mercoledì 11 giugno 2008

Il Foglio. "Ecco perché sarà molto difficile vivere senza iPhone"

Roma. Vi racconteranno un mucchio di balle, vi diranno che è troppo grosso, troppo lungo, troppo pesante, troppo lento, troppo caro persino troppo bello per essere davvero utile e saranno tutti pronti a tenervi lontani dal vostro inevitabile iPhone spiegandovi che quell’aggeggino lì non serve a nulla e che al massimo vi farà ulteriormente rincoglionire. (Vi diranno anche che un anno fa Greenpeace denunciò improbabili composti a base di bromo concentrati nell’iPhone, ma dimenticheranno di spiegarvi che non è vero, che l’iPhone lo fanno quei geniacci della Apple e che nel board di Apple accanto a Steve Jobs non ci sono stakeholder di Gomorra che smaltiscono rifiuti ma in fondo ci sono premi nobel per la pace come Al Gore). E’ vero, nell’iPhone che tra 31 interminabili giorni arriverà in Italia manca ancora qualcosina (la radio, il modem e la funzione “copia e incolla”) ma per il resto la cosa più difficile da ora in poi sarà non ammettere le inevitabili e meravigliose conseguenze che l’iPhone porterà dalle nostre parti. Perché basta un istante e basta semplicemente accarezzare per un attimo, e con tutti i polpastrelli, il corpo dell’iPhone per capire che il gioiello dell’Apple continuerà ad assassinare gli altri telefonini proprio come qualche anno fa la televisione cominciò a fare con le radio star. Le cose sono andate così, e due giorni fa Steve Jobs – che dalle cronache americane sembra ormai essere diventato l’unica rappresentazione umana del volto di Siddharta – ha presentato il modello di iPhone che l’11 luglio arriverà in Italia, e già dalle prime descrizioni sembra scontato che senza l’iPhone sarà difficile continuare a vivere. Perché. Perché quando dici iPhone dici un mucchio di cose che si potrebbero riassumere citando impronunciabili nomi di software e di sistemi operativi. Ma, per capire, il succo del discorso è che allo stesso prezzo del bauletto completo contenente tutti i singoli di Gianna Nannini (più o meno 128 euro, in Italia costerà un po’ di più) si avrà in mano un apparecchietto che ti permette di fare queste cose qui: parlare cinque ore a telefono senza dover cambiare batteria, navigare su Internet meglio che su un pc, consultare la posta elettronica in tempo reale, usare il navigatore satellitare, sbirciare i video su You Tube, vedere i film in ottima risoluzione, fare fotografie perfette, ascoltare musica e comprare su eBay. Trentuno giorni in effetti sono veramente tantissimi ma non ci sono più scuse; e per chi tira fuori la vecchia scusa dell’iPhone che non si può usare perché “ho le mani troppo grosse” ci si deve ricordare che qui i comandi sono più grossi che su qualsiasi altro telefonino. L’iPhone funziona meglio di un pc e non c’è nessuna giustificazione per non cominciare a scrivere mail accompagnate da quella parolina magica lì: “Sent from my iPhone”.
Ma per capire cosa significa davvero l’arrivo del cellulare Apple in Italia in fondo basterebbe dare una sbirciatina a tutti quei formidabili dati che negli ultimi mesi sono arrivati dagli Stati Uniti. Sono pochi ma fanno ugualmente impressione perché in un anno, e ci sarà un motivo, l’iPhone si è mangiato il tre per cento del mercato dei telefonini americani, in tre giorni dall’uscità del primo esemplare (un anno fa) sono stati venduti 520 mila apparecchi (6 milioni in un anno) e come se non bastasse a New York da un mese gli iPhone non si trovano più. Finiti, sold out. Certo, da queste parti si dice che il problema principale del gioiellino sarà quello relativo al capitolo costi ma il problema sembra facile da superare perché nei ventidue stati in cui l’11 luglio arriverà l’iPhone (in Italia arriva grazie al lavoro di Luca Luciani, il simpatico manager Telecom che un mesetto fa illustrò il trionfo d Napoleone a Waterloo) varrà questa regola: se compri l’iPhone senza cambiare scheda paghi solo il traffico sul tuo nuovo telefono, se compri l’iPhone e vuoi mantenere il tuo vecchio contratto devi pagare qualcosina in più. Il modello iPhone è però un modello pazzesco non solo perché con l’Apple vi è una regola impossibile da superare (facciamo cose sempre più fiche e le vendiamo sempre a meno) ma anche per un’altra serie di ragioni che in qualche modo giustificano gli inconfessabili esodi registrati negli ultimi mesi dall’Italia a New York di quelle persone che con la scusa del “dollaro basso” sono arrivati in America per entrare in un Apple store e mettersi in saccoccia un magnifico iPhone (da marzo, da Roma e Milano a New York i voli Alitalia sono aumentate di tre frequenze a settimana). E così, se fino a pochi mesi fa gli smanettoni si dividevano tra chi aveva Microsoft e chi aveva Apple, Jobs è ora riuscito a divedere il mondo in due nuove semplici e devastanti categorie. Chi ha l’iPhone, chi va in barca a leggere il New York Times, chi invia mail in qualsiasi parte del mondo senza dover cercare disperatamente il telefono di un bar a cui collegare lo spinotto del computer e chi invece perde tempo senza averne uno. Forse sembrerà banale, ma una delle conseguenze che porterà l’iPhone sarà anche una grande e storica rivoluzione lessicale. Perché tra pochi mesi quella i piccola seguita da un P maiuscola andrà a dare una spallata alla parola telefonino così come un po’ di tempo fa fece il “Billy” con il succo di frutta e la “Vespa” con il motorino. Si dirà iPhone, non più telefono. Si potrebbero dire altre cose e si potrebbe scendere nel tecnicisimo parlando di capacità di riproduzione e connettività e si potrebbe dire che l’iPhone farà schizzare in alto il traffico su Internet. Ma in questi interminabili 31 giorni il discorso da fare è uno, scegliere tra un fornelletto a gas da campo e un forno a micronde che oltre a scaldare i pasti li cucina e li condisce come se fosse Heinz Beck. E qui, sinceramente, oltre che essere pro-life oggi siamo parecchio ma parecchio pro-iPhone.
Claudio Cerasa
11/06/08

Il Foglio. "Investigare senza sbobinare? Si può". Per Mantovano e Ghedini l’auricolare impigrisce e penalizza le indagini

Arriverà venerdì prossimo in Consiglio dei ministri ed è facile prevedere che il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche continuerà a far borbottare ancora per giorni magistrati, giudici, giornalisti e parlamentari di ogni schieramento. Ma dietro ai numerosi spunti di riflessione che anche ieri hanno appassionato sottosegretari, ministri, senatori e deputati, c’è un punto senza il quale non è possibile entrare nel cuore del dibattito. Le prime indiscrezioni lasciano intendere che il divieto “assoluto” di ordinare, eseguire e diffondere intercettazioni varrà per ogni tipo di reato che non abbia a che vedere con le inchieste su camorra, mafia, ‘ndrangheta e terrorismo. Ma per tutte le altre inchieste, invece, come la mettiamo? Come si fa a indagare senza guardare dal buco della serratura? E’ possibile? Luca Palamara, presidente dell’Anm, sostiene che ogni genere di intercettazione sia “fondamentale per le investigazioni”. Parlando con il Foglio, però, il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, il presidente della commissione Giustizia del Senato Filippo Berselli (Pdl) e il deputato azzurro Nicolò Ghedini spiegano perché nella stragrande maggioranza dei casi la registrazione delle conversazioni telefoniche non solo non aiuta le indagini ma spesso finisce per sottrarre spazio a tecniche indiziarie ben più solide. “Le intercettazioni impigriscono, mi sembra evidente, e il loro uso spropositato è una delle cause che hanno via via addormentato le facoltà autonome della polizia giudiziaria. Io – dice Ghedini – credo che la prima riforma da fare oggi sia quella di restituire autonomia alla polizia giudiziaria. Certo, bisogna considerare che in Italia ci sono dei pm bravissimi, ma è chiaro che poliziotti e carabinieri sono più bravi dei magistrati nel raccogliere elementi utili per un’inchiesta giudiziaria. Un conto è avere un pm che coordina duecento indagini, un altro è avere un poliziotto che ne coordina cinque, che quel lavoro lo fa per mestiere e che, potendo colloquiare direttamente con i suoi informatori, riesce a essere più tempestivo sul territorio di uno stesso magistrato. Parliamo di tolleranza zero? Perfetto. Ma se vogliamo davvero rompere le scatole ai criminali, seguendo il buon modello adottato dalla contea dell’Essex, per ogni tipo di reato vale la regola della prevenzione a tutto campo. E con un apparato investigativo di pregio si possono raggiungere risultati migliori rispetto a quelli ottenuti con le intercettazioni. Un esempio. Non è vero che senza le conversazioni registrate casi come Bancopoli e Calciopoli non sarebbero mai emersi. E’ falso, i reati non erano nelle intercettazioni, esistevano ancora prima nei bilanci delle stesse banche. E’ per questo che avendo i soldi per pagare consulenti in grado di studiare ogni tipo d’operazione sospetta, la giustizia sarebbe capace non solo di scoprire per tempo quei reati, ma anche di prevenirli”. A questo proposito Mantovano suggerisce un parallelo significativo tra due date e due argomenti. 2001, legge sui pentiti. 2008 legge sulle intercettazioni. Il sottosegretario la mette così.
(segue dalla prima pagina) Dice Mantovano: “A fronte di reati gravi devono essere utilizzati tutti gli strumenti a disposizione dell’autorità giudiziara, nessuno escluso e senza pregiudizi. L’intercettazione va benissimo, ma l’investigatore non può rinunciare a priori a misure efficaci come i pedinamenti, gli appostamenti, i sequestri e la ricerca di testimoni. In passato le indagini si sono adagiate sulle dichiarazioni dei pentiti e lo stesso capita oggi con le registrazioni telefoniche. Il paradosso è che ci troviamo con uno strumento importante come quello delle intercettazioni che si ritorce contro chi lo utilizza. Per questo, se nel 2001 vi erano tempi maturi per riformare la legge sui pentiti oggi una simile situazione la si può riscontrare per quanto riguarda le intercettazioni”. “E’ errato – secondo il senatore Berselli – credere che la bontà delle indagini sia legata alla sbobinatura delle telefonate. Intercettare deve essere l’eccezione rispetto alla regola e invece oggi non lo è. Il mio parere è che le intercettazioni deresponsabilizzano il pm, perché gli danno un risultato apparentemente immediato che spesso al riscontro processuale non regge. Non è un mistero che negli ultimi cinque anni la giustizia abbia speso un miliardo e 150 milioni per registrare conversazioni (che tra l’altro, per il novanta per cento dei casi non portano a nessun risultato). Solo che oggi servono più pedinamenti, più interrogatori, più controllo del territorio e più agenti infiltrati. E per questo concentrare quel numero spaventoso di energie dietro un telefono spesso è più dannoso di quello che si potrebbe immaginare.
Claudio Cerasa
10/06/08

venerdì 6 giugno 2008

Il Foglio. "Rutelli agita i cattolici del Pd"

“Non possiamo diventare socialisti”. L’ex vicepremier invia una lettera ai vecchi colleghi della Margherita sulla “collocazione europea” del partito e convoca un convegno d’area per il 18 giugno. Un problema in più per W.

Il Foglio. "Rutelli agita i cattolici del Pd"

Roma. La storia è rimasta un po’ nascosta durante la campagna elettorale e fino a poche ore fa, al loft, il discorso veniva accolto con colpetti di tosse, sbadigli e battutine più o meno fulminanti: “Come sarà il Pd in Europa? Beh, prima cerchiamo di capire se ci sarà davvero un Pd in Italia”. Da qualche giorno, però, c’è una novità che vivacizza la questione della “collocazione europea” del Partito democratico e che potrebbe essere messa in relazione anche con l’analisi del “voto cattolico” celebrata ieri pomeriggio dagli ex Popolari nelle aule della Pontificia Università Gregoriana. (Aule in cui c’era Massimo D’Alema, in cui non c’era Walter Veltroni e dove ai parlamentari del Pd è stato ribadito che alle ultime elezioni il partito è stato votato solo dal 37 per cento degli elettori cattolici). La novità è una lunga lettera inviata tre giorni fa, via fax, da Francesco Rutelli a Enzo Bianco, Rosy Bindi, Antonello Soro, Pierluigi Castagnetti, Enrico Letta, Paolo Gentiloni, Luigi Zanda, Giuseppe Fioroni, Dario Franceschini, Lapo Pistelli, Arturo Parisi, Gianluca Susta, dove l’ex sindaco di Roma lancia un appello per creare fuori dall’Italia una “cosa nuova”. “Credo – scrive l’ex segretario della Margherita – che si debba confermare che il percorso che abbiamo realizzato in questi anni e la fisionomia in costruzione del Partito democratico non siano compatibili con un ingresso nel partito né nel gruppo parlamentare dei socialisti europei”. La lettera di Rutelli arriva in un momento delicato non solo per la questione della collocazione europea del Pd ma anche per quanto riguarda il filo sul quale ha cominciato a muoversi l’ex vicepremier. Rutelli, infatti, dopo la sconfitta a Roma contro Gianni Alemanno, seppur confortato dalla nomina bipartisan a capo del Copasi, sa che oggi il rischio è quello di perdere peso nel partito e di diventare sempre più un semplice leader di minoranza.
Ma Rutelli sa anche che all’interno del loft esistono ancora spazi per provare a far squadra attorno a una certa linea politica. E a questo proposito, sono due gli argomenti con i quali il senatore (da ieri anche consigliere comunale di Roma) proverà a imporre la propria agenda su quella del partito Il primo punto è il nuovo manifesto dei coraggiosi che presenterà entro la metà di luglio. Il secondo è la collocazione europea. Rutelli, che è cofondatore e copresidente del Pde (che fa parte dell’Alde), sa che in questo momento la linea del Pd, e la linea di Veltroni, a proposito di Europa non è ancora coincidente con quella dei cattolici del partito. Il segretario vorrebbe creare un contenitore come il Pd anche a livello europeo ma come riassume un collaboratore di fiducia di W. l’approdo più immediato per il Pd in Europa oggi “è quello di una sorta di apparentamento del partito nel gruppo del Pse”. Non è difficile da comprendere, dunque, che per i cattolici del Pd “diventare socialisti” non è in cima nella lista dei desideri e anche per questo c’è da scommettere che la battaglia di Rutelli contro la formula “Pse-Pd” sarà presto appoggiata anche dagli ex Ppi (due giorni fa Pierluigi Castagnetti, ex segretario Ppi, ha già scritto su Europa un articolo preoccupato sull’argomento). Solo che gli ex popolari di fronte all’affondo di Rutelli potrebbero anche essere in difficoltà. “Il tema del partito europeo – spiega un ex Ppi presente ieri pomeriggio alla Gregoriana – non è un tema etico su cui vale la libertà di coscienza. Se Veltroni non la pensa come noi, rischiamo per la prima volta di trovarci seriamente in disaccordo con il segretario”. C’è poi un appuntamento che potrebbe incuriosire i parlamentari cattolici del Pd. Domani Rutelli parteciperà con Lapo Pistelli a una riunione organizzata dall’Alde a Bilbao. Ma il colpo che l’ex vicepremier prepara è quello di metà giugno, quando Rutelli organizzerà in Italia un convegno in cui mettere a punto un’agenda programmatica per l’Europa e il Pd. Il convegno sarà a Roma il 18 e 19 giugno e si svolgerà, non proprio casualmente, poche ore prima dell’assemblea nazionale convocata dal Pd (20, 21 giugno) E come suggeriscono oggi i rutelliani quel giorno a Milano l’ex sindaco saprà perfettamente cosa chiedere a W.
Claudio Cerasa
06/06/08

mercoledì 4 giugno 2008

Il Foglio. "El Caimano resiste solo in Spagna e i girotondi ora si fanno sul País"

Madrid. Il Caimano in Italia non lo vede più nessuno e per trovare qualcuno disposto ad ascoltare la storia del Cav. brutto e cattivo bisogna andare nelle terre di Zapatero, sfogliare i giornali madrileni e dare uno sguardo alle dure interviste di Paolo Flores D’Arcais e ai profondi editoriali di professori come Alexander Stille. Ma prima di leggere questa storia di scrittori e intellettuali eroici che non ci stanno e che battono forte i pugni sul tavolo per far fronte alla tentazione d’immergere il dito nel mieloso mondo del CaW, c’è una premessa che bisogna conoscere. Perché, si sa, le parole prima di ogni elezione sono sempre le stesse e ogni volta che il Caimano si presenta alle urne, accanto a un valoroso Travaglio che resiste, a un D’Arcais che si dispera e a un Tabucchi che minaccia, fino a qualche tempo fa c’era sempre un Umberto Eco che prometteva quanto segue: se Berlusconi vince non ha più senso rimanere in Italia. E dunque, sia prima sia dopo il voto, giù articoli, giù libri, giù saggi e giù vastissime interviste. Nel 2001, per esempio, Eco disse che se il Cav. avesse trionfato sarebbe andato in Francia, e lo motivò con parole sincere: “I cavalli cosacchi faranno il bagno nelle acquasantiere di San Pietro!”. Lo stesso promise Tabucchi e lo stesso gridò D’Arcais. Come si ricorderà, sui giornali era un continuo minacciare resistenze d’intelletto ed era una continua tentazione di andare a esportare i propri cervelli oltre i confini italiani. Ora le cose sono un po’ cambiate e i giapponesi pronti a immolarsi sui quotidiani per protestare contro il nuovo Cav. “a prescindere”, come direbbe Totò, sembra proprio che non abbiano più granché fortuna, e per riascoltare i passi della vecchia resistenza girotondina bisogna superare il Mar Tirreno e mettersi qui, sulle strade di Barcellona e di Madrid. Perché, scomparso il conflitto di interesse e rimasta la sola Unità a ribellarsi alle strette di mano tra W. e il Cav., gli ultimi battiti di quel panchopardismo-morettismo militante trovano accoglienza ora solo nelle terre di Zapatero. Li avete sentiti, i ministri di Zap., di volta in volta dire che “L’Italia criminalizza il diverso” (16 maggio) e che “Berlusconi avrebbe bisogno dello psichiatra” (17 maggio). E l’avete sentita, poi, la sinistra rimasta fuori dal Parlamento urlare, come ai bei tempi, “evviva Zapatero!”. Chissà che la stessa cosa non la pensino i vecchi teorici del girotondismo, quelli che il Caimano negli abiti da statista proprio non riescono a sopportarlo e che ormai trovano tribuna solo lontano dall’Italia.
E così, il Flores D’Arcais che fino a poco tempo fa presentava in prima serata le sue “giornate della giustizia” “per non piegarsi alla sudditanza nei confronti del Cav.” eccolo trovare ormai solo in Spagna qualcuno disposto a prendere sul serio le sue parole. El País, 10 aprile: “Berlusconi es una amenaza muy seria”, “una minaccia molto seria” che “renderà l’Italia uguale alla Russia di Putin”. E poi, ricordate il professor Stille, che fino a poco tempo fa scriveva libri sul “Citizen Berlusconi” spiegando su Rep. quanto fosse mascalzone il Cav.? Beh, ora Stille su Rep. scrive solo di Murdoch e per trovare qualcuno pronto a raccogliere le sue teorie su quel cattivone del Cav. il professore dove se ne va? Anche lui a El País, naturalmente. 31 maggio, titolo dell’ultimo pezzo di Stille: “Mafia y politica en la Italia de Berlusconi”. Perché il Caimano non lo vede più nessuno ma coloro che invece los caimanos li scovano in ogni dove ci sono ancora e fanno in Spagna quello che in Italia fanno solo Santoro e certi cronisti dell’Unità. Anche se, va detto, un po’ di sangria di tendenza Concita sembra che presto arriverà anche qua.
Claudio Cerasa
4/06/08

martedì 3 giugno 2008

Il Foglio. "Da Chiaiano a Vicenza, il sindaco Pd contro la base Usa e contro W."

Vicenza. Non ha più spazio sui giornali, perché oggi la cronaca è Napoli, Chiaiano, la monnezza e i serpentoni (10 mila, 5 mila, 2 mila, chissà) che sfilano in piazza offrendo alle telecamere le parole ultime dell’incazzatura antidiscarica: “Jatevinne! Jatevinne!”. Ma spostando il dito un po’ più in là, centrando la cartina dell’Italia un po’ più a nord, c’è un’altra città che nel giro di un mese potrebbe diventare una nuova Chiaiano e che, per ragioni diverse dalla spazzatura, potrebbe mettere in imbarazzo centrodestra e centrosinistra, aprendo una ferita tra la segreteria del Pd e le amministrazioni locali del partito. Vicenza e la sua base militare come Chiaiano e la sua discarica comunale? Il rischio c’è. “Questa è una battaglia per la democrazia uguale a quella di Vicenza!”, ha detto domenica a Napoli il compagno disobbediente Luca Casarini, alla testa di un corteo che accanto agli “anti discarica” e agli “anti Tav” ospitava anche le bandiere bianche e rosse dei “No Dal Molin”. Tra i due casi il collegamento esiste e non soltanto perché i “no” alla Tav, alle discariche e alle basi militari sono ormai diventati un fronte unico nell’evoluzione delle “resistenze” no global. Ma anche perché, dalle parti di Napoli così come a Vicenza, c’è una certa spaccatura interna all’opposizione e non a caso non sono pochi i sindaci del Pd che usano parole molto diverse dai dirigenti del partito. A Marano, a pochi chilometri da Napoli, il sindaco Salvatore Perrotta (Pd) si è schierato con il fronte anti discarica di Chiaiano, attaccando il suo stesso partito che non è contrario a quella discarica. A Vicenza, invece, a proposito dell’allargamento della base militare americana (la Dal Molin), succede una cosa simile: il sindaco Achille Variati eletto ad aprile con il Pd, l’allargamento non lo vuole. Il Pd invece sì.
L’ampliamento della base americana, tra l’altro, è stato anche uno degli argomenti con cui Veltroni ha declinato la sua “politica del fare”. Negli ultimi mesi, il segretario lo ha ripetuto un paio di volte e lo ha scritto anche tra le pagine del suo programma elettorale. L’ex sindaco di Roma è convinto che “la base americana si deve fare” e a quanto pare, la notizia è delle ultime ore, l’ampliamento della Dal Molin comincerà già dalla fine di giugno, quando una lunga striscia di terreno vicentino passerà dalla competenza dell’aeronautica italiana a quella americana. A quel punto, spiega al Foglio lo stesso sindaco di Vicenza, “i lavori potrebbero cominciare” e c’è da scommettere, come Variati sa perfettamente, che nel giro di poche settimane a Vicenza cominceranno a esserci molte delle bandiere che oggi sventolano tra le strade di Chiaiano. Ma con una differenza rispetto al 2007, quando contro l’ampliamento della base sfilarono 150 mila manifestanti, pochi giorni prima che il governo Prodi cadesse sulla politica estera. Oggi il primo cittadino è del Pd, non più di Forza Italia, e alle ultime elezioni, mentre W. spiegava come ampliare la base, Variati veniva eletto anche grazie ai 5 mila voti raccolti dalla lista “Dal Molin”. E’ anche per questo se sulla base di Vicenza il Pd dovesse dare il suo appoggio al governo (favorevole all’ampliamento), in piazza con i “no Dal Molin”, e contro il Pd, ci sarà anche il sindaco della città. Sindaco che per il prossimo settembre ha già convocato una consultazione, con cui la città esprimerà il suo giudizio sulla base. “Qui non si tratta di essere ‘nimby’, non si tratta di dire no nel mio giardino e non si tratta di essere anti americani. Quello che forse il Pd non comprende – dice al Foglio Variati – è che qui c’è un popolo che riguardo alle decisioni del suo territorio non vuole essere scavalcato da nessuno. Certo, su queste questioni il mio interlocutore è il governo, non il loft. Ma se il Pd non vuole perdere terreno al nord mi auguro che su argomenti come questi anche Veltroni cominci a pensarla come me. Perché prendere decisioni contro la città in questo momento per il Pd potrebbe essere rischioso”.
Claudio Cerasa
03/06/08

lunedì 2 giugno 2008

Il Foglio. "Il Pd non avrà giornali di partito ma una tv, parla Gentiloni"

Roma. Per il momento sarà una “una shadow tv”, ma sarà comunque una televisione vera: con un palinsesto, una linea editoriale, una piattaforma multimediale, una community, una struttura ispirata a due modelli americani e un’altra struttura che farà da cerniera tra la redazione giornalistica e la direzione del partito. In poche parole, dal prossimo autunno Walter Veltroni vedrà nascere la prima televisione ufficiale del partito. Il segretario del Pd aveva anticipato l’idea, qualche giorno fa, in un’intervista al Corriere della Sera (stiamo lavorando per “rafforzare la nostra presenza nel web e nel sistema tv”) e l’ex ministro delle Comunicazioni (ora ministro ombra), Paolo Gentiloni, anticipa al Foglio il progetto della rete democratica. Una rete che sarà diversa dalla tv satellitare che la fondazione ItalianiEuropei di Massimo D’Alema presenterà nei prossimi mesi; che sarà speculare a quella ideata dall’ex vicepresidente americano Al Gore, la Current tv (arrivata un mese fa in Italia); e che si appoggerà a un network simile a quello molto famoso chiamato moveon.org, capace di raccogliere nel 2004 circa 21 milioni di dollari per il candidato alla presidenza John Kerry (“Una formidabile macchina di mobilitazione politica e finanziaria”, dice Gentiloni). Per certi versi, però, la tv di Veltroni e del Pd rappresenterà una piccola rivoluzione per un partito di centrosinistra. Perché, come spiega Gentiloni, alla fine dell’estate il Pd avrà una sua rete, una sua web radio, una suo telegiornale e un suo canale satellitare ma non avrà più, invece, un giornale di sua appartenenza. “Fermo restando – spiega Gentiloni – che nell’area politico-culturale del Pd convivranno almeno due quotidiani autonomi (Europa e Unità) il partito non sarà più proprietario di alcun giornale. Il punto è che oggi la comunicazione del Pd deve essere in discontinuità rispetto ai modelli adottati in epoche storiche precedenti. Insomma: noi non puntiamo a essere proprietari di mezzi di comunicazione ‘alternativi al sistema’, ma a diventare un grande fornitore di contenuti. Per questo il nostro progetto è quello di creare un apparato di comunicazione che lavorerà su più piattaforme e che, oltre a essere presente sul satellite e sul web, sarà visibile anche su alcuni canali privati. Il web sarà porta di accesso per tv e radio, per l’informazione online e per il social networking. Detto questo, il Pd credo abbia l’esigenza di superare alcuni problemi di comunicazione, come la difficoltà di dialogo con i propri aderenti e i militanti più giovani. Una tv così credo possa aiutare”.
Gentiloni, che per mettere a punto il progetto riunirà a metà giugno un gruppo di lavoro composto da parlamentari, esperti e giornalisti (ci sarà anche il responsabile web del Pd Francesco Verducci), dice che il partito arriverà presto sul satellite e, con molta diplomazia, ammette che non ci sarà “nessuna concorrenza” con la tv satellitare di D’Alema. “Dal nostro punto di vista, tra l’altro, una struttura che gestisca insieme web e tv può essere anche una buona idea e non mi stupirei se la radio e la tv che stiamo preparando siano curate da società ad hoc. A quanto ne so, poi, la fondazione ItalianiEuropei sta discutendo di questo progetto con Nessuno tv e credo proprio che con quel canale è possibile che faremo un pezzo di strada anche noi”. Dalla Nessuno tv spiegano che questa però è un’ipotesi difficile e che, con ogni probabilità, la loro rete (che oggi ha come consiglieri i senatori pd Giorgio Tonini e Luigi Zanda) potrebbe invece entrare presto nel cda di ItalianiEuropei.
Claudio Cerasa
31/05/08