mercoledì 12 marzo 2008

Vada pure, Mancini

Capire che la Coppa Campioni non è la Coppa Italia dopo aver perso agli ottavi di finale prima col Valencia, poi col Villareal (Villa che?) e ora col Liverpool, che tra undici sdentati in campo aveva solo un fenomeno e dieci formidabili esecutori, credo sia una ragione sufficiente per capire, per il Mancio, che quando tutte le squadre partono alla pari in una competizione (senza penalizzazioni, senza squalificati, senza frizzi e senza cazzi) l’ex capitano della Samp si dimostra quello che è: un ottimo, ex, centrocampista fantasista di ripartenza offensiva. In campionato si vincerà, si spera, anche quest'anno: anche se Siniša Mihajlović dovesse arrivare in panchina. Ma il dubbio che Mancini sia una specie di Hector Cuper – che per fortuna è già occupato a Parma – solo con la riga in mezzo in più; il rischio che il Mancio sia uno che capisca di pallone solo qualcosina in più del mai sufficientemente contemplato Orrico, il rischio, per uno che fa giocare a centrocampo quella pippa di Viera, che mette a sinistra quella pippa di Burdisso, che fa entrare un terzo attaccante solo a venti minuti dalla fine, che si ritrova davanti due torri spaventose come Cruz e Ibra e che in tutta la stagione avrà fatto fare sì e no due o tre cross a partita, il rischio che sia a/ rincoglionito. b/ incompetente. c/vittima di un complotto organizzato nello spogliatoio da Roy Hodgson, francamente, un po' c'è. E poi: ho già detto che da quando Roy Hodgson è arrivato all’Inter la cosa più carina che è capitata a San Siro è stata non vedere Georgatos il giorno del centenario? Ma lo sa Roy Hodgson che dire "io sono l'addeto ai rapporti internazionali dell'Inter" sarebbe come se Veltroni avesse nominato De Mita "Adetto ai rapporti democratici del Partito democratico?". Detto questo: Mancini vuole andare via? Magnifico, vada pure. Tanto – qui la lista completa di Camillo – uno tra Bianchi, Castellini, Lippi, Lucescu, Simoni, Suarez, Tardelli, Verdelli e Zaccheroni, mi volete dire che non sia ancora sotto contratto dell’Inter. Ma va là.

Il Foglio. "Mi scusi signora, suo figlio era ancora vivo"

Tre ecografie, una diagnosi, un processo e una sentenza in arrivo. Storia di una mamma convintasi ad abortire su consiglio medico

Tre ecografie, pochi minuti di “revisione”, una diagnosi già formulata, un processo in corso e una sentenza che arriverà in queste ore, sei anni dopo quella notte passata in ospedale. “E’ sicuro?”, chiese Alessandra mentre lui la guardava con la sondina stretta nel pugno della mano destra e mentre il sangue continuava a gocciolare sul lettino, lungo il rotolo bianco di carta usa e getta, proprio nella stanza dove il dottore aveva appena spiegato cosa significava, esattamente, quella dannata ecografia. Cosa significava, esattamente, quella dannata metroraggia. Alessandra era arrivata in ospedale pochi minuti dopo le ventitré, con una “grave perdita ematica”, con il sangue che ancora le scendeva tra le gambe e con quel pancino di sei settimane che lei aspettava da due anni e mezzo e che ventiquattrore dopo sarebbe diventato un ammasso di “cellule senza vita”. “Signora – le aveva detto il medico di guardia tracciando un cerchio con il dito sull’immagine dello schermo ecografico – mi ascolti: con perdite di questa natura non ci sono altre possibilità. Questa, purtroppo, è una metrorragia; questo, purtroppo, è un aborto già in atto”.
L’appuntamento era stato fissato per il giorno dopo: Alessandra uscì dall’ospedale, tornò a casa in macchina, si distese – disperata – sul letto matrimoniale abbracciando il marito e piangendo tutta la notte. Le avevano spiegato che sarebbe stato un intervento molto semplice, che “revisione” significava “raschiamento”, che il “raschiamento” era routine e che la routine voleva dire cinque, dieci minuti al massimo sdraiata sul lettino, con un’anestesia locale, una dilatazione del canale cervicale e una curette che avrebbe eliminato, molto rapidamente, tutti i “residui placentari”; tutto il “materiale non strutturato”, tutto il “tessuto fetale”, tutto l’“abbozzo placentare”. Così fu: Alessandra arrivò in ospedale in tarda mattinata, si sentì ripetere la diagnosi già fatta il giorno precedente, le dissero, ancora una volta, che quello era un “aborto spontaneo”; lei firmò l’anamnesi, si sdraiò sul letto e il medico le dilatò il collo uterino con un cono di Hegar numero otto, da quattro millimetri, trattenendola in ospedale per tutto il pomeriggio e lasciando trascorrere ventiquattrore; prima di scoprire se quella che il ginecologo continuava a chiamare “revisione” era andata bene oppure no. Il ginecologo avrebbe detto di sì; lei, però, avrebbe scoperto perché in realtà quello non era altro che un “no”.
Fu tutto molto veloce, in quei giorni: Alessandra era ritornata in ospedale già la mattina dopo, era entrata nella stessa saletta dove era arrivata due sere prima, aveva parlato con lo stesso medico di guardia che le aveva cerchiato con il dito un embrioncino “già morto” e quindi, una volta completata l’ultima ecografia, il dottore aveva individuato la “presenza di alcuni residui in utero” e aveva deciso di prescriverle un farmaco; che di lì a pochi giorni le avrebbe stimolato una serie di contrazioni, permettendo così un’“espulsione completa”. Il farmaco si chiamava Methergin e, come si legge all’interno della confezione sulle due pagine di foglietto illustrativo, il farmaco viene prescritto “quando è necessario arrestare una emorragia uterina con una rapida ed energica contrazione dell’utero”. Semplice, ma con il passare dei giorni Alessandra proprio non capiva. Perché, si chiedeva, sono ancora così debole? Perché il Methergin non fa effetto? Perché le perdite aumentano invece che diminuire? Perché tra ecografie, revisioni, raschiamenti nessuno ha pensato a farmi una sola analisi del sangue? Perché, poi, tutta quella fretta? A poco a poco, Alessandra capirà. Capirà due giorni dopo, quando un’infermiera dell’ospedale di Novara le lascerà un messaggio in segreteria e quando la stessa infermiera la inviterà ad andare subito in ospedale per ritirare l’esame istologico appena effettuato sull’embrione; le avevano detto che quello era un “coagulo”, le avevano detto che quella gravidanza non sarebbe mai andata avanti, le avevano detto che il suo bimbo era ormai morto e le avevano spiegato poi, che, a parte qualche residuo, l’intervento era riuscito perfettamente. Non era così.
“Signora – le dissero in ospedale pochi minuti prima che un’infermiera le prelevasse due siringhe di sangue – c’è stato un errore: l’embrione non è stato espulso, non c’era materiale embrionale in quel che abbiamo asportato, l’aborto è ancora in atto e l’intervento va dunque ripetuto”. Niente di strano, le spiegarono: non capita spesso, ma comunque capita, ogni tanto, che un raschiamento finisca con un piccolo errore. Un caso ogni dieci, dicono le statistiche; e lei era uno dei dieci.
Tre giorni dopo il primo intervento, Alessandra aveva fissato due appuntamenti: la mattina sarebbe andata dal suo ginecologo di Milano, il pomeriggio, invece, sarebbe tornata in ospedale a Novara per la seconda “revisione”. A Milano, però, Alessandra ricevette una telefonata dall’infermiera che il giorno prima le aveva prelevato il sangue; l’infermiera la chiamerà verso ora di pranzo, le dirà beta hcg 22.199 e le spiegherà che qui, l’ormone della gravidanza, era davvero molto, ma molto alto: “Mio Dio, signora: ma lei è ancora incinta!”. Una volta a Milano, dopo aver finito la conversazione con l’infermiera di Novara, Alessandra arriva dal suo ginecologo, chiede di poter fare un’ecografia, osserva con la coda dell’occhio lo schermetto ecografico e scopre che quello che pochi giorni prima era un “grumo di sangue senza vita”, in realtà era ancora un embrione vivo; quasi di sette settimane. Le avevano detto “aborto in corso”, le avevano spiegato che quella era una “metroraggia” e che con tutti quei dolori addominali, quelle perdite e quello stato di “grave urgenza” per il bambino “non c’era più nulla da fare”. Invece non era così; invece l’embrione era vivo, era scappato via da un raschiamento, aveva sopportato le contrazioni causate dai farmaci, aveva resistito a settancinque gocce al giorno di Methergin e qualche ora dopo, alle 16.50 del 26 gennaio, avrebbe cominciato a far sentire, al ginecologo, il battito del cuore. Solo per pochi giorni però: perché due settimane dopo la prima diagnosi, due settimane dopo il primo intervento, due settimane dopo le prime tre ecografie e dopo le settantacinque gocce al giorno, ecco: tutte quelle perdite non si erano ancora bloccate; e proprio per questo, il sei febbraio, alle 18 e dieci minuti, Alessandra entrò nella sala operatoria dell’ospedale San Paolo di Milano, si sdraiò ancora una volta sul lettino del ginecologo, osservò la sondina passare, piano piano, sul pancione e ascoltò le parole del dottore: “Signora, ha perso il bambino”. L’ultimo raschiamento, il secondo in due settimane, durò poco meno di diciotto minuti. Dopo di che, Alessandra decide di andare in tribunale; perché, diceva, il mio embrione non ha avuto il diritto di vivere; perché quella è stata una vita negata, quella è stata una diagnosi sbagliata, qualcuno mi ha costretto ad abortire e in quasi due mesi di gravidanza non c’è stato nessuno – nessun infermiere, nessun medico, nessun ostetrico, nessun ginecologo, nessun neonatologo – che mi aveva garantito semplicemente il diritto di non farlo.
“Io – spiega Alessandra – trovo sia terribile che una cosa così piccola e così indifesa non abbia, sostanzialmente, proprio alcun diritto. Ditemi: è possibile che un embrione possa essere eliminato al primo dubbio? E’ possibile che nessuno sanzioni chi ha fatto un errore del genere? E’ possibile che la vita dei figli sia difesa solo fuori e non dentro il pancione?”. Il Tribunale di Novara, tre anni fa, aveva ammesso che in effetti in quell’ospedale c’erano state due diagnosi sbagliate e un raschiamento non riuscito; aveva ammesso che qualcuno aveva prescritto dei farmaci che non andavano prescritti e che due ginecologi, per “superficialità, negligenza e imperizia”, avevano detto che nella pancia di Alessandra c’era un embrione morto che invece era vivo. Tutto vero, tutto accertato. Con un però: secondo il giudice, se non è riuscito, un raschiamento non è “causa sufficiente per provocare un aborto successivo”. Il fatto, dunque, “non sussiste”: perché, anche di fronte a diagnosi errate, anche di fronte a ecografie sbagliate, se il feto sopravvive a tutto questo non ci può essere un “nesso causale tra l’intervento effettuato e la morte di un embrione”. Così, tecnicamente, se un embrione abortito sopravvive e poco dopo muore la colpa non è dell’interruzione di gravidanza. Semplice. Alessandra, però, ha fatto qualcosa in più: ha provato a far ricorso in appello alla sentenza di primo grado, ha trasformato gli ultimi suoi tre anni di vita in una piccola battaglia legale, ha chiesto a un giudice di difendere, letteralmente, il diritto di non abortire e ha cercato di dimostrare in tribunale perché, e in che senso, la vita dei figli va sempre difesa anche quando quella vita la si vede solo su uno schermetto verde. Ieri, il Tribunale di Torino ha depositato la sentenza. Niente di nuovo, il “nesso non c’è”.
Dice Alessandra: “Riassumo. Questa è la storia di un bimbo fortemente desiderato, anche se inaspettatamente concepito; un bambino dichiarato morto da due medici, sottoposto, prima, a raschiamento meccanico e poi all’azione di un farmaco che doveva strapparlo via dall’utero; un bambino che nonostante tutto era sopravvissuto a ogni aggressione, prima di morire dopo pochi giorni di inutili speranze. Ecco, io credo che nessuno abbia protetto davvero né me né il mio bambino. E se oggi, tecnicamente, un medico può liberamente sbagliare e sottoporre a raschiamento una donna che desidera un figlio, senza rischiare assolutamente nulla, credo sia molto pericoloso. Perché, cito testualmente la vecchia sentenza, ‘l’omissione di una corretta diagnosi, dovuta a negligenza e imperizia, non ha causato l’evento contestato’; e dunque, se l’embrione sopravvive anche per poche ore a un aborto sbagliato, formalmente quel tentativo di aborto non viene considerato un vero aborto. ‘Non c’è nesso causale’. Che sarebbe un po’ come dire che se ti puntano una pistola al petto, premono il grilletto, sparano un proiettile, il proiettile ti colpisce il cuore di striscio e tu non muori sul colpo, ma muori qualche giorno dopo, per la legge è come se non ti avessero mai sparato. Perché, semplicemente, almeno nel mio caso, questo non è dimostrabile”. Prosegue Alessandra: “La verità, perdonate l’espressione, è che non gliene frega niente a nessuno del mio embrione. Perché quello che io consideravo un figlio gli altri lo consideravano come un grumo di cellule privo, per di più, di ogni tutela legale; e privo, tra l’altro, del diritto di essere curato adeguatamente come qualunque essere umano. E’ evidente che un embrione che muore non fa notizia, ma qualcuno può negare che non mi sia stato concesso il diritto di non abortire? Qualcuno può negare che le leggi, oggi, proteggono molto bene una donna che intende abortire mentre non tutelano affatto il diritto di una donna che desidera proseguire una gravidanza? E’ possibile che un embrione di poche settimane non sia, davvero, qualcosa per cui lottare con tutte le forze che si hanno?”. Ieri pomeriggio la Corte d’Appello di Torino ha così confermato la sentenza di primo grado, spiegando nuovamente ad Alessandra che certo, è tutto vero: ci sono stati gli errori, la negligenza e la superficialità; il “nesso” però non c’è. I medici, in casi come questi, non hanno alcuna responsabilità. Conclude Alessandra: “Capitano spesso storie come le mie. Capita spesso che una donna abortisca per una diagnosi sbagliata e che i giudici poi ti spieghino che quelle macchie, quelle perdite ematiche, erano causate da un probabile difetto genico che avrebbe comunque portato a un’interruzione di gravidanza. Ecco, come giustificazione quel ‘probabile’ non può proprio convincermi: perché, per quanto mi riguarda, sono rimasta incinta altre volte; perché ho avuto altre gravidanze a rischio; perché, per due volte, ho perso sangue mentre ero incinta; e perché, nel giro di pochi mesi, quelle che i medici chiamano ‘difetti genici’ oggi si chiamano una Giorgia e l’altra Vittoria”.
Claudio Cerasa
12/03/08

Il Foglio. "Maggioritari, ma senza farsi male"

Nelle oasi locali l’Unione e la Cdl esistono ancora, e governano pure

Maggioritari a Roma, certo, ma senza esagerare altrove. Non c’è scandalo e non c’è imbarazzo se il partito che ha dipinto la sua bella stagione con i colori della vocazione maggioritaria, a un mese esatto dalle elezioni, ha deciso che con questa storia del “nuovo conio” e con questa storia del “correre da soli” forse è meglio non esagerare troppo. Basta dare uno sguardo giù dal loft del Pd per capire come molti candidati con mandato veltroniano oggi si riservino con fermezza il diritto di contraddirsi un poco. Prendiamo la Sicilia, dove Anna Finocchiaro ha deciso di competere per la presidenza della regione non da sola, ma alleata con quella che fu l’antica Unione prodiana. Prendiamo poi Roma, dove Rutelli ha iniziato la sua non impossibile corsa per il Campidoglio nella stessa corsia elettorale di Diliberto, Giordano, Salvi e Pecoraro Scanio. Che sia una clamorosa contraddizione? Sì e no. Perché un conto sono le campagne e le traballanti vocazioni elettorali di carattere nazionale. Un conto sono invece quelle formule a elezione diretta abbracciate nelle province, nelle regioni e nei comuni di tutto il paese. Laddove una legge dei primi anni Novanta garantisce un bagno plebiscitario per sindaci e governatori d’Italia e permette a schieramenti politici di ogni colore di trasformare, via via, i partiti in solide liste elettorali a prova di bombe e a prova di rifiuti rimasti quindici anni in strada.
Certo, si dirà che in questi casi il Pd ha dato ragione a Pierluigi Bersani. Negli stessi giorni in cui Veltroni giurava che il suo Pd avrebbe resistito alla tentazione di mettersi in tasca ramoscelli d’Ulivo; e negli stessi giorni in cui W medesimo spiegava come si doveva “rompere unilateralmente con la sinistra, per non essere condizionati dalla litigiosità di coalizioni eterogenee come quelle di Romano Prodi”, Bersani spiegava perché nel corpaccione ancora debole dei democratici italiani gli strappi con il prodismo semplicemente non servono. Perché lontani da Roma è possibile e a volte necessario mettere insieme continuità e discontinuità. Oltretutto è quel che fa la Cdl vecchio stile sopravvissuta in alcune regioni (vedi Sicilia e Friuli, dove si vota ad aprile). Che sia o meno un’amnesia politicistica la vocazione maggioritaria del Pd/Pdl resta confinata in un perimetro di là dal quale, più che la Cdl o l’Ulivo, domina la giusta legge dell’opportunismo.
Claudio Cerasa
12/03/08

venerdì 7 marzo 2008

Il Foglio. "Ventuno settimane e mezzo"

Diagnosi, certificati e i 4 mila casi l’anno. L’aborto terapeutico raccontato da due medici che lo fanno

Sono due professori molto famosi, insegnano all’università romana della Sapienza, dirigono, insieme, il dipartimento di Ostetricia del Policlinico Umberto Primo e quando dicono due virgola sette, quando dicono diagnosi, certificato, ovulo, dilatazione, inserzione, contrazione ed espulsione, vogliono dire semplicemente quello: “a. t.”, aborto terapeutico. Bisogna parlare con loro, salire al primo piano di via del Policlinico 155, superare un corridoio non molto lungo, entrare in una stanzetta di venti metri quadri e sedersi di fronte a due poltroncine nere per capire, a poco a poco, cosa sia quel “due virgola sette”, cosa siano quelle 3.888 interruzioni di gravidanza, non volontarie, fatte dopo la dodicesima settimana e che cosa ci sia, clinicamente, culturalmente e giuridicamente, dietro a quello che fino a due anni fa, prima di una storica sentenza della Corte di Cassazione, oltre che “aborto terapeutico” si chiamava ancora, letteralmente, “aborto eugenetico”. Parlano di “vitalità”, parlano di rianimazione, parlano dell’uso poco controllato della diagnosi prenatale, parlano del senso, non solo clinico, del “fallimento riproduttivo” e parlano con l’esperienza degli “abortion doctor”, come li chiamerebbe Garson Romalis (il famoso ginecologo di Vancouver, recentemente minacciato di morte, che appena un mese fa aveva spiegato sul National Post in che senso “he is honoured”, onorato, di essere un medico abortista: “I can take a woman, in the biggest trouble she has ever experienced in her life, and by performing a five-minute operation, in comfort and dignity, I can give her back her life”; “posso salvare una donna nel momento più difficile della sua vita e con un intervento di cinque minuti posso rimetterla in vita”). Rispetto alla stragrande maggioranza delle interruzioni di gravidanza, quelle effettuate dopo il novantesimo giorno, previste dall’articolo sei della legge 194, sono una piccola frazione, sono il due virgola sette per cento di quelle totali, sono meno di quattromila all’anno (circa dieci al giorno) e la maggior parte di queste, il 2 per cento, vengono registrate tra la tredicesima e la ventesima settimana; un numero, dunque, ben inferiore rispetto alle 144 mila interruzioni di gravidanza fatte ogni anno in Italia; ma per quanto questo sia un numero piccolo, i casi di aborti più discussi sono proprio questi; sono casi come quello, recente, della signora napoletana che ha abortito un bimbo con sindrome di klinefelter; e sono casi, meno recenti, come quello del bimbo abortito vivo a Firenze, all’ospedale Careggi; casi rari, ma molto significativi. Anche perché, a cavallo tra la ventunesima e la ventiduesima settimana, il feto non è più quello che i ginecologi chiamano “materiale non strutturato”, “tessuto fetale”, “grumo di sangue”, “abbozzo placentare”, e si capisce perché non è così semplice per un abortion doctor parlare dell’argomento, spiegare cosa significa essere un medico abortista e spiegare cosa significa interrompere una gravidanza con un feto “maturo”. Non è semplice, ma il professor Maurizi e il professor Bernardi – seppur con due pseudonimi – invece lo fanno; ne parlano a lungo; riconoscono che i problemi ci sono, eccome; riflettono su quali possono essere i dettagli più importanti per capire di cosa stiamo parlando; e, in un’ora buona di conversazione, provano a spiegarsi così.
“Ecco, appunto: di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di quei quattromila casi all’anno di interruzioni di gravidanza effettuate dopo il novantesimo giorno, quando l’interruzione perde completamente il suo carattere di volontarietà diretta e quando non può più essere la donna a dire ‘questa gravidanza io non voglio più portarla avanti’. Ora, il primo punto su cui si dovrebbe riflettere è questo. Cosa succede prima di un’interruzione? Cosa succede con la diagnosi prenatale? Cosa succede con l’amniocentesi? Io credo che a questo punto della gravidanza, tra la dodicesima e la ventiduesima settimana – probabilmente a causa di una strana forma mentis sbocciata all’interno della nostra cultura – è piuttosto evidente che la donna si senta ormai come investita dalla responsabilità sanitaria del proprio figlio. E’ come se una donna incinta ‘deve’ fare una serie di analisi. Dico ‘deve’ perché, anche se nessuno la obbliga, la ‘società’, perdonate la parola, sembra che stia lì a pressare la donna chiedendole scusa perché non hai ancora fatto quell’esame? Perché non hai ancora fatto quelle analisi? Perché non hai ancora fatto quell’accertamento? Certo, non va dimenticato che la diagnostica prenatale ha permesso a molti genitori di affrontare la gravidanza in maniera più consapevole; che ha dato, per altro, la possibilità alle coppie di avere tutto il tempo per pensare alle giuste cure per un possibile bambino malato; e che senza diagnosi prenatale le mamme un po’ più grandi della media non avrebbero forse neanche il coraggio di affrontarla, una gravidanza. Mi è un po’ difficile, però, negare che negli ultimi anni questo tipo di diagnostica sia stata percepita come una chance per aver garantita la possibilità, per non dire il dovere, di avere un figlio ‘sano’”. Il professor Maurizi continua il suo ragionamento. “Funziona così. Subito dopo una diagnosi, tu, medico, hai il dovere di comunicare alla paziente tutte le conseguenze che potrebbero essere legate a un determinato difetto genetico. A quel punto, devi essere certo che la paziente sia pronta a comprendere, e possibilmente ad accettare, quel tipo di difetto; che possa capire perché, molto spesso, il problema diagnosticato può essere curato dopo la nascita; e che sia chiaro, per lei, che se un figlio nasce con un problema, non è detto che questo sia irreparabilmente malato. Attenzione, però. Stiamo attenti quando medici e pazienti utilizzano la parola ‘sano’. Che cosa si intende per ‘sano’? Ecco: non dimentichiamo che circa il tre o il cinque per cento dei nati presenta una malformazione più o meno grave, e che il tre o il cinque per cento, in questi casi, significa che su 50 mila neonati all’anno 1.500 sono malformati. Questo si chiama rischio di specie; e per quanto esista lo spettro del ‘bambino malformato’ e per quanto sia una realtà, ormai, che 95 casi su 100 di interruzioni di gravidanza dopo il novantesimo giorno siano legati a ‘gravi’ malformazioni cromosomiche, non si può certo pensare che questo rischio di specie possa scendere a quota zero”. Per “gravi malformazioni cromosomiche”, spiega il professor Maurizi, si intendono quei casi di disordine cromosomico conosciuti con la definizione di “trisomie” e che, a seconda della gravità del disordine, sono più o meno vicini alla sindrome di down o a quella di Edwards. Il professor Bernardi non usa la parola eugenetica, ma – spiega – il mito del figlio perfetto è difficile dire che non esista. “Certo, siamo noi stessi ad accorgercene: non si tratta di volere un figlio bello, alto, biondo, con gli occhi azzurri. E’ semplicemente la pretesa, direi culturale, di un bimbo perfetto, di una diagnosi perfetta, di una gravidanza perfetta. Ecco – continua il professore – questa per i medici è una pressione non da poco: con che coraggio, oggi, un dottore troverà le parole giuste per dire a un genitore guardi, suo figlio potrebbe avere un disordine”. I due professori, a questo punto, affrontano un discorso molto delicato. Ricordate? Poche settimane fa, la signora Silvana – la donna napoletana che ha abortito alla ventunesima settimana un bambino con sindrome di klinefelter – rispondeva così al cronista che le chiedeva se fosse stata proprio la scoperta della patologia a farle decidere di abortire: “Non c’era altra scelta. Appena mi hanno comunicato che mio figlio sarebbe stato un malato per tutta la sua vita, non ho avuto dubbi. Ho deciso al momento, d’istinto: abortisco”. Può sembrare strano, ma superato il novantesimo giorno, tecnicamente una donna non può, e non deve, decidere nulla. L’interruzione, come detto, dopo novanta giorni non si chiama più volontaria, si chiama terapeutica; e, seppur d’istinto, il “non avere altra scelta” dovrebbe avere come soggetto un medico, non una mamma. “Il fatto – spiega il professor Maurizi – è che la parola terapeutica è una parola impropria, perché l’essenza ‘terapeutica’ dell’interruzione non ha, in realtà, nulla a che vedere con il feto, visto che quell’aggettivo si riferisce non al pancione ma alla salute della madre. Faccio un esempio. Mettiamo che arrivi una signora rimasta incinta, mettiamo che al suo feto sia diagnosticata una malattia, magari non così poco grave come quella del kilinefelter; e mettiamo che questa signora impazzisca e che, una volta venuta a conoscenza delle possibili problematiche, tenti il suicidio. Chiariamo: è giusto far di tutto per spiegare a una donna quali siano le cure, quali siano le soluzioni, quali siano le opportunità; ma il problema, formalmente, non è il klinefelter; il problema, per un medico, è il disagio psichico della donna. E’ per questo che qui si parla di salvaguardia della salute ‘psichica e fisica’ materna. Certo, va anche detto che oggi una gravidanza il cui prolungamento comporterebbe un rischio vero per la vita della madre è molto difficile trovarla; e in media, infatti, qui in ospedale ci troviamo di fronte a casi simili poche volte all’anno: parliamo di tre donne ogni cento. Ma – si scalda il professore – avendo sentito una carrellata di stronzate sull’argomento, è importante dire che dopo il novantesimo giorno tutto è nelle mani del medico, e la donna non può e non deve scegliere nulla. Semplicemente perché il medico non le dà alcuna scelta; e anche se questa signora arriva e comincia a sbattere la testa contro il muro e mi comincia a urlare voglio interrompere, voglio interrompere voglio interrompere, io medico non posso dire è la ‘tua’ scelta. Non so se il discorso è chiaro: per interrompere una gravidanza non è sufficiente avere una malformazione, deve essere a rischio la salute psichica della madre”. Il professore fa un’altra riflessione e prende spunto da un editoriale comparso due anni e mezzo fa sul British Medical Journal, “Why are the doctors so unhappy?”. “Guardi – prosegue Maurizi – io non sono credente: faccio un ragionamento, diciamo, da laico. Oggi la situazione è questa: la paziente non conosce più né la cultura della sofferenza né la cultura della morte. Può sembrare strano, ma in effetti è sempre più difficile spiegare ai pazienti che esiste la malattia, che esiste il decesso, che esiste il dolore e che, in fondo, l’accuratezza diagnostica non potrà mai essere del cento per cento”. L’accuratezza diagnostica è un tema che i due professori consigliano di non sottovalutare. Su questo aspetto, i dati più indicativi sono quelli che vengono raccolti ogni anno dalla Sieog, la società italiana di ecografia ostetrico ginecologica, che proprio in una delle ultime copie della sua rivista ufficiale riporta un passaggio significativo, spiegando come “l’eccessiva medicalizzazione della gravidanza abbia portato in assoluto a un eccessivo uso di esami di screening e di test diagnostici”; tanto che “non solo il 78,8 per cento delle donne italiane ha eseguito un numero maggiore di ecografie rispetto a quelle raccomandate dal protocollo nazionale ma il 29 per cento ne ha fatte più del doppio, sette”. E qui il commento a questi dati, da parte della Sieog, è simile a quello fatto dei due professori: “E’ difficile considerare tutto questo come un miglioramento della qualità dei livelli assistenziali rispetto al passato”.
Con un piccolo salto indietro, arrivando alla prima metà di febbraio, il professor Maurizi spiega un po’ meglio il significato di quel famoso testo sulla rianimazione dei grandi prematuri e sulla rianimazione, dunque, anche di quei feti abortiti vivi a cavallo tra la ventunesima e la ventiduesima settimana (“una crudele pratica insensata”, secondo il ministro della Salute Livia Turco; “un oggetto di un crudele accanimento terapeutico e di nuove sperimentazioni”, secondo l’editorialista di Repubblica, Miriam Mafai); un testo, quello, ripreso pochi giorni fa anche dal vicepresidente del Comitato Nazionale di bioetica, Lorenzo D’Avack; in un suo intervento, D’Avack aveva infatti spiegato così perché, se vitale, il feto deve essere sempre rianimato. “Non è eticamente accettabile porre dei paletti temporali per fissare a partire da quale età gestazionale si debba o meno procedere alla rianimazione del feto; e anche se è chiaro che è sempre opportuno cercare una linea condivisa con i genitori (…) nella eventualità che, in presenza di feto vitale fortemente prematuro, non si giunga ad una posizione condivisa, allora deve essere prevalente la decisione del medico a favore della rianimazione”. Quel testo il professor Maurizi lo ha firmato ed è stato, tra l’altro, anche l’unico ginecologo non obiettore ad averlo fatto. Anche per questo è piuttosto interessante seguire come il prof articoli il suo ragionamento, per capire in che senso, per un abortion doctor, un feto si dice vitale e per comprendere perché l’aborto è in realtà un’espressione che i dottori non usano più da tempo. “In effetti il termine ‘aborto’ è tecnicamente un termine improprio, se vogliamo ‘convenzionale’, dato che dopo i novanta giorni sarebbe più corretto parlare di interruzione di un processo evolutivo della gravidanza. Credo sia un nodo chiave, questo. Vi siete mai chiesti qual è il limite tra un’interruzione e un parto prematuro? Spiego meglio. Fino a qualche anno fa, l’aborto era solo una terminologia giuridica che si collegava a un limen, a un limite giuridico: prima dei 180 giorni di gravidanza si diceva aborto, dopo i 180 giorni si parlava di parto prematuro. Ecco, oggi, se uno studente all’esame mi dice che tra aborto e parto il limite è il 180° giorno, io lo prendo, lo boccio e poi gli dico che i giorni non c’entrano nulla, e che il limite da considerare è quello della sopravvivenza del feto. (Anche se c’è chi come l’International statistical classification of diseases, tuttora considera il peso come unità di misura della vita: 500 grammi è vita. 499 invece no)”. Il professore va nel dettaglio: “Facciamo un esempio: in nessuna casistica, in nessuna parte del mondo, un feto può vivere a ventuno settimane. In quel caso, la sopravvivenza è uguale a zero e qualsiasi cosa tu faccia rischia di diventare accanimento terapeutico. Se invece hai anche la minima possibilità che quel feto possa sopravvivere, tu devi comunque assisterlo. Punto. Per questo credo sia assurdo dire che un feto di ventuno settimane viva ugualmente. A ventuno settimane e zero giorni un feto non può sopravvivere, anche per motivi anatomici: tu puoi ventilarlo e puoi anche incubarlo, ma il polmone del feto è così immaturo che l’ossigeno non entra e l’anidride carbonica semplicemente non esce. Dunque, il feto che viene espulso, ma che in realtà viene partorito, è un feto già morto”. Il punto è in effetti molto delicato, perché i professori spiegano che al novantanove per cento, alla ventunesima settimana, il feto non viene abortito, viene “partorito”; e che nel momento stesso in cui viene partorito, il feto non avrebbe ancora un organismo pronto per sopportare un travaglio, restando, un istante dopo l’ultima contrazione, sostanzialmente senza ossigeno. E qui, c’è chi dice “strozzato da un’indotta morte naturale”; e c’è chi, come i professori, parla piuttosto di una “morte consequenziale”.
Dopo la ventiduesima settimana, però, il discorso si fa molto diverso. Anche se in linea di massima sarebbe più o meno vietato, a volte capita che una donna chieda un’interruzione di gravidanza ben oltre i 180 giorni di gestazione. Quando dunque il feto – come ricorda lo stesso celebre ginecologo abortista, Carlo Flamigni – è “cosciente, consapevole e capace di memoria”, e quando è “lontano dall’essere un ospite inerte e svolge un ruolo attivo nell’andamento della gravidanza, controllando vari aspetti del suo sviluppo e rispondendo a vari stimoli uditivi, visivi e tattili provenienti dall’ambiente esterno”. Quando, in altre parole, il feto è qualcosa in più che vitale. Non capita spesso, ma capita. “Succede quando una paziente salta qualche controllo, quando fa un’ecografia che aveva dimenticato di fare o quando, magari, scopre di avere una malattia non più ‘compatibile’ con la gravidanza. Funziona così. Se io interrompo una gestazione dopo la ventiduesima settimana non la interrompo per ‘uccidere il feto’ – spiega il professor Bernardi – Io, tecnicamente, sto solo interrompendo quella gravidanza per salvaguardare la madre: per questo devo predisporre tutto per la sopravvivenza di quel bambino. Spero sia chiaro che nell’interruzione di gravidanza il problema del feto è, e deve essere, disgiunto da quello della madre. Non si abortisce per far morire un feto. Si abortisce per far stare bene la mamma. E dunque, credo sia non solo logico ma anche scontato dire che se il feto viene abortito, ed è vivo, il feto deve vivere. Perché è un dovere rianimarlo ed è un dovere farlo anche se la mamma non vuole. Lo dice la legge, e chi non lo fa ovviamente commette un reato”.
Qualche volta però non funziona così; qualche volta, spiegano gli stessi professori, capita anche dell’altro; capita (ma non nel loro ospedale) che ci sia una diagnosi sbagliata; capita che il feto abortito nasca vivo e non venga fatto vivere, capita che un feto che non respira ancora ma che ha già il battito cardiaco non venga rianimato perché considerato “non vitale”. E questo capita perché l’interpretazione della parola “vitale”, in molti casi, rischia di essere molto arbitraria. Ecco, ma cosa succede esattamente in un’interruzione di gravidanza dopo la dodicesima settimana? Spiega Maurizi: “Dunque, nel caso in cui ci siano i ‘presupposti’ fisici o psichici perché una donna abortisca, la donna riceve il certificato che riscontra una malattia, ritorna nella struttura pubblica, ritira la relazione di diagnosi prenatale, chiede il ricovero nel reparto di patologia ostetrica, viene ricoverata in ospedale e nel giro di dodici o di ventiquattro ore comincia tutta la procedura”. Che funziona così. “Si decide se proseguire ‘l’espletamento’ per via vaginale o per via addominale con un taglio cesareo; il più delle volte, si opta per la prima procedura (i casi di cesario capitano circa una volta ogni cinque anni); poi si inseriscono nella vagina tre ovuli (cioè due o tre pillole, contenenti delle prostaglandine, grosse più o meno la metà di un’aspirina) e nel giro di ventiquattro ore, l’ottanta o il novanta per cento delle donne ha partorito il bimbo (il novantanove per cento lo espelle, invece, dopo settantadue ore). Il feto, dunque, viene poggiato all’interno di un contenitore di materiale biologico, viene trasporato, a mano, in anatomia patologica, e quindi, a seconda della patologia precedentemente riscontrata, viene fatto passare sotto i raggi di una risonanza magnetica o di una radiografia: per confermare così la diagnosi, o magari per smentirla. Fuori dall’Italia, in alcuni stati, c’è però anche un passaggio in più. (Un passaggio che fino a qualche anno fa era previsto anche dall’ordine dei ginecologi e degli ostetrici inglesi). In quei casi, prima di espellere il feto e dopo aver inserito nella vagina la prima capsula, l’ostetrico pizzica il corpo del bimbo con la punta di una siringa e inietta una soluzione chimica di cloruro di potassio; la stessa soluzione, solo in una dose leggermente inferiore, applicata nelle lethal injection per esempio in Florida, per esempio in Texas, per esempio in Cina: con lo stesso cloruro di potassio che, una volta in corpo, entra rapidamente in circolo e quando arriva al cuore, il cuore si ferma e non batte più.
Claudio Cerasa
7/3/08

martedì 4 marzo 2008

Il Foglio. "300 giorni, 7 anni, 5 volte al giorno"

Dal consultorio all’ultimo turno in sala operatoria. Storia di una dottoressa che ha contato fino a 10 mila

Sette anni, trecento giorni l’anno, cinque volte al giorno. Serena Monicelli è una ginecologa romana di quarantasei anni, abita in una piccola casa di Monteverde Vecchio, ha cominciato a lavorare in ospedale a venticinque anni, è stata una delle prime donne romane a sperimentare la tecnica del karman e qualche anno fa ha capito perché la soluzione al problema era il secondo piano della sua azienda sanitaria locale romana, quella con la lettera “d”. Tra il 1980 e il 1987, Serena è stata una delle sei ginecologhe non obiettrici dell’ospedale San Camillo di Roma: era entrata per la prima volta a Piazza Carlo Forlanini da specializzanda, ai tempi dell’università; in quella struttura aveva conosciuto quella che sarebbe diventata la sua futura direttrice sanitaria e pochi mesi dopo essersi laureata sarebbe stata assunta nel più grande tra gli ospedali romani con un contratto da consulente da un milione e mezzo di lire al mese. Aveva ventitré anni, Serena, quando il 19 gennaio del 1975 l’Espresso apriva il suo numero con quella storica copertina – poi sequestrata dai magistrati – in cui una donna nuda, incinta e crocifissa posava con il pancione a metà tra titolo (“Aborto: una tragedia italiana”) e didascalia (“Ecce Mater”). Serena ha aspettato qualche anno, è scesa in piazza, ha manifestato, ha conquistato la sua legge e pochi anni dopo ha deciso di applicarla in prima persona. Da ginecologa. Non era un lavoro come un altro, quello: perché per lei era la rappresentazione plastica di un diritto prima conquistato e ora, invece, direttamente applicato. Poi Serena ha fatto un calcolo, ha moltiplicato trecento per cinque ed è uscita dalla sala operatoria senza entrarci più. “Non era semplice: nei primi anni di applicazione della legge, i medici non obiettori, soprattutto le capo ostetriche anziane, trovandosi di fronte a un feto avanzato, magari al terzo o al quarto mese di gravidanza, prendevano un apparecchietto, lo poggiavano sull’utero della donna e facevano ascoltare il battito cardiaco alla mamma. ‘Signora lo sente?’ Era orribile, ovvio. E lo era ancor di più per me, che ero una di quelle dottoresse arrivate in ospedale un po’ con l’idea di essere stata investita da una sorta di mandato popolare. Non era un bel lavoro, ero diventata – come molti dei miei colleghi – ‘quella che faceva aborti’, non più un dottore. Ma almeno le persone mi erano sempre grate e a me questo bastava. Poi però è successo qualcosa: perché dopo aver fatto interruzioni di gravidanza per sette anni, arrivati a un certo punto la sensazione era quella di spalare solo acqua dal mare. E te ne accorgevi in molte occasioni: quando vedevi entrare da quella porta la stessa donna che con lo stesso certificato e con lo stesso sguardo ti chiedeva di abortire un anno dopo averne già fatto uno. Mi spiego: la mia era quasi una condanna; si può chiamare fisiognomica, se si vuole; il punto è che io non mi dimentico una faccia. Se una donna tornava io la ricordavo. E in quell’ospedale capitava spesso che la paziente tornava, e poi tornava un’altra volta; e un’altra; e un’altra ancora. E allora lì, veramente, altro che solidarietà: sarei saltata volentieri al collo di qualcuno. Perché io stavo lì per fare una cosa che consideravo davvero utile, ma a poco a poco mi accorgevo che, in quel modo, non ne valeva la pena. Perché? Perché quello è un intervento cruento, un intervento orribile per un ginecologo uomo e figuriamoci per un ginecologo donna: è per via della cannula che entra e poi esce, per via dell’utero svuotato, per via dei grumi di sangue buttati nell’inceneritore, per via di quella terribile pinza ad anelli e di quel tubicino che qualche volta si ostruiva, con i pezzetti di embrione che rimanevano incastrati. Non è un bel vivere. Molti colleghi prendono questa professione come una piccola missione, mentre molti la prendono invece come un semplice servizio per lo stato. Per me era una missione. Ma quando cominci a spalare le acque e quando ti accorgi di lavorare in una delle tante macellerie della tua città, allora tanto vale fare obiezione di coscienza”. E lei ha fatto così: era il 1987, Serena arrivò in ospedale per fare un’ivg, fu presa da una crisi di panico, cominciò a piangere, un infermiere le fece coraggio, lei operò per l’ultima volta e capì che però non avrebbe più avuto la forza di farlo ancora. Non ce la faceva più, Serena: aveva fatto due calcoli, aveva messo insieme i turni di lavoro, le interruzioni fatte ogni giorno della sua vita e aveva moltiplicato il tutto per gli anni passati in ospedale. Trecento giorni all’anno, cinque interruzioni al giorno, sette anni di lavoro. Diecimilacinquecento. Poi, prima di arrivare in consultorio, Serena ricevette quelle telefonate. “Se avessi accettato tutte quelle, chiamiamole così, ‘richieste di aborto privato’, a quest’ora mi sarei costruita tre villette ai Parioli. E quando ancora oggi me lo chiedono, io rispondo che non avrebbe nessun senso farli a casa, gli aborti, o in uno studio privato: perché, se vogliamo, l’ivg è l’unica cosa che davvero funziona nel sistema sanitario nazionale. Quindi, a questo punto, dico così: andate in ospedale, è inutile rischiare”.
Da obiettrice di coscienza, Serena è stata trasferita d’ufficio in un centro in uno dei quartieri più ricchi della Capitale. L’asl dove lavora Serena si chiama Rmd: è una delle cinque asl esistenti sul territorio romano e, in particolare, è la asl che va dal quartiere Prati alla Balduina. Ma la Rmd non è un’azienda sanitaria locale come tutte le altre: perché proprio in questa asl è stato registrato il maggior incremento di interruzioni di gravidanza di tutta capitale, tanto che dal 2000 a oggi sono stati rilasciati circa seicento certificati di aborto in più all’anno (erano 1.183 nel 2000, sono diventati 1.730 quattro anni dopo). Serena lavora qui, in questo palazzone bianco di tre piani, a pochi metri dalla vecchia sede della Rai; in uno di quei centri di assistenza per le famiglie che, come dice la legge, dovrebbe dare la possibilità, a una futura mamma che non intende portare avanti la gravidanza, di pensarci semplicemente un po’ di più: perché il consultorio, dice la 194, oltre a garantire i necessari accertamenti medici, “ha il compito di esaminare le possibili soluzioni dei problemi proposti; di aiutare la donna a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza; di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre; di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto”. Davvero vanno così le cose? Serena, che lavora da vent’anni in un consultorio, è l’unica obiettrice di coscienza della Rmd e ogni tanto è un po’ in imbarazzo. “Certo: spesso ci troviamo di fronte a una sedicenne che i medici definirebbero ‘incosciente’, spesso ci troviamo di fronte a una donna che arriva qui senza soldi, senza marito, senza genitori e magari dopo essere stata violentata. I casi come questi esistono, ovvio; e io da donna so perfettamente che c’è un mondo infinitamente grande dietro a quella decisione di tenere, o no, un figlio. Eppure la sensazione che qualcuno usi l’interruzione di gravidanza come sistema contraccettivo c’era quando lavoravo in ospedale e c’è oggi che invece lavoro in consultorio. Anche se, devo ammettere, qui il discorso è un po’ delicato”. Delicato perché anche il consultorio fa parte di quei piccoli problemi travolti dai grandi numeri che porta in dote la legge 194 (il 44 per cento di ivg in meno rispetto al 1982, i meno aborti clandestini, i meno aborti dopo la dodicesima settimane). Ma c’è qualcosa che ancora non torna: perché non è un mistero che il numero di certificati ivg rilasciati dai consultori sia aumentato sempre di più nel corso degli anni (arrivando a toccare, oggi, una media annua del 35,7 per cento sui certificati); e non è nemmeno un mistero che in Italia esistano tre regioni dove più del 50 per cento delle Ivg vengono concesse proprio in consultorio (in Piemonte sono il 58,8 per cento, in Emilia Romagna il 55,8 per cento, nel Lazio il 51,4 per cento). E forse non basta neppure questo: perché, per quanto riguarda il Lazio, su un totale di 17.434 donne che ogni anno si rivolgono a un consultorio pubblico, sono 7.528 quelle che escono con un certificato d’aborto. Spiega Serena: “Non è poi così difficile trovare il ginecologo che di fronte a una ragazza che arriva chiedendo un ivg, prende il certificato glielo dà in mano e senza fare troppe domande ti dice arrivederci e grazie. Certo, non va sempre così, ma a volte capita anche questo. E io credo sia un vero problema se oggi nei consultori sembra quasi che ci si entri soltanto per abortire. E’ vero che fare un figlio per paura di fare un intervento non è certo la cosa più saggia. Ma il compito di un dottore, e soprattutto di un consultorio, dovrebbe essere questo: provare a trasformare un figlio da non desiderato a desiderato. Non so: per esempio potrebbero esserci più informazioni sulle case famiglia; potrebbero essere previsiti sostegni economici da parte del Comune per le nuove mamme; oppure più bonus natalità; più assegni maternità; e a volte, pensate, potrebbe essere sufficiente anche pubblicizzare il parto in ospedale senza riconoscimento. Semplicemente questo”.
Per capire il problema, Serena fa un esempio calzante. “Provo a spiegarmi così: giusto qualche anno fa, ho chiesto nel mio consultorio un incremento orario. E’ possibile, mi chiedevo, che un’obiettrice di coscienza sia costretta a lavorare ‘meno’ perché per i ‘non abortisti’ in consultorio lo spazio quasi non c’è?”. Serena si spiega. “Esistono molti esempi, in consultorio, di gravidanze riprese per i capelli, di bambini salvati all’ultimo minuto e di mamme convinte a non abortire poche ore prime di sdraiarsi sul lettino. Ma sono casi molto rari, questi. La prassi, purtroppo, è molto diversa. Non è scontanto che l’urgenza per un dottore sia una donna incinta che vuole un bambino. Per assurdo, in consultorio, l’urgenza è l’interruzione di gravidanza. E’ vero che anche per un aborto ci sono tempi tecnici da rispettare; ma nel corso degli anni, i tempi per fare un’ivg sono diventati più efficienti di qualsiasi altro intervento. Io lo dico spesso alle mie pazienti, a quelle poche che mi sfuggono, che non fanno contraccezione e restano incinte e non vogliono andare avanti; quando capita di dover abortire io le tranquillizzo spiegando che l’ivg è l’unica cosa che funziona davvero nella sanità italiana. Perché è un iter snello e davvero ben organizzato. Perché una signora viene in consultorio col test di gravidanza in mano, viene accolta dalla psicologa, poi dal ginecologo e, dopo di che, dal consultorio stesso, prende direttamente l’appuntamento sia per le analisi che per l’intervento. Vi risulta che in Italia esista una ‘patologia’ per cui tu vai in una struttura pubblica e ti fissano un appuntamento per la pre-ospedalizzazione e per l’operazione? Magari funzionasse tutto così. Ecco: togliersi una colica, oggi, è infinitamente meno facile che fare un’ivg”. Per spiegare davvero cosa sia per un ginecologo quella sensazione di “spalare solo acqua dal mare”, Serena racconta infine,un episodio significativo. Poche settimane fa, nel suo consultorio era entrata una signora romena di 35 anni: alta, capelli chiari, pantaloni a righe scuri, un paio di scarpe Asics, una giacca della tuta di colore rosso e una borsa della Crazy Duck. La signora arriva, parla con lo psicologo, parla con il ginecologo, prenota le analisi, fissa un appuntamento e consegna un documento a Serena, un foglio con le malattie passate, con tutte le infezioni avute e – come direbbe il ginecologo – con tutti “i fatti di importanza medica della vita del paziente”. Poi, In basso a sinistra, un’ultima riga. Aborti precedenti. Lì sotto, ricorda Serena, c’era scritto sette.
Claudio Cerasa

lunedì 3 marzo 2008

Il Foglio. "La Sapienza del voto"

Veltroniani, bertinottiani, cappellani e prof un po’ rivoluzionari. Che cosa resta dell’università romana che a gennaio contestò il Papa? Dialogo postcomunista tra due studenti di sinistra

Entri da un portone centrale con tre ingressi simmetrici scavati nel marmo della città universitaria; fai due passi in avanti, superi la portineria, calpesti un lungo corridoio di asfalto molto liscio, cammini lasciandoti a destra il dipartimento di Medicina sperimentale e, a sinistra, la facoltà di Scienze matematiche; vai avanti ancora, con lo sguardo schiacciato verso il basso e che non va mai puntato lì, verso il piedistallo bianco, e poco propizio, di quella statua della Minerva altissima di fronte al rettorato della più importante università italiana, la Sapienza, dove, quasi due mesi fa, avrebbe dovuto parlare Joseph Ratzinger e dove ora, a quasi due mesi dalle elezioni, qualcosina sembra essere un po’ cambiata tra gli studenti di centro trattino sinistra dell’università romana; che un po’ Veltroni lo voteranno e un po’ invece, preferiranno mettere la crocetta da un’altra parte: un po’ più in là, un po’ più a sinistra, anche grazie – o per colpa – di quei giorni di “universitario dissenso”. Perché due mesi dopo, tornando alla Sapienza, c’è qualcosa che è davvero cambiato. Ricordate? La frocessione, con la f, i cortei dei dissidenti, le lettere dei professori, le campagne di comunicazione, la lotta contro “l’ingerenza del Pontefice nelle istituzioni italiane” e, come si dice in questi casi, i “gesti eclatanti”. Finì che ci fu un appello, che 67 professori spiegarono che “dal 20 settembre del 1870 Roma non è più la capitale dello stato pontificio” e che non sarebbe stato possibile ospitare lo stesso Papa che il 15 marzo del 1990, a Parma, aveva osato citare il passo in cui Paul Feyerabend scriveva che “all’epoca di Galileo, la chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto”. Quella, come fu poi ammesso da alcuni degli stessi docenti, era solo una citazione tirata fuori da un contesto ben più complesso. Ma in quei giorni, quando chiedevi qual era il problema e qual era la questione, la risposta era sempre la stessa: “Roma non è più la capitale dello stato pontificio”. E poi: “Noi professori siamo indignati in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all’avanzamento e alla diffusione delle conoscenze”.
E in effetti è finita proprio così. E’ andata che il 17 gennaio Benedetto XVI avrebbe dovuto parlare lì, al secondo piano del rettorato dell’università più grande d’Europa; avrebbe dovuto parlare prima agli studenti, avrebbe dovuto aprire l’anno accademico e poi, conclusa la sua lectio, avrebbe sceso le scale dell’aula magna, avrebbe fatto due passi in avanti, superando la portineria, girando a destra per entrare qui, nel perimetro a pianta esagonale della cappella universitaria della Sapienza: dove il professor Ratzinger, il quindici febbraio di diciotto anni fa (cioè un mese prima del famoso testo “incriminato” di Parma) aveva fatto un altro discorso; sempre su Galileo, sempre sulla scienza, sempre sulla chiesa. Un discorso che Ratzinger fece proprio qui, nella Cappella gestita, oggi, dai gesuiti di don Vincenzo D’Adamo. Lo stesso padre che due mesi dopo la frocessione, e un mese e mezzo prima delle elezioni, ha deciso di offrire ai colleghi della Sapienza un libricino dove si racconta ciò che quel giorno doveva esserci e che invece non c’è stato; e dove si spiega quale fu il vero errore fatto dai sessantasette. E non solo da loro. Perché in fondo, per capire il grande equivoco di quel giorno, il modo migliore era proprio quello di parlare con lui, di leggere il testo completo degli interventi mancati e poi aspettare un po’ e cercare di capire, tra gli studenti, l’effetto elettorale che sarà. Ecco, appunto: che cosa succede, oggi, tra quelle centinaia di migliaia di studenti della Sapienza? Che cosa succede, oggi, in quel “grande laboratorio sociale e culturale”, in quella struttura che, come dicono i grandi professori, “ospita espressioni e punti di vista diversi, sia in ambito culturale-ideologico che spirituale-religioso”. Che cosa succede oggi, a quarantacinque giorni dalle elezioni e a cinquanta giorni da quella mattina tra i più piccoli elettori di sinistra divisi, fino a pochi giorni fa, anche tra un “Papa sì e un Papa no”? Perché non è stato un giorno come gli altri, quello, per gli studenti di sinistra, per quelli che voteranno alle prossime elezioni, per quelli che sono oggi agli ultimi mesi di lezioni e per quelli, per esempio, che saranno i primi nati quando il muro di Berlino ormai non c’era più – 1989 – a votare in Parlamento. Religione, etica, guerra, loft, politica, Nicole Kidman, girotondi, Veltroni, Bertinotti e Berlusconi. Guardate, per esempio, lo studente veltroniano.

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Lo studente veltroniano, che non è mai stato comunista, si è laureato in sei anni in Scienze politiche, non si considera fuori corso, legge spesso Repubblica, non compra più l’Unità, non ha mai sfogliato il Manifesto, non studierebbe più Al Gore, non ha mai usato un buono pasto, non è mai entrato in cappella, non ha mai firmato un referendum, non frequenta i collettivi, non è andato contro il Papa e non è andato neanche contro chi manifestava contro il Papa. Alle elezioni ha votato: una volta Diliberto, poi Bertinotti, poi Ds, poi Margherita, poi Rosa nel pugno, poi ha perso il certificato e non ha votato il referendum. Dice che Roma, negli ultimi anni, è molto cambiata, ma non si ricorda perché. Dice che le buche per strada sono sempre quelle, ma per fortuna ci sono bellissime mostre; dice che gli autobus, in città, non si trovano mai, però le notti bianche sono molto divertenti; dice che Roma non è mai stata così sporca, però a teatro ci sono gli spettacoli di Ronconi; dice che la metro, a Roma, dalle nove di sera in poi non funziona più, ma Nicole Kidman all’Auditorium era davvero molto bella. E poi, lo studente veltroniano che ha votato comunista ma che comunista non lo è mai stato, ha partecipato a un mare di manifestazioni, è sceso in piazza con Moretti, ha fatto i girotondi a viale Mazzini e ha fatto i cordoni di fronte ai ministeri (in viale Trastevere); ha occupato la sua scuola, non ha mai indossato una kefiah, non è mai stato in questura, non è mai entrato in una mensa, ha visto Sanremo (ma solo perché cantava Elio con le storie tese); non ha mai capito cosa votano i sondaggisti (e lui comunque non legge i sondaggi), non ha capito perché il Papa era stato invitato alla Sapienza, ma non ha capito neppure perché, una volta invitato, se Chávez parla all’Onu e Ahmadinejad parla alla Columbia, il Papa non può parlare alla Sapienza. Boh. E poi, lo studente veltroniano, è rimasto molto affascinato da quei quiz letti per entrare in facoltà (Il primo: La trama de “Il nome della rosa” di Umberto Eco ha come fulcro narrativo a/ Un libro di Aristotele sul riso, b/ La visione di Platone sull’amore, c/ un trattato di Paracelso sull’alchimia, d/ Un libro di Galileo sulla geografia astronomica. Il secondo: “Il pasticciaccio brutto di Via Merulana”, cui fa riferimento Gadda nell’omonimo libro, è: a/ un omicidio in un condominio, b/ un dolce avvelenato, c/ un ingorgo stradale, d/ uno stupro di gruppo. Il terzo: Il 7 ottobre verrà eletto il governatore della California: il candidato repubblicano è: Arnold Schwarzenegger, b/ Clint Eastwood, c/ Sylvester Stallone, d/ Michael Douglas). Solo che, lo studente veltroniano che non è mai stato comunista e che non sa neanche dove sia questo diavolo di Spello, questa volta vuole votare bene; vuole votare dopo aver scaricato il programma; vuole votare Veltroni e lo farà, ma ora deve semplicemente capire perché. Forse perché anche lui un giorno aveva pensato di andare a vivere in Africa; forse perché, lui, non è mai stato comunista, forse perché non ha mai amato Berlusconi, forse perché non è mai stato di destra, forse perché non ha mai amato Lenin, non ha mai amato Castro e non ha mai amato Rizzo. Epperò lui si sente lo stesso democratico: per via di Obama, per via dei palloncini colorati, per via del Loft, per via del pullman verde, per via di quel “oh, Yes” che suona così bene messo prima del we e del can. E non si sente di destra perché non potrà mai votare Cutrufo, ma non si sente di sinistra perché non potrebbe mai votare per Caruso. In facoltà ha partecipato alle rassegne estate alla Sapienza, alle notti bianche alla Sapienza e al cinema by night alla Sapienza. Di Veltroni non ha capito cosa pensa dei Dico, cosa pensa dei Pacs, cosa pensa della guerra e, da Veltroni, vorrebbe sapere, in che senso “soli” se c’è Di Pietro; in che senso “liberi” se c’è Di Pietro e in che senso “liberal” se c’è Di Pietro. Lo studente veltroniano, che non è mai stato comunista, ama le lezioni di semiotica, i giornali universitari, le radio di dipartimento, gli esami orali di statistica, le iniziative culturali “maggiormente dedicate ai giovani” e la multietnicità degli studenti calabresi. Non ha mai letto un’intervista della Melandri e poi, ci pensa un po’, e scopre che nessuno gli aveva mai detto che nella classifica delle migliori università d’Europa, quella compilata dalla Commissione europea, la Sapienza non c’è tra le migliori università “per dimensione”, “per impatto mondiale”, “per qualità della didattica”, “per qualità della ricerca”. Ed è lui che ricorda quando Veltroni, sul Papa, aveva detto così: “Il Pontefice è un punto di riferimento spirituale e culturale e morale per milioni di persone”. Il Pd lo voterà anche per questo. L’altro invece, il suo collega un po’ più a sinistra, proprio no.

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Spiega padre D’Adamo – capelli grigi, fisico asciutto, scarpe da ginnastica, cinquantenne da tre anni a Roma – che il vero discorso di Ratzinger alla Sapienza, quello di 18 anni fa, “non era altro che una difesa della razionalità galileiana contro lo scetticismo e il relativismo della cultura postmoderna”. Bastava leggere lì, tra i 1.500 opuscoli stampati dalla cappella il 17 gennaio e tra gli stenografici di qualche anno fa, riportati ora nelle sessanta pagine del libricino curato da padre D’Adamo e dal professor Giancarlo Pani. Il libro si chiama “Il Caso Galileo: il metodo scientifico e la Bibbia”. E padre D’Adamo ci torna su: dice che certo, lui non vuole entrare “nelle intenzionalità” del rettore rispetto alle sue decisioni, perché “dietro a quell’invito c’erano motivazioni alte e serie”. Ma, prosegue, “al di là di questo, dobbiamo intenderci sul concetto di laicità. Dobbiamo farlo oggi e dobbiamo farlo anche nel futuro di questo ateneo. Dobbiamo decidere se siamo interessati a vivere in una laicità aperta e ricettiva, oppure in una laicità massimalista. Ed è molto strano che oggi ci scandalizziamo quando autorità ecclesiastiche entrano in un contesto non ecclesiale. Altrimenti, se pensiamo a una laicità aperta, io mi chiedo: perché no a un uomo di cultura alla Sapienza? Perché no al Papa in facoltà? Dove è la paura, dove il timore? Come è potuto accadere che dei docenti universitari siano incorsi in un simile infortunio? Il discorso, oggi è evidente: un docente dovrebbe considerare come una sconfitta professionale l’aver trasmesso un simile modello di lettura disattenta, superficiale e omissiva che conduce a un vero e proprio travisamento”. Sono parole semplici, che padre D’Adamo ha usato anche nell’introduzione del suo libro, dove – tra una pagina e un’altra – viene un po’ da sorridere leggendo le parole di chi, come il rettore Renato Guarini, non è riuscito a imporre nei fatti quello che aveva promesso con le parole. Scriveva Guarini nelle pagine dello stesso libro: “La formazione universitaria dei giovani non può esaurirsi nel mero apprendimento di competenze, ma deve aprirsi a un’esperienza più ampia di crescita personale e culturale, perché la cappella e l’università hanno lavorato fianco a fianco, nel pieno rispetto reciproco, in un dialogo sempre aperto e costruttivo, a partire da un’idea condivisa di Sapienza”. E se è vero che, proprio pochi giorni fa, Guarini è stato ricevuto in Vaticano e ha consegnato a Benedetto XVI tutto ciò che il suo ateneo aveva preparato per la visita fallita, è anche vero che, nonostante quel “dialogo sempre aperto e costruttivo tra università e Vaticano”, un mese dopo aver giurato di “aver pronto un nuovo invito per il Papa” è stato lo stesso rettore a spiegare che l’ipotesi di Benedetto XVI nuovamente invitato alla Sapienza semplicemente non esiste. Niente Papa. Niente religione. Niente ingerenze. Niente monarca vaticano. E allora oui taxation without representation.

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Lo studente taxation-without-representation-via-il monarca-vaticano dice che la Sapienza è un ateneo potenzialmente capace di competere con qualunque università del mondo; dice che il numero degli studenti le permetterebbe di fare cose bellissime; dice che però la quantità non è sinonimo di qualità; dice che Ratzinger parla già tanto e non ha bisogno di andare pure alla Sapienza; dice che Veltroni ha difeso il Papa e quindi, per quanto gli riguarda, non voterà né Veltroni né il Papa; dice che non voterebbe Veltroni anche perché non ha capito in che senso con D’Alema, Veltroni, Fioroni, Marini, Prodi, Binetti, Fassino, Franceschini è “Nuova stagione”; dice che, volentieri, avrebbe travestito da trans la Minerva della Sapienza; dice che non ama le quote rosa, che non ama le quote gay, che non ama le quote nere, epperò vuole più donne, più neri e più gay in politica. Dice – e canta – che Galileo ha abiurato e noi resisteremo al papato; dice che non è mai stato a Vicenza, alla base Dal Molin, dice che conosce molti no Vat; dice che non è mai stato in val di Susa, ma che non conosce molti no Tav, e poi ricorda – non sa bene né come, né quando, né perché – che una volta a Roma la destra aveva candidato alla Camera Bud Spencer, però senza Terence Hill. Dice che, lui, vuole un programma chiaro, che vuole parlare di politica, che non vuole vedere marketing e che vuole tornare presto in sezione. Della Sapienza non ama più la “disorganizzazione delle strutture”, la mancanza di consapevolezza “circa la sua grandezza”, “l’inappropriato uso della sua eredità culturale”, “il disorientamento della didattica”, gli “atenei federati”, la notte bianca e l’estate romana. Ma lo studente taxation without representation – che ha perso una borsa di studio, che non ha mai fatto l’erasmus, che non è mai stato in curva, che ama le tasse anche senza non c’è representation, che a volte canta servi dei servi dei servi dei servi, che ha gli arretrati del Manifesto, ma non li legge da anni e che è diventato così gauche che quasi quasi si sente alla droit – dice che voterà a sinistra perché, dalle altre parti, c’è un clima sempre più reazionario, sempre più familista, sempre più securitario, sempre più clericale, sempre più militare. E lui, invece, voterà a sinistra perché non vuole più la guerra, perché la didattica deve essere più qualificata, perché gli operai prima di tutto, perché i metalmeccanici vengono prima di Colaninno, perché i sindacati sono più importanti dei teodem, perché la frocessione è meglio della grande coalizione, perché al loft non si capisce se c’è uno di sinistra che è diventato di destra o se c’è uno di destra che è stato sistemato a sinistra. Lo studente taxation without representation, però, non sarebbe mai andato in Afghanistan – le bombe contro i Talebani sì e contro i mafiosi no? – non avrebbe mai nascosto i Dico e i Pacs in campagna elettorale, non avrebbe mai detto che un voto a destra è un voto utile e non avrebbe mai detto che un voto utile è un voto per il partito di Bindi e Cusumano. Lui ama la Sapienza per tutto, ama i collettivi incazzati, le aulette occupate e anche le lezioni fatte al cinema, quelle con il professore che diventa un puntino sotto lo schermo, con le luci che si spengono quando il docente entra in sala, con gli appunti presi sulle ginocchia, e con quella magnifica impressione che tra una lezione e un’altra devi uscire presto perché poi comincia un film davvero. Lo studente taxation without representation non ha letto: “In questo momento sta nascendo un bambino” (di Enrico Letta), “La Generazione U” (di Mario Adinolfi), “La fabbrica del programma. Dieci anni di Ulivo verso il partito democratico” (di Giulio Santagata), “La Scoperta dell’Alba”, “Che cos’è la politica” (con dvd), “La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi”, “Il disco del mondo. Vita breve di Luca Flores, musicista” (con o senza dvd), “Il sogno spezzato. Le idee di Robert Kennedy”, “La rivincita di Roma Ladrona” (su Walter Veltroni, di Stefano Marroni), “L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo” (di Barack Obama, ma con introduzione di Walter Veltroni), “Berlinguer. La sua stagione” (con dvd, ma solo a richiesta). Del Partito democratico non capisce perché dire “Viva Italia” quando era molto più semplice gridare “Forza Italia”; e però sa che la parola d’ordine è “laicità”, sa che ci deve essere il “diritto al dissenso”, ma se entri con lui dal portone centrale, con i tre ingressi simmetrici scavati nel marmo, due mesi dopo e due mesi prima, ancora oggi non capisci in che senso lui diceva “dissenso”.
Claudio Cerasa
01/03/08

Il Foglio.it "Qui si voterà sempre per Cassano"

Qui si voterà sempre per Cassano.

Per quanto mi riguarda, l’arbitro avrebbe potuto anche, non so, legarlo alla bandierina del calcio d’angolo, prenderlo a pallonate sul malleolo o costringerlo a recitare a memoria Severgnini per una stagione intera. Ora: serve ancora a qualcosa dire che l’ultimo pibe che toccava il pallone come la tocca Cassano si chiamava Maradona? Serve ancora a qualcosa ricordare che è stato Cassano – e non un pallonetto di Zalayeta e non un dribbling Julio Cesar – ad aver davvero riaperto il campionato due domeniche fa, con quel maledetto gol all’Inter? Serve ancora a qualcosa dire che sul predellino dorato della genialità, un genio è un genio anche se decide di aprire un conto in Liechtenstein, anche se insegue il quarto uomo, anche se ti urla: "Oh, t’aspetto qui fuori". Serve ancora a qualcosa sbadigliare quando leggi che Cassano “ha grossi limiti caratteriali, e per questo non può essere definito campione” e che, dannazione, sarà anche un fenomeno ma ora sarà “difficile per lui tornare nel giro della Nazionale”? Non sono i guardalinee a consegnare i palloni d’oro, ovvio; e non sono i cartellini a fare le convocazioni in Nazionale. E se non è così difficile capire che la differenza fra genialità e stupidità è che la genialità, naturalmente, ha i suoi limiti, dovrebbe essere piuttosto chiaro, a tutti, che nell’incontenibile noia degli Adriano, degli Osvaldo, dei Papa Waigo, dei Recoba, dei Gobbi e dei Gargano qui si voterà sempre e comunque per il genio liberamente anarchico di quel fenomeno Cassano.

di Claudio Cerasa