(ANSA) - ROMA, 29 OTT - La cronaca di una rivoluzione. E, per dirla con le parole dello stesso scrittore la cronaca della rivoluzione e dei segreti di una città, Roma, dagli anni di Rutelli e Veltroni ad oggi. Oggi che ad amministrare la capitale è arrivato Gianni Alemanno. E' un affresco a tutto tondo, ma anche a tinte forti, quello descritto da Claudio Cerasa, giornalista, autore di "La presa di Roma", edito da Bur-Rizzoli nella collana Futuro Passato. Ed è una raffigurazione che affonda le radici in alcune domande per descrivere la nuova destra romana, guidata da un sindaco che ha conquistato categorie sociali, ed interi quartieri, da sempre appannaggio della sinistra. Quali sono i veri padroni e quali sono i volti sconosciuti che nel silenzio governano la città? Si chiede Claudio Cerasa nelle 208 pagine de 'La presa di Roma'. C'è qualcosa di più profondo, e qualcosa di più misterioso, di una semplice svolta politica nel modo in cui la nostra Capitale ha improvvisamente cambiato parte. In poco più di una un anno Roma si ritrova comandata da una nuova e fortissima rete di potere, racconta lo scrittore. Una rete fatta da costruttori, palazzinari, avvocati, architetti, immobiliaristi e presidenti dei circoli sportivi. E che mette insieme Vaticano, centri sociali, editori, giornalisti, tassisti, lobbisti, ebrei, fascisti e persino comunisti. Insomma, nello spiegare la Roma di oggi, Cerasa ci consegna la sua verità: "Alemanno ha imparato a goveranare le stanze più segrete della capitale e si prepara ad essere il prossimo vero candidato di centrodestra alla guida del paese". (ANSA).
venerdì 30 ottobre 2009
La Presa di Roma sull'Ansa
(ANSA) - ROMA, 29 OTT - La cronaca di una rivoluzione. E, per dirla con le parole dello stesso scrittore la cronaca della rivoluzione e dei segreti di una città, Roma, dagli anni di Rutelli e Veltroni ad oggi. Oggi che ad amministrare la capitale è arrivato Gianni Alemanno. E' un affresco a tutto tondo, ma anche a tinte forti, quello descritto da Claudio Cerasa, giornalista, autore di "La presa di Roma", edito da Bur-Rizzoli nella collana Futuro Passato. Ed è una raffigurazione che affonda le radici in alcune domande per descrivere la nuova destra romana, guidata da un sindaco che ha conquistato categorie sociali, ed interi quartieri, da sempre appannaggio della sinistra. Quali sono i veri padroni e quali sono i volti sconosciuti che nel silenzio governano la città? Si chiede Claudio Cerasa nelle 208 pagine de 'La presa di Roma'. C'è qualcosa di più profondo, e qualcosa di più misterioso, di una semplice svolta politica nel modo in cui la nostra Capitale ha improvvisamente cambiato parte. In poco più di una un anno Roma si ritrova comandata da una nuova e fortissima rete di potere, racconta lo scrittore. Una rete fatta da costruttori, palazzinari, avvocati, architetti, immobiliaristi e presidenti dei circoli sportivi. E che mette insieme Vaticano, centri sociali, editori, giornalisti, tassisti, lobbisti, ebrei, fascisti e persino comunisti. Insomma, nello spiegare la Roma di oggi, Cerasa ci consegna la sua verità: "Alemanno ha imparato a goveranare le stanze più segrete della capitale e si prepara ad essere il prossimo vero candidato di centrodestra alla guida del paese". (ANSA).
giovedì 29 ottobre 2009
La Presa di Roma sul Secolo D'Italia
domenica 5 aprile 2009
Il Foglio. "Due o tre ragioni per cui soltanto lo shopping ci salverà dai disastri economici"
“La gente – hanno spiegato i professori pochi giorni fa al New York Times – si sente colpevole nel confessare una predisposizione all’edonismo, ma via via che il tempo passa il senso di colpa scema. E a un certo punto accade il contrario: in pratica, ci si lamenta per i piaceri persi”. Di questi tempi, dunque, qualsiasi tentativo di mettere in circolo parole che possano rallentare l’unico antidoto possibile alle crisi isteriche, ancora prima di quelle economiche, dovrebbe essere quantomeno sconsigliato agli uomini di governo, e se c’è chi fa notare come le foto del nostro presidente del Consiglio – settimanalmente ripreso in mezzo a negozietti pieni di bancarelle zeppe di collanine, accanto alle quali non perdono occasione per nascondersi giornalisti travestiti da cactus – diano un apprezzabile sostegno a tutti gli spendaccioni che vivono nella speranza di poter sperperare il prima possibile i propri averi in cose perfettamente inutili e insignificanti, ci sono però alcune cose che andrebbero ulteriormente spiegate a chi non conosce la formidabile leva economica che si nasconde nel portafoglio dello shoppingaro compulsivo. Le persone poco lungimiranti, si sa, continueranno a circoscrivere in quota “irrazionalità” un certo tipo di approccio nei confronti dello shopping (è successo la scorsa settimana, quando gli psicologi inglesi dell’Università dell’Hertfordshire hanno sostenuto che per le signore la voglia di shopping matta e disperata è solo una “risposta allo stato d’animo tipico della sindrome premestruale”, e il sondaggio ha trovato subito però una degna risposta in una ricerca tutta italiana – “E tu di che shopping sei?” – che ha invece dimostrato come “nonostante la difficile congiuntura economica permane il desiderio di comprare ciò che piace senza pensare alla spesa” e come il 55 per cento delle persone sottoposte al sondaggio hanno dichiarato che “se vedono qualcosa devono averlo subito”).
La verità però è che nel mondo degli spendaccioni i sensi di colpa per le spese folli sono direttamente proporzionali alla percezione che si ha dello stato della bufera economica, perché non c’è dubbio che più grave la crisi viene percepita e più quegli interi pomeriggi passati, per esempio, nei meravigliosi camerini di Zara saranno vissuti sempre più come il proprio personale contributo nel far respirare l’economia, e nel convincere una volta per tutte il mondo intero che l’unico modo per non aggravare la crisi sono quei meravigliosi ormoni della crescita economica messi in circolo da tutti quegli spendaccioni che girano in centro tenendo in mano i bicchieri caldi di Starbucks.
Claudio Cerasa
6/04/09
mercoledì 25 marzo 2009
Il Foglio. " Le affinità elettive (ed elettorali) tra i due gagliardi “partiti puzzoni”
Parlare di asse sarebbe semplicemente una forzatura, ma è un fatto che la Lega nord e l’Italia dei valori stiano imboccando la strada che porta alle elezioni di giugno con strategie politiche decisamente simmetriche. Prendete per esempio le parole rilasciate ieri anche a questo giornale dal capogruppo dell’Italia dei valori alla Camera, Massimo Donadi. “Votiamo sì al federalismo perché questo è il primo atto, in un anno di legislatura, davvero frutto dell’attività del Parlamento. Per dieci giorni la Camera è tornata a essere il luogo dove si fanno le leggi. Di questo ringraziamo il ministro Calderoli. Al quale diamo voto dieci per come ha accettato che fosse proprio il Parlamento il vero protagonista di questo disegno di legge, riappropriandosi delle sue funzioni”.
Il dieci in pagella al ministro della semplificazione è un dato politico che però potrebbe far sorridere pensando a quello che successe nemmeno due anni fa, quando l’Italia dei valori – durante le elezioni politiche – scelse di scimmiottare le vecchie campagne elettorali della Lega tappezzando il nord di manifesti simili a quelli realizzati solo qualche mese prima dal partito di Bossi. Il messaggio politico dei manifesti leghisti – “Sveglia padano! Con la Lega nord contro Roma ladrona” – era ben riassunto dall’immagine di una giovane gallina padana le cui uova d’oro finivano dritte dritte nel cesto di una poco aggraziata signora meridionale. Qualche mese dopo, con ironia, la gallina dalle uova d’oro veniva riprodotta sui manifesti elettorali dell’Idv con uno sguardo decisamente spaesato accanto a parole che criticavano la stessa legge votata ieri dal partito di Di Pietro: “Il federalismo di Berlusconi? Il conto lo paga il nord”.
Che cosa è successo in questi mesi? Com’è possibile che l’Italia dei valori sia diventata così leghista da non voler votare il piano casa del Cav. proprio perché metterebbe a rischio il federalismo appena approvato alla Camera? Dice al Foglio Angelo Panebianco, professore di Scienze politiche all’Università di Bologna ed editorialista del Corriere della Sera. “Non è un caso se per certi versi sembrano sovrapponibili le scelte politiche di Lega e Italia dei valori. Questo capita anche perché in situazioni di crisi economica il messaggio un po’ più estremista ha sempre più chance del messaggio moderato, e la Lega e l’Idv, dunque, potrebbero sfruttare la crisi per tentare con successo di aumentare il proprio bacino di consenso. Dall’altro lato, però, la Lega sembra abbia intenzione di sfruttare lo spazio lasciato libero dall’aggregazione di due partiti come Forza Italia e An per riuscire a trasformarsi sempre più in un’indispensabile cerniera tra il centrodestra e tutto il centrosinistra”.
Dietro alle recenti strategie simmetriche della Lega e dell’Idv c’è però qualcosa di più. C’è qualcosa legato al tentativo dei due partiti di andare a sedurre gli elettori laddove non li avevano mai conquistati. Perché se da un lato Di Pietro sta preparando la sua scalata al nord dall’altro è ormai ufficiale che Bossi è pronto a portare il suo partito al sud dell’Emilia Romagna. “Io penso – dice al Foglio il deputato della Lega Matteo Salvini – che più che una voglia di dialogo, l’Italia dei valori ha semplicemente capito che se vuole sfondare qui in Padania gli unici argomenti che hanno un certo peso sono quelli della Lega”.
Ma se era scontato che Di Pietro provasse a fare concorrenza al Pd anche al nord (dove gli ultimi sondaggi proiettano l’Idv al sei per cento) era invece meno prevedibile quello che sta cercando di fare al sud il partito di Bossi, perché quando tra dieci giorni la Lega presenterà la lista completa dei suoi candidati alle amministrative e alle europee ci sarà una sorpresa che il senatore leghista Gianni Fava anticipa al Foglio: “Al sud – dice Fava – abbiamo tre obiettivi: raggiungere i 200 mila voti, eleggere due parlamentari nati proprio da queste parti e presentare i nostri candidati alle amministrative in alcune città dell’Abruzzo, della Sardegna e del Lazio. Oggi come oggi, sinceramente, posso dire che sono tre obiettivi alla nostra portata”.
Claudio Cerasa
25/03/09
mercoledì 18 marzo 2009
Il Foglio. "Il Cattovelocista"
E’ rimasto scottato con Marini, ha un buon rapporto con Bagnasco, ha uno staff ristretto di fedelissimi e alla sera racconta barzellette così così
La metafora che Walter Veltroni utilizzava spesso per descrivere il percorso politico del Partito democratico era quella di un giovane e generoso maratoneta a cui improvvisamente veniva chiesto di scendere in pista per gareggiare su distanze molto diverse, e molto più difficili, rispetto a quelle su cui si allenava da anni. Veltroni credeva che il Pd fosse un progetto che nel bene e nel male doveva essere valutato soltanto nel momento in cui il partito sarebbe stato messo nelle condizioni di correre l’unica gara per la quale non ci sarebbero state più scuse in grado di nascondere una sconfitta: il che naturalmente significava non prima delle prossime elezioni politiche. La bella metafora di Veltroni, però, non è servita a creare attorno al partito quella pazienza che l’ex sindaco considerava necessaria per non uccidere il progetto del Pd, e così non può certo sorprendere che la prima piccola rivoluzione della segreteria Franceschini sia stata proprio quella di togliere al Pd le scarpette da maratoneta e sostituirle una volta per tutte con quelle leggere e chiodate, fatte per correre come i centometristi quei novanta giorni che restano al nuovo segretario per tentare di far rinascere il partito, e perché no per provare persino a conquistarlo. E’ anche per questo che chi conosce bene il politico che per i prossimi tre mesi guiderà il più importante partito dell’opposizione un po’ sorride oggi quando rilegge quelle parole rilasciate in questi giorni dal segretario. “Lo ripeto: il mio lavoro finisce a ottobre”. Quello che però tutti sanno nel gruppo dei parlamentari e dei collaboratori che lavorano ogni giorno a stretto contatto con Franceschini è che se le elezioni della prossima primavera non saranno percepite dall’elettorato del Pd come così disastrose, e se il Pd riuscirà a superare senza troppe difficoltà quota venticinque per cento, l’ex vice di Veltroni, l’ex vice di Rutelli, l’ex vice di Marini e l’ex spalla di D’Alema ai tempi di Palazzo Chigi sarà senza dubbio candidato a guidare il partito fino alle elezioni politiche. Per questo, nelle prossime settimane Franceschini cercherà di fare la stessa cosa che gli riesce ormai con un certo successo da circa trentacinque anni; la stessa cosa che un giorno fece confondere Francesco Cossiga (che in un’intervista a Libero definì Franceschini “un ex ds”, e Franceschini fu persino costretto a precisare che sinceramente nei Ds lui non c’era mai stato); la stessa cosa sulla quale il “cattocomunista” Franceschini ha ironizzato ieri in un’intervista all’Espresso (“La mia deriva a sinistra è inarrestabile”); e la stessa cosa che gli riuscì per la prima volta nella sezione E del liceo scientifico più importante di Ferrara, il Roiti, quando il futuro segretario del Pd scoprì qual era il trucco per fare innamorare di sé la sinistra.
All’epoca, Dario aveva sedici anni, aveva i capelli molto lunghi, sedeva al terzo banco della fila centrale con Alessandro Bratti (oggi deputato del Pd) e adorava le lezioni di filosofia di uno strano professore che fumava in classe e insegnava ai ragazzi soltanto tutto quello che secondo lui politicamente era alla sinistra di Marx. Al terzo anno di liceo, Franceschini si candidò come delegato di istituto e fu in quell’anno, alle elezioni del 1976, che Dario presentò una lista con quelle tre parole scritte in nero su uno sfondo bianco (Asd, associazione studentesca democratica) con le quali vinse la prima elezione della sua vita. Di lì a poco, Franceschini sarebbe diventato prima consigliere comunale, poi assessore alla Cultura, avrebbe sfidato al comune l’allora sottosegretario di Giulio Andreotti, Nino Cristofori, e avrebbe continuato a studiare il mondo della sinistra nella vecchia sezione degli Enti locali del Partito comunista ferrarese: dove Dario giocava spesso a carte con gli amici e dove il padrone di casa era proprio il papà del suo compagno di banco Alessandro.
Ex partigiano, così come ex partigiano è stato il papà del segretario. “Se dobbiamo valutare le prime due settimane di segreteria – racconta un importante dirigente ex ds, molto vicino a Walter Veltroni, e che per questo chiede l’anonimato – Dario Franceschini sta facendo molte cose persino più a sinistra di quelle che poteva permettersi Walter. Il fatto è che, a differenza di Veltroni, Dario può permettersi di spostare il baricentro del partito a sinistra, e può fare questo perché al centro si sente più che coperto, perché da cattolico praticante non avrà difficoltà per sfondare al centro, e sarà anche per questo che se si va avanti così alla fine saremo noi ex diessini a volerlo votare a ottobre”.
C’è però una ragione precisa per cui il nuovo segretario del Partito democratico è sempre molto prudente quando parla del suo futuro politico. Sarà pur vero che i democristiani non si candidano mai a cariche politiche, e si limitano semmai ad approvare “per spirito di servizio” gli incarichi che il partito chiede loro di accettare. Ma il fatto è che ci sono almeno un paio di episodi nella vita politica di Franceschini che spiegano bene come l’unica volta in cui il segretario del Pd era stato considerato il candidato ideale per un’importante carica di partito non gli andò mai molto bene. Dunque, meglio diffidare.
L’episodio più significativo risale al 1999, ed è un episodio che lega Dario Franceschini in modo traumatico a Franco Marini. In quell’anno, a Rimini, poco prima del congresso del Partito popolare, il segretario dimissionario Franco Marini aveva appena scelto il suo successore, e tutto era deciso: Franceschini (che all’epoca aveva trent’anni e che era vice dello stesso Marini) era stato indicato come l’unico politico in grado di far compiere ai vecchi democristiani un vero “salto generazionale”. Per settimane e settimane le parole di Marini erano state queste: “Dopo di me c’è solo Dario Franceschini”. Il giorno prima del congresso, però, Marini chiamò Franceschini nella sua stanzetta di Piazza del Gesù, gli chiese improvvisamente di ritirare la sua candidatura e gli spiegò che in quel momento il partito voleva puntare su un altro nome: Pierluigi Castagnetti. A quel punto, Franceschini convocò una conferenza stampa, decise di non rinunciare alla candidatura, affrontò Castagnetti, raccolse il sedici per cento dei consensi totali e arrivò secondo. Fu una batosta, e sotto sotto quello scherzetto Franceschini a Franco Marini non gliel’ha mai perdonato. Mai: neppure oggi che uno dei tre vertici di quel triangolo popolare da Marini, Fioroni e Franceschini è diventato il capo del secondo partito d’Italia.
Perché una delle storie politiche forse più interessanti da raccontare in questo momento nel Pd è quella che riguarda il rapporto che esiste oggi tra gli ex dirigenti del Partito popolare. Per chi non fosse perfettamente informato su tutta la complessa e forse poco appassionante geografia politica del Pd, i popolari sono l’ossatura su cui si è formata la leadership di Walter Veltroni, sono i parlamentari e i dirigenti che più degli altri sono stati fedeli all’ex sindaco di Roma, sono una delle forze più rappresentate nel partito, una delle più importanti nel Parlamento (tra Montecitorio e Palazzo Madama ci sono almeno sessantacinque parlamentari di rito popolare) e come è facile immaginare c’è chi nel Pd non ha mai apprezzato il modo in cui questa piccola corrente che un tempo fu della Dc e un tempo della Margherita sia diventata così potente, tanto che non è difficile trovare qualche ex diessino indispettito che parlando dei popolari alla fine la mette così. “Il crocifisso nelle nostre stanze noi sinceramente non lo vogliamo più”.
Il dato paradossale però è che l’elezione di Franceschini ha avuto l’effetto imprevisto di complicare i rapporti tra gli ex popolari. Nei quindici mesi di interregno veltroniano Fioroni e Franceschini avevano provato in tutti i modi a sottrarre spazio a Franco Marini, e avevano così costretto l’ex presidente del Senato a riavvicinarsi sempre di più a Massimo D’Alema – non è certo un caso che poco prima della fine dell’anno in un incontro riservato D’Alema e Marini hanno deciso di puntare le proprie fiches per il futuro del partito su Pier Luigi Bersani. Da quando però Franceschini è diventato segretario nazionale la situazione si è ribaltata: il leader del Pd ha tolto la macchina del partito dalle mani di Fioroni per affidarlo al fassiniano Maurizio Migliavacca, e chi conosce bene Fioroni giura che l’ex ministro dell’istruzione (ora responsabile educazione del Pd) sia ormai pronto a dare battaglia a Franceschini, soprattutto sui temi di bioetica.
Perché sarà proprio su questi temi che Franceschini troverà forse più difficoltà nel suo partito. Perché Franceschini si considera un “cattolico adulto”, perché ai tempi della Margherita fu lui a guidare il piccolo plotone dei popolari che si dimistrò favorevole sia ai Dico sia al testamento biologico, perché pur essendo molto buoni i suoi rapporti con il mondo della chiesa (il segretario del Pd conosce bene sia monsignor Paglia – vescovo di Terni e grande tessitore della Comunità di sant’Egidio – sia l’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, sia il presidente della Cei Angelo Bagnasco) le sue posizioni sui temi bioetici vengono considerate dal cuore cattolico del Pd – soprattutto quello più vicino a Francesco Rutelli – un po’ troppo deboli. “Dario – spiega al Foglio il senatore Francesco Saverio Garofani – si considera un cattolico adulto e naturalmente democratico, e come tutti noi ha studiato sui testi di Jacques Maritain, di Giuseppe Lazzati e di Giorgio la Pira. Dario è democratico nel senso conciliare del termine: nel senso della piena assunzione della propria responsabilità politica e nel senso della distinzione dei piani di impegno tra fede e politica”.
Poi però c’è tutto il capitolo che riguarda i suoi rapporti con Massimo D’Alema. C’è chi dice che l’abbraccio che l’ex ministro degli Esteri sta offrendo in questi giorni al nuovo segretario potrebbe essere fatale e che potrebbe avere lo stesso effetto di quel morso dello scorpione già assaggiato negli ultimi mesi da Walter Veltroni.
Ma se oggi D’Alema dice che “Franceschini ha dato un profilo più chiaro alla nostra opposizione”, che il segretario “si sta muovendo bene” e che ora “c’è un clima più sereno nel partito”, forse però c’è anche qualcosa di più. Nel mondo di Franceschini sono in molti i dirigenti di partito convinti che con D’Alema esiste in realtà un feeling che risale agli anni in cui a Palazzo Chigi Max nominò Franceschini sottosegretario alla presidenza del Consiglio. In quel periodo, l’allora numero due di Franco Marini era il politico che aveva l’incarico di trattare sulle riforme con il centrodestra, e fu in quei mesi che Franceschini conobbe sia Gianni Letta sia Silvio Berlusconi (con Letta, tra l’altro, Franceschini è legato anche da una curiosa vicenda familiare: la mamma del segretario è stata compagna di liceo ad Avezzano proprio di Letta). La battaglia più importante che D’Alema e Franceschini combatterono insieme fu il tentativo di trasformare in francese il nostro sistema elettorale. In quegli anni, poi, ci fu però qualcosa che non funzionò, e l’asse tra Franceschini-Marini e D’Alema si spezzò clamorosamente quando – sono parole dei popolari – “D’Alema non rispettò il patto con noi sul candidato da presentare per la presidenza della repubblica (doveva essere Rosa Russo Jervolino)” e quando i popolari liquidarono pubblicamente il premier con queste parole. “Non sono arrabbiato con D’Alema – disse Marini – sono furibondo. Io mi sono fidato di una persona sola: lui mi ha fregato”.
C’è però un altro aspetto da non sottovalutare del mondo franceschiniano ed è il rapporto del segretario con l’establishment italiano. Franceschini è uno dei pochi leader del centrosinistra ad avere ancora oggi una solida rete di conoscenze sia nel mondo della finanza sia in quello dell’imprenditoria. Carlo De Benedetti è molto affezionato al nuovo segretario, l’ingegnere invita l’ex vice di W a cena almeno una volta al mese e c’è chi dice che consideri Franceschini come l’ultima carta possibile da giocare nel Pd dei suoi sogni – e non è certo un caso, poi, che il nuovo segretario sia il dirigente del Partito democratico più intervistato da Repubblica negli ultimi due anni (diciannove volte) e non è neppure un caso che la prima intervista concessa a un giornale dal Franceschini segretario sia stata pubblicata sul settimanale di cui CDB è editore: l’Espresso.
Ma la rete di Franceschini non si ferma soltanto a CDB, perché il segretario ha ottimi rapporti anche nel mondo della finanza: a Siena, i migliori sono quelli che Franceschini ha con due tra i più importanti uomini della Monte dei Paschi – ovvero con Giuseppe Mussari (presidente di Mps) e Gabriello Mancini (numero uno della fondazione Mps); a Brescia, Franceschini è legato da una vecchia amicizia con Giovanni Bazoli; a Milano, l’ex vice di Walter Veltroni ha invece un ottimo rapporto con il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti. Racconta un senatore del Partito democratico che molte di queste amicizie sono nate negli anni in cui Franceschini è stato nominato membro del collegio dei revisori dell’Eni. Era il 1988, e la scalata di Dario comincia anche da qui.
“Oggi l’idea di Franceschini – racconta un senatore del Partito democratico che lo conosce bene – è quella di provare ad appoggiarsi anche su questa rete per provare a trasformare se stesso in una sorta di versione ringiovanita di Romano Prodi. E’ proprio questo uno dei motivi per cui Silvio Berlusconi un po’ Franceschini lo teme davvero: il presidente del Consiglio non soltanto considera Franceschini un politico efficace in televisione, ma quello che forse più teme il premier è di doversi confrontare alle elezioni con un leader che non può essere certo accusato di essere stato semplicemente un comunista”.
Uno degli aspetti politici che potrebbe segnare un importante punto di discontinuità tra il vecchio e il nuovo segretario potrebbe essere anche il rapporto con Antonio Di Pietro, perché ancor più di Walter Veltroni Franceschini considera “innaturale” l’alleanza elettorale con l’Italia dei valori, e le idee del segretario su Di Pietro oggi non sono molto diverse da quelle che aveva qualche tempo fa: “L’elettorato cattolico – è sempre stato il pensiero del segretario – non sarà disposto a votare gente come Di Pietro”.
Ma a quasi un mese dal passaggio di consegne tra Veltroni e Franceschini c’è un altro aspetto del mondo franceschiniano molto diverso rispetto a quello del suo predecessore: lo staff. Gli uomini che lavorano a stretto contatto con l’ex vice di W. hanno una storia più radicata nella politica rispetto a quelli che fino a poche settimane fa scortavano Walter, e se c’è un tratto che più degli altri accomuna i cinque uomini che il segretario convoca una volta a settimana nella sua stanzetta al secondo piano di Largo del Nazareno – dove Franceschini parla delle sue idee, anticipa i suoi discorsi, prepara gli appuntamenti della settimana e dove spesso ripete che lui non avrà certo bisogno di un vicesegretario – è la comune provenienza politica.
Piero Martino (portavoce), Alberto Losacco (deputato, cresciuto con Arturo Parisi), Francesco Saverio Garofani (deputato e responsabile di Quarta Fase: la Red di Franceschini), Antonello Giacomelli (deputato) e Gianluca Lioni (ghost writer del segretario e responsabile del terzo settore del Pd) sono tutti ex Ppi, hanno militato tutti quanti nelle giovanili dei popolari e tra di loro sono in molti quelli a essere cresciuti nel vecchio quotidiano della Dc, il Popolo. Garofani è stato l’ultimo direttore, Martino – prima di diventare potente portavoce di Marini – è stato caporedattore e persino il più piccolo del gruppo, Lioni, dieci anni fa curava le pagine dei giovani del Popolo. Nello staff di Franceschini raccontano però che chi conosce meglio di tutti il segretario è una persona che lo segue dalle giovanili, che lo ha scortato nelle stanze di piazza del Gesù, di Palazzo Chigi, di Largo del Nazareno e che lo accompagna in giro per l’Italia da quasi trent’anni.
Si chiama Roberto Prudente, è stato autista della Dc, dei Ppi, della Margherita e del Pd, è l’unico che riesce a tenere testa alle barzellette che il segretario racconta ogni sera a fine cena – e che racconta soltanto dopo aver appuntato su un foglietto di carta tutte quelle ascoltate dagli altri – ed è anche uno dei pochi amici di Franceschini che era presente quel pomeriggio del 1976 a Roma, al Palaeur, quando Dario aveva diciotto anni, quando era stato appena nominato delegato della Democrazia cristiana, quando il congresso della Dc preferì Benigno Zaccagnini ad Arnaldo Forlani e quando alla fine della giornata il futuro segretario festeggiò l’elezione di Zac alla segreteria quasi come se fosse un vecchio comunista, cantando e ballando sulle note di Bella ciao. Alla fine di quel congresso, Zaccagnini disse che sarebbe stato un leader di “transizione” e che mai si sarebbe ricandidato alla segreteria della Dc. Quattro anni dopo Zaccagnini era ancora lì.
Claudio Cerasa
14/3/09
mercoledì 18 febbraio 2009
Il Foglio. "Ma il pd era una boiata?"
Aveva ragione Churchill
E’ anche per questo che oggi l’impressione che si ha guardando il gruppo dirigente del Pd è la stessa che si potrebbe avere nell’osservare dall’alto una grande squadra di calcio che si ritrova in campo sempre con un gran numero di giocatori tanto belli quanto sopravvalutati – e che più che pensare al risultato pensa soprattutto a come allisciarsi il pelo o quantomeno i baffi. Oggi più che mai, dunque, per il Pd vale quel che Winston Churchill disse sulla democrazia nel novembre 1947 alla Camera dei comuni: “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”. Perché credere che la soluzione migliore per il centrosinistra sia quella di fare un passetto indietro, e vivere eternamente con due cuori in due capanne un po’ diverse, è cosa poco saggia anche per altre ragioni. Così come è chiaro che se non si è bravi padroni di casa la colpa non è per forza della struttura della casa, dovrebbe essere evidente che la sinistra non è certo morta per sopraggiunta vocazione maggioritaria, ma che in questo momento si è semplicemente estinta nell’animo degli elettori. E’ un po’ lo stesso discorso che vale per i quotidiani: i lettori dei buoni giornali esisteranno sempre, ma se non ci sono buoni giornali in giro e i giornali non vendono questo non significa che i lettori non ci siano più. A questo va poi aggiunto che le idee con cui W. aveva provato a disegnare il suo Pd un anno e mezzo fa restano in fondo validissime, e semmai il problema del segretario è stato quello di averle tradite un po’ quelle parole. Sia in Abruzzo sia in Sardegna il vecchio progetto di corsa solitaria è stato lasciato chiuso in un cassetto, e non è certo un caso che Soru abbia perso le elezioni con una coalizione più larga che mai. Così, ora che inizieranno a girare mille nomi per il nuovo Pd, chissà che non abbia ragione chi crede che la guida perfetta per il Pd in fondo esiste, è lì, non è un politico, non è un imprenditore, non è un editore, è qualcuno che la linea del Pd la conosce meglio dei dirigenti, che sa come spiegarla, che sa come raccontarla e che forse sa persino come imporla. Qualcuno – come nel Pd c’è chi sussurra ormai senza scherzare troppo – come Ezio Mauro.
Claudio Cerasa
19/02/09
domenica 15 febbraio 2009
Il Foglio. "Falce, carroccio e martello".

“L’Emilia: la regione più avanzata
d’Italia perché la più ‘rossa’, la più comunista”.
Reggio nell’Emilia, 6 aprile 1970
Reggio nell’Emilia. Se arrivasse in
questi giorni a Brescello, il Don Camillo
di Giovanni Guareschi si ritroverebbe
di fronte a un onorevole Peppone
che avrebbe, sì, gli stessi baffi, lo stesso
sguardo, lo stesso accento, gli stessi
occhi, la stessa incredibile passione
per la politica, ma che invece del vecchio
fazzoletto rosso, stretto al collo come
fosse una cravatta, avrebbe qualcosa
di diverso. Avrebbe un fazzoletto
verde. Un fazzoletto verde leghista. In
molte città dell’Emilia Romagna, sta
succedendo qualcosa di strano: succede
che il rosso si sta trasformando in
verde, succede che i vecchi comunisti
si stanno trasformando in militanti leghisti,
succede che c’è il partito più antico
della seconda Repubblica che in
quel triangolo che mette insieme Reggio,
Parma e Bologna sta ritoccando
una parte del suo profilo politico, e lo
sta facendo anche per preparare la sua
discesa nel resto d’Italia. L’esplosione
della Lega nelle città rosse dell’Emilia
e della Romagna ha raggiunto risultati
che non si possono più spiegare solo
con il boom ottenuto dal centrodestra
nelle ultime elezioni. C’è qualcosa di
più, qui. C’è una Lega diversa che sta
nascendo da queste parti. E’ una Lega
che ha deciso di rafforzare ancora di
più il suo lato sinistro, è una Lega che
entra nelle fabbriche, è una Lega che
mette piede nelle cooperative, è una
Lega che strappa alla sinistra i voti degli
operai, è una Lega che seduce i contadini,
è una Lega che conquista gli artigiani,
è una Lega che ormai convince
i grandi e piccoli commercianti: ed è la
stessa Lega che sta vedendo aumentare
di anno in anno i suoi voti in molti
comuni rossi che si trovano a sud della
Padania. Da queste parti, il partito di
Bossi viaggia attorno a cifre ormai vicine
al 20 per cento: e se in alcune città
in provincia di Modena la Lega ha persino
superato il Pd (a Fiumalbo è arrivata
al 29,44 per cento) è però tutta l’avanzata
leghista a essere sempre più
sorprendente. Negli ultimi due anni, la
Lega ha visto crescere i suoi voti del
settantacinque per cento in Emilia e
del centotrentacinque in Romagna; a
Bologna ha raddoppiato i propri consensi,
a Modena è arrivata al nove per
cento, a Piacenza al 14, mentre a Reggio
all’otto. Proprio qui – proprio nella
città delle cooperative, nella città del
Pci, nella città che fu anche di Berlinguer
e di Togliatti – c’è però una Lega
che sta tentando di presentarsi come
l’ultima evoluzione possibile del Partito
comunista, che sta stringendo accordi
importanti con la coalizione di governo
e che grazie al voto delle ultime
politiche si ritrova ora con la possibilità
di presentare i propri sindaci in alcune
città da sempre colorate di rosso.
Città come Guastalla, come Boretto, come
Toano, come Vettoviano, come Villa
Vinozzo e, naturalmente, come Brescello.
Nel paese che fu di Don Camillo
e Peppone, inoltre, il partito di Bossi
ha intenzione di presentare una lista
civica un po’ particolare. Una lista con
un simbolo rosso, con una falce, con un
martello. Una lista con due parole
scritte in maiuscolo una mattina di sedici
anni fa. Una lista fatta solo da comunisti
padani.
* * *
Era il gennaio del 1990 e tutto cominciò
lì: quel giorno Mauro Manfredini
ritagliò con le forbici la falce e il
martello da un volantino di carta, prese
una moneta da 50 lire, la poggiò sul
tavolo della stanza da pranzo, ci passò
attorno la punta della matita, disegnò
un cerchio grande come un simbolo
elettorale, poi ci pensò un attimo
e scelse proprio quelle due parole:
comunisti padani. Il giorno dopo,
Mauro – che aveva quarant’anni e che
militava nel Partito comunista da
quando di anni ne aveva quindici –
uscì dalla sua casa a sette chilometri
da Reggio nell’Emilia: comprò una
busta, ci mise dentro il foglio con
quelle parole scritte in maiuscolo e le
inviò con la posta celere a Milano, a
Umberto Bossi. Era un venerdì. Il lunedì
successivo Mauro sentì squillare
il telefono. “Salve – disse una voce
femminile che rispondeva da Milano
– Umberto ha detto che domani mattina
tu devi venire qui”. Erano i mesi in
cui Bossi stava trasformando la sua
Lega in un partito che di lì a poco
avrebbe portato in Parlamento venticinque
senatori e cinquantacinque
deputati, e che alle elezioni politiche
di quell’anno avrebbe raggiunto l’otto
per cento dei consensi nazionali. In
quei giorni, Bossi aveva chiesto a Roberto
Maroni di organizzare una lista
con tutti i movimenti che avrebbero
fatto parte dell’atto costitutivo della
Lega: c’era la Liga Veneta, la Lega
Lombarda, il Piemont Autonomista,
l’Uniun Ligure, l’Alleanza Toscana, la
Lega Toscana, il Movimento per la Toscana
e la Lega Emiliano-Romagnola.
Mancava solo qualcuno che presentasse
una lista di “chiara appartenenza
di sinistra”, come ripeteva con una
certa insistenza Bossi a Maroni. Mancava,
dunque, solo una lista con una
falce e un martello colorati di verde.
Una lista che, a quasi vent’anni di distanza,
oggi è tornata a esistere di
nuovo, ed è diventata forse uno dei
modi migliori per capire come – da
piccolo affluente che era – la Lega si
sta trasformando in un fiume pronto a
rompere i suoi argini anche al di là
del Po. Anche sotto la pianura, anche
sotto la Padania; e naturalmente già
dalle prossime elezioni amministrative.
E’ proprio qui, nel cuore periferico
dell’Emilia, che la Lega ha costruito
il suo più importante laboratorio di
politica nazionale, ed è proprio qui, a
due passi da Reggio, dove sta nascendo
l’anima più di sinistra della Lega
nord. “Il nostro partito – spiega al Foglio
il presidente federale della Lega,
Angelo Alessandri – ha in effetti intenzione
di andare al di là dei confini
del nord, ha intenzione di radicarsi in
Umbria, in Toscana, in Emilia Romagna,
in Calabria, in Puglia, in Campania
e persino in Sicilia, e ha intenzione
di farlo mostrando anche il suo vero
volto di sinistra. Le ultime politiche
hanno dimostrato che la Lega è
un partito con ambizioni nazionali,
che non può che ascoltare quegli elettori
che, in queste ore, a Bari, a Foggia,
a Trapani, a Frosinone, a Napoli,
a Salerno, a Palermo e ad Agrigento,
ci stanno chiedendo di offrire qualcosa
di più che un semplice comitato
elettorale. Nei prossimi mesi potremmo
pensare di modificare lo statuto,
di aprire alcune sezioni della Lega al
sud e, perché no, di far nascere da
queste parti liste elettorali autonome
già dalle prossime elezioni europee”.
* * *
La sede da cui la Lega nord prepara
la sua discesa nel resto dell’Italia ha
tre stanze, un corridoio, due computer,
tre scrivanie, quattro poster verdi attaccati
al muro, una bacheca di sughero
foderata con fogli di giornale e un
tavolino di legno su cui sono poggiati
dieci piccoli colorati di verde: “Alla
Campania sacchi di soldi, all’Emilia
sacchi di rifiuti. Paga e taci somaro
emiliano”. “Ulivo e delirio: campi nomadi
per tutti”. “Il voto agli extracomunitari?
No! No al voto di scambio”.
Pochi metri al di là di quella strada
statale che taglia in due il cuore di
Reggio c’è un vecchio aeroporto militare.
Un aeroporto, quello di Campovolo,
dove fino a poco tempo fa il Partito
comunista organizzava quella che
da tutti veniva considerata la festa più
importante dell’Unità, e dove sia Palmiro
Togliatti sia Enrico Berlinguer
arrivavano ogni estate per parlare al
cuore rosso dell’Emilia Romagna. Qui,
nell’estate di trent’anni fa, fu proprio
Berlinguer a dire questa era la regione
più avanzata d’Italia, “perché la più
rossa e la più comunista”. Di fronte all’immenso
prato di Campovolo oggi invece
c’è la più importante sede della
Lega nord a sud del Po. Il padrone di
casa è un ragazzo di 39 anni, con i capelli
rossi, gli occhi azzurri, la maglietta
verde, un paio di vecchi anfibi neri.
Un ragazzo che fino a quindici anni fa
lavorava al di là della strada statale,
che sventolava ogni anno bandiere con
la falce e martello, che vendeva salsicce
e patatine, che distribuiva spillette
rosse, che con i suoi compagni ogni
estate gestiva tre stand della festa dell’Unità,
e che ancor prima che leghista
si considera ancora oggi semplicemente
un vecchio comunista. Perché è vero,
ci sarà sempre qualcuno come Walter
Veltroni che continuerà a dire che
al nord i partiti come il Pd saranno destinati
a inghiottire un giorno o l’altro
l’elettorato della Lega, qualcuno che
sarà convinto che da queste parti il
maggior partito dell’opposizione rivestirà
sempre più il ruolo di vero concorrente
dei movimenti leghisti. Ma
basta fare due passi qui, e basta passeggiare
tra le strade di Parma, di Reggio
e di Brescello per capire che la
realtà è molto diversa, e che in quelle
strade, in quelle piazze e in quelle
città dell’Emilia e della Romagna gli
stessi uomini, gli stessi politici e gli
stessi militanti che fino a poco tempo
fa sventolavano falci e martelli stampati
su bandiere rosse si ritrovano oggi
seduti sotto un palco ad applaudire
Umberto Bossi. I comunisti padani,
però, non sono solo una suggestiva e
folkroristica provocazione politica. Sono
tutt’altro. Sono l’ultima evoluzione
dell’ideologia del leghismo di lotta e
di governo, sono quella fetta di partito
formata da militanti che hanno scelto,
sì, di condividere l’esperienza di governo
con i partiti di destra, ma che
dall’altra parte si considerano ancora
più comunisti dei nuovi comunisti; si
considerano più a sinistra dei partiti
di sinistra e – anche per questo – credono
che le prossime elezioni saranno
decisive per conquistare quelle città
dove fino a poco tempo fa c’era un unico
colore ammesso; e non era il verde,
era il rosso.
Il primo ad avere quell’idea con cui
la Lega nord proverà ora a rafforzare il
suo profilo sinistro – un profilo che i dirigenti
leghisti sono pronti ad offrire
anche in molte altre regioni rosse del
centro Italia, dove la Lega ha aperto da
poche settimane le sue nuove sezioni
(Umbria, Marche, Abruzzo, Toscana e
persino Lazio) – è stato proprio Mauro
Manfredini: sessantasette anni, due
baffoni grossi così, primo e unico leghista
eletto nel consiglio regionale dell’Emilia
Romagna e convinto da sempre
che Umberto Bossi sia l’unico vero erede
di Enrico Berlinguer. “Noi che veniamo
dalla sinistra – racconta Mauro –
abbiamo bisogno di persone combattive,
di gente che sappia come caricarci
e che sappia fare bene il capo. Berlinguer,
per esempio, era uno che poteva
essere avvicinato, uno di quei leader
che quando andavi ai suoi comizi potevi
parlargli, potevi toccarlo, potevi davvero
condividere qualcosa con lui. Oggi
invece questo non è più possibile, e non
solo non è più possibile sapere che
idee di sinistra hanno i politici di sinistra,
ma è persino difficile incontrarli
per strada questi dirigenti che si considerano
eredi del vecchio Partito comunista.
Ecco – continua Manfredini – Berlinguer
somigliava molto a Bossi. Era
una brava persona come lui. Aveva le
idee giuste come lui. Sapeva comandare
come lui. Era un capo come lui, e
aveva la stessa idea del rapporto che in
un paese ci deve essere tra gli eletti e
gli elettori: e proprio come Berlinguer
Bossi sa leggere con una grande efficacia
non soltanto il territorio ma anche i
desideri della gente”.
* * *
Per quanto forse può sembrare bizzarro,
l’accostamento tra Berlinguer e
il leader della Lega è un accostamento
che non è mai dispiaciuto neppure a
Umberto Bossi: nel marzo del 2004 fu
lo stesso Bossi a raccontare all’allora
direttore della Padania, Gigi Moncalvo,
che “quanto a numero di comizi ho
già battuto, e ampiamente, uno come
Enrico Berlinguer, e questa è una cosa
che mi inorgoglisce perché il rapporto
con la mia gente è come la benzina, anche
se la fatica si sente e diventa sempre
più difficile recuperare…”. Ma il
termometro migliore per capire il senso
dell’avanzata dei comunisti padani
nel cuore dell’Emilia è sicuramente il
caso di Reggio. Perché Reggio è la città
delle coop, è la città di Unipol, è la
città che adottò per mesi il segretario
Togliatti, è la città che dal 1859 a oggi
non ha mai avuto sindaci che non fossero
di centro o di sinistra, ed è la stessa
città che ora, nella prossima primavera,
potrebbe essere conquistata dalla
Lega. A Reggio non ci sarà una lista
dei comunisti padani, ma il candidato
sindaco per il centrodestra sarà un leghista
che con i comunisti padani c’è
cresciuto: un leghista di 40 anni che si
chiama Angelo Alessandri, che due anni
fa è stato eletto presidente federale
della Lega e che oggi confessa di avere
in mano sondaggi che in questa città
danno al suo partito qualcosa come il
51 per cento dei consensi. Alessandri –
che è stata la prima persona con cui
Manfredini ha parlato la mattina in cui
consegnò a Bossi il logo della sua lista
con la falce, il carroccio e il martello –
oggi ha scelto come suo braccio destro
in Emilia Romagna un ragazzo di trentasei
anni, che si chiama Enrico Lusetti,
che è capogruppo dell’opposizione
alla provincia di Reggio, e che come
Alessandri, come Manfredini si considera
comunista prima ancora che padano.
“Significa questo comunista padano.
Significa – dice Lusetti – essere
sì leghisti, ma soprattutto comunisti.
Noi siamo davvero più a sinistra della
sinistra, noi davvero nei consigli regionali,
comunali e provinciali votiamo
mozioni che non avrebbero il coraggio
di votare neppure i colleghi del Pd.
Certo, è possibile che la Lega possa
sembrare fuori posto tra Berlusconi,
Fini e tutti gli altri, ed è evidente che
ogni leghista sogni di avere il 51 per
cento di voti tutti per sé per governare
in santa pace senza dover dare conto a
nessuno. Solo che questo oggi non è
possibile, e i leghisti – anche quelli di
sinistra come noi – fanno questo ragionamento:
bisogna andare con chi ci
permette di realizzare gli obiettivi. Bisogna
portare a casa i risultati per la
nostra gente, bisogna capire chi ti dà la
possibilità di fare tutto cio; ed è per
questo che oggi siamo alleati con il
centrodestra”. Oggi. Perché Lusetti, così
come gran parte della nuova generazione
di leghisti dell’Emilia Romagna,
dice che se un giorno la sinistra arrivasse
al governo da parte della Lega ci
sarebbe tutto l’interesse per provare a
mettersi insieme: “Oggi noi leghisti
non ci crediamo, non crediamo sia possibile
farlo perché c’abbiamo già provato,
abbiamo già visto che le persone
che da sinistra hanno governato il paese
si sono dimostrate assolutamente
inaffidabili, ma sappiamo che comunque
lì c’è qualcuno che riesce a rappresentare
meglio di altri l’anima più
a sinistra della Lega. Qualcuno che, soprattutto
per noi comunisti padani, oggi
è l’unico vero politico che sarebbe
in grado di mettere insieme il rosso e
il verde, e che saprebbe come cancellare
l’immagine di quella sinistra che
va in giro con i maglioni di cachemire,
e che si fa fotografare sulle barche a
vela e che in altre parole saprebbe
mettere insieme una falce, un carroccio
e un martello”. Semplicemente, dicono
i comunisti padani, qualcuno come
Pier Luigi Bersani.
Claudio Cerasa
15/02/09