giovedì 17 luglio 2008

Il Foglio. "Franceschini spiega la doppia strategia del Partito democratico

Il giorno dopo aver aperto la riunione della nuova direzione del Pd, Dario Franceschini riflette con il Foglio su alcuni temi piuttosto interessanti come la riforma elettorale, il dialogo con la Lega e il sistema giudiziario. Il vicesegretario del Pd ragiona anche sulla questione dei recenti scandali sulla sanità (“La gestione della sanità andrebbe portata lontana mille miglia dalla gestione dei partiti”) e poi comincia così: “Non vedo alcun logoramento nel Pd e non vedo nessun dirigente che abbia messo in luce una linea programmatica diversa da quella del segretario. Certo, se ci fosse uno scontro tra due linee politiche l’unico modo per chiarirsi sarebbe quello di convocare un congresso per discutere del gruppo dirigente. In questi giorni, però, mi sembra che il clima sia davvero molto migliorato”.
Tre giorni fa, Franceschini ha partecipato a un incontro organizzato da alcune fondazioni per discutere di modelli elettorali. Sull’argomento, il vice W. la mette così. “La legge elettorale europea va fatta subito e credo sia possibile raggiungere un’intesa con la maggioranza prima della fine dell’anno. La legge elettorale nazionale, invece, va affrontata prima del referendum. C’è però un ragionamento da fare. La nascita del Pd e del Pdl ha reso molto meno da fine del mondo questo dibattito, perché fino a pochi mesi fa un sistema o un altro potevano bloccare la transizione. Oggi è diverso. Per quanto ci riguarda – come ammesso nel documento firmato dalle fondazioni – il sistema che preferiamo è quello a doppio turno francese. Ma è evidente che al momento c’è un consenso più largo – anche se non sufficiente – su quello tedesco. Noi aspettiamo che arrivi una proposta dalla maggioranza. Ma posso dire che ripartire da un modello tedesco corretto, come era la bozza Bianco, è un’ipotesi percorribile”.
Franceschini, che dunque non rifiuta il modello da tempo sponsorizzato da Massimo D’Alema, parla anche del rapporto tra Lega e Pd. “Noi siamo disposti a discutere di federalismo, anche a settembre, ma non con l’idea di federalismo che ha in mente la Lega. Il Pd vuole un federalismo solidale e su questo noto che non esiste convergenza con la maggioranza. Non possiamo accettare un federalismo sciagurato che uccida il mezzogiorno. Ma se si dovesse aprire un confronto, in un clima diverso, noi siamo aperti e disponibili”. Sempre a proposito di maggioranza, Franceschini critica il governo. “La nostra opposizione sarà durissima, perché quando arrivi a toccare l’essenza del sistema parlamentare l’intransigenza deve essere assoluta. In questo momento lo scontro è molto forte e temo che saremo costretti a farlo diventare ancora più duro. Ma quando si tratta di scrivere le regole del gioco cosa dovremmo dire? Che siccome ci stiamo scontrando sull’azione di governo fatevele da soli? Sarebbe autolesionista. Noi dobbiamo pretendere che le regole della convivenza democratica si possano cambiare solo con accordi tra maggioranza e opposizione. Non daremo alibi perché le riforme costituzionali le faccia la maggioranza da sola”.
Franceschini fa una precisazione sulle polemiche con il presidente della Camera, Gianfranco Fini. “Sono stato accusato di aver insultato Fini. Ho fatto una considerazione. I presidenti delle Camere sono stati sempre interpretati come ruoli di garanzia. Io non faccio accuse specifiche, ma mi pare incontestabile che in particolare alla Camera le scelte della presidenza sull’ammissibilità di qualsiasi emendamento della maggioranza e sulla creazione di un calendario come è successo con il lodo Alfano creino un Parlamento a due velocità, con le leggi normali per cui servono mesi e quelle che premono al governo per cui servono tre giorni. Per questo, il ruolo dei due presidenti tende a essere non più di garanzia ma finalizzato a far funzionare le camere secondo la volontà politica della maggioranza”. A proposito di giustizia e di Antonio Di Pietro, Franceschini trova “deprimente” che di fronte a quello che sta facendo il governo “ci sia una specie di gara a chi sia più duro a fare l’opposizione e ci sia un’azione tesa a galvanizzare i propri elettori”.
Ma per quanto riguarda due temi che potrebbero essere affrontati dopo l’estate dall’esecutivo – obbligatorietà dell’azione penale e separazione delle carriere – il pensiero del vice W. è questo: “In un clima diverso si può ragionare e si può discutere su entrambi gli argomenti”. Riprendendo un tema riproposto ieri da questo giornale, Franceschini dice di essere favorevole a “una totale trasparenza dei finanziamenti dei partiti e a un possibile miglioramento delle modalità di finanziamento pubblico”. “La legalizzazione dei rapporti di lobbying”, invece, è una cosa che a Franceschini “non piace”. E le fondazioni culturali? “Questo non deve essere un tema brutalizzato. E’ l’esempio di come il Pd sia un partito che si ispira al modello americano. Le fondazioni sono una risorsa per il Pd. Altra cosa invece sono le correnti personalizzate, che per un partito come questo sarebbero un fenomeno distorsivo”. E se a Franceschini chiedessero di prendere la tessera della fondazione dalemiana ItalianiEuropei? “Mi chiederei per far cosa”, risponde con un sorriso il vice W.
Claudio Cerasa

17/07/08


mercoledì 16 luglio 2008

Il Foglio. "Ecco la storia, milione per milione, dei conti di Sacchetti e Consorte"

Perché la procura ha ritirato la grande accusa

Milano. Arrivi al primo piano della procura di Milano e scopri che il nome di Ivano Sacchetti è un nome che incuriosisce i pubblici ministeri da circa sei anni. E’ vero. Oggi non c’è nessuno che parli e non c’è nessun magistrato pronto a raccontare i lati chiari e quelli invece meno limpidi che riguardano la vita dell’ex numero due di Unipol. Ma a microfoni spenti cambia tutto e non è difficile scoprire che anche la storia giudiziaria di Ivano Sacchetti è una storia che è lo specchio perfetto di un progetto che poteva essere storico. Ed è l’unica storia in grado di raccogliere insieme tutte le sfumature utili per comprendere come è cambiato negli ultimi dieci anni il rapporto tra soldi e comunismo. Tra finanza e socialismo. Quello specchio si è frantumato nell’estate del 2005: Unipol non è diventata il grande polo bancario delle cooperative e Sacchetti non è diventato il presidente di Bnl. In tutto questo, tra le vicende giudiziarie che riguardano i due ex manager (l’altro è Giovanni Consorte), la vita di quei famosi quaranta milioni di euro (non cinquanta, come invece si credeva in un primo momento) finiti sui conti correnti di Sacchetti e Consorte comincia così. Comincia nel 2001, quando la Telecom passò di mano dall’Olivetti di Roberto Colanninno alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera e quando per il passaggio di proprietà risultò decisiva la mediazione di Emilio Gnutti (ex presidente di Hopa, azionista di Telecom, ed ex consigliere proprio di Unipol). Gnutti convinse Colaninno a vendere le sue azioni alla Pirelli e l’ex numero uno dell’Olivetti ricevette una buonuscita di 150 miliardi di lire. A Gnutti, invece, spettarono 50 miliardi. Nei mesi delle trattative per il passaggio di proprietà Gnutti ebbe però un malore cardiaco; come nuovo interlocutore fu scelto Giovanni Consorte e in parte, anche se con un ruolo molto più defilato, Ivano Sacchetti. Sacchetti fu importante nel gestire i rapporti tra la dirigenza Unipol e Gnutti. Fu lui a conoscere il banchiere bresciano quando Gnutti sedeva nel cda della Banca agricola mantovana e fu Gnutti a proporre a Sacchetti e Consorte l’ingresso in Bell (la finanziaria che controllava Telecom). Consorte e Sacchetti entrarono così nella partita Telecom proprio in quanto soci minoritari dell’azienda telefonica (con il 4 per cento del pacchetto). La vendita di Telecom si concluse bene: la stessa Unipol da quell’operazione guadagnò in tutto circa 80,4 milioni di euro ma a Consorte e Sacchetti andò anche meglio. Certo, c’è chi non ha ancora compreso come sia possibile che due manager di una società facciano simili attività di consulenza presso una società esterna. Fatto sta che in quattro anni la “parcella” totale finita sui conti di Sacchetti e Consorte è stata di circa 40 milioni di euro. Fatto sta che i soldi sono tutti transitati da società riconducibili a Gnutti – “Preferivo averli amici che nemici”, dirà poi lo stesso Gnutti in un interrogatorio del 25 dicembre 2005 – e che, secondo la ricostruzione del finanziere bresciano, sarebbe stato proprio Ivano Sacchetti a chiedere a Mantova, alla fine di una riunione con Colaninno, di ricevere quel denaro. Di quei miliardi promessi a Gnutti – dirà poi l’ex presidente di Hopa – “una parte devono venire a me e Consorte, perché ci siamo impegnati anche noi”. (Gnutti ricorderà inoltre che “ogni volta che costruivo un’operazione finanziaria che coinvolgeva l’intervento di Unipol, ovvero di Monte dei Paschi di Siena”, veniva presentato “il conto”, nel senso che si “chiedeva sempre di poter fare delle operazioni con le quali guadagnare a latere”). Sacchetti non è d’accordo. Secondo la sua versione sarebbe stato invece l’ex vicepresidente Unipol, cioè lui stesso, a proporre che fosse riconosciuto a Gnutti il premio di 50 miliardi di lire. In un modo o in un altro, però, i soldi sono arrivati ai due dirigenti Unipol, e tra la fine del 2001 e il 2002 sarebbe stata la banca di Lodi di Giampiero Fiorani a trasferire circa 40 milioni di euro dalle casse di Hopa a quelle di Consorte e Sacchetti. La prima parte della consulenza viene versata il 15 ottobre e il 7 novembre del 2001 e viene versata su due conti correnti del Credit Foncier di Montecarlo. E’ sempre tutto a metà: 2,5 milioni di euro a Consorte, 2,5 milioni a Sacchetti. “Provvigioni della vendita del pacchetto Bell, Lussemburgo”, si legge nella causale del bonifico di Sacchetti. Poi Consorte e Sacchetti incominciano a incassare soldi in un altro modo. Incominciano a farlo, secondo l’accusa milanese, con operazioni costruite ad hoc e comprando azioni e rivendendole a Gnutti a prezzi superiori a quelli di mercato. Consorte e Sacchetti avrebbero incassato 3,4 milioni con Eni, 4 milioni con Autostrade, 3,4 milioni Olivetti, 10,6 milioni con Mps e Capitalia, 3,6 milioni con Fingruppo, 7 milioni con Antonveneta. In tutto, alla fine del 2005, sono arrivati circa 40 milioni di euro. Quei soldi, che rimangono a lungo depositati all’estero, incominciano a rientrare in Italia dal 2002. Quei soldi, dicono ancora oggi Sacchetti e Consorte, sono soldi nostri. Sono soldi che abbiamo investito negli anni. Non c’è nessuna provvista. Non c’è nessuna tangente. Non c’è nessun tesoretto per nessun partito. “Quei soldi – spiega al Foglio un ex cooperatore che ha conosciuto Sacchetti e Consorte – rischiano di essere davvero soldi loro e da un certo punto di vista sarebbe un’ipotesi sempre drammatica: sarebbe la dimostrazione che il vecchio spirito dei cooperatori di sinistra non esiste più. Sarebbe il sintomo vero del fatto che oggi qui in Emilia non ci sono più i dirigenti che come un tempo dividono i soldi con i cooperatori. Oggi, purtroppo, ci sono troppi manager con macchine di lusso e troppe persone che scelgono di distinguersi socialmente e che alla cooperazione scelgono i soldi. Ditemi: è questo che si intende per ‘mutualità’?”.
Al primo piano della procura di Milano ancora c’è chi un po’ dubita della versione dei manager. La cronaca racconta però che oggi sono gli stessi pm che avevano formulato l’accusa di riciclaggio ad aver fatto un passo indietro, ad aver ritirato quell’ipotesi di reato, ad aver ammesso che quei soldi non sono rimasti per così tanti anni all’estero e a raccontare che quell’accusa di tesoretti e di provviste oggi semplicemente “non è dimostrabile”. (4. continua. La prima puntata è stata pubblicata mercoledì 2 luglio, la seconda venerdì 4 luglio, la terza venerdì 11 luglio)
Claudio Cerasa
16/7/08

venerdì 11 luglio 2008

Il Foglio. "Perché Sacchetti parlava più con Bersani che con D’Alema"

Reggio nell’Emilia. La tessera e la banca. La coop e il sindacato. Il cooperatore e il partito. Possono servire anche sessant’anni per una telefonata e con Ivano Sacchetti, con Giovanni Consorte, con Unipol, con le coop e con quel vecchio sogno di conquistare una banca è andata proprio così. Bisogna partire da qui per capire il senso di una frase e bisogna partire da qui per capire il senso di una scalata che per Sacchetti aveva un significato diverso rispetto a quello che poteva avere per Consorte. Bisogna partire da un piccolo paese in provincia di Bologna, bisogna partire dai seimila abitanti di Sant’Agata e bisogna poi arrivare un po’ più in là, al di là della ferrovia di Reggio nell’Emilia, in quella strada stretta stretta dove ogni sera Sacchetti tornava a casa prima che il filo del suo mondo si spezzasse a metà. Le coop, il partito, il Pci, i Ds, la Cgil e oggi la Lega.
Il sogno di una grande banca che doveva mettere insieme operai, comunisti, cooperatori e sindacati non nasce nel 2005, quando Consorte e Sacchetti tentarono di conquistare la Banca nazionale del lavoro. Non nasce neppure nel 2004, quando Pierluigi Bersani e Piero Fassino salirono al secondo piano di Palazzo Koch per fare un “giro di orizzonte” e per parlare di banche con l’ex governatore Antonio Fazio. Nasce prima e nasce con tre piccoli maiali in una piazza dell’Emilia. Nasce con l’idea stessa di Unipol. Nasce quando le coop sbocciavano negli scantinati degli operai comunisti. Nasce quando i militanti di partito cominciarono a confondere la tessera di Unipol con quella del Pci; quando anche la Coltivatori diretti aveva una sua delegazione nella Dc; e quando un insulto contro i cooperatori sui muri di Reggio era impossibile, era come leggere un insulto contro la Roma nello spogliatoio di Francesco Totti. Ma nasce, soprattutto, quando il mondo delle cooperative era un mondo che metteva insieme tutto quello che Ivano Sacchetti era riuscito a trasformare in un sogno unico. La sinistra. Il sindacato. L’operaio. L’artigiano. Il partito. La banca. Nasce tutto qui. Quando uno dei maestri di Sacchetti – Cinzio Zambelli, fondatore di Unipol, ex partigiano come il papà di Ivano, Walter – raccontò ai cooperatori quell’idea che avrebbe trasformato un progetto in un tentativo di scalata. Perché l’idea di una banca della cooperazione è un’idea nata nell’estate di sessantatré anni fa, quando a Sant’Agata di Bologna – dove i maialini cominciarono a essere tagliati in piazza per essere distribuiti a “prezzi equi” – nacque la prima coop in grado di assegnare prestiti ai propri soci. Il primo banco di credito. E’ anche per questo che oggi ci possono essere sfumature molto diverse per spiegare il significato di quella frase scappata dalla bocca a Piero Fassino tre anni fa: “Siamo padroni di una banca”. Perché si possono alludere cose più o meno corrette, si possono fare collegamenti più o meno legittimi, si possono intendere cose più o meno querelabili. Ma il sogno di una banca è un sogno che Sacchetti conosceva meglio di Consorte. Perché per lui quello non era un possibile successo personale. Era altro. Era il desiderio di un riscatto. Erano le parole dei padri degli assicuratori che diventavano realtà. Era quello che Cinzio Zambelli aveva spiegato qualche anno prima anche allo stesso Ivano. Perché, come diceva Zambelli, “quella di avere una banca propria è sempre stata tra le aspirazioni più forti dei cooperatori. Si trattava di rendersi autonomi nei confronti di un contesto finanziario e creditizio tutto sommato ostile”. Perché non doveva essere dimenticato “l’antagonismo che ha animato a lungo la cooperazione nei confronti dei ceti di governo e quindi l’ostilità politica contro di essa”. Poi però cosa è successo. E’ successo che oggi non esistono più le feste dell’Unità con gli striscioni verdi e con la U scontornata dell’Unipol sotto i banchetti delle sottoscrizioni. E’ successo che oggi non esiste più quello che Beniamino Andreatta – inventore dell’Ulivo – definì un “reticolo asfissiante di consenso universale”. La tessera e la banca. Il cooperatore e il partito. E’ successo che la tessera del partito e la tessera della coop non sono più lati identici della stessa medaglia. E’ successo, lo dice al Foglio anche il reggiano Pierluigi Castagnetti, che oggi “ogni ragione sociale delle cooperative purtroppo è stata rimossa”. E’ successo, come racconta un ex dirigente coop, “che molto è cambiato e la gente, per fortuna, si è accorta di tutto. Perché non si erano mai visti cooperatori con i segretari personali. Con le macchine con autista. Con i premi di ventimila euro l’anno. Non si erano mai visti presidenti con tripli e doppi e quadrupli incarichi. Perché un tempo le cooperative erano la cinghia di trasmissione del partito. Oggi no. Hanno perso quello che da queste parti si chiama ancora ‘spirito mutualistico’. I cooperatori ora devono fare impresa. Devono ottimizzare. Devono essere competitivi. E invece sono diventati irriconoscibili. Sono un’altra cosa. Non più quelli che ci dicevano: ‘Vi diamo il servizio migliore al minor costo possibile’. E qui c’è qualcuno che ha cominciato ad accorgersene sulla propria pelle. L’Emilia è diventata un’altra cosa. E’ diventata la regione dei democristiani che si sono fatti furbi. La terra rossa è ora la terra dei dossettiani. E’ cambiato tutto. E’ come se si fosse aperta una ferita profonda. Qui un tempo, prima delle elezioni, le cooperative convocavano le assemblee per dare indicazioni di voto. Da due anni, invece, questo non succede più. Ecco. Sacchetti è l’immagine perfetta di tutto questo. E’ l’immagine del cooperatore vero che fa cambiare un mondo che poi gli sfugge di mano. E qui, oggi, si vota un po’ meno a sinistra anche perché la sinistra è un po’ meno rappresentata da quello che significò il mondo coop. Chiedetevi se c’entra qualcosa, tutto questo, con la Lega che ha preso il triplo dei voti rispetto a due anni fa. Chiedetevi perché il presidente della Lega cooperative nomina come vice non più un comunista, ma un bravo leghista. Chiedetevi che cosa significa quando da queste parti scopri che la coop, l’Unipol e il partito sono diventate cose che non ti rappresentano più”.
E’ anche per questo che Sacchetti era quello a sinistra. Era il partito. Era la tessera. Era il sindacato. Era lo specchio e l’evoluzione di quel “consenso universale”. Era quello che parlava con la base, e non con i giornalisti. Era quello che parlava più con Pierluigi Bersani che con Massimo D’Alema. Era quello che stava al mondo di sinistra come il Lambrusco sta a Reggio. Come Vasco sta all’Emilia. Come la Ferrari sta alla Romagna. Poi però è cambiato tutto ed è cambiato tutto anche per colpa di due conti in banca che con quel pezzo dell’Emilia sono in molti a dire che non c’entravano nulla. Il conto numero 046.1039.38 e il conto numero 046.1038.37. La storia dei 40 milioni comincia più o meno così.
(3. continua. La prima puntata è stata pubblicata mercoledì 2 luglio, la seconda venerdì 4 luglio)
Claudio Cerasa
11/07/08

martedì 8 luglio 2008

Il Foglio. "Prodiani senza leader. Gli ulivisti sognano D’Alema contro Veltroni e nel Pd torna il lessico di Prodi (che forse ora ha un piano)"

Roma. Fragile com’è, ormai, al Pd di Walter Veltroni basta appena un soffio per sentire scricchiolare i muri traballanti del partito. Correnti, fondazioni, associazioni e furibondi membri costituenti. Negli ultimi giorni, però, il Pd ha registrato una certa vivacità anche tra i fedeli custodi della dottrina ulivista. Non sono un movimento, non sono una lobby e forse non sono neppure una corrente. Fatto sta che quelli che Arturo Parisi (in una lettera al Corriere) definisce “alcuni amici” – qualcun altro li chiamerebbe semplicemente prodiani – sono diventati la prima opposizione ufficiale alla segreteria di W. e sono riusciti a imporre nel partito il vecchio lessico ulivista. La vocazione non è più solo “maggioritaria” ma anche “coalizionale” e ieri l’ex ministro Giulio Santagata ha persino riproposto la piattaforma che accompagnò l’elezione di Prodi del 2006, la “Fabbrica del Programma”. Ora c’è il rischio di trasformarsi in una delle mine più imbarazzanti per il Pd, non solo per la presenza in piazza oggi con Tonino Di Pietro. Arturo Parisi ha già chiesto da tempo le dimissioni del segretario. Ma c’è anche chi chiede qualcosa di più. Parlando con il Foglio, i prodiani Mario Barbi e Franco Monaco propongono a Massimo D’Alema, “l’unico che finora ha messo in campo una linea manifestamente alternativa a quella di Veltroni”, di fare qualcosa di più: “Discutere di leadership associate a piattaforme e promuovere personalmente una competizione”. “Questo – dice Monaco, ex parlamentare del Pd e grande amico di Prodi – sarebbe un passo decisivo per il Pd e sarebbe un fatto apprezzabile perché il partito non può stare un anno e in più a bagnomaria con una politica che oscilla come una canna al vento”. “Io – dice Barbi, deputato del Pd – mi considero all’opposizione di questo segretario, che anziché produrre un chiarimento sul tipo di opposizione da condurre si impegna in una semplice gestione oligarchica. Ma non si illudano: noi non faremo il regalo di lasciare il Pd”. In tutto questo, mentre dopo parecchi mesi i prodiani tornano a coniugare il proprio pensiero con la prima persona plurale – con il “noi” –, sembra chiaro però che Prodi con la politica italiana avrà sempre meno a che fare. Da tempo, il Prof. ha scelto di dedicarsi a una serie di conferenze (in Spagna, Francia, Polonia, Slovacchia e tre giorni fa anche Albania) e per il momento non interverrà direttamente sulle questioni che riguardano il Pd. “Prodi non rimarrà pensionato per molto. Se lui potesse scegliere – dice un prodiano che chiede di rimanere anonimo – penso che gradirebbe mettere a frutto la sua esperienza internazionale in modo da dare corso, davvero, alla sua visione del mondo e dell’Europa. E se mi chiedete se Romano accetterebbe un ruolo importante, non so, all’Onu o a Strasburgo, per me la risposta è sì”.
Claudio Cerasa
08/07/08

venerdì 4 luglio 2008

Il Foglio. "Solo chi mette il Lambrusco in lattina può sperare di scalare Bnl"

Il partigiano Walter Sacchetti (papà di Ivano) riuscì a dare all’american dream la forma di falce e martello

Reggio nell’Emilia. Il punto è stato sempre lo stesso e la storia dei due manager che volevano dar vita a una grande banca delle cooperative comincia così: comincia con una provocazione, con un sogno americano e con un piccolo compromesso storico. Comincia prima della fallita scalata alla Banca nazionale del lavoro. Comincia prima del 2005. Comincia prima di Ivano Sacchetti e Giovanni Consorte. Comincia quando a Reggio iniziarono ad arrivare le prime Skoda colorate di rosso, quando i voti per il Partito comunista sfioravano il 70 per cento dei consensi e quando, a poco a poco, i supermercati dell’Emilia si riempivano di persone convinte che acquistare una salsiccia sui banconi di una Coop fosse un modo come un altro per finanziare compagni e soviet della vecchia Russia. Non è possibile comprendere il senso della scalata di tre estati fa senza conoscere la persona che prima di tutti riuscì a scrivere nel codice genetico del movimento cooperativo il grande salto di qualità e che riuscì a mettere insieme, senza alcuna contraddizione, quello che a quei tempi sembrava impossibile far accettare ai vecchi militanti. Soldi e comunismo. Mercato e socialismo. Cooperazione e investimento. Per questo, la storia di Ivano Sacchetti – ex vicepresidente di Unipol, indagato per la scalata su Bnl di tre anni fa – è una storia che non può essere raccontata senza partire da qui. Senza partire dalla persona che diede un senso al rivoluzionario discorso che il segretario del Partito comunista, Palmiro Togliatti, venne a fare quasi cinquant’anni fa proprio a Reggio nell’Emilia. Era il 23 settembre del 1946 e la famiglia di Sacchetti stava per entrare nella storia con un signore di nome Walter. “Compagni. Qui da voi c’è l’occasione storica di dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente con un largo fronte democratico in cui le ragioni del lavoro e quelle del capitale possono collaborare per far vedere al blocco reazionario che i comunisti sono capaci di fare star bene il popolo”. E Walter Sacchetti – che fu partigiano, senatore, deputato, amico di Giorgio Napolitano e papà di Ivano – fece così. Riuscì a fare una cosa che in quegli anni non era riuscita a nessun altro. Riuscì a dare all’american dream la forma di una falce e di un martello.
C’è un momento preciso nella storia di questa parte dell’Emilia in cui comunismo e socialismo diventano il “capitalismo fatto da noi” e in cui le cooperative si trasformano in un mondo pronto a entrare davvero nella competizione e nei mercati interni e internazionali. Un mondo pronto, se necessario, anche a conquistare una banca. Tutto però comincia con Walter Sacchetti. Sacchetti era il papà di Ivano e fu lui a consigliare al figlio di entrare in Unipol e di andare a Bologna in via Stalingrado. Sacchetti era il partigiano più famoso dell’Emilia. Lo divenne dopo essersi iscritto al Partito comunista (nel 1928), dopo essere stato prigioniero per sei anni nelle carceri fasciste, dopo essere tornato a Reggio con il nome di battaglia “Spartaco” e dopo essere entrato nella resistenza come ufficiale di collegamento fra le città e le montagne. Era il 1943. Cinque anni dopo Sacchetti diventò onorevole e in seguito senatore. In tutto per tre legislature. Poi entrò nella Cgil, diventò amico di Giuseppe Di Vittorio, fu presidente delle Cantine riunite e segretario delle Camere del lavoro. Da migliorista, militò nel Pci fino al 1989 e fu uno degli uomini di riferimento al nord per la componente napoletana del vecchio Pci di Giorgio Napolitano e Giorgio Amendola (il presidente della Repubblica fu il primo politico che inviò una lettera a Reggio, a casa Sacchetti, quando Walter morì un anno e mezzo fa). Sacchetti fece quello che nessun altro era riuscito a fare. “Portò la rivolussione in America!”, racconta un vecchio amico di Sacchetti. Ci riuscì in due modi, Walter. Ci riuscì ripetendo quelle parole che il figlio Ivano ripeteva spesso prima della scalata alla Bnl del 2005 (“Non si può essere impresa in un territorio se non si dà qualcosa in quel territorio”) e in piccolo, Sacchetti, riuscì a fare quello che cinquant’anni dopo provò a fare il figlio Ivano con le assicurazioni, le banche e i cooperatori. Fu l’esempio perfetto e la dimostrazione ideale di come la dimensione imprenditoriale non poteva che essere legata all’esperienza cooperativa. Sacchetti lo dimostrò e fu una rivoluzione. Tutto cominciò quando da presidente delle Cantine riunite mise il Lambrusco in una lattina, lo portò negli Stati Uniti e lo trasformò nel prodotto coop più esportato in America. (Per chi non avesse mai superato il raccordo anulare, portare il Lambrusco a New York ha lo stesso valore simbolico che potrebbe avere il tentativo di insegnare a un americano a mangiare la porchetta invece che il Big Mac). Sacchetti però fece anche dell’altro. Mise insieme le coop e il basket. Mise insieme cooperatori e calcio. Acquistò la squadra di Reggio di pallacanestro e dopo due stagioni, nel 1984, la portò in serie A. Comprò la squadra di calcio di Reggio – quella fantastica di Ravanelli, di Futre, di Silenzi e di Paganin – e nel 1994 fu la sua Reggiana a portare diecimila tifosi a San Siro e a salvarsi battendo all’ultima giornata il Milan del Cav. E quarant’anni dopo il punto è sempre lo stesso. Soldi e comunismo. Mercato e socialismo. Il papà di Ivano ci riuscì. Riuscì a rimanere dentro il limite del possibile. Il figlio Ivano, invece, scoprì con Unipol e Bnl che più in là, anche se si poteva, forse non si doveva andare. Lo scoprì a Reggio. Lo scoprì quando i compagni cominciarono a dirgli di sentirsi un po’ traditi. Lo scoprì quando i sindacati, anche la Cgil, cominciarono a parlare di “deriva culturale”. Lo scoprì, raccontano a Reggio, quando Sacchetti si accorse che nella sua Emilia i compagni cominciavano a temere che il mondo delle coop fosse diventato simile al mondo immaginario cantato da Francesco Guccini nella “Voce del padrone”. Quel mondo dove in fondo “sol due cose hanno importanza e sono il conto in banca e l’eleganza”. Si dice così per via dei 40 milioni di euro divisi tra Consorte e Sacchetti che meritano una storia a sé. Si dice così anche per via della Lega, che nella città un tempo del Pci è arrivata al 9 per cento. E’ anche per questo che oggi a Reggio, per spiegare l’evoluzione del mondo coop, ci sono due cooperatori che hanno una gran voglia di parlare.
Claudio Cerasa
04/07/08
(2. continua. La prima puntata è stata pubblicata mercoledì 2 luglio)

mercoledì 2 luglio 2008

Il Foglio. "Così Ivano Sacchetti divenne “il vero Cuccia della finanza rossa”"

Reggio nell’Emilia. La strada era sempre quella e ogni sera, anche a sessant’anni, Ivano Sacchetti aveva deciso che doveva essere così, che doveva essere come al solito e che lui doveva essere come gli altri: un po’ pendolare, un po’ operaio, un po’ vecchio comunista. Allora su e giù, su e giù, come in fondo gli aveva suggerito anche papà: Bologna, via Stalingrado, via Lincoln e poi l’autostrada, i 74 chilometri di A1, lo svincolo a destra, il fiume Panaro, Reggio nell’Emilia, via dei Gonzaga e ogni sera si tornava a casa. Faceva così da trent’anni, Sacchetti: lavorava all’Unipol dal 1964. Dal giorno in cui uno dei fondatori, Oscar Gaeta, lo aveva chiamato per spiegargli come quel progetto sarebbe diventato l’immagine perfetta di un movimento di cooperatori che avrebbe trasformato il mondo delle assicurazioni in un grande “strumento sociale”. Era quella l’Unipol di Sacchetti: non ancora la compagnia che sarebbe diventata il satellite finanziario pronto a lanciare la sua offerta pubblica di acquisto sulla Banca nazionale del lavoro. Era quello che ancora oggi conoscono tutti: era il bollino con la U scontornata sul parabrezza, era il tagliandino verde delle assicurazioni, era l’unico lato tollerabile del capitalismo ed era il modo migliore per poter coniugare il comunismo con i tempi del futuro. Diceva Gianni Brera che la struttura morfologica di Fausto Coppi sembrava un’invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta. Sacchetti – che oggi ha 64 anni – stava al mondo delle assicurazioni come Coppi stava alla sua bici, e quella bici la conosce anche meglio di Giovanni Consorte.
E’ vero: Sacchetti era meno sanguigno, meno passionale di Consorte. Sacchetti era quello che ai suoi colleghi diceva di non “considerare necessaria la comunicazione”, quello che controllava le penne in ufficio, quello che aveva in mano i conti della compagnia, quello che a Bologna aveva trasformato l’Unipol nel gigante delle assicurazione prima ancora che quel mondo (nel 2007) finisse quotato in Borsa. Prima che, come dicono a Reggio, arrivassero quei bocconiani che con i vecchi cooperatori non c’entrano granché. Certo, a volte Sacchetti e Consorte sembrano una cosa sola. Quasi un unico soggetto giuridico. Non solo per le accuse identiche ricevute negli anni (aggiotaggio, associazione a delinquere, ricettazione, appropriazione indebita). Non solo per le somme di denaro (anche queste identiche) transitate sui conti correnti. Non solo per la famosa consulenza ricevuta dopo il 2001 (quando furono decisivi per il passaggio di Telecom a Marco Tronchetti Provera). C’è dell’altro, naturalmente, e il filo che lega Consorte e Sacchetti è un filo dentro il quale viaggia tutta la differenza che esiste oggi tra una vocazione alla gestione della cosa pubblica (che era la vecchia idea di Unipol) e la vocazione a essere invece, per quella cosa pubblica, un polo finanziario. In Unipol, prima del 2005, Consorte era il manager fuoriclasse, quello che i giornalisti dovevano chiamare per avere il virgolettato giusto che facesse notizia. Sacchetti era invece quello che si occupava di tutto quello che non si vedeva. Quello che in un giornale, per esempio, verrebbe definito uomo macchina. Quello che, mettendoci magari un po’ meno la faccia e la firma, si trova dietro un computer, e titola, fa il giornale e sceglie cosa è giusto e cosa no. In effetti le cose non potevano che andare così: Consorte era arrivato all’Unipol con una laurea e un master in Economia e finanza e aveva già lavorato alla Montedison prima di arrivare a via Stalingrado. Sacchetti, invece, aveva cominciato da perito assicurativo e aveva lavorato anche come docente all’Istituto tecnico industriale Ipsia (lo stesso dove insegnò Giancarlo Tarquini, il procuratore della Repubblica di Brescia che sul caso Unipol ha interrogato il gip Clementina Forleo; lo stesso che come preside, negli anni di Sacchetti, aveva il dottor Franzoni, papà della signora Flavia Franzoni moglie di Romano Prodi). Poi Sacchetti quando arrivò all’Unipol diventò coordinatore degli uffici sinistri di tutt’Italia (girava da Palermo a Bolzano in roulotte, percorrendo ogni anno circa 150 mila chilometri). In via Stalingrado, fu direttore del personale, direttore commerciale, direttore centrale, direttore generale, ed è lui uno degli uomini che hanno scelto di assumere Consorte. Sacchetti è quello a sinistra perché è quello che viene davvero dall’apparato del partito. E’ quello figlio del partigiano Walter – che diventò l’uomo più potente di Reggio. E’ quello che fu iscritto al Pci, al Pds e infine ai Ds. E’ quello grazie al quale, fino al 2005, al nord non esisteva alcuna festa dell’Unità senza lo striscione verde con i caratteri bianchi dell’Unipol. E’ quello che qualcuno considera come la vera mente della compagnia assicurativa. Come il “vero Cuccia delle cooperative”. Come il simbolo forte, anche perché meno esposto, di quel blocco della finanza rossa, oggi diviso a metà (ieri Mps è uscita dall’universo Unipol), che fino a poco tempo fa riusciva a mettere insieme le forze economiche più sensibili alla sinistra. Unipol, i capitani coraggiosi, Mps. Di Unipol Sacchetti fu vicepresidente; di Mps consigliere; di Gnutti (uno dei “capitani coraggiosi”, definizione di Massimo D’Alema, della scalata Telecom) Sacchetti divenne amico quando Gnutti sedeva nel cda della Banca Agricola Mantovana.
Ora, tre anni dopo l’estate in cui erano i muri di Reggio a raccontare meglio di ogni pezzo di cronaca lo spirito di una città ferita nel cuore del suo motore politico, di Sacchetti si sa poco. Non un’intervista. Non una dichiarazione. Non un’intercettazione degna della prima pagina di un giornale. Persino il giorno delle dimissioni da Unipol Sacchetti ha scelto di nascondere la sua voce. Raccontano che quel giorno Consorte presentò un memoriale di tre pagine. Sacchetti no. Scrisse venti righe e spiegò agli amici che non ce la faceva. Che era distrutto e che non c’erano parole per dirlo. Oggi Sacchetti ha scelto di fare il pensionato. Vive a Reggio, non ha una merchant bank, ha due misteri che proveremo a chiarire e come Consorte crede ancora che Unipol doveva essere la “banca del paese”. Ma ci sono alcuni aspetti di questa storia che dimostrano come forse avesse ragione Nanni Moretti quando cinque anni fa ricordava che il comunismo italiano ha a che fare più con l’Emilia che con l’Urss. Sacchetti, in questo, è l’esempio perfetto. Per tre motivi. E almeno per tre storie che da queste parti considerano incredibili. (1. continua)
Claudio Cerasa
2/7/08

lunedì 30 giugno 2008

Il Foglio. "Il volto meno noto di Unipol"

Le coop, i vecchi comunisti, la Padania, l’Emilia Romagna, i verbali, le scalate, una famiglia incredibile e un personaggio chiave per capire sinistra e finanza rossa. Storia di Ivano Sacchetti, assicuratore

Reggio nell’Emilia. Lui è quello a sinistra: è quello con i baffi, con la camicia bianca, con la giacca nera, con la cravatta rossa e con il braccio che si sposta dall’alto verso il basso sfiorando i sei caratteri stampati sul muro accanto alla parola assicurazioni. Ivano Sacchetti è quello a sinistra, è quello che sorride con Consorte, è quello che ha trasformato una compagnia assicurativa in un piccolo gigante della finanza ed è quello senza cui oggi non si può parlare di Unipol, non si può parlare di Consorte, non si può parlare di Forleo, non si può parlare di coop, non si può parlare di Fassino, non si può parlare di D’Alema e non si può parlare neppure del rapporto che la sinistra ha costruito negli ultimi trent’anni con questa parte dell’Italia. L’Emilia, la Romagna, il nord e la Padania.
Sono passati tre anni dall’estate delle scalate bancarie di Gianpiero Fiorani, di Emilio Gnutti, di Giovanni Consorte, di Antonio Fazio, di Stefano Ricucci e sono stati scritti libri, sono state pubblicate sentenze e sono state sbobinate tonnellate di intercettazioni. Ma dai mesi centrali del 2005 a oggi c’è un persona che non è mai andata in televisione, che non ha mai parlato con i giornali, che non ha mai chiesto un interrogatorio e che non è mai stata raccontata nei giorni in cui degli altri, invece, si conosceva già tutto. Ivano Sacchetti, sessantaquattro anni, già vicepresidente di Unipol, assicuratore. E poi? Perché oggi se dici Unipol pensi a molte cose: pensi ai memoriali di Consorte, pensi alle parole di Piero Fassino, pensi alle frasi di Massimo D’Alema, pensi alla scalata – fallita – di tre estati fa e pensi soprattutto alle ordinanze del giudice Clementina Forleo. Arriverà a settembre il voto del Parlamento europeo sull’uso delle intercettazioni tra l’ex ministro degli Esteri e l’ex amministratore delegato di Unipol e si perderà ancora tempo a parlare di scalate, di insider trading, di aggiotaggio, di esondazioni e di giudici da rimuovere. Ma il punto è che non è possibile comprendere questa storia di politica, di finanza, di cooperative, di comunisti, di vecchi partigiani e di vecchi contadini senza conoscere la vita di Ivano Sacchetti e di tutta la sua incredibile famiglia. Perché non c’è solo la vecchia storia del ranch vicino a Reggio Emilia, non c’è solo la storia del papà che fu partigiano, non c’è solo la vicenda della parcella milionaria ricevuta da Emilio Gnutti. Non c’è solo la storia di un dirigente che ha visto trasformare il mondo delle cooperative in un mondo fatto anche di plusvalenze. C’è anche dell’altro. C’è la storia di un dirigente che ha rivoluzionato il mondo delle assicurazioni. C’è la storia della scalata a una banca (Bnl) di cui lo stesso Sacchetti sarebbe diventato presidente. C’è la storia di una regione dove per anni la politica ha significato Unipol e dove per anni la politica entrava in sezione solo dopo essere passata dagli uffici di una coop. C’è la storia di quel mondo dove oggi invece la Lega Nord arriva al 9 per cento, dove i leghisti entrano nelle cooperative e dove si trova un ex dirigente di Unipol come Sacchetti che a differenza della sua perfetta metà lavorativa, Consorte, ha scelto di non fondare merchant bank, ha scelto di non parlare della morte del padre, ha scelto di occuparsi solo dei processi, ha scelto di rimanere a Reggio, ha scelto di non scendere dalla sua bici per parlare con i cronisti ma riuscendo a essere, ancora oggi, la rappresentazione perfetta di quella terra (come scrive Edmondo Berselli) dove “si aggirano ancora vecchi comunisti pragmatici per i quali il socialismo è semplicemente il capitalismo fatto da noi”. E la storia di Sacchetti comincia proprio così. (continua)
Claudio Cerasa
29/06/08