mercoledì 12 novembre 2008
Il Foglio. "Così il Pd scopre che la Lega nord oggi ha un piano per il sud"
Roma. Le elezioni provinciali di Trento hanno dimostrato che la Lega è certamente il partito del nord più in salute di tutto il centrodestra. Ma dietro agli ottimi risultati registrati in Trentino (18,3 per cento dei voti complessivi) esistono alcuni aspetti che spiegano bene come il partito di Umberto Bossi stia cercando di indossare sempre più l’abito di vera forza nazionale. Non deve dunque stupire che negli stessi giorni in cui i leghisti hanno organizzato la campagna elettorale di Trento, alla sede della Lega di via Bellerio, a Milano, siano arrivate sempre più richieste e sempre più lettere di elettori pronti a sostenere il partito di Bossi non solo dal nord ma anche dal sud. Come spiega al Foglio il presidente della Lega, Angelo Alessandri, “il nostro partito ha intenzione di andare al di là dei confini del nord, ha intenzione di radicarsi in Umbria, in Toscana, in Emilia Romagna, in Calabria, in Puglia, in Campania e persino in Sicilia. Le ultime politiche hanno dimostrato che la Lega è un partito con ambizioni nazionali che non può che ascoltare quegli elettori che, in queste ore, a Bari, a Foggia, a Trapani, a Frosinone, a Napoli, a Salerno, a Palermo e ad Agrigento, ci stanno chiedendo di offrire qualcosa di più che un semplice comitato elettorale. Per questo – continua Alessandri – all’inizio del prossimo anno potremmo pensare di modificare lo statuto, di aprire alcune sezioni della Lega al sud e, perché no, di far nascere da queste parti liste elettorali autonome già dalle prossime elezioni europee”. Fino a oggi, l’influenza leghista nel sud era testimoniata dalla presenza di una costola della Lega, quella “Alleanza federalista”, di cui è segretario il deputato Giacomo Chiappori, che ha scelto di presentarsi alle prossime elezioni abruzzesi e che il prossimo 23 gennaio formalizzerà il tentativo di opa leghista nel meridione inaugurando il primo Parlamento del sud. “I sondaggi – spiega il deputato leghista, Chiappori – ci dicono che Lega e Alleanza federalista, per esempio in Abruzzo, viaggiano su risultati vicini all’8 per cento, e i dati che abbiamo in mano dimostrano inoltre che il bacino elettorale leghista al sud, oggi, si avvicina ai 600 mila voti”. Il deputato leghista conclude così il suo ragionamento: “Attenzione: la caratteristica di essere anche realtà territoriali impone a partiti come il nostro alleanze con schieramenti di ogni colore. Il nostro interlocutore non è di destra né di sinistra, e se ci trovassimo un giorno a ragionare su alleanze differenti, niente da dire, purché ci portino da qualche parte”.
Claudio Cerasa
12/11/08
sabato 1 novembre 2008
Il Foglio " Lettera di una maestra unica"
Storia di una combattiva insegnante elementare alle prese con una riforma che ha deciso di non applicare
Le avete viste sfilare dovunque. Fuori dalle scuole, di fronte al Parlamento, sotto il palco del Circo Massimo e lungo le strade della Capitale. Maestre. Maestre imbufalite e preoccupate. Maestre deluse e rassegnate. Maestre stabili e precarizzate. Maestre che studiano decreti, che firmano petizioni, che scoprono dati, che leggono inchieste, che scrivono ai ministeri e che provano a spiegare che no, signor ministro, questa riforma non ci sta bene. E lo fanno anche così. Con queste parole. Con questi esempi. Con queste storie, come quella di Maria. Ecco. Maria non è incazzata. Delusa, quello un po’ sì. Delusa, perché lei che nella scuola ci è cresciuta più di quei bambini che ha visto crescere sotto i suoi occhi, ogni giorno della sua vita, crede che in questi giorni ci sia qualcuno che con un decreto, con una “disposizione urgente in materia di istruzione” e con tre paginette tre, approvate pochi mesi fa dal Cav prima e dalla Camera e dal Senato poi, stia cancellando una parte della sua esistenza. O più semplicemente, una parte della sua scuola.Ha detto maestro unico, gentile ministro? Maria è un’insegnante di scuola elementare, ha cinquantacinque anni, insegna storia, geografia e italiano da quando di anni ne aveva venti, ha una splendida quarta elementare, una scuola da dove ogni mattina si affaccia per vedere tutti i colori della Capitale e tra un anno diventerà maestra unica, quando dovrà insegnare non solo storia, geografia e italiano ma anche matematica, scienze, musica, attività motoria, educazione all’immagine. Tra dodici mesi.
Prima d’oggi, Maria non aveva mai pensato di smettere di insegnare. Mai: neppure in quelle seratacce in cui si presentava ai colleghi del marito e si accorgeva che alla parola “maestra” tutti la guardavano così, con gli occhi incerti di chi ti stava osservando senza pensare al tuo lavoro ma solo al tuo conto in banca. Mille e cinquecento euro al mese: come se la bellezza della tua vita fosse un estratto conto con uno zero in più o uno in meno. Stronzate, e comunque chissenefrega.
Se potesse tornare indietro, Maria, rifarebbe lo stesso percorso che le ha permesso di arrivare fin qui. Lo stesso, con gli stessi intoppi, gli stessi gradini, gli stessi traguardi. Ripartirebbe da Sciacca, ripasserebbe da Palermo, da Corleone, da Ribera e si trasferirebbe un’altra volta a Roma, nella stessa città in cui Maria insegna a ventidue bambini di nove anni. Nella stessa città in cui ha imparato a diffidare di quelle persone che quando parlano di scuola si lasciano scappare la parola “azienda” e dove ha capito che quelle che spesso vengono chiamate “esigenze pedagogiche” non potranno mai essere perfezionate con una sforbiciata a un capitolo di spesa. Certo, i ministri dicono che il paese deve essere messo a dieta e che alla dieta non c’è parte del corpo che oggi si possa sottrarre. Nessuna. Maria non la pensa così.
Di tutta questa storia, di tutti questi commi e questi emendamenti da riforma scolastica a Maria poi non è che gliene dovrebbe fregare molto. Nel senso. C’è chi si preoccupa per i tagli al personale, c’è chi si preoccupa per la fine del tempo pieno, c’è chi si preoccupa delle differenze tra le parole “unico” e “prevalente”, c’è chi si preoccupa per le possibili conseguenze di un sei in condotta, c’è chi si preoccupa di come indossare un grembiulino e c’è chi si preoccupa per un figlio che non avrà più gli stessi spazi che aveva prima per continuare a studiare. Maria no. Lei potrebbe rimanere lì, a scuola, senza aver paura di finire in mezzo a una strada e senza aver paura di non veder più crescere di fronte a sé quei bambini che hanno imparato a seguirla come se fosse una madre.
Troppi anni di insegnamento per essere fatta fuori. Trentacinque anni sono tanti anche per un governo che deve tagliare otto miliardi di spese scolastiche nei prossimi tre anni. Otto miliardi. Per capire: la stessa cifra che lo stato si vede scippare sotto il naso ogni anno da tutti quegli evasori fiscali che alla cassa non stampano gli scontrini. Epperò. E però ora cambia tutto lo stesso, dice Maria. Cambierà la sua vita e cambierà la sua scuola. Meno ore in classe, meno colleghi con cui lavorare, più studenti ma meno tempo per farli studiare. Maria sa che tutti quegli universitari che scendono a battagliare in piazza, tutti quei liceali che chiudono i lucchetti delle scuole, tutti quegli studenti che si schierano al fianco dei baroni e tutte quelle maestre che sfilano per protestare contro un ministro sono stati infiammati da un’unica scintilla. Hanno toccato i bambini, dice Maria, e i bambini non si toccano neppure con un fiore.
“Per la scuola primaria tornare al maestro unico risponde a un’esigenza pedagogica. I bambini hanno bisogno di avere un punto di riferimento preciso anche fuori dalle pareti domestiche”.
Maria ha cominciato a lavorare in Sicilia, a Palermo, in una scuola immersa nei colori morbidi e rimbombanti del mercato Vucciria: con una classe piccola, molto vivace e per certi versi persino appassionante. Tra quegli alunni di sette e otto anni c’erano anche molti figli di genitori finiti dietro le sbarre dell’Ucciardone. Bambini che arrivavano a scuola solo perché costretti dalla legge, dall’obbligo scolastico, e che lei avrebbe fatto qualsiasi cosa per tenerli lontani da quella merda. Chi apre la porta di una scuola, chiude una prigione, diceva Victor Hugo, e aveva ragione. Fu lì che Maria capì in che senso doveva essere “maestra”. Lei, che a quei tempi era ancora inesperta, insicura e che si sentiva inadeguata di fronte a tutte quelle maestre che considerava cazzute perché orgogliose ancora più di lei di lavorare in un terreno arido ma pieno di fiori pronti a sbocciare, ecco, lei però aveva capito che non era l’insegnante che doveva essere il punto di riferimento dell’alunno. Doveva essere la scuola e doveva essere il corpo di cui faceva parte a difendere quei bambini che non arrivavano nelle aule per trovare un’altra mamma, ma che arrivavano lì per imparare a studiare. Per cominciare a crescere.
Doveva essere la scuola che doveva convincere i genitori a far uscire di casa i suoi bambini. E più si era e meglio era, ché con i bambini, dice Maria, risparmiare è una sciocchezza.
In trentacinque anni di insegnamento, Maria ha capito come si fanno crescere i bambini. Lo aveva capito ieri e lo vorrebbe ricordare oggi.
Una sola maestra non basta e non bastava. Non è sufficiente: nella scuola non basta insegnare a vivere e a studiare. Si imparano altre cose, che se oggi erano più semplice da insegnare e da domani saranno un po’ più difficili da fare. O almeno, non sarà facile come lo è oggi. Certo, è tutto vero. E’ vera la storia che si sente in questi giorni. Quella dell’insegnante che deve essere guida. Quella del maestro che deve essere maestro non solo di studio. Quella della maestra che, soprattutto, deve aiutarti a tracciare un percorso solido nei primi anni della tua vita. Ma perché uno? E se proprio vogliamo metterla così, perché un solo maestro di vita invece di due? Meglio scegliere, no? Perché unico significa anche senza appello. Perché ogni bimbo deve essere sicuro che sarà lui a decidere qual è l’insegnamento buono e qual è invece quello sbagliato. Perché il maestro e la maestra unico e unica lo erano vent’anni fa, e vent’anni dopo, cioè oggi, la scuola elementare è cambiata. Ed è cambiata bene. Maria, che qualche ricerchina e qualche dato li ha letti, ha scoperto un paio di cose interessanti. E ha pensato: perché chiedere alle scuole elementari di correre con il vecchio motore di Gilles Villeneuve invece che con quello più fresco, più nuovo e rodato di Micheal Schumacher? Ha scoperto questo. Ha scoperto che l’Italia è il paese che in Europa investe più di tutti nelle scuole primarie. Ha scoperto che l’Italia è il paese dove gli insegnanti hanno i salari più bassi di tutti. Ha scoperto che negli ultimi dieci anni gli stipendi degli insegnanti sono cresciuti meno del resto d’Europa (undici per cento contro 19 per cento); e allora ha pensato che se il nostro paese spende ogni anno circa seicento euro in più per ogni studente di scuola elementare, beh, questo non significa essere spendaccioni. Forse significa fare un investimento. Forse, come dicono i ministri, significherà pure mettere a dieta il corpo del paziente, ma almeno il cuore, dice Maria, almeno quello lasciatecelo così com’è, grazie.
“I nostri insegnanti lavorano poco, quasi mai sono aggiornati e in maggioranza non sono neppure entrati per concorso ma grazie a sanatorie. E poi 1.300 euro sono comunque due milioni e mezzo di vecchie lire, oggi l’insegnamento è part-time e come tale è ben pagato”.
Maria arrivò a Roma circa vent’anni fa, e dopo aver lavorato in due paesini ai confini della provincia romana (a Morlupo e Sacrofano) passò sei anni in una bellissima scuola a tempo pieno, una scuola a pochi chilometri dalla nuova sede Rai di Saxa Rubra, che oggi verrebbe definita sperimentale e che secondo lei aveva tutto ciò che era necessario per raggiungere il modello di scuola ideale. Tempo pieno. Campi scuola. Due, a volte tre o quattro, insegnanti per ogni classe. E poi. Maestre competenti, motivate, aggiornate. Collaborazione con i genitori. Laboratori. Gruppi di formazione. Visite culturali. Più input. Più insegnamenti. Più qualità. Più aiuto ai bambini con ritardi nell’apprendimento: ché non è uno spot, ma che è la scuola che oggi c’è e che domani non ci sarà. E poi, alla fine di ogni mese, un programma di studio rivisto, pensato a due voci e scritto a quattro mani. Anche di notte. Sissignore: si lavora anche di notte. Si lavora persino la sera, anche se nei “due milioni e mezzo di vecchie lire” gli straordinari non c’erano, non ci sono e non ci saranno mai, purtroppo. Ecco. Maria avrebbe voglia di fissare sul tavolo della sua stanza da pranzo una telecamera collegata con gli uffici del ministro Brunetta. La collegherebbe di notte e la indirizzerebbe verso le pile alte così di compiti da correggere, verso i nuovi libri di storia da studiare, verso gli appunti di ogni genere di materiale didattico. Si chiama orario non curriculare: si organizzano le lezioni, si elaborano compiti in classe, si preparano prove di verifica. La maestra fa la maestra anche quando non timbra il cartellino.
Maria, ecco il punto, crede che la scuola che ha in mente il ministro Gelmini non sia all’altezza dei compiti degli insegnanti. Crede che la riforma cancellerà quell’istruzione elementare che negli ultimi vent’anni aveva visto tanti insegnanti contribuire a disegnare quella scuola che qualcuno definisce vecchia, viziata e spendacciona ma che lei credeva, e crede, fosse semplicemente migliore. Poi ci sono i genitori, certo: perché si capisce che i papà e le mamme dei bambini che oggi hanno cinque, sei, sette, otto, nove e dieci anni in fondo in fondo siano convinti che con un maestro in più o uno in meno che cosa vuoi che cambi. Facile: il maestro unico, loro, i genitori, lo hanno sempre avuto. Con una sola maestra, o con un solo maestro, loro ci sono cresciuti, ci sono cresciuti bene e così – se non hanno altri figli, se non conoscono altre esperienze – dite: per quale razza di motivo dovrebbero perdere tempo a scendere in piazza con le maestre? Si sa: i genitori credono che il maestro, che deve essere maestro di vita, possa anche essere uno, basta che sia bello bravo e buono. Uno solo. Perché l’insegnamento elementare, pensano, non occorre che sia specialistico. Perché i bambini delle elementari, credono, devono imparare a essere buoni alunni nel futuro. Perché a sette, otto, nove anni, sostengono, quel che conta è leggere, scrivere, dividere, moltiplicare, sottrarre, imparare a studiare, stare con gli amici. E allora? Allora servono persone che siano in grado di offrire ai propri piccoli i giusti strumenti per l’apprendimento futuro. E uno basta e avanza, no? No, dice Maria. Non basta.
“Le ragioni della protesta francamente non le comprendo, e sono sempre più convinta che in realtà molti di quelli che scendono in piazza non hanno letto il provvedimento. Si protesta nelle università e si fanno manifestazioni nelle scuole secondarie quando il provvedimento non li tocca minimamente, perché riguarda prevalentemente la scuola elementare e media”.
In vent’anni di passaggio, in vent’anni di transizione dal mondo del maestro unico a quello del maestro multiplo, dice Maria, tutto si è perfezionato. Quando si dice che quella di oggi non è una riforma ma una capriola all’indietro si dice il vero. Maestro unico, continua la maestra, significa cancellare le uscite didattiche, significa cancellare i campi scuola, significa disegnare il futuro dei bambini a due invece che a quattro mani, significa non capire che la scuola di oggi è cresciuta, che lavorare con più maestre, che avere più tempo per i bambini in difficoltà, che avere la possibilità di formare gruppi di lavoro, inventare laboratori, portare a spasso i bambini per i musei della città e dare loro il doppio degli stimoli di un tempo, beh, non è uno spreco. E’ una ricchezza. E poi. E poi è sbagliato – aggiunge Maria – dire che a quell’età i ragazzi devono “apprendere” solo un metodo di studio. Che devono avere una guida e che non devono imparare a conoscere un gran numero di materie. Si può decidere di voler sacrificare tutto questo, si può dire di non avere altre soluzioni ma si deve ammettere che tutto questo non è per il bene della scuola. Per il bene dei bambini. No, dice Maria, non lo è.
“Abbiamo meccanismi che appesantiscono la vita dei professori. Il docente non è chiamato più solo a insegnare, ma a una serie di incombenze, di riunioni, di adempimenti burocratici che non servono a nulla”.
Poi c’è la storia del tempo pieno, per esempio. Il ministro Gelmini, dice Maria, è convinto che non ci sarà alcun problema. Che tutto sarà confermato e che verrà persino incrementato. Sì, ma come? Come faranno a insegnare il pomeriggio quelle maestre che per legge dovranno rimanere in classe ventiquattro ore a settimane, e dunque per quattro ore al giorno? Come faranno a “rispondere a un’esigenza pedagogica” quelle maestre che dovranno insegnare con meno soldi, con meno colleghe e con più studenti? Semplice, non potranno. Andranno laddove sarà possibile permetterselo – chissà, magari nelle scuole private. Così cosa succede. Succede che il tempo pieno diventerà un dopo scuola. Succede che, con meno maestre a disposizione per ogni classe, i campi scuola rischiano di essere rimossi. Succede che i programmi verranno ristretti. Succede che le elementari non saranno più “un’anomalia”. Saranno, diciamo, come le altre scuole italiane. Nella norma. Così così. Poi, certo, dicono che il maestro non sarà unico, che sarà prevalente, che ce ne sarà uno di inglese e uno di religione, che – ancora – “l’anomalia” dei tre insegnanti è un’anomalia solo italiana e che in fondo, quando fu introdotto il modulo (due maestre per ogni classe, anno 1989), la sinistra si schierò con forza per impedire l’introduzione dei tre maestri. Certo. Ma alla fine il risultato quello è. Il risultato è che la maestra di oggi dovrebbe essere come quella di diciannove anni fa. E allora sì: gli studenti continueranno a scendere in piazza per dimostrare che il ministro non è competente, che non è in grado di governare l’istruzione e che non è capace di partorire un decreto che faccia il bene della scuola.
Ma il cuore della protesta, oggi, resta quello, e la scintilla che ha acceso il cuore della rivolta nasce da lì. Dalle maestre. Dalle scuole elementari. Dalla sensazione che si vogliano toccare i bambini. Dall’impressione che si voglia cancellare una parte della scuola. Dall’idea che saranno sforbiciati diciannove anni di storia. La storia di tutte quelle persone come Maria. Persone che hanno visto crescere di fronte a sé bambini che oggi confondono le maestre con le mamme. Persone che non vogliono concludere la propria carriera scolastica con una cosa già vista, già fatta, già superata, che hanno costruito una scuola che credevano migliore, che credono che domani lo sarà un po’ meno e che in fondo in fondo, come diceva il vecchio saggio, sono convinte di questo. Che chi non fu mai scolaro non potrà mai essere buon maestro, gentile ministro.
Il Foglio "D’Alema prova ad aprire la fase due del Pd anche nel Lazio di W.
Claudio Cerasa
1/11/08
venerdì 31 ottobre 2008
Il Foglio "Se vuole mettere insieme i due Pd dia retta, Walter. Si trovi un signor Wolf "
L’ultimo tentativo fatto da Veltroni è stato quello di offrire le chiavi dell’organizzazione del Pd a un uomo esperto come Maurizio Migliavacca. Erano tutti d’accordo. Era d’accordo Fassino. Era d’accordo D’Alema. Era d’accordo Franceschini. Era d’accordo quello stesso Franco Marini che per primo aveva segnalato a Veltroni il rischio che il Pd diventasse un partito slabbrato – un partito “fru fru” – e che dieci giorni fa, ad Assisi, aveva chiesto al segretario di dare uno scossone all’organizzazione del Pd: con l’idea di mettere definitivamente sotto il tappeto quelle anime che ancora oggi, zitte zitte, sognano un partito un po’ liquido e un po’ americano. Così, la scelta di promuovere l’onorevole Migliavacca sarebbe stata un modo per trovare un equilibrio interno al Pd. Un po’ meno di poteri a Walter, un po’ più di poteri all’apparato. Invece non è successo: lunedì Veltroni ha deciso che in questo momento non era il caso di scendere a patti con correnti e correntine.
Per quel ruolo forse W. sceglierà Andrea Orlando, ma il fatto è che ancora una volta si trova di fronte alla solita contraddizione. Da un lato c’è quel popolo che sembra acclamare W. come ai tempi delle primarie e che ha dato la possibilità al segretario di apparire più tonico, più attivo, più in palla. Dall’altro lato, invece, c’è mezzo partito che oggi è letteralmente infuriato. Perché se da un lato il leader del Pd ha un ottimo uomo macchina come Achille Passoni (senatore democratico, regista della manifestazione di sabato 25), uno che in un momento difficile è stato in grado di riempire la pista verde del Circo Massimo, portando a Roma milioni di persone e compiendo lo stesso miracolo che gli era riuscito otto anni fa quando riempì la stessa piazza romana per Sergio Cofferati, ecco, dall’altra parte Veltroni ha deciso che per far funzionare la macchina del Pd non c’è bisogno di nessun altro. Ci pensa lui, e il Pd non ci sta.
"Veltroni – racconta un dirigente del Pd – ha dimostrato di avere difficoltà a mettere insieme quei due mondi uguali e contrari che da sempre caratterizzano lo stile della sua leadership: la piazza e il partito. Ogni volta che Walter si ritrova in mano con un credito che gli arriva dal suo popolo finisce che quel credito lo utilizza per guadagnare nel breve: per avere un buon titolo sul giornale. Infine, Veltroni non capisce che in un momento come questo i leader troppo autoritari non fanno il bene del Pd: perché quando il cuore del partito chiede di radicarsi e di strutturarsi non ci può essere una continua chiamata alle armi, e non si possono per esempio presentare iniziative come quelle del referendum senza averle neppure concordate prima con il partito”.
Un segnale dell’insofferenza del Pd di fronte alla seconda giovinezza di Walter (e della non perfetta messa a punto della macchina di partito) è arrivato ieri: il Senato ha approvato un decreto che prevede l’invio dei cinquecento militari che dalla prossima settimana avranno il compito di controllare il territorio del casertano e di proteggerlo dalla Camorra. Veltroni, che il 15 novembre organizzerà una manifestazione del Pd a Casal di Principe, aveva ordinato ai suoi di votare di sì. I senatori del Pd, invece, hanno schiacciato il pulsante opposto, e hanno detto di no. Non deve dunque stupire che ieri il senatore Enrico Morando si sia sfogato così con i suoi colleghi in una riunione alla fine della giornata. “Non è accettabile che in aula votiamo contro la linea del partito”. Dia retta a noi, Walter. Si prenda un po’ di tempo e si trovi presto un signor Wolf per il suo Pd.
giovedì 23 ottobre 2008
Il Foglio. " D’Alema più Letta (Enrico), così è nato il dalettismo "
In mezzo a mille correntine, ecco come i due hanno accerchiato Veltroni. Vedi Puglia, Calabria e Red
Diciamo pure che la presa dalemiana del Partito democratico parte anche da qui. Perché in mezzo a questo oceano di correnti e correntine, in cui ormai sembra essersi perduto il Partito democratico, c’è qualcosa di nuovo. C’è qualcosa che si muove. C’è quella che potrebbe anche definirsi come l’ultima declinazione della vecchia classe dirigente di Ds e Margherita, che parte dalla Puglia, che arriva fino alla Calabria, che mette insieme fondazioni e associazioni e che sarà destinata a ridisegnare presto i confini del maggior partito dell’opposizione. C’è chi lo chiama asse, c’è chi lo chiama dialogo, c’è chi la chiama soltanto alleanza: ma resta il fatto che sotto il corpaccione morbido del Pd sta nascendo una robusta spina dorsale formata da un lato da Enrico Letta e dall’altro da Massimo D’Alema.
Ecco, non è certo una notizia che tra D’Alema e Letta ci sia un ottimo rapporto, che tra i due ci sia una buona intesa dai tempi del governo dalemiano e che i collaboratori dei due ex ministri siano anche amici di vecchia data. Ma è invece significativo notare che non sono pochi i casi in cui i due mondi finiscono per confluire in unico universo. E’ così a Bari, è così a Reggio, è così a Roma, è così a Potenza, è così con Red, ed è così persino a Strasburgo.
“Attenzione – avverte Gianni Pittella, capodelegazione del Pd nel Pse – questa non è una congiura contro Veltroni. Da parte nostra c’è massima lealtà e non credo ci sia nessuno che voglia sfidare il partito. Per quanto mi riguarda posso dire che in giro, è vero, questa convergenza c’è, si vede, ed è piuttosto evidente: e non è un errore dire che, in fondo, i lettiani e i dalemiani il Pd l’abbiano fatto un po’ prima di tutti gli altri. Questa convergenza di culture ha contribuito a promuovere una nuova visione del Pd e non nascondo che guardando al futuro fatico a immaginare un partito che voglia rinunciare a un maggior contributo di dirigenti come Letta, D’Alema, Bersani e Fassino. Ripeto: noi siamo alleati fedeli, ma in un futuro prossimo non mi dispiacerebbe vedere D’Alema e Letta ai vertici del nostro partito: anche se D’Alema secondo me ha obiettivi di ben altro respiro”. Ma per entrare nel cuore di quello che potrebbe essere dunque definito come il “dalettismo” bisogna partire da Red, dalla costola politica della fondazione dalemiana ItalianiEuropei.
Non è certo un caso che l’uomo scelto da Massimo D’Alema per guidare il suo “tentativo di costruire in Italia un’esperienza politico-culturale di tipo nuovo” sia Paolo De Castro: ovvero l’ex dirigente dell’Ulivo che da ministro delle Politiche agricole del governo Prodi ha organizzato la campagna elettorale di Letta, alle primarie del 2007 – e che pochi giorni fa ha chiesto a Veltroni di dare al più presto una “sferzata di autorevolezza” al Pd. Non è certo un caso, poi, che chi lavora dietro le quinte di Riformisti e democratici sia quell’Ernesto Carbone che fino a un anno fa dirigeva lo staff di De Castro, e che con Letta si è candidato all’assemblea costituente del Pd. Dall’altra parte, è significativo che alla guida della creatura politica nata sotto la direzione dello stesso Letta ci sia Umberto Ranieri: dalemiano di rito napolitaniano e coordinatore dell’associazione 360 gradi, la cui sede si trova giusto a pochi metri dalla redazione di Red tv e dagli appartamenti del Cav. – a Piazza Grazioli. E chissà se questa sia solo una coincidenza. “Il mondo che si ritrova nell’universo di Letta va preso particolarmente in considerazione per almeno due ragioni – dice al Foglio l’onorevole Gianni Dal Moro, considerato braccio destro di Enrico Letta – La prima è che esistono poche realtà che come questa sono riuscite a mettere insieme, in modo efficace, dirigenti che vengono da due tradizioni profondamente diverse. La seconda è che anche grazie a questa esperienza sarà possibile superare definitivamente tutte le vecchie appartenenze politiche presenti nel Pd”.
“Questi meccanismi di coabitazione politica, compresi quelli che possono esistere tra D’Alema e Letta, non vanno generalizzati ma sono necessari per il Partito democratico – aggiunge il senatore del Pd Francesco Sanna – Quando ha accettato di far parte del governo ombra, Letta ha scelto una strada, quella della collaborazione e della lealtà in cambio della condivisione delle scelte strategiche del partito. La cosa mi pare funzioni. Non era scontato che il Pd sostenesse la tesi lettiana della difesa delle preferenze nelle elezioni europee. Mentre l’insistenza sui rapporti con l’Udc che Enrico propone evidenzia l’altra parte della sua/nostra collocazione: un profilo di autonomia che lo rafforza nelle relazioni interne e oggi e domani lo rende centrale, non aggiuntivo”. In effetti, il discorso sembra essere ancor più squisitamente politico se si vanno a prendere in considerazione le convergenze parallele che Letta e D’Alema condividono in Puglia, in Basilicata e in Calabria. Non è certo un mistero che la regione in cui è nato il presidente di ItalianiEuropei sia quella che mostra in modo più evidente il profilo del dalettismo: un po’ perché la Puglia è terra di vecchi dalemiani, un po’ perché questa è la regione in cui Letta si era ritrovato in mano con quasi mezzo partito, all’ultimo congresso della Margherita.
Ma da queste parti – che sia un consiglio comunale, che sia un consiglio provinciale o regionale – i dalemianlettiani sono un unico e riconosciuto blocco politico; e l’immagine perfetta della nuova stagione pugliese è certamente quella che offre l’onorevole Francesco Boccia: ex consigliere economico di Enrico Letta, oggi coordinatore regionale di Red e da molti considerato come il futuro candidato alla presidenza della regione. Ma non finisce qui, perché le storie di D’Alema e Letta si intrecciano sia in Basilicata (dove dalettiani di ferro sono l'ex presidente della regione, Filippo Bubbico, l’europarlamentare Gianni Pittella e il deputato Antonio Luongo); sia nel Lazio (dove i dalemiani e i lettiani si sono ritrovati ad appoggiare alle ultime elezioni regionali il consigliere Francesco di Stefano); sia in Calabria, dove il potente assessore lettiano Mario Maiolo – in ottimi rapporti con il mondo dalemiano – non solo condivide una solida amicizia con Marco Minniti ma presto dovrebbe essere uno dei nuovi iscritti dei Riformisti e democratici. “In tutto questo – racconta un collaboratore di Letta – c’è il rischio che ItalianiEuropei voglia farci crescere i baffi e voglia mettere il cappello sopra le nostre testoline. Esistono oggi alcune visioni culturali che tra i due mondi ancora non coincidono, ma la sfida è questa: quella di far sì che un giorno D’Alema e Letta rappresentino il futuro senza che questo significhi che il nostro mondo debba essere improvvisamente subalterno a quello di Red”.
Claudio Cerasa
23/10/08
venerdì 10 ottobre 2008
Il Foglio. "I Popolari si allontanano da Veltroni e si avvicinano a D’Alema"
dell’universo del Partito democratico l’unica
stella che riesca a brillare di luce propria
non sia più quella che ha la forma e l’aspetto
del segretario del Pd, ma sia piuttosto
quella fatta da tre lettere, da un paio di baffi
e da una tesserina rossa di nome Red. Fin
qui la storia è nota: di Massimo D’Alema si sa
che ha la sua corrente, la sua fondazione, la
sua tv, il suo giornale, i suoi parlamentari e
la sua idea di partito molto ma molto distante
rispetto a quella dell’ex sindaco di Roma.
Ma se nel cielo del Pd alla stella con i baffi si
avvicina quella che ha finora riflesso meglio
di tutte la luce del segretario – ovvero quella
dei cattolici di rito popolare (Marini, Franceschini,
Fioroni) – e quella che non molto tempo
fa era uno dei grande sponsor di W. – i cattolici
di rito rutelliano – la situazione allora
comincia a essere davvero complicata per il
segretario. Così, proprio nelle ore in cui si
riunisce per due giorni in un convegno ad
Assisi l’affluente che più di altri ha portato
acqua al mulino del veltronismo (gli ex Ppi),
la geografia del Pd registra un nuovo terremoto:
uno scossone che se fosse ripreso dall’alto
offrirebbe l’immagine di un segretario
rarsi come realtà politiche degne di nota.
Vede, da popolare, riconosco che Red è diventato
ormai un partito nel partito con una
sua attrattiva nel mondo culturale della sinistra.
Una specie di Pci del XXI secolo.
Quel mondo è culturalmente assai distante
da noi, ma se nel Pd vanno oggi riconosciute
due spine dorsali – che possono e devono
collaborare – queste non possono che essere
una popolare l’altra rosso Red. Il resto –
non so: tra Melandri e Scalfarotto a quanto
arriviamo? Diciotto correnti? – mi sembra
tutto un po’ virtuale. A questo proposito, noto
con piacere che il centro cattolico del Pd
sta rimettendo insieme le sue forze, perché
il mondo rutelliano e quello per esempio
mariniano oggi sono finalmente molto più
vicini tra loro rispetto a qualche tempo fa”.
Attenzione però: sarebbe scorretto credere
che i Popolari stiano tramando chissà che
cosa nei confronti del segretario. Ma non c’è
dubbio che anche leggendo tra le parole dell’onorevole
del Pd sia piuttosto evidente come
gli ex Ppi stiano cercando di ritagliarsi
un profilo autonomo: sempre legato a W. ma
non così tanto da essere travolti dall’improvviso
crollo delle fondamenta del veltronismo
(discorso che vale soprattutto per i più fedeli
a Marini, il cui braccio destro – Nicodemo
Olivero – è non a caso già membro del comitato
di presidenza di Red). Non è poi certo
frutto del caso che Veltroni ad Assisi, al convegno
degli ex Popolari, non sia stato neppure
invitato. “Finora, l’unico limite della nostra
area – aggiunge ancora l’onorevole Merlo,
considerato politico molto vicino a Marini
(sarà l’ex presidente del Senato a presentare
mercoledì a Roma un libro del deputato)
– è che tra noi popolari forse c’è stata un
po’ di frantumazione. Detto questo, credo sia
un errore pensare che già prima delle elezioni
abruzzesi possano esserci colpi di testa
nel partito. Saranno più che altro le europee
il passaggio decisivo per la leadership del
Pd. Noi tutti siamo alleati fedeli a Veltroni
(come spiegato ieri ad Assissi anche da Giuseppe
Fioroni, ndr). Ma dobbiamo sapere
che il segretario non è il leader massimo che
deve durare per l’eternità. Oggi va sostenuto,
ma dal giorno in cui si discuterà del rinnovo
della segreteria bisogna dire la verità: dovrebbe
essere un cattolico a guidare il Pd”.
Ed Enrico Letta, idea dalemiana per il futuro
del Pd, ad Assisi è stato invitato da Marini.
Claudio Cerasa
11/10/08
giovedì 2 ottobre 2008
Il Foglio. "I numeri segreti di Red e le strategie più o meno segrete degli anti Red"
Roma. La convivenza, diciamo, un po’ sofferta tra l’universo veltroniano e quello dalemiano non è fatta soltanto di retroscena ispirati, di dichiarazioni sospette e di frasi maliziose rilasciate un po’ a questo e un po’ a quell’altro giornale. C’è molto altro, naturalmente. C’è di mezzo la battaglia che Veltroni e D’Alema stanno combattendo sulle televisioni (una veltroniana, Pd Tv, e una dalemiana, Red Tv) che a novembre esordiranno sul satellite. C’è di mezzo la partita che ruota attorno agli equilibri politici di uno dei vecchi fortini democratici, la Campania. Soprattutto, c’è di mezzo quella sfida di potere ormai non più così nascosta tra fondazioni, associazioni e correnti. Da ieri pomeriggio però ci sono anche alcuni numeri precisi che offrono un quadro ancor più chiaro sulla geografia interna al Partito democratico. Sono quelli di Red, sono quelli che si riferiscono alla costola più famosa della fondazione dalemiana ItalianiEuropei e sono numeri che spiegano bene come si va a configurare l’accerchiamento alla leadership di W. Così, dopo 45 giorni di tesseramento, ecco il primo conteggio ufficiale: Red si ritrova oggi con 3.000 iscritti, con 400 tessere ritirate nel Lazio, altre 350 in Campania, circa 400 in Puglia e con una regione come il Piemonte dove in un solo giorno i tesserati (tra i quali c’è anche la governatrice Bresso) sono stati 150. Da questo calcolo sono escluse regioni rosse come l’Emilia Romagna e la Toscana e altre come l’Abruzzo e la Lombardia (il tesseramento qui partirà entro la fine del mese), ma sbirciando tra i primi dati c’è un altro aspetto significativo: il 30 per cento degli affiliati a Red non risulta iscritto al Partito democratico.
Da Nicolais a Palazzo Grazioli
Nella mappa politica del Pd stanno però crescendo nuove realtà che non è difficile oggi collocare in contrapposizione con Red. La prima si chiama Quarta Fase, fa capo a Beppe Fioroni e Dario Franceschini e da gennaio, seguendo la strada aperta quest’estate da Red, dovrebbe dare il via a un proprio tesseramento. La seconda, coordinata da Goffredo Bettini, si chiama Democratici in Rete, mette insieme alcuni tra i principali volti del Pd romano (Nicola Zingaretti, Roberto Morassut, Michele Meta) e questo pomeriggio inaugurerà nella capitale la sua seconda sede nazionale. Bettini si trova in un rapporto non facile con l’ex sindaco romano: nel partito sostengono che l’inventore del modello Roma stia provando a smarcarsi sempre di più dal segretario del Pd e in fondo è lo stesso Bettini che da tempo non nasconde di non sentirsi più veltroniano. Ma se c’è un posto dove le mosse di Bettini e quelle di Veltroni possono ancora essere sovrapposte quel posto è certamente la Campania, dove in vista delle prossime elezioni comunali e regionali la dialettica tra veltroniani e dalemiani arriverà a un nuovo punto di rottura. In questo senso. Poco prima dell’estate, Democratici in Rete (su suggerimento di W.) ha accolto tra i suoi simpatizzanti l’attuale segretario provinciale del Pd napoletano: quello stesso Luigi Nicolais che in molti vedono come futuro candidato (veltroniano) alla regione in contrapposizione con il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, considerato (seppur con molte sfumature) dalemiano. Dieci giorni fa, tra l’altro, D’Alema ha fatto un nuovo passo per rafforzare la sua sfera di influenza nel capoluogo campano (nel cui collegio era capolista alle ultime elezioni), aprendo la terza sede di ItalianiEuropei dopo avervi già inaugurato qui ad agosto il comitato cittadino di Red. Che ci si creda o no, Napoli potrebbe rivelarsi anche un’interessante cartina di tornasole per comprendere l’evoluzione dei rapporti tra Claudio Velardi (assessore al Turismo napoletano con cui D’Alema lavorò nel ’98 Palazzo Chigi) e lo stesso D’Alema. Rapporti che sono freddi da tempo (due anni fa l’assessore diede del “bollito” all’ex premier) ma ora che Velardi ha intenzione di candidarsi a sindaco di Napoli raccontano che la scelta non verrebbe vista male dal presidente di ItalianiEuropei. Il secondo intreccio riguarda il destino di Red Tv: la tv, che nascerà il 4 novembre, avrà i suoi uffici proprio nelle stesse stanze dove fino a due giorni fa andava in onda la rete on line fondata dallo stesso Velardi, Sherpa, e dove ancora lavorano tre giornaliste. La tv, in liquidazione, si trova a Palazzo Grazioli e sopra la sua redazione (ieri è comparsa anche Lucia Annunziata) c’è un inquilino particolare. Tu guarda la coincidenza, Max: lassù c’è il Cav.
Claudio Cerasa