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giovedì 27 novembre 2008

Il Foglio. "Altro che Sardegna. Tra Unità, CDB e Max, Soru è pronto a scalare il Pd "

Giornale, quattrini, rete di potere, amicizie trasversali, Confindustria. Cosa c’è dietro alle mosse di “Surei”
Le dimissioni di Renato Soru dalla presidenza della regione Sardegna hanno avuto l’effetto di irrobustire il profilo politico di uno dei dirigenti più in ascesa nel Partito democratico. La mossa di Soru rientra all’interno di una strategia ben studiata – e concordata con il segretario Walter Veltroni – che permetterà all’ex numero uno di Tiscali di arrivare alla campagna elettorale delle regionali del 2009 forte di un sostegno che la dirigenza del Pd non farà a meno di offrirgli anche nelle prossime ore. Ieri i complimenti al governatore dimissionario sono arrivati da alcuni tra i più importanti esponenti del partito (i più significativi sono stati quelli di Veltroni e di Letta) e le parole di Soru lasciano intendere che l’avventura nel Pd non si fermerà certo per un emendamento bocciato dalla sua giunta regionale. “Non è l’ultimo atto della mia esperienza politica”, ha ripetuto in queste ore Soru. Nel Pd, però, qualcuno comincia a osservare con preoccupazione la vivacità dell’imprenditore sardo, perché se il primo obiettivo del governatore è quello di non perdere la sua Sardegna è difficile negare che Soru “abbia ormai tutte le carte in regola per essere considerato come un leader utile per il partito a livello nazionale”, dice al Foglio il senatore lettiano del Pd Francesco Sanna.

Chi conosce bene Soru racconta che “l’esperienza maturata in questi anni ha dato la possibilità a Renato di essere pronto per sbarcare davvero sul continente”, e in teoria Soru avrebbe tutto quello che servirebbe per il grande salto: ha una liquidità non indifferente, ha amicizie trasversali, ha un giornale tutto suo, ha un consenso che va al di là della sua esperienza politica, piace tantissimo a Confindustria (il Sole 24 Ore gli ha dedicato due giorni fa un ritratto lusinghiero in cui Soru – “Un uomo solo al comando” – veniva descrito come un politico in grado di “contraddire tutti i pedigree dei leader italiani dall’Unità a oggi”). Inoltre, “Surei” – come lo chiamano a Cagliari – è uno dei pochi dirigenti ad aver creato un’armonia quasi impossibile tra il mondo di Walter Veltroni, di Franco Marini, di Enrico Letta, di Massimo D’Alema, di Piero Fassino e di Carlo De Benedetti. I rapporti con l’Ingegnere si sono consolidati all’inizio di quest’estate, e mentre il 5 giugno Soru acquistava d’intesa con Veltroni il pacchetto di maggioranza dell’Unità (sedici milioni di euro) CDB si preparava a diventare il secondo azionista della società fondata dal governatore – Tiscali – versando nelle casse di Soru sessanta milioni di euro e arrivando così ad acquistare con la sua Management & Capital il 6,9 per cento del pacchetto azionario.

Per quanto Soru sia ancora oggi un alleato fedele di Veltroni, il governatore dice però di “non sentirsi affatto un veltroniano”. Soru – che i suoi estimatori considerano una perfetta sintesi tra il veltronismo e il berlusconismo – in effetti ha tratti in comune più con il mondo dalemian-lettiano che con quello veltroniano. Se fino a poco tempo fa quella con D’Alema e Letta era una “semplice sintonia di vedute politiche” gli amici di Soru raccontano che questi tre mondi oggi sono più vicini. D’Alema ha conosciuto Soru dieci anni fa (da segretario del Pds lo invitò a un convegno organizzato dal suo partito), Letta ha invece avuto modo di migliorare i suoi rapporti con il governatore negli ultimi due anni passati a Palazzo Chigi, dove Soru andava spesso a trovarlo. Letta e D’Alema, inoltre, sono stati i due grandi protagonisti della discesa in campo del manager sardo: furono loro che nel 2003 – il 17 luglio, a pochi giorni dalla candidatura ufficiale di Soru – convinsero l’imprenditore a presentarsi alla guida della regione, nel corso di un convegno organizzato per progettare proprio il futuro del Pd.

Soru – spiegano dal Pd – ha intenzione di guidare la Sardegna anche per i prossimi cinque anni, uscirà rafforzato dalle dimissioni presentate due giorni fa, ma chi lo conosce bene sa che quella pazza idea di candidarsi un giorno alla guida del Partito democratico oggi è diventata un’idea tutt’altro che impossibile. “Soru per la politica sarda – racconta al Foglio Gianluca Lioni, dirigente popolare del Pd– è stato una sorta di Martin Lutero, ha portato un cambiamento radicale in uno scenario prima piuttosto asfittico. Ha un caratteraccio ma è moderno, post-ideologico, è un decisionista e sa comunicare, ci vorrebbe la sfera di cristallo per escludere che, in futuro, non giocherà sul palcoscenico nazionale”.
Claudio Cerasa
27/11/08


giovedì 22 maggio 2008

Il Foglio. "Avanti Popolari, alla riscossa per W. E’ la quarta fase del Pd"

Roma. Ci sono due parole chiave che nel Partito democratico riassumono meglio di tutte le altre il senso della “nuova stagione” di Walter Veltroni. Quelle parole, sintesi perfetta di un pensiero con cui il segretario del Pd ha rotto con la sinistra alle elezioni, sono efficacemente condensate nella definizione di “vocazione maggioritaria”. E in questi giorni in cui tanto si discute di alleanze con la sinistra, nel Pd i garanti principali di quella vocazione maggioritaria sono gli ex Popolari. Sull’argomento, la posizione degli ex Ppi è piuttosto chiara ed è stata ripetuta ieri dal deputato Giuseppe Fioroni: “Non vogliamo che il Pd diventi una socialdemocrazia”. Il Pd deve fare alleanze con la sinistra? Bene. Ma la trama di quelle alleanze non la scrivono ex Pci come Massimo D’Alema. Semmai, questo è il ragionamento che fanno i cattolici del partito, quelle alleanze le decidiamo noi, con il segretario. Nel Pd, gli ex Popolari somigliano sempre di più a una corrente autonoma e come le vecchie correnti della Dc hanno una propria sede (a Roma, in via Goito, uffici della rivista “Quarta Fase”) e nel proprio calendario hanno anche alcuni giorni precisi in cui la corrente viene convocata. L’appuntamento più importante sarà a settembre ad Assisi. Ma prima di quella data, i Popolari si incontreranno a porte chiuse altre due volte. Il 28 maggio, di fronte a piazza Montecitorio, si sono dati appuntamento per una riunione informale i senatori cattolici. Poi, negli uffici di via Goito, il 5 giugno, il possibile presidente del partito (Franco Marini) e gli altri ex Ppi faranno per la prima volta il punto sulle elezioni: ascolteranno le relazioni dei professori Mauro Magatti, Mauro Ceruti e Franco Garelli; e giusto pochi giorni dopo l’analisi del voto organizzata dalla fondazione ItalianiEuropei (area D’Alema) daranno un senso al peso che nell’ultima tornata elettorale ha avuto il voto cattolico.
Dall’altra parte, invece, una valutazione sul peso che i cattolici hanno ormai raggiunto nel Pd gli ex Ds l’hanno fatta da tempo; e a questo proposito c’è una battuta che dal giorno dopo i ballottaggi romani chiarisce meglio di ogni analisi l’umore di alcuni ex diessini. “Se non ti fai il segno della croce, al loft non ti fanno più nemmeno entrare”. Al di là dell’ironia, però, l’opa dolce lanciata dagli ex Ppi sul Pd è ormai un dato di fatto. I Popolari (con Fioroni e Franceschini più legati all’ex sindaco di Roma di quanto non lo sia Marini) hanno scortato Veltroni per tutta la campagna elettorale e sono da sempre i più fedeli tra gli alleati di W.: lo hanno lanciato come segretario, lo hanno difeso dopo le elezioni e ancora oggi sono la cintura più sicura attorno alla leadership di Veltroni. Ed è anche per questo che nel Pd i Popolari contano sempre di più. Perché Franceschini è vicesegretario, Fioroni è coordinatore dell’area organizzazione, Bindi è vicepresidente della Camera; Letta, Franceschini, Soro e Fioroni fanno parte della nuova direzione del partito e lo stesso Soro è capogruppo alla Camera. Non sono solo coincidenze: negli ultimi due giorni, per fare un esempio, i dirigenti romani del Pd hanno scoperto che nella capitale gli ex Ds eletti sono appena il 30 per cento del partito e il peso dei cattolici del Pd è sempre più un dato sotto la luce del sole. C’è chi dice un po’ troppo; e in effetti, alla prima occasione, il segretario – pressato dagli ex Ds – ha provato a riequilibrare l’organico del Pd e ha nominato responsabile degli enti locali Paolo Fontanelli, ex parlamentare dei Ds nonché ex sindaco di Pisa. Certo, come spiegato una settimana fa da Franco Marini, nel Pd per un po’ di tempo non ci si “scannerà” davvero: le alleanze per il partito sono in fondo una novità relativa (alle elezioni il Pd era “libero”, non “solo”), ma c’è comunque una cosa che nelle ultime ore ha messo di malumore gli ex Ppi. Martedì sera, a Ballarò, Walter Veltroni ha detto che il dialogo tra il Pd e il Cav. ricorda quelle mani che trent’anni fa si stringevano Enrico Berlinguer e Aldo Moro. A questo proposito, il messaggino che ieri mattina circolava sui telefonini di alcuni Popolari spiegava bene non solo il senso delle parole di Fioroni sulla socialdemocrazia ma anche l’umore di certi popolari davvero insoddisfabili. “Oh, saremo mica noi il nuovo Pci?”.
Claudio Cerasa
23/05/08

venerdì 25 aprile 2008

Il Foglio. "WalterPop inquieti"

Prodi resti presidente del Pd, dicono i cattoveltroniani impensieriti da D’Alema e Marini

Roma. Capita che dopo un lungo periodo di freddezza elettorale, Massimo D’Alema sia tornato a corteggiare Franco Marini; capita che Walter Veltroni e Dario Franceschini se ne siano accorti con una certa preoccupazione; e capita che martedì scorso il segretario del Partito democratico abbia spiegato a Giuseppe Fioroni quale sia il modo migliore per evitare che il nuovo asse tra il ministro degli Esteri uscente e il presidente del Senato uscente vada a indebolire l’attuale leadership della nuova stagione.
Marini, Fioroni e Franceschini sono ormai da mesi i principali azionisti di maggioranza del loft e il segretario del Pd sa perfettamente che la solidità della sua leadership dipenderà anche dall’appoggio che l’affluente cattolico del Pd riuscirà a garantire nei prossimi mesi. Non è un caso, difatti, che l’investitura di Veltroni, a giugno, sia arrivata proprio grazie alle convergenze parallele dei tre popolari; non è un mistero che negli ultimi mesi siano stati soprattutto Marini, Fioroni e Franceschini a scortare Veltroni in tutte le centodieci province visitate in campagna elettorale; e non c’è dubbio che saranno ancora loro i primi a soccorrere il segretario se la pellaccia del Partito democratico uscirà mortificata anche dai ballottaggi romani. Ora però arriva il periodo delle nomine anche per il Pd: per la prima volta dalle elezioni in un modo o in un altro gli equilibri su cui si poggia il loft verranno allo scoperto e, se i cattolici scenderanno in campo meno compatti che un tempo, W. potrebbe cominciare a preoccuparsi. “Tutto – racconta un senatore del Pd che non vuole essere citato – dipende proprio dal nuovo asse tra Marini e D’Alema”.
Da qui a maggio, il Pd dovrà scegliere i nomi dei due capigruppo alla Camera e al Senato, dei dodici ministri dello shadow cabinet e dei nuovi membri dell’ufficio politico. Il momento chiave per comprendere il gioco delle correnti del loft sarà quando l’assemblea costituente del Pd nominerà il presidente del partito. Romano Prodi si è dimesso una settimana fa e, pochi giorni dopo la lettera resa nota dal presidente del Consiglio, D’Alema ha lanciato alla presidenza Marini con le stesse parole che lo scorso giugno aveva usato Franceschini per proporre, con successo, Veltroni alla segreteria del Pd. “Se Marini si candida io lo voto”, ha detto D’Alema. Marini non ama mai scoprire le carte prima del dovuto e ieri ha detto di essere ormai troppo vecchio per certe cose. Al loft però a queste parole ci credono poco e sanno che il ruolo di Marini sarà decisivo. Beppe Fioroni e Walter Veltroni tre giorni fa hanno parlato di questo.
Per evitare di mettere il Pd sotto una possibile tutela marinian-dalemiana, mai come in questi giorni Franceschini e Fioroni sono stati così vicini al segretario del Pd e così lontani da quell’asse che Marini e D’Alema avevano già cominciato a costruire dieci anni fa. All’epoca c’era in ballo il passaggio alla fase due del governo Prodi. Oggi, invece, ci si gioca la fase due della nuova stagione. Ma non c’è solo questo, naturalmente: nella vocazione maggioritaria del Pd, fatta minoritaria dalle elezioni, sono molti gli uomini che cercheranno di evitare il fallimento dello sfondamento al centro del partito. Come ripete da mesi il ministro Fioroni, “ai cattolici non basta una stanza nel Partito democratico”. E’ anche per questo che nel mettere a punto gli ingranaggi che presto faranno partire il dialogo tra il Cav. e W, Fioroni e Franceschini sanno che il sistema elettorale su cui il Pd dovrà puntare sarà quello francese. Non quello tedesco (che comprenderebbe il rafforzamento dell’Udc), a cui da tempo sono invece affezionati D’Alema e Marini.
Dunque, di cosa hanno parlato Veltroni e Fioroni? Di questo. Il segretario e il ministro uscente non vogliono Marini come prossimo presidente del Pd: troppi popolari nei ruoli chiave del partito comporterebbero eccessive contropartite da offrire agli ex Ds; un uomo di peso come Marini alla presidenza del Pd toglierebbe inoltre capacità d’azione al vice Franceschini; e con il tempo il rischio di creare nel Pd un commissariamento del segretario – simile a quello già visto nella Margherita negli ultimi anni con Rutelli – sarebbe reale. Per questo, martedì il segretario del Pd ha spiegato a Fioroni il suo piano: un profilo soft per la presidenza del Pd e un incarico che tra cinque anni potrebbe avere come prosieguo naturale una possibile candidatura per la presidenza della Repubblica (carica a cui anche Marini aspirerebbe nel futuro). Veltroni ha così fatto il nome di Prodi. Franceschini e Fioroni hanno detto di sì e l’ex premier, che tra l’altro giovedì ha detto che non si presenterà come candidato sindaco di Bologna, sta pensando di fare marcia indietro.
Claudio Cerasa
25/04/08