venerdì 15 febbraio 2008

Il Foglio. "Cronaca di una normalissima selezione"

L’ospedale di Napoli, il film con due “x”, la storia di Maurizio e il prof che chiama le cose con il loro nome

Napoli. “Non c’era altra scelta. Appena mi hanno comunicato che mio figlio sarebbe stato malato per tutta la sua vita non ho avuto dubbi e ho deciso d’istinto: abortisco”. La signora Silvana ha 39 anni, non è sposata, vive a ventidue chilometri da Napoli, a Frattamaggiore, e quattro giorni fa ha abortito un feto di ventuno settimane al Policlinico Federico II, a Napoli; lo ha fatto dopo aver scoperto che il suo bambino “sarebbe stato un malato per tutta la sua vita” a causa di un disordine genetico chiamato 47xxy e conosciuto con il nome di “sindrome di Klinefelter”. Un disordine genetico così diffuso che solo in Italia colpisce un uomo ogni cinquecento nati. Come spiega al Foglio il professor Carlo Foresta, importante endocrinologo all’Università di Padova, “una sindrome come quella di Klinefelter è caratterizzata da testicoli piccoli, da grandi mammelle e da un’alta probabilità di essere sterili. Ma questa è una sindrome che si può curare, perché le terapie a disposizione sono moltissime, e per le carenze di testosterone, causate dall’anomalia cromosomica, esistono molte soluzioni. Ci vuole un po’ di tempo, ma volendo si può. Ed è per questo che con una patologia come questa in Italia vivono quasi 60 mila persone: persone non drammaticamente malate, persone che stanno bene”.
Tra i 60 mila uomini con sindrome di Klinefelter, c’è Maurizio Fornatari, da due anni presidente dell’Unione Italiana Sindrome di Klinefelter. Maurizio, pochi mesi fa, ha chiesto un risarcimento danni a Lucía Puenzo, la regista che lo scorso anno ha vinto a Cannes il premio della Settimana della critica con il film “xxy” descrivendo i Klinefelter come se fossero ermafroditi. Ora Maurizio sta pensando di querelare qualche giornale. “E’ una follia scrivere che una sindrome come questa comporta il ‘40 per cento di possibilità di disturbi mentali’. Non scherziamo con le statistiche. Conosco migliaia di persone che hanno il mio stesso problema e che vivono benissimo; e il bello è che la metà dei Klinefelter vive senza sapere di avere questo problema. Certo, non bisogna generalizzare, ma con una sindrome come questa l’amniocentesi dovrebbe avere una funzione importante per individuare presto il disordine cromosomico e cominciare le cure da giovani”.
Nella strana storia di Napoli c’è però un passaggio a cui le cronache di questi giorni non hanno dato molto peso. Ci si arriva ricostruendo le tappe principali del caso. La signora Silvana arriva all’ospedale di Frattamaggiore il 18 gennaio per sottoporsi all’amniocentesi; il pomeriggio del 31 gennaio riceverà il referto con la diagnosi, era un “xxy”, la forma più lieve di Klinefelter. Pochi giorni dopo, l’8 febbraio, Silvana verrà ricoverata al Policlinico, dove le saranno somministrate, per tre giorni, cinque candelette di prostaglandine per stimolare le contrazioni dell’utero ed espellere il feto. Alle 18.30 dell’11 febbraio Silvana abortirà un bimbo già morto. Alle 19.20, dopo che i dottori avranno finito di ripulirle l’utero, Silvana esce dalla sala operatoria e, intorno alle 20, viene interrogata in ospedale da due poliziotti (un uomo e una donna) allertati da una telefonata non anonima. Ma la signora Silvana dove ha abortito? Spiega al Foglio una ginecologa del Policlinico di Napoli che la donna avrebbe espulso il feto in un bagno al secondo piano. Il procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepori, sembra confermare la versione: “La telefonata ricevuta indicava la presenza di una donna in una precisa stanza del Policlinico chiusa in bagno per abortire”. “Io però faccio un ragionamento semplice – aggiunge il professor Foresta – Se davvero consideriamo il Klinefelter una patologia diversa dal ‘normale’, e dunque non degna di vivere, il rischio è che il concetto di ‘normalità’ possa diversificarsi nel tempo. Il rischio, per capire, è che prima o poi possa essere considerato preventivamente anormale anche un bambino albino. E dunque, se qualcuno dovesse scoprire un giorno qual è il gene che determina il diabete, chissà che non venga considerato ‘anormale’ anche questo. Un Klinefelter, però, non è a rischio: è una persona per cui esistono cure e terapie. Ecco, se dovesse passare, o consolidarsi, il messaggio che di sindrome come queste è possibile morire prima di nascere sarebbe molto pericoloso. E questa è una prassi che oggi io chiamo senza problemi così: eugenetica”.
Claudio Cerasa
15/2/08

mercoledì 13 febbraio 2008

Il Foglio. "Ero alla fine del secondo mese"

Due donne straniere, tre figli, un ginecologo e l’ospedale di Milano Cronaca di due vite impossibili che non trovavano il terzo piano

Era arrivata alle dieci e quarantasei minuti del nove dicembre, al primo piano del dipartimento medicina d’urgenza dell’ospedale Niguarda Ca’ Granda; era arrivata senza lavoro, senza casa, senza fidanzato, con un codice verde, una bambina di un mese e mezzo, un braccio che continuava a pizzicare un po’ e una gamba che quasi non c’era più; era salita fino alla stanza numero venticinque di piazza Ospedale Maggiore, al civico tre, e dopo undici minuti di attesa aveva letto la diagnosi sulle due paginette del verbale di pronto soccorso, in basso a sinistra, accanto alla prestazione offerta (ecografia ostetrica), alla modalità di accesso (spontanea), al motivo di accesso (perdite ematiche) e all’esito della visita (dimessa): “lieve minaccia di aborto”, aveva scritto il medico sulla tastiera del computer, prescrivendole due compresse di Buscopan al giorno (una la mattina e una la sera) proprio un mese dopo l’ultima volta che aveva fatto l’amore con lui.
A trentasette anni Maria Clara lavorava come colf in un appartamento al quinto piano di via Murat numero cinquantadue, a Milano; pagava un affitto di millecentocinquanta euro al mese in via Umberto Fracchia numero dodici e ogni mese guadagnava seicentoquaranta euro per pulire casa, per stendere i panni, per stirare le camice e per lavare i piatti: cinque giorni alla settimana, dalle undici di mattina alle sei del pomeriggio. Da sola Maria Clara non ce l’avrebbe mai fatta a pagare quell’affitto, non avrebbe mai potuto portare avanti la gravidanza e non sarebbe neppure partita dal suo bilocale a duecento chilometri da Lima, a Trujillo, in Perù, dove nove anni fa, dietro il bancone di una pasticceria di Piazza Antares, aveva conosciuto Carlos, l’uomo con cui aveva deciso di partire per l’Italia; l’uomo con cui avrebbe concepito una bambina che il papà non avrebbe mai visto nascere.
Maria Clara non aveva altra scelta: al primo mese di gravidanza, con quel braccio, quella gamba e quell’affitto, era andata per l’ultima volta a via Murat e aveva spiegato alla signora Rosaria che purtroppo non ce l’avrebbe fatta. La signora Rosaria era una donna di sessantadue anni, era arrivata a Milano ventidue anni fa, ed era sposata con un giovane farmacista calabrese. Maria Clara spiegava, Rosaria era lì che ascoltava, e non sorrideva mai, la guardava fissa negli occhi e dopo aver sentito quella parola, “incinta”, aveva alzato il telefono, aveva smesso di guardarla e le aveva detto ciao. Maria Clara, a parte il “ciao” che la signora non le aveva mai detto prima, sapeva perfettamente che sarebbe andata così. Lo sapeva, ma avrebbe voluto fare dell’altro, lei; le avrebbe voluto raccontare la sua storia, le avrebbe voluto descrivere la prima torta allo zabaione che le aveva preparato Carlos, le avrebbe voluto dire che erano otto anni che ci provava, avrebbe avuto voglia di abbracciarla, avrebbe voluto chiederle un consiglio, avrebbe voluto dirle che la piccola si sarebbe chiamata Lorena, le avrebbe voluto spiegare che si sarebbe chiamata come la nonna e che la nonna era morta lo stesso giorno in cui lei aveva fatto il check in per andare da Lima a Milano; e poi le avrebbe voluto chiedere come si dice in italiano quando una donna è davvero mui feliz; le avrebbe voluto urlare “viva” forte forte nell’orecchio; le avrebbe voluto dire che non riusciva ad alzare il braccio e che non riusciva più a muovere la gamba, le avrebbe voluto dire perché era rimasta da sola, perché il papà non avrebbe mai visto quella bambina e perché oggi avrebbe avuto voglia di piangere con lei, non di rispondere a un ciao.
Le prime due visite non erano andate molto bene. All’ospedale Niguarda Ca’ Granda, Maria Clara era uscita un po’ spaventata, ma non preoccupata. Le avevano spiegato che “lieve minaccia di aborto” non significava, naturalmente, aborto; ma più passavano i giorni e più che sentirsi incinta Maria Clara cominciava a sentirsi improvvisamente come se fosse una donna ammalata: iniezioni, analisi, ecografie, pronto soccorso, lastre, infermiere, cartelle cliniche, stetoscopi, sale d’attese e ambulatori. Non aveva capito perché: sapeva che in quelle condizioni sarebbe stato difficile portare avanti una gravidanza, ma non pensava di essere addirittura malata. Almeno, fino alla decima settimana, malata Maria Clara non lo era davvero.
L’ultima volta che aveva visto una scansione ecografica addominale era stato quando la cugina Silvia era rimasta incinta nella sua casa di Carpiano, in provincia di Milano. Silvia era molto più giovane di Maria Clara: aveva ventisei anni, viveva a casa di un amico dell’ex ragazzo, non pagava l’affitto, non aveva mai avuto problemi di salute, non riusciva a sopportare un fidanzato per più di due mesi e quando aveva scoperto di essere rimasta incinta non aveva la minima idea di chi fosse il figlio; e alla cugina, lei solitamente rispondeva così: “E’ stato un periodo un po’ movimentato”.
Non sapeva di chi fosse, ma le bastava sapere che era suo.
Silvia aveva scelto di portare avanti la gravidanza da sola, era arrivata al secondo mese e aveva deciso, finalmente, di ascoltare il consiglio di una collega dell’amico da cui abitava, anche lei incinta. “Hai fatto l’amniocentesi?”, le aveva chiesto lei. Pochi giorni dopo il primo prelievo di liquido, Silvia aveva letto il referto e aveva scoperto di avere un problema: la linfa della zona cervicale non passava perfettamente nel corpicino del piccolo e il cromosoma numero ventuno, dopo poche settimane di gestazione, si era triplicato, non duplicato. “Signora – le aveva detto il ginecologo – è una trisomia cromosomica: suo figlio potrebbe essere down”. Silvia pianse, poi parlò con il medico, andò al consultorio, le dissero di sì e decise di abortire. Era la ventiduesima settimana: Maria Clara rimase tre giorni a casa, senza mangiare nulla, senza parlare con nessuno, senza uscire dalla stanza e senza il suo nipotino.
Una settimana dopo la prima visita al Niguarda Ca’ Granda, Maria Clara scoprì che doveva abortire. Le avevano detto “può”, ma somigliava tanto a un “deve”. Dal giorno in cui aveva parlato con la signora Rosaria, Maria Clara non aveva più nulla: non aveva il lavoro, perché con quella pancia una colf non può stirare le camice; e non aveva più una casa, perché senza soldi un affitto in nero una come lei non può proprio pagarlo. Maria Clara, però, non aveva più nemmeno un fidanzato.
Era dal giorno in cui lei e Carlos erano arrivati a Milano che Maria Clara aveva deciso che non voleva pillole, non voleva preservativi, non voleva spirali. Perché lei conosceva tutte le tecniche di contraccezione: le aveva studiate a scuola e le aveva ripassate qua e là con la campagna di prevenzione in giro per la città. Sapeva tutto, ma aveva deciso così: voleva essere madre a qualunque costo. E lo voleva ora: anche senza soldi, anche senza lavoro, anche senza conoscere bene l’italiano. Facevano l’amore quattro volte alla settimana, lei e Carlos. Lo facevano sempre alla stessa ora, con la luce del bagno accesa e con la televisione di là, con il volume molto alto. Per otto anni non era successo nulla: e non era sterile lei e non era sterile lui; avevano solo qualche “difficoltà di concepimento”, come le aveva detto Carlos, che l’aveva letto su Internet; dopo otto anni, però, arrivata al suo trentasettesimo compleanno, Maria Clara aveva deciso di adottare un bambino. Ci pensarono un po’ ma poi il bambino arrivò davvero: lei fece il test di gravidanza, tornò a casa e aspettò che Carlos finisse il turno al supermercato della Despar, in via Caldera; lui aprì la porta e lei disse che aspettava Lorena. Due giorni dopo, Carlos uscì di casa molto presto senza dirle neanche ciao. Aveva promesso che l’avrebbe accompagnata al numero dodici di via della Commenda, al piano terra dell’ospedale Mangiagalli; e invece no. Carlos era andato via, e alla Mangiagalli Maria Clara ci arrivò da sola: scese con la metropolitana a Milano San Babila, attraversò Piazza delle Cinque giornate, superò viale Regina Margherita, chiese informazioni in portineria, cercò il reparto, aspettò quindici minuti e poi fu visitata. Prima al braccio, poi alla gamba, quindi alla pancia. Alla fine della visita, dopo quaranta minuti, il medico, con la cartella clinica stretta sotto il braccio, glielo aveva detto in due modi. Prima le aveva detto “coagulazione intravascolare localizzata”, poi le aveva detto cosa fosse quel dolore al braccio, alla gamba e ora alla testa: trombosi, le avevano spiegato prima che lei scoppiasse a piangere spalancando istintivamente le mani come per tappare le orecchie al pancione. Maria Clara era all’undicesima settimana di gravidanza. “Mi ascolti, signora: forse non è il caso di andare avanti”.
Pochi mesi prima, nella stessa città, nello stesso ospedale, nella stessa stanza, era arrivata Serena: una ragazzona di ventisette anni, nata in Ecuador e arrivata due mesi fa a Milano; con un posto letto al piano terra della Caritas ambrosiana, in via san Bernardino, con un fidanzato senza permesso di soggiorno e con un mamma che da poche settimane era stata seppellita nel cimitero General de Miraflores di Trujillo, a pochi chilometri dalla capitale dell’Ecuador. Serena si era sdraiata sul lettino, aveva parlato con il ginecologo, le aveva raccontato della sua condizione, le aveva detto che lei stava bene, che non aveva problemi e che fisicamente ci stava. Solo che Serena non aveva più molti soldi: lei aveva perso il lavoro e il futuro marito ancora non ne aveva trovato uno. Serena cercava un modo per capire come fare con quel pancione e con quella piccola bugia sussurrata al marito Eduardo, solo per non farlo preoccupare. E’ un bambino, gli aveva detto lei quando ancora vivevano in Umbria. E invece i bambini erano due.
Serena era partita due mesi prima da Perugia: faceva la colf, proprio come Maria Clara; lavorava tra Assisi e Todi in un casale del 1800, in cima a una collinetta, a pochi chilometri dal monte Subasio. Un buon lavoro, novecento euro al mese, un permesso di soggiorno. Aveva conosciuto Eduardo due anni prima a Deruta, seduta con un’amica su una panchina, fuori dal parcheggio della discoteca Matrioska. Dopo due settimane, Eduardo e Serena erano andati a vivere in quei sessanta metri quadrati, dietro via Matteotti, dove vivrebbero ancora oggi se lei non fosse rimasta incinta, se la madre non fosse stata uccisa da un piatto di funghi velenosi e se non fosse stata costretta a spendere tutti quei soldi per la vestizione, per la preparazione e per il trasporto internazionale della madre: 2.400 euro, quasi due terzi dei risparmi che Serena aveva messo da parte sul proprio conto corrente. Senza quei soldi, però, pagare l’affitto sarebbe stato impossibile. Eduardo e Serena decisero così, prima di arrivare alla Caritas, di farsi ospitare per un po’ da un amico a Milano: i due figli sarebbero dovuti nascere qui. Anche senza soldi, anche senza lavoro, anche senza casa. Anche se, arrivata in ospedale, il primo dei due ginecologi che l’avrebbero visitata non la pensava così; Serena quelle parole le ricorda perfettamente. “Se sei in questa condizione è meglio che tu non vada avanti”. C’aveva pensato un po’ e poi Serena al ginecologo gli aveva detto così, gli aveva detto di sì: non voglio il bambino.
Tra tutte le statistiche presentate lo scorso ottobre dal ministro della Salute Livia Turco, il dato che più sorprende è proprio quello relativo al numero delle interruzioni di gravidanza portate a termine dalle donne straniere in Italia. Dal 1980 al 2001, le donne nate all’estero che hanno interrotto la gravidanza sono passate da 4.510 a 32.161; sempre in questi anni, dal 1995 al 2002, la presenza di stranieri in Italia è quasi raddoppiata: erano 800 mila nel 1995 hanno toccato il milione e mezzo nel 2002. Oggi, la percentuale delle interruzioni di gravidanza delle donne straniere rappresenta il 24 per cento di quelle totali in Italia; nel 1995 era invece il due per cento. Negli ultimi dieci anni, il numero degli interventi portati a termine da donne con cittadinanza estera si è triplicato: nel 1996 erano il dieci per cento, nel duemilacinque erano arrivate al 29,6 per cento. E il dato è ancora più significativo, visto che in Italia le donne straniere hanno un tasso di fecondità che è esattamente il doppio di quello delle donne italiane (nel 2006, i bambini nati da genitori stranieri sono stati 57.765: l’11 per cento in più rispetto al 2005 e il 10,3 per cento di tutti i bambini italiani).
Qui in Lombardia, le straniere come Serena e come Maria Clara rientrerebbero in una statistica ancora più significativa: nelle sei province lombarde, infatti, su quasi ventiduemila interruzioni di gravidanze annue, 6.608 sono quelle completate da donne straniere; un dato che corrisponde a poco più del trenta per cento delle interruzioni di gravidanza straniere di tutta Italia. Secondo una recente indagine conoscitiva sul percorso di nascita delle donne extracomunitarie, la Lombardia è la quarta regione italiana come “adeguatezza di informazioni relative alla contraccezione”, nonché quella con il numero più alto di popolazione straniera di tutta Italia: 7,6 per cento.
“Sapevo tutto sul come non fare un figlio: sapevo tutto di preservativi, spirali, pillole del giorno prima, pillole del giorno dopo ma – racconta Serena – non sapevo nulla su come mi sarei dovuta comportare per fare nascere quel figlio, per avere qualche pannolino, per avere qualcosa da mangiare, per trovare un tetto, e per cercare, magari, anche un piccolo lavoro”.
Alla fine del secondo mese, Serena decide di abortire. Ogni anno, alla clinica Mangiagalli vengono registrati circa mille e ottocento interruzioni di gravidanza e aborti terapeutici, la metà di queste sono prenotate da donne extracomunitarie. Serena aveva deciso così, e non sapeva nulla delle sei stanze al terzo piano dell’ospedale più importante di Milano, dove ogni anno nascono ottocento bambini che semplicemente non ci dovevano essere; e dove Maria Clara e Serena avrebbero potuto salvare la vita dei propri figli, se solo lo avessero saputo. Perché le sei stanze al terzo piano del centro aiuto alla vita più famoso d’Italia, le devi conoscere per cercarle, e le devi conoscere prima se davvero vuoi trovarle. Perché entrando al numero dodici di via della Commenda devi salire una rampa di scale, superare la portineria, girare al secondo corridoio a destra, aspettare l’ascensore e premere il piano numero tre. Perché se chiedi informazioni in portineria, il portiere ti indicherà il quarto piano della scala D – invece che il terzo della scala B; perché se arrivi al quarto piano della scala D l’infermiere ti risponderà che non sanno cosa sia, il Cav; e perché se chiedi al piano terra, se chiedi di fronte al reparto di ginecologia, ti diranno che questo Centro aiuto alla vita non sanno proprio dove diavolo sia. E tu devi superare due corridoi, due rampe e tre reparti per trovare un piccolo foglio formato A4 appeso al muro fra le porte scorrevoli dei due ascensori della scala B. Devi arrivare qui per leggere di quel “Cav” che solo lo scorso anno ha fatto nascere 833 bambini che forse non sarebbero mai nati; lo ha fatto, la coordinatrice Paola Bonzi, con molti volontari, con pochissimi soldi, con parecchi colloqui, aiutando le mamme a trovare una casa e facendo semplicemente quello che la legge chiede: contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza. Gliel’hanno suggerito e dopo aver detto di no, Maria Clara ha detto di sì, e oggi muove ancora poco il braccio, non ha più dolore alla testa, veste con un maglioncino beige, ha i jeans poco aderenti, è rimasta senza Carlos ma Lorena è arrivata al quinto mese. Così ha fatto lei, così avevano suggerito di fare anche a Serena e a Eduardo, per salvare quei due figli che sarebbero nati senza casa, senza soldi, senza pannolini, senza cibo e con due cuoricini un po’ malati, e che oggi invece pesano due chili e mezzo.
Claudio Cerasa
13/02/08

domenica 10 febbraio 2008

Ho visto l'uomo nero su Repubblica

Il garante della privacy, autorità preposta specificamente alla tutela della riservatezza, al quale si erano rivolti alcuni dei genitori del caso di Rignano Flaminio, ha escluso che vi sia stata alcuna violazione delle norme che tutelano la riservatezza dei minori nella pubblicazione del libro "Ho visto l´uomo nero: l´inchiesta sulla pedofilia di Rignano Flaminio, tra dubbi sospetti e caccia alle streghe", edito da Castelvecchi e scritto dal giornalista del Foglio Claudio Cerasa. Il garante ha rifiutato di assumere i provvedimenti richiesti e ha invece consentito la libera divulgazione del libro. Una decisione che contrasta con l´ordinanza del tribunale civile di Roma che, due mesi fa, ha portato al sequestro del volume. Autore ed editore hanno già presentato ricorso e nei prossimi giorni la sezione collegiale guidata dal presidente Bucci si pronuncerà.
Secondo il Garante, infatti, «la pubblicazione del libro è riconducibile al legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica di un atto di interesse pubblico», quindi il libro non va sequestrato.

Omniroma, Ho Visto l'Uomo Nero, garante

(OMNIROMA) Roma, 10 feb - "Il garante della privacy, autorità preposta specificamente alla tutela della riservatezza, al quale si erano rivolti alcuni dei genitori del caso di Rignano Flaminio, ha escluso che vi sia stata alcuna violazione delle norme che tutelano la riservatezza dei minori nella pubblicazione del libro 'Ho visto l'uomo nero. L'inchiesta sulla pedofilia di Rignano Flaminio, tra dubbi sospetti e caccia alle streghe', edito da Castelvecchi e scritto dal giornalista del Foglio Claudio Cerasa". E' quanto comunicano gli avvocati del giornalista. Il garante della privacy "ha rifiutato di assumere i provvedimenti inibitori richiesti e ha invece consentito la libera divulgazione del libro. Il provvedimento contrasta con l'ordinanza inibitoria assunta dal giudice del tribunale civile di Roma, due mesi fa, che ha portato al sequestro del volume: ordinanza ora soggetta al reclamo, da parte dell'autore e dell'editore, alla sezione collegiale che si esprimerà nei prossimi giorni".
"La decisione del garante conferma le critiche espresse di fronte a Romano Prodi il 27 dicembre 2007 dal presidente dell'ordine nazionale dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, secondo le quali il sequestro del libro di Claudio Cerasa è un grave atto di censura che attenta alla libertà di stampa", fanno notare i legali.
Secondo il garante per la protezione dei dati personali "la pubblicazione del libro è in termini generali riconducibile al legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica su un atto di interesse pubblico". Continua il garante della privacy: "L'ufficio ha poi riscontrato che alcune parti del libro indicate nelle segnalazioni riportano dichiarazioni dei genitori piuttosto dettagliate relative a giochi di natura sessuale cui sarebbero stati sottoposti i figli minori. Tali passi, pur consentendo di riferire alcuni fatti ivi descritti a taluni bambini, non li rendono identificabili per il vasto pubblico.
Per quanto riguarda l'ambito strettamente locale di Rignano Flaminio, è stato invece rilevato che il riferimento alle coppie di genitori individuati nel libro con i relativi nomi propri, nonché la menzione dell'iniziale del nome di alcuni bambini, può aver reso identificabili taluni fra essi, in una vicenda nella quale la moltitudine di notizie e informazioni già in circolazione aveva, però, già ampiamente esposto le famiglie degli interessati a una larga diffusione di dati nel medesimo ambito locale". Scrive ancora Giovanni Buttarelli, segretario generale del garante della privacy, che "le notizie stampa hanno via via evidenziato le complessità emerse nelle indagini e le diverse tesi sostenute dalle parti coinvolte, riportando anche dichiarazioni rilasciate alla stampa dalle famiglie interessate e/o dai relativi legali, nonché stralci di testimonianze rese nel procedimento penale". Conclude il garante: "Questo ufficio non ha comunque ravvisato i presupposti per promuovere l'adozione di un provvedimento del Garante"

Ansa, Ho Visto l'Uomo Nero, Garante

(ANSA) - ROMA, 10 FEB - Per il garante della privacy, il libro "Ho visto l'uomo nero" del giornalista Claudio Cerasa sui presunti casi di pedofilia a Rignano Flaminio, non viola la riservatezza dei minori e "rientra nel legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica su un fatto di comune interesse". Lo ha reso noto lo stesso giornalista riportando alcune frasi della decisione dell'Autorità.
Al garante si erano rivolti alcuni genitori di Rignano Flaminio sostenendo che nel libro il riferimento a coppie di genitori con i relativi nomi e la menzione dell'iniziale del nome di alcuni bambini "può avere reso identificabili taluni fra essi"; pesa anche "la moltitudine di notizie già in circolazione" che avevano già "ampiamente esposto le famiglie degli interessati ad una larga diffusione di dati nel medesimo ambito locale".
Il giudice del tribunale di Roma, invece, due mesi fa aveva ordinato il sequestro del volume individuando, invece, la violazione della riservatezza. Della vicenda si è occupato anche il presidente dell'Ordine dei giornalisti Lorenzo Del Boca, che il 27 dicembre scorso, davanti al presidente del COnsiglio Romano Prodi, aveva parlato di "un atto di censura".(ANSA).

giovedì 7 febbraio 2008

Il Foglio. "Nascita di un maestro. Franco Zeffirelli racconta i tre giorni in cui non doveva esistere

La gravidanza della madre, la pozione della nonna e poi l’uncino e i coltelli. Zeffirelli racconta i tre giorni in cui non doveva esistere

Il papà era un uomo molto affascinante: era ben piazzato, era forte, era agile, aveva gli occhi azzurri, passeggiava masticando stuzzicadenti, aveva dei magnifici cappellini monocromati e aveva sempre, quel mascalzone, un sorriso grande così. Si chiamava Ottorino Corsi, vendeva i tessuti più belli di Firenze, diventerà il padre di uno dei registi più famosi del mondo e anche quella volta fece la stessa scelta che aveva fatto per tutti i primi tre anni di guerra: solo quelle sposate, solo quelle con un marito, solo quelle belle come lei; come quella donna che, lottando contro tre aborti, di lì a poco sarebbe diventata la madre di Franco Zeffirelli. Lei si chiamava Alaide, era una sarta molto famosa, aveva un atelier al numero due di Piazza Vittorio Emanuele, a Firenze; aveva sposato da giovanissima un avvocato, un po’ più grande di lei; amava molto la musica di Mozart e aveva quel morbido profumo di seta che hanno solo le signore che lavorano con i tessuti. Alaide, però, per il signor Corsi, non fu esattamente come le altre: fu corteggiata a lungo, divenne la sua cliente preferita, cominciò a comprare da lui le lane più pregiate e scoprì quell’affetto che da due anni non aveva più trovato e poi, quando lei aveva ormai quasi quarant’anni, lui le regalò un figlio. Un figlio amato, ma non desiderato; un figlio che un giorno sarebbe diventato attore, regista, sir e senatore; un figlio che però proprio non doveva nascere, non doveva esistere, non doveva esserci. Perché, come le dicevano i genitori, non è il caso, non è il momento, non puoi farlo, e che cosa direbbero di te. E per tre volte, Franco Zeffirelli, rischiò di non esserci davvero. Ci proveranno in tutti i modi: la prima volta fu un coltello, la seconda fu una pozione, la terza fu un uncino. Era una questione di principio: ora tu non puoi, ora non devi. Non puoi: perché non hai l’età, perché hai già tre figli, perché sei una donna felice e perché con il tuo lavoro un altro figlio sarebbe una pazzia. Non devi: perché sei già sposata, perché lui oggi c’è e domani chissà e perché tutti saprebbero che il figlio portato in grembo non può essere di tuo marito, moribondo da tempo in un ospedale di Pratolino; doveva essere del tuo amante: Ottorino Corsi; quel signore diventato famoso a Firenze per essere caduto da cavallo, per essere stato riformato a ridosso della Prima guerra mondiale e per essere rimasto in Toscana quando tutti i mariti più belli, più forti e più giovani della regione erano partiti per andare al fronte, lasciando Ottorino libero di comportarsi come un galletto nel pollaio. Così fu. Dovevano essere belle, formose, alte e soprattutto poco disponibili: andò così con le famiglie Gherardini, Martelli, Gori, Venturi, Piccardi e andò così anche con sua madre Alaide. Come ricorda Franco Zeffirelli, quel mascalzone aveva anche una tattica. Funzionava così: lui inseriva nel suo calendario il giorno in cui sarebbe arrivata la licenza di questo e di quel marito, aspettava che il marito uscisse di casa, faceva passare due o al massimo tre giorni, poi bussava alla porta e ci provava. Fino a quando non arrivò lui: quel bastardino di Franco, come per anni fu chiamato il regista fiorentino. Non doveva nascere, non ci doveva essere e non doveva esistere. E Zeffirelli, o meglio Zeffiretti, che scoprì la sua storia qualche anno dopo la morte della madre, la rivive ora con il Foglio, seduto sul divanetto della sua casa romana sull’Appia antica, di fronte a una pila alta di vhs dell’“Otello”, dell’“Enrico V”, di “Sparrow”, del “Processo del lunedì”, di “Viva la diva”, de “Lo schermo vietato”, della “Traviata” e dei “Pagliacci”. “Non dovevo nascere, perché non era previsto, perché era uno scandalo, perché mia madre era al top del suo successo, e perché, come capitava ieri a Firenze e come potrebbe capitare oggi dovunque, se nasce un figlio non è detto che tu stia lì a pensare che quel bimbo potrebbe cambiare il mondo, è probabile invece che tu stia lì a pensare che quel figlio ‘potrebbe mettere a repentaglio il nostro rapporto’, che quello non sia ‘il momento giusto’, che ‘prima bisogna trovare un buon lavoro’ e che non ha senso se ‘non sei sistemato’. E spesso non ti viene neppure in mente che quella vita ancora non conosciuta andrebbe sempre e comunque rivelata. Sempre. Perché non è scontato che ti venga in mente che quel fiore è un fiore esplosivo, che quel fiore è già bello che fatto quando si crea, e non quando nasce. E quello che si chiama ‘l’incognito’, ‘il fascino del mistero’, perché quello è un fiore che esplode e che forse tu non lo sai, ma rivoluzionerà il mondo. E’ la nascita, quella. E’ quella cosa che fa cantare e che fa suonare le fibre più segrete di ognuno di noi. E’ la vita, e tu la vedi mille volte al giorno. La vedi quando nasci e la vedi anche in una di quelle camere buie dove tu entri, apri la porta e scopri che dalla stanza accanto arriva una luce che ti dice dove andare. E’ l’insostenibile fascino del mistero, questo. E’ la gioia di poter donare la luce a chi non vede ancora e di poter aprire una finestra, spalancandola sul mondo. E’ il sapere che lì dentro c’è una vita e che lì dentro forse ci può essere un genio, o forse no, e che comunque vale la pena di vedere, o almeno di sentire, la luce che fa”.
Il marito della mamma, Alberto, morì all’ultimo mese di gravidanza. Erano gli ultimi giorni dell’ottavo mese e la mamma, Alaide, arrivò al funerale del papà dei suoi tre figli (Giuliana, Adriana e Ubaldo) con il quarto figlio nel pancione. Lui, il marito, era un avvocato e da due anni era gravemente ammalato. Tubercolosi, dicevano. Poche settimane dopo la morte di Alberto, Alaide sarebbe diventata mamma per la quarta volta. Fu un parto difficile: a quarant’anni, e con un corpicino fragile come il suo, Alaide sapeva che sarebbe stato un rischio partorire. Ma quel figlio lei lo voleva, e senza che ci fosse una spiegazione precisa: lo voleva e basta, anche a costo di non farcela, anche a costo di non riconoscerlo, anche al costo di farlo nascere come se fosse “illegittimo”. “N”, “N”, scrissero. “Nescio nomen”, riportarono nel suo primo documento ufficiale. Perché in quegli anni, per i figli “illegittimi” con la doppia “N” c’era una regola precisa, e il figlio nato con il nescio nomen, per avere un nome, doveva essere abbinato a una lettera: una lettera per ogni giorno del calendario. Quel giorno era il dodici febbraio e toccava alla lettera zeta. Zeta, proprio come quei “zeffiretti gentili” di cui aveva sentito parlare mamma Alaide in un Idomeneo, visto pochi giorni prima. “Zeffiretti”, disse dunque la madre al copista del comune di Firenze, che prese nota e scrisse quel cognome con due “l” invece che con due “t”. Poche ore dopo, il piccolo Zeffirelli fu restituito a due puericultrici che per un anno lo affidarono a una coppia che abitava nella valle del Piombino. Senza cognome, senza nome, senza padre e con tre aborti andati miracolosamente male. Ma quel figlio lei lo voleva e basta.
“Diceva alle mie zie che la vita non va fermata, che un bambino non può essere schiacciato e che deve comunque aver la possibilità di nascere, a qualsiasi costo. Come darle torto? Se oggi penso a una vita che non c’è e che ci sarebbe potuta essere, io sto male; è una cosa che non accetto, è una cosa che non capisco ed è una cosa che neanche riesco a giustificare. Quella cosa va chiamata con il suo nome, cioè vita. E se una mano sublime ha fatto sì che un uomo e una donna si siano miracolosamente congiunti, e che il risultato alla fine sia stata la concezione di una creatura, che ci si creda oppure no, bisogna immaginarsela questa natura: una natura che vuole orientarsi, che per andare avanti ha bisogno di decine di migliaia di tentativi e che, se la si soffoca, qualcuno poi dovrebbe spiegare come fa ad andare avanti. Credo sia un discorso semplice: la mamma, quale che sia la sua condizione, è il tramite sacro per entrare nel mondo, è un ascensore per scendere giù, e se lei non ti aiuta, l’ascensore non funziona, si blocca; e l’amore rimane tutto strozzato”.
Continuavano a dirle mandalo via, tronca con lui, liberati del bastardino, vergogna, vergogna, vergogna. Per questo ci avevano provato tre volte: la prima con un dottore, la seconda con una pozione, la terza con un uncino. Con la pozione andò così. La mamma era sdraiata sul letto e non si sentiva bene. Colpa del bimbo, le dicevano; no, è solo mal di testa, lei rispondeva. Sua madre, la nonna di Zeffirelli, la vedeva, e diceva di volerla aiutare. Chiamò una fattucchiera, come la chiamava la zia, e fece preparare un intruglio: erbe, liquidi e qualche strano colorante. Prendine un po’, tesoro. Alaide ci pensò un attimo e poi scoprì l’inganno, e scoprì che la madre non pensava che fosse davvero tutto un problema di testa, pensava che fosse tutto un problema di pancia. E Alaide scoprì che quell’intruglio non era per la testa, scoprì che era per il bambino, buttò per terra il bicchiere, lo frantumò in mille cristalli, si alzò e uscì di casa. Lo voleva, quel bimbo. Lo voleva disperatamente, come se fosse l’ultima cosa buona della sua vita. Perché, seppur impropria, quella era una coppia bellissima: era al centro dei pettegolezzi, era diventata famosissima e sentiva che senza quel dono lei avrebbe vissuto con una parte di sé in meno, e con una parte in meno di Ottorino. Signora, le dicevano, lei è in pericolo di vita, non scherzi, lasci perdere con quel bambino. Bene, rispose lei, allora vorrà dire che se morirò, morirò più fiera di voi, e lascerò in terra quello che voi non avrete neppure in cielo: un figlio. Poi arrivò il coltello, perché l’uncino è troppo facile da immaginare. Un taglietto e via, le avevano detto. Ci provarono una sera di ottobre, e ci provarono legandola a una sedia. Mani, piedi, vita, collo. Tutto un nodo, tutto legato. Tutto un unico bavaglio. Si erano avvicinati in due per aprirle le gambe ma lei riuscì a slegarsi, si avvicinò al dottore e gli spaccò in testa un vaso di ferro. Il vaso in realtà non si ruppe, la testa del dottore, ricorda sorridendo Zeffirelli, un po’ sì. E quando glielo raccontarono, quando gli raccontarono dei tre quasi aborti, quando gli raccontarono della nonna, quando gli raccontarono che lui non doveva nascere, il regista fiorentino iniziò a pensarci un po’. Iniziò a pensare a quello che lui oggi chiamerebbe il grande manovratore, qualsiasi cosa volesse significare. “Mi sono chiesto perché sono io, dove sono io, come sono io, come sono diventato io, e perché il grande manovratore ha messo me nel grande novero, aprendomi quella porta. Quella porta che può essere aperta su una rampa di scale molto ripida, come ripida fu la mia; una porta che può anche aprirsi in un baratro, o in un burrone. Ma sempre una porta è, e tu non sai cosa puoi trovarci dietro. Ed è sempre meglio tenerla aperta che tenerla chiusa, qualsiasi cosa significhi tenerla aperta. Perché ogni figlio è come un desiderio mandato in terra, è una traduzione del linguaggio celeste in linguaggio umano, è una testimonianza del sublime, del supernaturale, e del principio del divino. Una donna che apre la porta è una donna molto forte. Una donna che non apre quella porta è una donna che resterà ferita per tutta la vita”.
Franco Zeffirelli, come scrive nella sua autobiografia, è cresciuto in un un periodo in cui il sesso non era così facile da frequentare; un periodo in cui la maggior parte delle ragazzine arrivavano vergini al matrimonio così come vergini, spesso, ci arrivavano anche i maschietti; un periodo in cui, come fu poi per lui, l’omosessualità si nascondeva come un fiume sotterraneo. Niente figli, dunque. Ma molti figli sono nati grazie a lui. Li ricorda uno per uno, Zeffirelli. Come se quei figli, che non dovevano nascere e che sono nati grazie a una sua parola, fossero in fondo un po’ carne sua: “Perché questa maschilità che non sono riuscito a esprimere attraverso la paternità ho cercato di farla vivere sfruttando la mia celebrità, e influenzare i cuori incerti nel prendere una decisione di vita. Quel mascalzone di mio padre lo faceva con il coitus che non voleva fosse interruptus. Lui lo faceva per il proprio piacere, io continuo a farlo come se fosse una piccola missione”. Ricorda quella volta in America, al New York City hospital, quando incontrò una signora di colore, scoprì che voleva abortire, scoprì che voleva farlo di nascosto dal marito, parlò con lei, parlò con il ginecologo e dopo qualche giorno la signora decise di non abortire più; ricorda quella volta alla Scala di Milano, quando una corista scoprì di essere incinta, scoprì che il suo fidanzato non voleva il bambino, vide il suo fidanzato andare via di casa, lui le parlò e provò a convincerla. Le disse di provarci, e così fu. Proprio come a Roma, all’Ospedale Fatebenefratelli, quando lui passò di fronte al reparto di ginecologia e vide una donna disperata. Era in fila, pronta per ricevere il certificato. Lui la guardò e lei lo riconobbe: “Maestro!”. Lui le chiese perché, si fermò a parlare e scoprì che lei voleva il bambino, ma non poteva. Lui la guardò, e le raccontò la sua storia: le raccontò dei tre aborti, del coltello, dell’uncino e della pozione; le spiegò che se quel giorno a Firenze, la mamma lo avesse ammazzato, lei, ragazza con il pancione, oggi non avrebbe nessuno da ammirare. Perché quel piccolo è come me, le disse. Io sono come lui, tu sei come lei, e se tu lo fai, il tuo bambino non disegnerà mai una stella più grande della mia. Poi arrivò il marito e ci fu una piccola baruffa. Il marito, il figlio non lo voleva, e la donna cominciò a urlare: “questa è una storia mia”, “questa è una storia mia”. Il marito non capiva, guardò il regista, lo spinse via e gli chiese che cosa significa “è una storia mia”. E gli chiese: mi scusi: ma lei conosce mia moglie? Parlarono un po’, poi Zeffirelli andò via. Pochi mesi dopo, i due diventarono papà e mamma, arrivarono sull’Appia, bussarono al cancello, chiesero di Zeffirelli, lo salutarono, presero in braccio un bambino, glielo passarono e poi gli dissero: buongiorno maestro, scusi il disturbo, siamo qui solo per presentarle il piccolo; il piccolo Franco.

martedì 5 febbraio 2008

Il Foglio. "Lo chiamavano scuorno”

Storia di Sara e di Eugenio. Così una vita che già batteva è diventata un guaio da abortire. “Che significa non lo voglio? Che significa la scelta è mia?”

Chiudi gli occhi, conta fino a dieci e dimentica quel nome. Tesoro. Lo sai che non ti ama, lo sai che se ti dice così è perché non ti capisce. Lo sai che io ti amo. Noi ti amiamo, lui no. No, non ti ama. Non ti direbbe così. Lui pensa di sì, ma tu lo vedi, lo senti che non è così. L’hai capito, no? Lo sai, amore mio? No, non lo sai. Ascolta. Ascolta bene: lascialo parlare, lascialo dire, lascialo telefonare. E dimentica quel nome. E se te lo chiede digli di no, poi vedrai che se ti ama lui capirà. Sì: capirà. Sì, è vero. Non mi capisce, nessuno mi può capire, sono io. E’ mio. Forse, forse tu; sì: forse tu puoi. Che guaio, cazzo. Che guaio. Che scuorno, che vergogna. Che ho fatto? Mamma, che ho fatto. Non piangere. Mamma, mamma. Hai trovato quel numero?
Era un martedì, Sara aveva chiamato a casa la sera prima e l’aveva avvertita. Mamma, stasera non torno. Non era tornata lunedì, non era tornata domenica, non era tornata neanche sabato. Ragazzi, diceva la madre. Sono ragazzi, tesoro; lasciamoli divertire. Che vuoi che facciano, lei ha diciannove anni, è una bambina. Non ti preoccupare, fidati di me. Fidati, sono solo due notti. Erano state due notti bellissime: la prima, la seconda, soprattutto la terza. Lui e lei. Due notti, e lui che le aveva detto tutto; le aveva detto il dove, il come e il quando, le aveva detto chi ci sarebbe stato e le aveva detto anche cosa le avrebbe regalato. Due notti, sì, ma senza sesso: perché lui non sapeva ancora se era il caso, e lei non sapeva cosa pensare, non sapeva come si faceva in quei casi e non sapeva neanche a chi chiedere. Riccardino?, diceva lui, mentre lei sorrideva solo con le guance, senza muovere le labbra, proprio come faceva lei quando stava bene, e quando per dire di sì non c’era bisogno di dire nulla.
Domani però andiamo da mamma. Se vuoi, va bene. Andiamo. Lei e lui. Lei: diciannove anni, i capelli lisci, gli occhi blu, il primo anno di università, i tre esami in Scienze dell’educazione, e poi la parrocchia, il volontariato, la gonna verde, le calze di seta, le scarpette bianche che non erano da ballerina, ma un po’ sembrava di sì. E lui: ventisette anni, laureato, ingegnere, quartiere Bagnoli, Napoli. Lei, Sara; lui, Eugenio. Eugenio sale due piani di scale a piedi, guarda l’orologio, bussa alla porta e sospira. Risponde lei. Mamma siamo noi. Entrate, papà è appena uscito. Entra pure, caro Eugenio. Due caffè? Uno, disse lui, tutto serio. Uno? Bene. Sedetevi pure: che hai fatto piccola? Stai bene? Sì, tutto bene. Eugenio sorrideva, e lei, Sara, non la guardava mai negli occhi, la mamma. Non ci riusciva. Diceva mamma, ma poi si fermava e la voce rimaneva lì, strozzata. Mamma. Mamma.
Amore. Amore. L’ho fatto.
Sara non lo sapeva, ma aveva capito praticamente tutto: era da qualche giorno che aspettava, che diceva io mi conosco, grazie non ho fame e no: non mi sento male, però lo so, è una cosa strana, devo vedere, devo comprarla: tesoro, ho un ritardo. Non sapeva perché, aveva detto che non sapeva ancora, e aveva detto di no. Non ti preoccupare, non è niente. Gli disse così, poi passa una settimana, Sara esce dal numero dieci di via Suor Orsola, 10, la sede napoletana della sua università, corre via, arriva in strada, si avvicina a Eugenio con la borsa della Lonsdale appesa al collo, e una piccola linea blu che si era improvvisamente colorata, e ora lei sapeva perché, e sapeva che gli avrebbe detto di sì. Diciannove anni, fidanzata, felice, bella. E ora mamma. Nona settimana, amore mio. Ma non dirlo a nessuno, non dirlo agli amici, non dirlo a papà. Lo dissero solo a Luigi, il parroco della chiesa di San Giuseppe confessore, dove Eugenio e Sara erano cresciuti insieme, dove avevano fatto i volontari per la Caritas, dove lui si era innamorato di lei, e dove, tre giorni dopo la linea blu del test di gravidanza che saliva di nove settimane, tornarono tutti e due, firmarono sul registro, e controllarono la data: ventisei giugno; piccola, vuoi sposarmi? E lui, non c’aveva pensato. Non c’era nulla da pensare. Era un sì, due volte sì. Ti voglio, voglio sposarmi; voglio un bambino, voglio quel bambino. Lui, ventisette anni, ingegnere, e ora padre; e con gli amici che lo fissavano, e lo guardavano e lo abbracciavano, e non sapevano come fare, non sapevano cosa dire: se dire auguri, se dire complimenti, se dire in bocca al lupo, se farsi dire tutto, se aspettare che fosse lui a farlo, se chiedergli un particolare, o se chiedere solo le cose semplici. Come si fa, cosa si chiede quando diventi papà? Dimmi: com’è? Di chi è? Quanto è? Ma lei? E tu? E i tuoi? E i loro? I loro.
Mamma. Mamma. Mamma. Tesoro, sedetevi. Ditemi pure, ditemi che succede, cosa sono quelle facce? Ragazzi, ditemi. Che avete fatto, qualche guaio avete fatto? Signora, la vorremmo invitare a una festa. Una festa. La mamma di Sara poggiò la tazzina di carta sul lavabo, e ci pensò. La festa. Il caffè. Quegli occhi così. Ma quale festa. Quale festa? Che guaio avete fatto, che guaio avete combinato? Signora, nessun guaio. Non dissero altro, non lo nominarono mai, avevano capito tutti. Lei, e la sua bambina. Gli altri, e il loro bambino. Cosa avete fatto. Ma avete fatto le analisi? Oddio, oddio, oddio. Cosa avete fatto. Cosa avete fatto.
Mamma.
Figlia mia, ti prego. Ti prego. Non dovevate, non me lo dovevate fare, non me l’aspettavo, mi avete rovinato, ve ne siete approfittati, che vergogna, che scuorno, che vergogna, vuoi fare come tua cugina? Dimmi, vuoi un bambino adesso? Lo vuoi a vent’anni? Vuoi fare come lei, come tua cuginetta, eh? No, mia figlia non sarà una zoccola: uscite di casa. Io vi ho dato la libertà e voi mi fate un figlio. Se lo sapesse tuo padre. Andate, andate via. Vergogna. Andate via.
Ciao amore, disse Eugenio, mentre scendeva le scale, io è meglio che vado via. Apre il portone, sale in macchina, spegne il telefono, torna a casa. Lo riaccende la sera dopo, Eugenio: ma il telefono non squilla più. Non squilla oggi, non squilla domani. Non risponde oggi, non risponde neanche domani. E se risponde, lei sospira; ti ascolta, ma non parla; ti sente ma non fiata. E chissà che fa? Sarà sul letto? Starà studiando? Si starà coprendo? Starà bevendo? C’avrà parlato? Avrà ascoltato. Amore. Amore. Amore: ma di cosa parli? Amore, fammi entrare. Amore, apri quella porta. Amore, non scendere dalla macchina. Amore, stai per diventare mamma. Piccola mia, che significa guaio? Squilla ancora, il telefono. E dopo due giorni lei sospira, e finalmente parla. Vieni a casa mia? La mamma ti vuole parlare. Vengo, arrivo. Sale le scale, Eugenio, apre la porta, saluta, ma nessuno sorride; niente caffè, niente papà, niente cucina, siedeti – con la e –, disse la mamma che era diventata nonna e che invece di chiamarlo piccolo continuava a chiamarlo guaio. Siedeti, dobbiamo parlare. E gli spiega. E gli parla.
Parla la mamma della sua ragazza, e parla senza nominarlo mai, pensando sempre a quello. Perché i bambini che non sono voluti non sono mandati da Dio, diceva lei; e tu devi lasciare libera mia figlia, lei ha la sua età, è giovane. E fammi finire: non la non devi plagiare, non le devi parlare; perché lei deve essere libera: libera di scegliere liberamente; libera di prendere le decisioni giuste; e se tu le vuoi bene allora lasciala stare, disse passando in un attimo, come fosse un soffio, dal ciò che c’è da dire a ciò che non si deve fare. Siete liberi, mia figlia può scegliere quello che vuole, ma se sceglie di sposarti, se sceglie di tenerlo, lei in questa casa non entra più. Mai più. Perché è tanto tempo che mia figlia piange, e io non la voglio più vedere così. Perché tesoro, tu lo sai che io ti amo. Tu lo sai che noi ti amiamo. E lei era bellissima, e non parlava; e la mamma che l’accarezzava, e non si fermava, e che alla fine disse così, mentre Sara piangeva: perché se l’ami, Eugenio, tu devi accompagnarla ad abortire. Lui si alzò, le salutò tutte e due e se ne andò via. E poi pensò molto.
Pensò ancora al nome, pensò che Riccardino era un nome splendido, pensò che si sarebbero sposati tra un mese, pensò che sarebbero diventati una sola carne, come diceva don Luigi, e pensò che in quel caso, carne la sarebbero diventata non tutti e due, ma tutti e tre. Sara, Eugenio, Riccardino. Pensò che la madre, prima o poi, avrebbe capito, pensò che il guaio si chiamava bambino, pensò che la figlia di lei ora si chiamava mamma e pensò che la mamma era in realtà la nonna, ed era in realtà solo molto spaventata, e anche se diceva che bambini non voluti non sono mandati da Dio, Eugenio, anche qui, si ricordava di don Luigi, lì in parrocchia: se lo ha voluto il Signore, sorrideva lui, beh, il Signore non manda certo guai; manda solo benedizioni. Ma Sara piangeva ancora, e piangeva come la madre. Piangeva a casa, e piangeva a telefono. E lui lo sapeva che quando una mamma piange le lacrime spesso sono sincere. Ma non c’era da preoccuparsi, non c’era ragione di chiedersi se sì oppure no, semplicemente perché pensando al no non avrebbe capito perché. Tesoro, perché? Tesoro, non scendere dalla macchina. Tesoro, ti prego parlami. Tesoro, perché piangi? Tesoro, che senso ha? E lei: dammi qualche giorno, non so cosa fare, ti prego; lasciami pensare. E lui non capiva, non capiva di cosa parlava, non capiva cosa pensava, non sapeva cosa cambiava, come funzionava. Che significa un po’ di tempo? Che significa che devi pensarci tu a una cosa tua che è però anche mia. Che significa che hai studiato la legge? Che significa, ti prego, amore. Dimmi qualcosa. Dimmi dell’altro. Che significa non lo voglio. Che significa non sono d’accordo. Che significa un figlio non si fa solo in due. Che significa decido io. Che significa che la legge è dalla parte mia. La legge. Non sapeva neppure che ci fosse una legge, Eugenio. E allora cominciò a leggere, cominciò a cercare, la trovò su Internet, scoprì il testo, e poi trovò anche qualche dato. Ventisette anni lui, diciannove e quasi venti lei: diciannove, che a Napoli, negli ultimi sei anni, significa qualcosa che la legge racconta ma un po’ rischia di nascondere. Napoli, e la Campania. Lo scoprirà qualche mese dopo, Eugenio.
Scoprirà che negli ultimi anni, dal millenovecentottandue al duemilasei, mentre in tutt’Italia quelle che oggi chiamano Igv, erano diminuite del 44 per cento – dai quasi duecentotrentacinquemila casi del 1982 ai centotrentamila di ventiquattro anni dopo – e mentre succedeva questo, c’era una regione con i dati e con i conti che ancora oggi non tornano: una regione con il cinquantacinque per cento di pillole del giorno dopo vendute ai ragazzi sotto i venticinque anni, una regione con uno dei più alti numeri di interruzione di gravidanza nei primi tre mesi (3.411 in Campania, 36.864 in tutt’Italia), e una regione che insieme ad altre due (Basilicata e Valle D’Aosta) mentre tutte le altre in Italia ne fanno un po’ di meno, lei invece ne fa sempre un po’ di più. E se oggi Eugenio guardasse le tabelle, per quanto riguarda le donne straniere, scoprirebbe che in Campania, di Igv, ce n’è un sei per cento in più. Sei per cento, dal duemilacinque al duemilasei. Che significa, si chiede Eugenio? Che significa quell’articolo. Che significa che la legge è dalla tua parte? Che significa la scelta è mia.
Eugenio chiama un amico, che nella vita fa l’avvocato. Lo chiama, lo cerca e glielo chiede. Me la faresti leggere? Centonovantaquattro. La trova, arriva allo studio, cerca le carte, trova la legge, trova il comma e capisce tutto; capisce che quando la donna decide di farlo, allora si rivolge al medico, il medico le fa gli accertamenti, le fa tutte le domande e dopo di che valuta. Valuta se farlo oppure no; valuta “le circostanze che la determinano a chiedere l’interruzione della gravidanza”. Lo valuta con la donna, il dottore; e, ove la donna lo “consenta”, con il padre. “Ove la donna lo consenta”. E se io voglio e lei no? Come si fa? E se la donna non consenta? Eugenio piangeva, e lei non chiamava. Cinque, sei, sette giorni, e il telefono non squillava, mentre le sue nuove colleghe, le amiche della facoltà, le cantavano lo stesso ritornello. Sempre, tutta la settimana. Tu sei pazza, tu sei giovane, tu ti devi divertire, tu avrai altre occasioni, non ci pensare proprio, non ti preoccupare, non sei né carne, né pesce, e ascolta chi ti ama, ascolta chi ti conosce, ascoltami. Ascolta tua madre. Starai un po’ male, poi però riprenderai in mano la tua vita. Ti voglio bene, non è difficile. Chiudi gli occhi, conta fino a dieci e vedrai che poi passa tutto, che tutto si risolve.
Sette giorni dopo squilla il telefono. Eugenio, dobbiamo vederci, vienimi a prendere, ti devo dire una cosa. Era quasi il terzo mese, era il tredici maggio e lei aveva deciso. Salirono sul Belvedere del quartiere Bagnoli, a Napoli, a pochi metri dalla parrocchia di San Giuseppe Confessore, e a pochi metri dal mercato ittico dove lavorava il padre di lei; che non sapeva nulla e che non doveva sapere nulla. Chiusero tutti e due il finestrino e si fermarono lì.
Lei aveva gli occhiali neri, con le lenti a goccia grandi, come quelle delle attrici, che nei film piangono per finta, nascondendo gli occhi dietro la montatura cieca; e lei, Sara. Aveva i jeans stretti stretti, una maglietta nera, aderente e molto attillata. Troppo, troppo attillati però quei jeans. Per piacere, Sara, sbottonali un po’, non è prudente, è troppo stretto. E lei, senza togliersi mai gli occhiali, lei lo fissò, e disse no. Non mi sento, non lo cresco, non lo voglio, non lo meriti, mi hai lasciato sola, non mi hai accompagnato, non hai voluto sapere, non hai voluto capire, mi dispiace, ma lui non c’è più.
Mamma non voleva. E lo disse tutto d’un fiato, senza nominarlo mai, senza dire cos’era successo, senza dire quando, dove, come; e senza dire perché non lo aveva lasciato parlare, perché non lo aveva lasciato dire, perché non lo aveva lasciato telefonare. Senza aver capito cosa significava, quando gli dicevano se la ami accompagnala, se la ami non puoi lasciarla, se la ami non puoi pensare a te; senza aver capito perché, senza aver capito perché un figlio non c’era più; senza aver capito perché la mamma non capiva, perché il papà non sapeva, perché la nonna lo chiamava scuorno. Che guaio. Che scuorno, che vergogna. Che ho fatto. E senza aver avuto il tempo di dire signora, lui non si chiama guaio, si chiama Riccardino.
Claudio Cerasa