martedì 10 novembre 2009
La Presa di Roma sul Foglio/2
Croppi, Storace e Lanna. Girotondo stracittadino sul modello Lupomanno (se esiste)
Alemanno, Fini e Berlusconi. Il governo della Capitale. Il rapporto con i poteri più o meno forti della città. Il destino del sindaco di Roma. Il tentativo di riscatto del centrosinistra capitolino. Il futuro della destra romana. Sono queste alcune tra le principali domande della “Presa di Roma” (Rizzoli, 9,80 euro), il libro inchiesta con cui Claudio Cerasa spiega chi comanda a Roma, che cosa succede quando la città cambia colore e quali sono le mosse con cui Alemanno sta cercando di rafforzare la propria leadership anche in competizione con gli attuali uomini forti del centrodestra. Il Foglio ha invitato a discutere su questi argomenti alcuni protagonisti della destra romana. E a parlare di questi temi, con Alessandro Giuli e Claudio Cerasa, sono intervenuti l’assessore alla Cultura di Roma Umberto Croppi, l’ex presidente della regione Lazio Francesco Storace, il direttore responsabile del Secolo d’Italia Luciano Lanna.
Foglio: E’ Croppi quello più vicino al bersaglio del libro di Cerasa: cominciamo da lui. Il libro è un contributo alla riflessione sul sindaco di Roma e sulle sue prospettive. Una buona unità di misura per ricominciare un dibattito sulla destra, sulla destra che amministra, su un amministratore che noi più volte abbiamo descritto come il possibile rivale di Fini quando si trattava di discutere di Alleanza nazionale e che abbiamo considerato, per quanto possibile, come un possibile protagonista di prima grandezza del post berlusconismo.
Croppi: Il bersaglio non è tanto Alemanno, se di bersaglio si può parlare, ma è Veltroni. La cosa che più emerge dal libro è il sistema di potere di Veltroni, Bettini e Letta (anche se il ruolo di questi ultimi due è un po’ enfatizzato). Se di modello Roma si può parlare, il modello sta in questo: una rete di mediazioni fatta tra costruttori e alti ambienti che a Roma contano e l’attribuzione di un ruolo a realtà che sono diventate luoghi della politica al di fuori delle istituzioni: i circoli per esempio, i salotti romani. Io potrei descrivere la costruzione di questo modello di potere che Alemanno, mettendo insieme lobby di vario tipo, è riuscito a far suo. Il sindaco – questo è il mio giudizio da coprotagonista della vicenda – quel meccanismo l’ha capito perfettamente, l’ha utilizzato per la campagna elettorale per scardinarlo e nel primo anno di guida della sua amministrazione ha in parte sfruttato quello scenario riuscendo a cambiarne radicalmente il profilo e riportando il primato della politica sull’intreccio di affari e buone relazioni.
Foglio: Croppi, lei qualche tempo fa ha usato queste parole: “Arriverei a dire che la destra si gioca il futuro più a Roma che con il governo nazionale. Anche perché, anagraficamente, la classe dirigente è avviata alla pensione”. Ecco. La domanda è questa: Alemanno è riuscito oppure no a far suo questo sistema di potere che si estendeva intorno a Veltroni facendosene uno tutto suo? E poi: il sindaco ha le carte giuste per essere un potenziale competitor del centrodestra oppure no?
Storace: E che te lo viene a di’ a te?
Croppi: Scherzi a parte: governare bene Roma per questi cinque anni, naturalmente, è propedeutico anche per altre ambizioni. Intanto bisogna governare bene la città poi il resto lo si vedrà alla fine del mandato. Sul modello del potere, invece, è chiaro che per amministrare una città così complessa bisogna tenere conto di tutti gli interessi legittimi che sono rappresentati anche dalle forze imprenditoriali. Lo sforzo che sta facendo Alemanno, e mi pare anche con qualche successo, è riportare al centro il governo della città, che deve essere il governo degli interessi, ma attenzione: non devono essere gli interessi a governare la città.
Foglio: Lanna ha scritto per primo sul Secolo una recensione su questo libro, che non si può definire antipatizzante ma in cui ha mosso una serie di rilievi. Oltre ad aver notato alcune imprecisioni, ha detto che forse altri libri hanno esercitato meglio la critica costruttiva e l’analisi nei confronti della destra. Ma nel caso di Roma e Alemanno questo è un libro che se ne occupa in modo organico. Perché hai usato questo atteggiamento di diffidenza nei confronti del libro.
Lanna: Insomma, vogliamo parlare della dottrina Alemanno? Il discorso secondo me è molto semplice. Tutto gira attorno a due fatti: la necessaria alternanza politica in una città e gli elettori di sinistra che diventano di destra. Mi spiego meglio. Quello che ho notato nel libro è uno schema ideologico di lettura di questa vicenda che stona con la realtà. Sono profondamente convinto che a Roma la maggioranza degli elettori siano diventati di destra e abbiamo portato la destra a vincere. Ma avendo conosciuto nei mesi decine di amici di sinistra, anche di estrema sinistra, che hanno votato Alemanno ancora oggi credo che Roma non sia diventata di destra, ma che sia piena zeppa di cittadini che non ragionano più con schemi ideologici, e che più semplicemente – stanchi di Veltroni e Rutelli – abbiano voluto provare la terza carta, scegliendo così Alemanno. Si tratta proprio di quello che una certa destra ha sempre classificato come “sfondamento a sinistra”. Ebbene, quell’interpretazione teorica è diventata reale con la conquista di Roma. Non è un caso che Alemanno abbia vinto proprio in quelle periferie che un tempo votavano Dc (o Pci) e che sia riuscito a scardinare quel sistema di potere che aveva trasformato i dirigenti di centrosinistra in semplici amministratori del centro storico capitolino.
Foglio: C’è una cosa che va precisata. Non è giusto dire, come invece sostiene Lanna, che con Alemanno vi sia stata una semplice alternanza nella città e che sostanzialmente il primo passante – quale che fosse stato – avrebbe raccolto le ceneri di Veltroni e trionfato su Rutelli. E’ diverso: se non ci fosse stato un Alemanno – un uomo che ha un profilo identificabile più di altri – forse sarebbe andata in un altro modo. A Roma ha vinto Alemanno in quanto Alemanno. Noi, poi, abbiamo definito il sindaco di Roma un “bismarckiano”, ovvero un politico che coltiva una forma di autoritarismo sociale aggiornato ai nostri tempi ma che contemporaneamente, come ha scritto Cerasa, sa porsi come amministratore unico dell’insicurezza del cittadino. In più, Lupomanno ha avuto la scaltrezza di contrarre una serie di debiti preventivi nei confronti di quelli che erano gli interlocutori di Veltroni, dai grillini ai circoli, dalla Cdo all’Opera romana pellegrinaggi. Per il resto si vedrà se riuscirà a dare un profilo a se stesso senza dover soltanto obbedire agli strattoni che riceverà.
Storace: Questa discussione è cominciata parlando di quello che succederà fra qualche anno. Bene, partiamo da lì. Io a Roma, nel Lazio, ho conosciuto il potere in questa città e la penso così. Anche a livello nazionale, la leadership di Veltroni è stata alimentata dal patrimonio che gli ha offerto Goffredo Bettini, e non è un caso che con la parabola di discesa di Bettini il Pd abbia perso le elezioni. Quando a Roma parliamo di poteri forti parliamo di una cosa semplice: colossi che pretendono di comandare, gruppi che esistono a prescindere dai colori politici della città, e con cui bisogna confrontarsi e senza i quali non si può andare avanti. Anche per questo, io credo, la vittoria di Alemanno è stata un miracolo e non può essere sottovalutata neppure oggi. Alemanno è stato bravissimo a scardinare quell’insidiosissimo sistema di potere che era ormai entrato nelle viscere della città ma ora, a un anno dalla sua elezione, deve stare attento al rischio delusione che può compromettere la percezione della sua leadership politica. E questo vale anche per un discorso di carattere nazionale. Se oggi qualcuno mi chiedesse qual è la cosa più positiva che ricordi del primo anno di Alemanno, risponderei: “Il Pincio”. Lì sì che si è visto il sindaco, perché si è vista la volontà politica. Detto ciò, ovviamente il Campidoglio è una macchina mostruosa e di Alemanno tutto si può dire tranne che non sia un lavoratore. Magari da qui alle prossime elezioni regionali però dovrebbe stare di più sulla città perché non arrivino elementi di distrazione. Soprattutto deve smetterla di avere paura di se stesso, deve smetterla di andare in avanti rifiutando quello che è stato ieri.
Foglio: Credete che esista oggi una concreta possibilità che il sindaco di Roma riesca a ritagliarsi una statura politica capace di contendere la leadership agli attuali uomini forti del centrodestra? Insomma, a Fini e a Berlusconi?
Storace: Alemanno ha un problema. Ha paura delle orme. Ha paura di quelle sue orme del passato a causa delle quali teme di perdere la corsa per il futuro. Io credo che nel 2013, quando scadranno contemporaneamente il suo mandato e quello di Berlusconi lui non farà il leader del centrodestra perché è scritto che il successore di Berlusconi sarà un uomo della sinistra. Alemanno deve lavorare ancora più a fondo. Deve ragionare su come creare attorno a sé una piazza che possa dargli soddisfazioni anche tra dieci anni. Ma in questo deve essere più berlusconiano che finiano. In questo deve giocare una partita chiara. Deve piacere ai suoi uomini e non si deve preoccupare di piacere troppo a chi alla fine non ti vota – come invece fa Fini. Berlusconi invece ha una strategia vincente che consiste nel tenere sempre in eccitazione costante la propria curva, perché la storia insegna che tentare di piacere troppo alla curva avversaria alla fine ti porta a non piacer più a nessuno: Mario Segni docet. Se vuole creare attorno a sé un po’ di vera leadership Alemanno deve capire che cosa vuol fare. Prendete i campi rom. Vi ricordate che casino durante le elezioni? Era uno degli elementi di battaglia della campagna elettorale ma non ho ancora capito chi se ne sta occupando, cosa è stato fatto, che cosa è cambiato. La verità, se proprio devo essere sincero, è che è svanito l’entusiasmo per la vittoria, che c’è una squadra attorno al sindaco che è troppo inesperta, che ci sono consiglieri comunali che dicono cose che non andrebbero neppure pensate e che c’è un sindaco che in sostanza avrebbe bisogno di riordinare lo staff per tentare di governare la città e che invece non lo fa.
Foglio: Ma Storace sarebbe disposto ad aprire il pugno e a offrire la mano al sindaco, magari entrando persino in giunta?
Storace: No. Questo no. Io sono impegnato nella costruzione di un progetto politico quindi voglio fare quello che sto facendo. Mi meraviglia che non faccio parte della maggioranza, ma la giunta non mi interessa proprio. Voglio solo tentare di fare una cosa: capire se c’è un luogo politico in cui le idee della destra possono essere messe a disposizione. Francamente, oggi con Alemanno mi pare complicato. Troppe distrazioni. Troppo poco interesse alla città.
Foglio: Le distrazioni possono essere rubricate nella sindrome del veltronismo inconscio che attanaglia chiunque si sieda sopra questo tesoro archeologico storico culturale che si chiama Roma. Il punto è che Alemanno rischia di costruire attorno a sé una figura un po’ rarefatta di organizzatore del proprio consenso esterno immaginifico, tralasciando dall’altra parte temi per i quali è stato votato: dalla sicurezza alla pulizia. Un grande leader politico come è il sindaco di Roma deve invece avere alcune ragioni sociali. Alcuni obiettivi. Alcuni traguardi su cui può essere costruita una vera vittoria o una vera sconfitta. Veltroni è stato mandato via da Roma perché ha tradito una certa ragione sociale della città. Alemanno, attualmente, non sembra che quella ragione ce l’abbia.
Croppi: Per questo tipo di ragionamenti dobbiamo affidarci ad elementi oggettivi. Noi abbiamo una percezione filtrata della politica dalle pagine dei giornali. Non bisogna dimenticarci però alcuni dati e alcuni numeri. Questi, ad esempio, ci sono appena arrivati in Campidoglio e parlano piuttosto chiaro. La popolarità di Alemanno è in forte crescita. E’ oltre il 60 per cento. E dopo quasi due anni di sindacatura non si tratta più di un semplice idillio, o un’apertura di fiducia. Questa è la percezione oggettiva che la città ha di Alemanno
Storace: Avessi detto la percezione senza “oggettiva” sarebbe stata una frase perfetta. Umberto, qui non c’è nemico. E i sondaggi senza nemico che senso hanno? Ricorda che a ottobre Marrazzo era al sessanta per cento. Fai attenzione: se non c’è un contendente qual è l’alternativa?
Croppi: Il fatto è che dopo due anni qui ci troviamo di fronte al riconoscimento da parte di una buona parte della società romana che Alemanno è persona affidabile e capace, e che sta tenendo fede agli impegni. In qualche modo – e questo vale anche per i campi rom – ci sono risultati che sono stati acquisiti e c’è un certo riconoscimento da parte della Capitale. E’ chiaro che con un trend così forte bisogna conquistare giorno per giorno fiducia. Alemanno è arrivato alla fiducia impreparato, ma in quasi due anni ha mantenuto agli occhi degli elettori le promesse, lo ha fatto con un grosso attivismo personale. E soprattutto senza distrazioni. Ha volutamente ridotto la sua presenza come leader politico nazionale. Di conseguenza l’opinione pubblica e la stampa lo conoscono solo per quello che fa: il sindaco di Roma. Ma è una scelta, è la sua strada obbligata, è il vero test per diventare leader nazionale perché è la via migliore per mette in pratica le capacità personali.
Foglio: Ma Croppi è sicuro che sia proprio questa la via migliore?
Croppi: Il consenso attorno a Veltroni è colato a picco dal momento in cui l’ex sindaco è entrato in un’ottica diversa rispetto a quella per cui era stato eletto. Il veltronismo ha smesso di essere efficace quando ha tradito i suoi elettori, quando ha iniziato a essere qualcosa di diverso dal sindaco della sua città, quando si è improvvisamente candidato alla segreteria del partito prima e alla presidenza del consiglio poi. Credo sia proprio per questo che due anni dopo aver pesantemente sconfitto Alemanno il centrosinistra di Rutelli e Veltroni è stato sconfitto dall’attuale sindaco.
Foglio: E’ però molto importante che un sindaco di una città come Roma espicliti qual è il suo profilo politico. Su temi come la sicurezza, certo, ma anche su temi come la bioetica e come l’immigrazione ci dovrebbe essere più chiarezza. La domanda è questa: esiste una dialettica tra i due tra i più importanti esponenti della vecchia Alleanza nazionale? Esiste o no una competizione politica tra Alemanno e Fini?
Croppi: Alemanno e Fini rivestono due ruoli istituzionali che al momento li mettono al riparo dallo scontro o dall’incontro politico diretto. Uno parla dalla presidenza della Camera dei deputati, l’altro esercita azioni politiche che sono rivolte alla città. Su alcuni punti però è chiaro che ci sono delle significative differenze. Un punto in particolare: sin dal suo primo giorno in Campidoglio Alemanno ha detto che si sarebbe impegnato sui diritti civili ma che dall’altra parte non si sarebbe mai speso per le coppie di fatto. Qualcun altro invece mi pare che abbia fatto ragionamenti un po’ diversi.
Storace: Vedete, ho la sensazione che Alemanno tema Fini. E’ come se sentisse sempre sopra di sé la sua ombra e non riuscisse a togliersela di dosso. Anche nelle scelte più semplici, in quelle più elementari. Sembra quasi un complesso.
Foglio: In che senso?
Storace: Sono d’accordo con Croppi quando dice che Alemanno deve fare bene il sindaco di Roma per cinque anni, altrimenti disperde il suo patrimonio politico. Non ho dubbi che la percezione della città sia che è un bravo sindaco. Soprattutto, perché nessuno gli attribuisce ancora delle responsabilità. L’assenza di una leadership, che non mi sembra un dato contestabile, potrebbe però diventare presto un problema. Io ho avuto problemi di numero legale in consiglio regionale dopo il terzo anno, non, come invece succede ad Alemanno in comune, dopo il primo mese. Sulla pratica di governo della città, poi, vedo un messaggio debole. Anche nella stessa tutela nella Capitale. Possibile che Alemanno non abbia contatti con alcun ministro che si preoccupi di contrastare un Tremonti che taglia i finanziamenti a Roma? Possibile che Alemanno non riesca a imporsi sulla scelta della presidenza della regione? Ve lo immaginate Veltroni che prende posizione su questo o quel candidato e che poi viene prevaricato da un altro? Sarebbe stato un delitto. Invece qui nel Lazio c’è un continuo valzer di nomine. C’è Alemanno che lancia Andrea Augello come suo candidato, poi c’è Fini che impone Renata Polverini, poi arrivano altri politici che mettono in mezzo i propri nomi. Ebbene, se alla fine non verrà candidato l’uomo voluto dal sindaco è come se lui stesso venisse sburgiadato. Alemanno deve capire che la presidenza della sua regione è cosa sua e che se si perde qui il primo sconfitto è proprio lui. E’ un bene che Alemanno faccia campagna elettorale per questo o quel candidato ma ci sono ingenuità clamorose che rischiano di bruciare le sue possibilità di leadership futura. Spiegatemi: chi diavolo è che gli dà questi consigli?
Croppi: Storace tende a semplificare. Non mettere sul tavolo delle posizioni significa candidarsi a non discutere. Vero è che al sindaco verrà attribuito un ruolo fondamentale nella campagna elettorale e nel risultato. Ma è giusto che non ci siano strappi nella sua strategia: affarmare la leadership significa riuscire anche a tenere insieme più idee e posizioni e nella dialettica interna vedrete che alla fine sarà proprio Alemanno quello che si sarà mosso meglio.
Foglio: Significa che Renata Polverini non sarà candidata?
Croppi: Significa che Alemanno sarà quello che alla fine si sarà mosso meglio.
Storace: Sinceramente non credo che sia un orgoglio quello di poter intestarsi l’ultima raffica di Salò. Conta quello che si fa, e al momento quello che si fa è ancora un po’ inferiore rispetto a quello che non si fa.
Foglio: Abbiamo detto che Alemanno deve essere un buon sindaco di Roma prima di ogni altra cosa, ma Alemanno è anche simbolo della Destra sociale, e Storace lo sa bene perché è stato a lungo gemello del sindaco. La dottrina della destra sociale è una caratteristica che ha contribuito alla presa di Roma. Ma adesso quel tipo di pensiero latita un po’. Oggi, più che Alemanno, è Fini che spesso emerge come uomo di rottura sia sui temi bioetici sia sul versante delle idee sociali (vedi la sua esortazione alla sintesi tra capitale e lavoro al congresso del Pdl). Il risultato è che Fini coltiva idee che sono persino più interessanti della sua stessa biografia. Dall’altra parte, invece, Alemanno appare un po’ ingabbiato nello stereotipo del leader cittadino ultrasensibile alle posizioni e agli interessi ecclesiali. Nella Presa di Roma c’è un esempio chiave, che è quello del trattamento privilegiato all’Opera romana pellegrinaggi. Non credete che ci sia il rischio di vedere impoverita la sua immagine pubblica?
Lanna: Questi sono discorsi che toccano un piano troppo astratto. Un piano diciamo pure un po’ troppo sovrastrutturale. Se iniziamo a pensare che esista davvero la destra bisamarckiana o la destra sociale si ragiona non per realtà oggettive, ma solo con schemi teorici che nella politica si utilizzano per rappresentare gli interessi di realtà valoriali. Parliamo di cose concrete. Credo che la partita politica di Alemanno sia dare un’amministrazione di Roma con un modello nuovo che lasci un segno. C’è una frase di Mehmet II, il conquistatore musulmano di Costantinopoli, che credo sia a questo proposito molto significativa. Alla domanda “Cosa è la politica”? Mehmet II rispose: “L’arte di costruire città e riempire di felicità il cuore della gente”, cioè costruire realtà spazi veri e dare un tessuto sociale e rispetto all’emergenza insicurezza, che non è legata solo alla cronaca nera. Chi investe in un amministratore vuole queste risposte. Sono queste le questioni sulle quali sono chiamati a dare una prova di discontinuità e di vero decisionismo. Le multe, le buche, la viabilità…
Foglio: Attenzione. E’ vero che volere una città ben amministrata è la prima esigenza del cittadino ma poi si vota anche seguendo altri criteri, per esempio cercando di capire in nome di che cosa si amministrerà la città. Ma è evidente che per essere qualcosa bisogna essere stati qualcosa e che se cancelli quel minimo di memoria condivisa prima o poi la paghi.
Storace: Amministrare la città in nome di qualcosa significa anche dare un po’ della città nelle mani dei cittadini. Voglio lanciare una proposta: una proposta di cui parlerò in modo più approfondito anche con il sindaco. Sarò breve. In questi giorni in Parlamento si è deciso che la presenza dei comuni non deve andare oltre il 30 per cento delle società municipalizzate. A Roma c’è Acea che è un caso significativo. Oggi il comune ha il 51 per cento di questa azienda che porta acqua e luce ai cittadini romani. Ecco la proposta: se devo ridurre al 30 per cento la presenza del Campidoglio nell’azienda perché non introdurre in Acea una forma sperimentale di partecipazione privata dei lavoratori? Una serie di privati che ci mettono un po’ di soldini e che fanno propria un’azienda simbolo della città? Perché il sindaco non ci pensa a fare una sorta di assessorato alle partecipazioni?
Croppi: Francesco, tu appartieni a un’élite che è attenta a questi segnali simbolici ma, come tra l’altro è ben descritto nel libro di Cerasa, sono i piccoli casi, i piccoli esempi che determinano la soddisfazione e l’insoddisfazione dei cittadini. Sono le strade promesse e poi realizzate che aiutano ad accrescere la credibilità di un sindaco. Non le parole. La tua proposta poi non mi convince. Ho ricominciato a rivedere i capisaldi della nostra infanzia nella destra sociale da quando stavo nell’Msi. La partecipazione non credo sia una buona soluzione. E’ una proposta suggestiva. Per essere concreti, l’apertura dell’Acea alla partecipazione azionaria di lavoratori potrebbe coprire una parte inferiore all’1 per cento e rischierebbe persino una scarsa adesione e qualche disastro. E’ molto suggestiva ma poco praticabile.
Storace: Umberto, ma come, non ricordi? Non ricordi che la Democrazia cristiana ci ha insegnato che quello che conta è quello che prometti, non quello che hai fatto. Suvvia, non ti sei mai accorto che in questo paese ha governato per 40 anni la Dc non per quello che realizzava ma per quello che prometteva?
La Presa di Roma sul Corriere della Sera (di Roma)
Lobby, poteri e affari dopo il «cambio di stagione»
Il titolo, «La presa di Roma», dice già molto. È il tentativo, condotto da Claudio Cerasa, 27 anni, figlio d’arte, redattore capo de «Il Foglio», di descrivere («con occhio non romano») quello che è successo ad aprile del 2008. Quando la città ha cambiato colore politico, dopo 15 anni di centrosinistra, ed è passata al Pdl: svolta che ha portato all’elezione di Gianni Alemanno, primo sindaco ex missino, e che ha mandato in soffitta il «modello Roma» ideato da Goffredo Bettini, Walter Veltroni e Andrea Mondello, con la collaborazione di Gianni Letta. Un mondo nel quale le principali scelte venivano condivise, dove si sperimentavano alleanze bipartisan e progetti: su tutti la «Festa del cinema», non a caso - secondo l’autore - una delle prime cose rivisitate dalla nuova amministrazione.
Il punto di partenza del libro (edito da Bur, 207 pagine, 9,80 euro), però, è un altro: le periferie dimenticate, il caso Ponte di Nona, la questione sicurezza esplosa in campagna elettorale con lo stupro de La Storta. E poi l’appoggio ricevuto da «Lupomanno » (come viene chiamato nel libro il sindaco, che si porta dietro questo soprannome dai tempi del Fronte della Gioventù) da alcuni poteri della capitale: i tassisti, la Federlazio, la Confcommercio, l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone, il Vaticano.
Vicende note, per chi segue la politica romana, ampiamente raccontate dalle cronache cittadine dei giornali e forse meno conosciute dal grande pubblico che troverà ne «La presa di Roma » un documentato compendio di un anno e mezzo di centrodestra. «Ho cercato - dice Claudio Cerasa, l’autore - di raccontare un momento storico di una città e di descrivere come sono cambiate alcune dinamiche di potere». I diretti interessati, che ne pensano? «Bettini e Letta, ad esempio, mi hanno fatto sapere di aver apprezzato». E Alemanno? Il sindaco esprime qualche perplessità: «Si descrive Roma come una Chicago anni ’30, e questo mi dispiace: non per me, quanto per i cittadini. Cerasa ha messo grande impegno, ma in mezzo a tante interviste poteva anche farmi una telefonata...».
Andrea Mondello è entusiasta: «Il libro è brillante, originale e con tesi innovative: è scritto in maniera straordinaria e induce a riflessioni profonde». Per discuterne, il presidente della Camera di Commercio sta organizzando un incontro pubblico, a piazza di Pietra, prima di Natale: Giuliano Ferrara e Goffredo Bettini (che l’altroieri è partito per la Thailandia) hanno dato il loro assenso.
Il libro, comunque, fa discutere. Andrea Augello e Fabio Rampelli, menzionati nel capitolo «I tre delfini di Lupomanno», non sono d’accordo sulla definizione: «Adoro il delfino - dice Rampelli - ma non sono un animale di compagnia... Faccio parte di una classe politica che viene da lontano, ed è normale che nel Pdl ci si confronti». Anche il titolo non piace a Rampelli: «La presa? Roma non si fa prendere da nessuno, neppure dagli imperatori... ». Secondo Augello «Si evoca un’epoca di conserterie, di principi. Sarebbe più interessare capire perchè il modello Roma è caduto». Perché? «Con Veltroni la rappresentazione della realtà ha scavalcato la realtà stessa». Anche il «terzo delfino», Umberto Croppi, respinge la definizione al mittente: «Sono amico di Alemanno, ma ho fatto un percorso politico diverso. Posso dargli dei consigli, ma non sono un consigliere».
Diversi i manager tirati in ballo.
Per Massimo Tabacchiera, ex presidente di Federlazio, oggi presidente e ad di Atac, «l’appoggio delle classi imprenditoriali lo ha cercato anche Veltroni: prova ne sia che io ero presidente di Ama». E la vicinanza ad Alemanno? «La Federlazio ha 4 mila aziende, ognuno decide per conto suo. La politica dei maxiappalti, tipo Romeo, e quella di favorire i grandi gruppi, hanno allontanato le piccole e medie imprese da Veltroni». Della stessa idea Cesare Pambianchi (Confcommercio): «Non parlerei di accordi pre-elettorali o di lobby, ma di un programma apprezzato dal settore del commercio che era stato consegnato agli immobiliaristi ».
Ernesto Menicucci
7/11/09
venerdì 6 novembre 2009
La Presa di Roma sull'Adnkronos
Roma, 7 nov. (Adnkronos) - ''Cosa si nasconde dietro la straordinaria ascesa di Gianni Alemanno? Per quali ragioni una città decide di affidare la propria sorte a un uomo dal passato così movimentato? Perché la destra sa parlare di sicurezza meglio della sinistra? Quali affari miliardari si nascondono dietro al governo dei diversi sindaci di Roma? Quali sono i poteri forti che Alemanno è riuscito a conquistare? Chi sono gli uomini che insieme al nuovo sindaco stanno preparando un piano per tentare di succedere all’attuale presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi?''. Dall’esigenza di trovare una risposta a queste e a molte altre domande nasce ''La presa di Roma'' (Bur, 218 pagg., 9,80 euro), di Claudio Cerasa.
Per capire chi oggi muove i destini della Capitale, Cerasa, caporedattore de 'il Foglio', entra ''nella città che non si vede''. A raccontarlo è lui stesso, nell'introduzione al volume: per tentare di spiegare la Roma di oggi, scrive, bisogna ''parlare con le persone che la tengono in pugno, bisogna andare nelle stanze dei palazzi di potere, ascoltare le esigenze dei tassinari più agguerriti, dei circoli sportivi più esclusivi, i desideri delle zone più marginali, dei curvaroli, dei postfascisti. Bisogna osservare la storia e le posizioni dei costruttori, delle banche, degli imprenditori, della Chiesa. E mettere insieme le tessere di un mosaico di voci, quelle dei vinti e quelle dei vincitori, per riuscire a vedere chi, da dietro le quinte, comanda davvero la Capitale d’Italia''.
''La presa di Roma" è la cronaca della rivoluzione e dei segreti di una città dagli anni di Rutelli e Veltroni a oggi. ''Con le elezioni del 28 aprile 2008 - scrive ancora Cerasa - vi è stata una storica inversione di rotta che ha sconvolto completamente la geografia del potere non solo romano ma anche italiano: il blocco di consenso legato al centrosinistra di Walter Veltroni si è sgretolato e il centrodestra di Gianni Alemanno ha conquistato Roma. Gli equilibri ormai logori della città sono crollati in un lampo: dalle periferie più disagiate, vecchie roccaforti rosse, alle lobby più intoccabili, si è assistito a una vera e propria rivoluzione. In quei mesi, e in quelli successivi, ci si è ritrovati di fronte sia a una realtà che si stava profondamente trasformando sia a indistruttibili poteri che a poco a poco prendevano nuove forme. La Roma di oggi è come un fiume dopo la tempesta: il letto del torrente svela chi ha resistito alla piena e chi no, e rivela chi l’onda l’ha patita e chi l’ha dominata''.
''Le molte attenzioni dedicate dal sindaco di Roma ora a Tremonti, ora a Caltagirone, ora a Casini e il grande margine di autonomia offerto ad Augello, a Croppi e a Rampelli ha portato qualche critico di Alemanno a ricordargli che per vincere una guerra può essere molto pericoloso circondarsi di troppo alleati, perché chi è troppo incline al compromesso non potrà mai fare la rivoluzione - scrive ancora Cerasa - Ma il fatto è che ormai Alemanno ha fatto una scelta precisa e ha capito che ci vuole un po’ di tutto. un po’ di lobbisti e un po’ di costruttori, un po’ di tassisti e un po’ di imprenditori, un po’ di fascisti e un po’ di assessori, per tentare di fare il colpaccio, per tentare di fare il miracolo e per potersi un giorno presentare sulla vetta politica più importante d’Italia e bisbigliare la stessa parola sussurrata quella sera del 2008. Presa''.
La presa di Roma sul Magazine del Corriere della Sera
Vi spiego perché a Roma la destra durerà al potere
Claudio Cerasa, 27 anni, redattore capo de Il Foglio, è autore del libro La presa di Roma, edito da Bur-Rizzoli nella collana Futuropassato, dedicato alla novità rappresentata dalla giunta Alemanno
Come definirebbe la nuova classe politica di centrodestra di Roma?
“In grande evoluzione, effervescente, quindi in crescita, potenzialmente candidabile a un’alternativa di governo, può contare su un po’ di Chiesa, imprenditori, costruttori. Infatti è più vivace del centrodestra nazionale che ormai sembra al suo apice”
Un dato non positivo?
“Alemanno si è ritrovato a governare la coda del veltronismo. E così è stato un po’ Veltroni nel suo rapporto con la Roma Potentona, a tratti sembra che si lasci travolgere. Invee ha le carte in regola per emergere. Durerà? Credo di sì, tranquillamente, non ha opposizione”.
A proposito: e il centrosinistra romano?
“Vive una confusione bestiale, ciò accellera la ricerca di una giusta e rapida via d’uscita. Il centrodestra si è affidato a leader maturi. Invece il centrosinistra rischia di restare ancorato alle figurine Panini. La grammatica obamiana funziona se hai Obama a disposizione. Altrimenti non serve a niente”.
Paolo Conti
5/11/09
La Presa di Roma su Dagospia
E dov'è l'investimento più consistente fatto dai francesi (in particolare da Gaz de France) in Italia? Nella Mediobanca di Roma: l'Acea, laddove nei prossimi mesi inizierà una grande battaglia condotta da Calta-leone per diventare sempre di più l'uomo più potente di Roma. Intrecci, indiscrezioni e convergenze di potere tra D'Alema, Alemanno e Caltagirone sono raccontate nella 'Presa di Roma', il libro Rizzoli scritto dal giornalista del Foglio Claudio Cerasa.
6/11/09
martedì 3 novembre 2009
La Presa di Roma su Repubblica
Nella storia di Roma, politica ma non solo, il 28 aprile 2008, elezione del "nero" Gianni Alemanno al soglio capitolino, è stato e resterà un giorno decisivo per comprendere cosa sia cambiato nel Paese. Come. Perché. E con una scelta evidentemente voluta, che gioca con la ricorrenza dei calendari, nell´ottantasettesimo anniversario della marcia su Roma (28 ottobre 1922), è arrivato in libreria La presa di Roma (Rizzoli, pagg. 208, euro 9.80) l´ultimo lavoro di Claudio Cerasa, eccellente giornalista del Foglio, cronista vivace e solido. «Cosa si nasconde - si chiede Cerasa - dietro la straordinaria ascesa di Gianni Alemanno? Per quali ragioni una città decide di affidare la propria sorte a un uomo dal passato così movimentato? Perché la destra sa parlare di sicurezza meglio della sinistra? Quali affari miliardari si nascondono dietro al governo dei diversi sindaci di Roma?».
Con il passo dell´inchiesta e metodo da entomologo, a queste domande Cerasa dà delle risposte. E - ciò che più importa - con nomi e cognomi, date, numeri, circostanze. Restituendo un quadro del Potere che muove la città, i suoi nessi, i suoi snodi, utile non solo a chi la abita, ma anche ai molti e confusi osservatori che, non conoscendone né l´anima, né la geografia, né le profonde discontinuità sociali e culturali che l´hanno attraversata negli ultimi vent´anni, si ostinano a semplificarne il tratto, aggiornando periodicamente il rosario di luoghi comuni che si è guadagnata nei secoli.
La "Presa di Roma" ha il pregio di illuminare, chiamandolo con il suo nome, il tratto politico della vittoria di Alemanno e, più in generale, del centro-destra che si è fatto maggioranza nel Paese. Alemanno vince con la Plebe che preme alle porte del fortilizio patrizio ormai identificato come la vera costituency della Roma di Veltroni. Racconta dunque il capovolgimento dei canoni dell´appartenenza politica, proletaria e borghese. Con una vittoria che, non a caso, comincia e viene costruita in quella cintura periferica, Ponte di Nona, che le amministrazioni del centro-sinistra avevano immaginato come monumento moderno e urbanisticamente sostenibile in cui alloggiare proletariato, piccola e media borghesia, storicamente "rosse" e da tempo espulse dal cuore della città. Abbandonate al loro senso di insicurezza materiale e fisica (reale e "percepita"). Alla prossimità imposta con gli ultimi degli ultimi (Rom e nuova immigrazione rumena).
Dopo un quindicennio di governo del centro-sinistra, la destra ha la fame, la forza e la disperazione degli esclusi. E vince non per un nuovo progetto o idea di città, di cui nel libro non a caso non c´è traccia. Vince per consunzione naturale dell´avversario e soprattutto perché i veri padroni di Roma, i suoi poteri forti - costruttori, manager delle municipalizzate, circoli Vaticani, lobby dei tassisti - nella migliore tradizione trasformista e cinica della città si liberano di un cavallo sfiancato (il Pd di Veltroni e Rutelli) da cui hanno ottenuto tutto quello che potevano ottenere e salgono sul nuovo, disposto, pur di vincere, a qualunque patto.
Il mantra di Alemanno e della sua campagna - "Sbullonare Roma" - se suona musica alle orecchie della Plebe, diventa così l´anticamera del suo inganno. Perché nelle scelte del nuovo Sindaco, nella sua nuova geografia del Potere - come Cerasa documenta - in realtà, quella Plebe viene (ri)consegnata allo stesso blocco Patrizio di cui, a parole, il neo sindaco ha promesso di volersi sbarazzare. Insomma, di rivoluzionario, nella nuova Presa di Roma c´è solo il rumore e la forza delle parole, la straordinaria suggestione della Storia, la prima volta degli esclusi da sempre. C´è soprattutto un presagio. Che una volta finito di "sbullonare" con furia la città i suoi nuovi padroni politici ne vengano rapidamente digeriti.
Carlo Bonini
3/11/09
lunedì 2 novembre 2009
L'introduzione della Presa di Roma
Ecco qui l'introduzione del libro la Presa di Roma, scritto dal titolare del blog
Che cosa succede quando la Capitale di un Paese cambia colore politico dopo quindici anni? Chi sono gli uomini che oggi hanno in mano il vero controllo di Roma? Con le elezioni del 28 aprile 2008 vi è stata una storica inversione di rotta che ha sconvolto completamente la geografia del potere non solo romano ma anche italiano: il blocco di consenso legato al centrosinistra di Walter Veltroni si è sgretolato e il centrodestra di Gianni Alemanno ha conquistato Roma. Gli equilibri ormai logori della città sono crollati in un lampo: dalle periferie più disagiate, vecchie roccaforti rosse, alle lobby più intoccabili, si è assistito a una vera e propria rivoluzione. In quei mesi, e in quelli successivi, ci si è ritrovati di fronte sia a una realtà che si stava profondamente trasformando sia a indistruttibili poteri che a poco a poco prendevano nuove forme. La Roma di oggi è come un fiume dopo la tempesta: il letto del torrente svela chi ha resistito alla piena e chi no, e rivela chi l’onda l’ha patita e chi l’ha dominata. Dopo il subbuglio, le acque tornano trasparenti e le cose appaiono più nitide. Ecco, cosa si nasconde dietro la straordinaria ascesa di Gianni Alemanno? Per quali ragioni una città decide di affidare la propria sorte a un uomo dal passato così movimentato? Perché la destra sa parlare di sicurezza meglio della sinistra? Quali affari miliardari si nascondono dietro al governo dei diversi sindaci di Roma? Quali sono i poteri forti che Alemanno è riuscito a conquistare? Chi sono gli uomini che insieme al nuovo sindaco stanno preparando un piano per tentare nel 2013 di succedere all’attuale presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi? Questo libro nasce dall’esigenza di trovare una risposta a queste e a molte altre domande, dalla volontà di capire cosa sta succedendo in questo momento nel nostro Paese e dalla necessità di conoscere i volti di chi muove i destini della Capitale. Per fare questo, per tentare di spiegare la Roma di oggi, bisogna entrare nella città che non si vede, parlare con le persone che la tengono in pugno, bisogna andare nelle stanze dei palazzi di potere, ascoltare le esigenze dei tassinari più agguerriti, dei circoli sportivi più esclusivi, i desideri delle zone più marginali, dei curvaroli, dei postfascisti. Bisogna osservare la storia e le posizioni dei costruttori, delle banche, degli imprenditori, della Chiesa. E mettere insieme le tessere di un mosaico di voci – quelle dei vinti e quelle dei vincitori – per riuscire a vedere chi, da dietro le quinte, comanda davvero la Capitale d’Italia.
Claudio Cerasa
Roma, ottobre 2009