Certe volte basta una specifica posizione. Perché basta arrivare alla mensa e sedersi in un altro tavolino. Basta cominciare a bere il caffè dove sai che i compagni non ti starebbero vicino (un esempio, in Viale Mazzini, è il bar e quelle mattonelle vicino al balconcino). E spesso basta scegliere di fumare una sigaretta accendendola non nel cortile – che è più democrat che Cav. – ma di fronte a quell’ingresso con il cavallino. Di là ci sono i compagni, di qua invece no. Ma il cronista – ebbasta co’ sta storia der Caimano! – ragiona ormai solo con logica bipolare. Vede solo maggioranza e opposizione, vede solo Pd e Pdl e, prima delle elezioni e prima dei consigli di amministrazione, sa che ci sarà sempre un politico che ti chiamerà perché nei servizi vuole che il suo audio sia accompagnato dal video, vuole che nel pastone la sua voce sia prima di un altro e chiede – se proprio deve essere rispettata la par condicio – di scegliere le voci più incazzose tra quelle dell’opposizione.
“E ricorda: quelli che litigano devono essere sempre gli altri!”. Inoltre, il cronista che non ha paura di essere chiamato berlusconiano e che a pranzo preferisce accontentarsi di una semplice coppa di gelato, si chiede come mai i comunisti sono rimasti solo in Rai e come mai solo in Rai ci sono ancora giornalisti che possono fare campagna elettorale, che possono andare in piazza, che possono presentare il proprio candidato premier e che possono considerarsi imparziali anche quando, con il microfono in mano, un giorno – davanti al pubblico – dicono “signori qui dobbiamo disinfestare la piazza che fino a ieri c’è stato il nano!”. Mentre poi, zitti zitti, il giorno dopo si mettono in fila dal direttore e dal caporedattore. “Io so’ sempre stato dei vostri, diretto’!”.
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Il tintinnante condottiero dei valori, in Rai, è un comunista un po’ più accigliato ed è un lottatore che sognava la falce e il martello e che adesso si ritrova invece con una trebbia di governo. Non vuole inciuci e non vuole regimi. Fosse per lui, all’Onu vorrebbe Marco Travaglio, alla Caritas Di Pietro, all’Intelligence Giulietto Chiesa e alla Rai tutti i tre della famiglia Guzzanti. Dice che avrebbe letto volentieri i romanzi di Camilleri ma non ha mai superato la sindrome “deficit da Travaglio”, ché, sommando le ultime opere scritte dal grande giornalista dei valori, il cronista dipietrista si ritrova spesso a leggere più o meno seimila pagine di libri tintinnanti. Epperò quanto è bravo sto’ Camilleri, signo’! Il condottiero dei valori – che ti dice che in fondo lui è la vera anima dell’azienda – è poi anche quello che dice di avere le conoscenze giuste. E’ anche quello che, se serve una carta, sa dove cercare e dove trovarla ed è anche quello che – pur non apprezzando la lottizzazione – a lottizzare dice che ci penserà da sé. E allora evviva la revolución! Evviva il compagno Leolucà!
E se gli chiedi, al compagno dei valori, chi è il più veltroniano dei veltroniani lui ti parla degli occhialetti di Sassoli. E se gli chiedi chi è il più berlusconiano dei berlusconiani lui ti parla della vicedirezione di Maurizio Ciarnò. E se gli chiedi di D’Alema lui ti dice che in Rai il dalemismo è “un dato trasversale”. Un po’ di qua e un po’ di là. E se gli chiedi come finirà lui ti dice che tutto sarà in un inciucio, che non ci sarà alcun candidato dei valori, che alla Vigilanza finirà a schifio e che non ci sono le prove ma i fatti ci sono eccome. Per questo, la presidenza Rai andrà a un veltroniano – al massimo a un rutelliano – e la vigilanza – ahilui! – sarà terreno fertile per un bravo dalemiano. Poi, il dipietrista giornalista dei valori, prende e ti fa la mappa del potere. Ti dice che sono sei anni che in Rai cambia poco o nulla, che a Rai Uno il nome giusto potrebbe essere quello di Minoli e che dipendesse dai berlusconiani – che i condottieri dei valori conoscono meglio dei veltroniani – oggi ci sarebbero due nomi che valgono più degli altri. Quello di Lorenza Lei, una cattolica che piace anche a Casini. Quello di Gianfranco Comanducci, vicedirettore della Divisione uno. Quello di Giuliana Del Bufalo, che non dispiace al ministro Tremonti. E poi, ti spiegano, per il Tg1 ci sono i nomi di Pierluigi Battista e di Maurizio Belpietro. Al Tg2 ancora quello di Mauro Mazza (o al massimo Pasquale D’Alessandro). Al Gr – e forse al tgr – finirà la Lega. Il Tg3 rimarrà rosso, non rimarrà a Paolo Ruffini e forse arriverà Francesco Pinto (direttore del centro Rai di Napoli). Poi, ti spiegano ancora, alla presidenza bisogna stare attenti, perché Stefano Parisi – l’amministratore delegato di Fastweb per il quale Goffredo Bettini e Gianni Letta avrebbero già trovato un accordo – non è un uomo di cui il Cav. si fida del tutto. Perché dipendesse da lui, al posto di Claudio Petruccioli, ci vedrebbe bene il dottor Guido Resca (*1). Poi, il dipietrista – che ha una storia complicata, che è stato comunista, che è stato pidiessino, che ha militato nella Rete e che però ci tiene a dire che non è mai stato dei Ds – ti fa il suo ragionamento. Ti dice che il bipolarismo è la rovina della lottizzazione. Ti dice che al voto utile corrisponde il giornalista utile, che al voto non utile corrisponde il giornalista non indispensabile, che non capisce cosa c’entri Giorgino con Casini e che non capisce lo strano caso del cronista con la targhetta Udc. Che è all’opposizione, che in Sicilia si sente di governo, che nel Lazio è in confusione e che a Bologna, ormai smarrito, crede ancora Follini sia tra i nostri. Ma il condottiero tintinnante dei valori – che sa come andrà a finire, che sa che né il 29 né il 31 verrà eletto nessuno alla Vigilanza – sa che c’è qualche dipietrista che ha pronte le carte giuste, che promette che se Orlando non avrà la Vigilanza all’improvviso, giù in Sicilia, c’è chi è pronto a combinare pasticci, e c’è chi è pronto a dimostrare che – in certi casi – i valori giusti fanno sempre quel rumorino lì. Anche se in fondo si tratta di Rai. E’ proprio come le noccioline. Non riesci a smettere. Tin-tin.
Claudio Cerasa
26/7/08
*1 (In realtà Resca alla fine potrebbe andare non alla presidenza ma alla direzione generale)
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mercoledì 23 luglio 2008
Il Foglio. "Rutelli cerca casa"
Roma. Ancora oggi non sono in pochi a sostenere che Francesco Rutelli sia ormai disposto a sacrificare la sua militanza nel Partito democratico per dare vita a una grande forza di centro con l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Qualcuno dice che questo possa accadere prima delle elezioni europee. Qualcun altro sostiene che possa succedere non prima delle prossime legislative italiane. Nelle ultime ore, però, è successo qualcosa di diverso: le voci che hanno accompagnato ogni ipotesi di scissione sembrano essere meno probabili di quello che potrebbero apparire e il risultato è che il nuovo conio che Rutelli aveva teorizzato giusto un anno fa da ieri pomeriggio ha un volto un po’ più definito. Un volto che per il momento non prevede fratture con il Pd e che l’ex vicepremier del governo Prodi ha provato a descrivere nel corso di un convegno organizzato al piano terra di Montecitorio.
Rutelli – di fronte al presidente e al segretario dell’Udc, Rocco Buttiglione e Lorenzo Cesa, e all’onorevole Roberto Rao, già portavoce di Casini – ha parlato da “fondatore del Partito democratico” (sono parole sue), ha lanciato qualche messaggio al segretario del Pd e ha cercato di ragionare sul senso che il voto cattolico ha avuto nel corso delle ultime elezioni. Non è la prima volta che nel Pd si riflette sul peso effettivo che quell’elettorato ha avuto lo scorso 14 aprile. Ma le parole che Rutelli ha usato ieri pomeriggio sono significative per un paio di motivi. Non solo per quanto riguarda le future alleanze del Partito democratico: su quell’argomento – ovvero sul tentativo di spostare il baricentro del Pd verso posizioni di centro – Rutelli ha un copyright che risale al luglio dell’anno scorso. Fu lui il primo a parlarne e ne continuerà a parlare anche sabato prossimo in un seminario a Todi con Pier Ferdinando Casini e Ferdinando Adornato. C’è dell’altro nell’iniziativa rutelliana. Perché l’ex sindaco di Roma, presentando ieri una serie di sondaggi utili a comprendere i flussi del voto cattolico nel Pd, non ci ha messo molto a spiegare perché il Partito democratico non è riuscito a sedurre in modo sufficiente l’elettorato cattolico. Il Pd sarebbe riuscito ad attrarre un 28 per cento di credenti (la metà di quelli messi insieme dall’Ulivo due anni fa, il 2 in più rispetto ai dati Pd nel 2007) mentre il Pdl il 36 per cento. Ma, come spiega a fine giornata un dirigente del Pd, dietro le ultime iniziative di Francesco Rutelli c’è qualcosa di più.
(segue dalla prima pagina) Nel corso del convegno di ieri pomeriggio ci sono stati due passaggi molto significativi. Nel primo, Rutelli ha fatto un esplicito riferimento al proprio tentativo di ricerca di una “casa” per i cattolici, e l’ha messa così: “Ora bisogna far sì che vengano posti nelle condizioni di sentirsi a casa loro nel partito”. Nel secondo passaggio è stato Luigi Bobba, deputato del Pd, a spiegare che oggi – anche per quanto riguarda il mondo dei cattolici – è la stessa sopravvivenza della vocazione maggioritaria a essere messa in discussione. “Un partito a vocazione maggioritaria e nazionale deve mirare a vincere anche in quella fetta di elettorato”. Ma ieri Rutelli – che per settembre avrebbe pronto un manifesto sulla laicità – ha lanciato un messaggio sia a Veltroni sia ai cattolici che più degli altri hanno appoggiato la leadership di W. I cosiddetti Walter Pop. Il veltroniano Giorgio Tonini ha provato a prevenire ogni polemica e ha detto che “non si può non condividere l’invito di Rutelli”. Ma come spiega un dirigente del partito le cose sono un po’ più complesse. “Rutelli – dicono dal Pd – sta facendo un’operazione semplice. Sta cercando di occupare la casellina più a destra del Partito democratico. Sta cercando di spiegare che il vero garante dei cattolici nel Pd è lui, non qualcun altro. Sta cercando, inoltre, di dimostrare che se il Pd ha ottenuto così pochi voti cattolici alle ultime elezioni la colpa va data a coloro che finora hanno preteso di rappresentare i credenti nel partito. In altre parole, Rutelli ha messo formalmente sotto accusa i popolari di Dario Franceschini e di Giuseppe Fioroni”.
Claudio Cerasa
23/7/08
Rutelli – di fronte al presidente e al segretario dell’Udc, Rocco Buttiglione e Lorenzo Cesa, e all’onorevole Roberto Rao, già portavoce di Casini – ha parlato da “fondatore del Partito democratico” (sono parole sue), ha lanciato qualche messaggio al segretario del Pd e ha cercato di ragionare sul senso che il voto cattolico ha avuto nel corso delle ultime elezioni. Non è la prima volta che nel Pd si riflette sul peso effettivo che quell’elettorato ha avuto lo scorso 14 aprile. Ma le parole che Rutelli ha usato ieri pomeriggio sono significative per un paio di motivi. Non solo per quanto riguarda le future alleanze del Partito democratico: su quell’argomento – ovvero sul tentativo di spostare il baricentro del Pd verso posizioni di centro – Rutelli ha un copyright che risale al luglio dell’anno scorso. Fu lui il primo a parlarne e ne continuerà a parlare anche sabato prossimo in un seminario a Todi con Pier Ferdinando Casini e Ferdinando Adornato. C’è dell’altro nell’iniziativa rutelliana. Perché l’ex sindaco di Roma, presentando ieri una serie di sondaggi utili a comprendere i flussi del voto cattolico nel Pd, non ci ha messo molto a spiegare perché il Partito democratico non è riuscito a sedurre in modo sufficiente l’elettorato cattolico. Il Pd sarebbe riuscito ad attrarre un 28 per cento di credenti (la metà di quelli messi insieme dall’Ulivo due anni fa, il 2 in più rispetto ai dati Pd nel 2007) mentre il Pdl il 36 per cento. Ma, come spiega a fine giornata un dirigente del Pd, dietro le ultime iniziative di Francesco Rutelli c’è qualcosa di più.
(segue dalla prima pagina) Nel corso del convegno di ieri pomeriggio ci sono stati due passaggi molto significativi. Nel primo, Rutelli ha fatto un esplicito riferimento al proprio tentativo di ricerca di una “casa” per i cattolici, e l’ha messa così: “Ora bisogna far sì che vengano posti nelle condizioni di sentirsi a casa loro nel partito”. Nel secondo passaggio è stato Luigi Bobba, deputato del Pd, a spiegare che oggi – anche per quanto riguarda il mondo dei cattolici – è la stessa sopravvivenza della vocazione maggioritaria a essere messa in discussione. “Un partito a vocazione maggioritaria e nazionale deve mirare a vincere anche in quella fetta di elettorato”. Ma ieri Rutelli – che per settembre avrebbe pronto un manifesto sulla laicità – ha lanciato un messaggio sia a Veltroni sia ai cattolici che più degli altri hanno appoggiato la leadership di W. I cosiddetti Walter Pop. Il veltroniano Giorgio Tonini ha provato a prevenire ogni polemica e ha detto che “non si può non condividere l’invito di Rutelli”. Ma come spiega un dirigente del partito le cose sono un po’ più complesse. “Rutelli – dicono dal Pd – sta facendo un’operazione semplice. Sta cercando di occupare la casellina più a destra del Partito democratico. Sta cercando di spiegare che il vero garante dei cattolici nel Pd è lui, non qualcun altro. Sta cercando, inoltre, di dimostrare che se il Pd ha ottenuto così pochi voti cattolici alle ultime elezioni la colpa va data a coloro che finora hanno preteso di rappresentare i credenti nel partito. In altre parole, Rutelli ha messo formalmente sotto accusa i popolari di Dario Franceschini e di Giuseppe Fioroni”.
Claudio Cerasa
23/7/08
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