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lunedì 26 gennaio 2009

Il Foglio. "La mela ammalata"

Il corpo di Steve Jobs sta scomparendo dentro il suo maglione a collo alto. Ma cos’è il corpo di Jobs? Musica, immagini eteree e comunioni virtuali
Mentre lo vedi scomparire dentro il suo maglione a collo alto, mentre lo vedi parlare con le braccia che si allargano e che si avvicinano come ali di farfalla, mentre lo vedi camminare – con i soliti jeans, con i soliti occhiali e con le solite scarpe da ginnastica – sotto l’immagine fissa di uno schermo al plasma e mentre lo vedi lì, immobile di fronte a quelle parole con cui ha scelto di condividere col mondo la sua malattia – “The reports of my death are greatly exaggerated”, le voci sulla mia morte, ha ricordato lui stesso con un sorriso, sono oltremodo esagerate – ti accorgi che il corpo di Steve Jobs, che il corpo dell’inventore e dell’anima di quel gioiello che è la Apple, non è solo il corpo malato del grande manager che rischia improvvisamente di sparire, non è solo l’identificazione completa di un uomo con il prodotto da lui creato e non è solo la trasformazione, o forse la trasfigurazione, di una persona in un’immagine che ha ormai raggiunto sfumature a metà tra il mistico, il sacro e l’iconografico.

C’è molto altro nella storia più recente, e più drammatica, di Steve Jobs: nella sua convivenza con quella malattia, con quel tumore al pancreas che i medici dello Stanford University Medical Center di Palo Alto fotografarono dentro la sua pancia alle 7,30 di una mattina di ottobre di sei anni fa: con quei dottori che pochi giorni dopo gli dissero di andare a casa a mettere “ordine nei suoi affari” e con Steve – lo racconterà lui stesso pochi mesi dopo in una bellissima lettera inviata ai soci di Apple – che all’epoca non sapeva nemmeno che cosa fosse, quel maledetto pancreas. Glielo spiegarono subito i dottori, gli spiegarono che il pancreas produce ormoni molto importanti, che questi ormoni regolano il livello degli zuccheri nel sangue, che gli enzimi prodotti dagli ormoni consentono la digestione di una parte dell’intestino e che tutto questo ora nel suo corpo non funzionava più: il tumore aveva creato un effetto a catena, aveva moltiplicato rapidamente le cellule nella testa dell’organo e per questo – così gli avevano detto – aveva dai tre ai sei mesi di vita. Non di più. Steve cominciò così a perdere peso, come gli succede oggi: dimagrì dentro il suo maglione nero, scelse di curarsi con la medicina alternativa, seguì una dieta speciale per evitare di essere operato e lo fece fin quando, dopo aver fatto nuove analisi, scoprì che la massa tumorale era diventata ancora più grossa, e che a quel punto l’operazione era diventata semplicemente necessaria.

Era il 31 luglio del 2004: quel giorno le azioni Apple persero il due per cento del proprio valore, e la storia clinica del corpo di Steve continuerà a far fare su e giù, su e giù su e giù al titolo della Apple per altri cinque anni, fino ad oggi. Fino ad arrivare a quella lettera che Jobs ha inviato pochi giorni fa a tutti soci della Mela. Questa: “Sono sicuro che tutti voi siete a conoscenza della mia lettera della scorsa settimana, in cui ho condiviso elementi molto personali con la community Apple. Sfortunatamente, la curiosità sul mio stato di salute continua a distrarre non solo me e la mia famiglia, ma tutti in Apple. Inoltre, durante l’ultima settimana, ho appreso che i miei problemi di salute sono molto più complicati di quello che pensassi. Per sottrarmi dalle luci della ribalta e concentrarmi sulla mia salute, e per favorire la concentrazione di tutti in Apple verso i suoi prodotti straordinari, ho deciso di prendermi un congedo medico fino alla fine di giugno. Ho chiesto a Tim Cook di responsabilizzarsi per le operazioni quotidiane di Apple, e sono certo che lui e il resto dei dirigenti esecutivi faranno un ottimo lavoro. In qualità di Ceo ho chiesto di essere coinvolto per le decisioni strategiche quando sarò fuori. Tutto il consiglio di amministrazione mi ha appoggiato in questa scelta. Attenderò con ansia di vedervi tutti questa estate. Vostro, Steve”.

E’ stato subito panico: la lettera di Jobs ha fatto precipitare di dieci punti il titolo della Apple, i soci hanno cominciato a vendere azioni, la “comunità”, come la chiama Jobs, è entrata nel pallone e in poco tempo – come ha calcolato il Sole 24 Ore di martedì scorso – alla fragilità del corpo di Steve Jobs è stato dato anche un valore: due miliardi di euro, ovvero la differenza esatta tra la capitalizzazione di Apple dal giorno di chiusura delle borse e il momento in cui per la prima volta il suo mondo ha provato a immaginarsi una Mela senza uno Jobs. Era già successo nel 2004, quando Jobs scoprì di essere malato. Era già successo nel 2000, quando Steve si ritrovò nei pasticci per uno scandalo legato a una serie di azioni retrodatate. In quell’occasione Gene Munster, analista della Piper Jaffray, spiegò che in caso di dimissioni del numero uno Apple la società avrebbe perso qualcosa come il 20 per cento del capitale azionario. Il tutto sarebbe successo nel giro di una notte. Solo una notte.

Ma il corpo di Steve Jobs – un corpo oggi così debole, così sottile e naturalmente così fragile – è molto più che un semplice calcolo matematico: inevitabilmente, la sua malattia è in un certo senso anche la malattia di Apple, è un virus che diventa male non solo fisico, non solo economico ma anche informatico, persino multimediale, e non era mai successo prima d’ora che ci fosse qualcosa come il corpo di Steve che diventasse il punto di incontro perfetto tra un virus biologico e un virus digitale: qualcosa che riuscisse allo stesso tempo a mordere ora lo stomaco di un manager ora il corpo di un’azienda. Perché quello tra Jobs e la sua società è un rapporto viscerale, carnale, verrebbe da dire quasi erotico. Jobs è il Mac su cui scriviamo gli articoli. Jobs è l’iTunes da cui scarichiamo la musica. Jobs è l’iPod da cui ascoltiamo le canzoni. Jobs è la mela. Jobs è quasi ontologicamente la Apple, ed è lui il pezzo unico con cui la Mela morsa riesce a essere perfettamente completa. Unica. “Esistono pochi altri casi di condivisione e identificazione completa di un uomo con il suo prodotto, di un manager con la sua creatura, di un genio con la sua invenzione”, dice al Foglio Massimo Canevacci, esperto di nuovi media e professore di Antropologia culturale all’Università la Sapienza di Roma. Jobs non ha solo cambiato il modo di ascoltare musica. Jobs ha cambiato semplicemente il modo di fare musica.

Lui fa così: ti prende e ti trasforma. Fa così con la musica e fa così con il resto. Perché Steve è entrato a far parte della Apple con la stessa violenza con cui il malanno è entrato a far parte del suo corpo, e il paradosso del suo successo è che, mentre lui vede ancora oggi l’Apple come la sua azienda, in un lampo è riuscito a convincere sia gli azionisti, sia i soci, sia i clienti che la Apple è roba loro. “Il suo corpo – spiega Canevacci – non è solo il corpo del manager: è un corpo che ha in sé, e che incarna, tutto quello che può significare l’espressione nuova generazione. Il fatto è che quando hai in mano un iPod, un Mac o un iPhone tu Steve lo tocchi proprio. E’ un rapporto di condivisione carnale anche in questo senso. Uno dei protagonisti del film girato nel 1983 dal regista canadese David Cronenberg, “Videodrome”, sosteneva che ‘la lotta per il possesso delle menti, in America, dovrà essere combattuta in una videoarena, col videodrome, e che lo schermo televisivo, ormai, è il vero unico occhio’. Se mi è concesso, oggi quell’occhio penetrante – quell’occhio con cui abbiamo accesso alla tecnologia – non è altro che l’occhio di Steve Jobs”.

Ecco cos’è Jobs: Jobs è un volto, è un’immagine, è un icona, è quella scatolina bianca dell’iPhone, che quando la apri ti mette di fronte a un oggetto che ancora prima di scoprire, che ancora prima di capire se possa essere utile o no, e ancor prima di darti la possibilità di suddividere il mondo nello stesso modo schematico con cui lo fa Steve – “It is extremely great, or it just shit” – tu lo prendi e pensi solo questo. Che fico. Steve è così: non è solo “hype”, non è solo seduzione pubblicitaria e la sua non è solo una raffinata tecnica di vendere tappeti ad altissimo livello. E’ qualcosa che sta un po’ più in alto: Steve è la parola che diventa oggetto prima ancora di poterlo toccare, è la faccia senza cui un’azienda rischia di rimanere semplicemente senza volto. L’Apple senza Jobs è un’azienda senza leader, è un’iPhone senza foto, un iPod senza musica, un computer senza connessione, un comunista senza Enrico Berlinguer, un radicale senza Marco Pannella, un leghista senza Umberto Bossi, una Roma senza Francesco Totti. Attenzione: quando si parla di Apple e di Jobs, non va sottovalutato quello che potrebbe anche essere definito “effetto rincoglionimento”.

Quella sensazione che – senza una ragione apparente o senza una motivazione sensata – ti porta a osservare con occhi increduli cose che, a guardarle bene, non sono poi sempre così belle, ma che tu invece consideri magnifiche semplicemente perché non puoi fare altrimenti: è l’effetto “pasqualismo” (in omaggio a un film in cui Totò veniva scambiato per un tal Pasquale e schiaffeggiato) di cui parlava tre giorni fa sul Corriere della Sera Aldo Grasso; quella “strana malattia psicologica che intacca il centro della volontà e costringe il paziente a penose coazioni a ripetere davanti al televisore”. La malattia di Steve, però, è soprattutto la malattia del grande capo, e come capita spesso con tutti i capi che non sono in forma e che si scoprono fragili, vulnerabili e indifesi, la fragilità del numero uno diventa anche la fragilità del gruppo: cosa che se in politica si può tradurre in un’improvvisa e produttiva voglia di fare squadra, in una necessità di rinnovamento che ti porta a sostituire l’immagine del leader con la forza del gruppo e che può persino impedirti di farti crollare il mondo addosso, nelle grandi aziende invece non succede quasi mai: perché gli azionisti non sono elettori e appena i muri ballano loro spesso cominciano a vendere.

Politica, si diceva. Perché c’è qualcosa di molto politico nella vita e nella storia di Steve. Nella sua leadership più calda che carismatica. Jobs ironizza spesso sul modo messianico con cui viene raccontato dai giornalisti ma è difficile negare che il corpo del numero uno di Apple sia un corpo anche efficace. “Se la mela fosse divisa in due – conclude Canevacci – Barack Obama e Steve Jobs si troverebbero sui due lati della mela. Perché Obama riesce a utilizzare gli strumenti della comunicazione con la stessa forza e la stessa efficacia di come Jobs riesce a rappresentarli. Jobs traduce in oggetto un’emozione, Obama fa lo stesso con le parole. Steve è politica nella misura in cui vende la sua parola, e il suo credo, senza aver bisogno di uno spazio vero per farlo. Volendo volare un po’ più in alto, il misticismo di Jobs risponde a una domanda più che commerciale per certi aspetti quasi teologica, e che ha a che fare più con il telos, con il fine, che con il prodotto. Come dire che se Apple è Dio, Steve è suo figlio. Per questo, Jobs è la mela, il suo corpo ha la forma di una mela, e l’identificazione con quel prodotto – per come lo usiamo, per come ne parliamo, per come lo tocchiamo – è così forte che anche noi siamo parte di quella stessa mela”.

Una fragilità, questa, che nel caso di Jobs ha dentro di se un seme di possibile “distruzione creativa”, come direbbe Joseph Schumpeter. Una distruzione che Steve ha sperimentato almeno altre tre volte nella sua vita. Cinque anni fa con il tumore. Otto anni fa con la bolla tecnologica. Ma soprattutto trent’anni fa, quando Steve fu cacciato dalla Apple e quando fu così, vivendo nell’assenza di quello che amava, che capì cosa voleva veramente. Quel periodo della sua vita, Steve lo spiegò così: “Mi liberò dagli impedimenti, consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita”. Fu anche grazie a quella forza che la Apple di Jobs è riuscita a sopravvivere senza troppi danni ai due uragani che la Mela hanno provato a risucchiarsela via due volte: nel 2001 con la bolla della new economy e in questi mesi lo tsunami economico mondiale. Tutto questo, prima che Steve cominciasse a perdere ancora una volta peso, prima che le cellule del Pancreas iniziassero nuovamente a moltiplicarsi e prima che Steve si ritrovasse alle prese con quello “scompenso ormonale” che ha ricominciato a rubare le proteine necessarie per la salute del suo organismo.

Jobs non potrà mai essere come Bill Gates. Perché Jobs ha qualcosa che a Bill non riescono a dare neppure i soldi. E’ la differenza tra l’essere uno degli uomini più ricchi del mondo (come lo è Gates) ed essere uno di quelli più potenti (fino a qualche anno fa, secondo la rivista Fortune, Steve era il venticinquesimo uomo più potente del mondo). Tra Steve e Bill, tra Apple e Microsoft c’è tutta la differenza che esiste tra una ragazza bellissima e una ragazza che ti fa perdere la testa: una che a poco a poco entra dentro di te in modo così violento che tu ne vuoi sempre di più, che tu ne cerchi sempre di più e che non puoi fare a meno di vederla di sentirla e di ricordarla in ogni cosa che ti passa accanto. Bellissima come Microsoft.

Perfetta – perché ti colpisce, ti smuove e ti mordicchia come se fossi una mela – come Apple. Certo, sarà pure un po’ rincoglionimento, o forse sarà solo un po’ fascino, o magari semplice passione, una semplice condivisione amorevole resa ancora più forte da un legame che si scopre fragile e che ti fa considerare unica e preziosa qualsiasi cosa che abbia a che fare con lei – “Come un attore hai scelto il ruolo/ di chi è sicuro di se,/ ma sai benissimo che la tua arte/ è nella parte fragile di te”, cantano i Tiromancino. Fatto sta che le cose probabilmente andranno così. Fatto sta che il possibile futuro della Apple senza Jobs sarà sicuramente un nuovo genio, sarà un genio che magari farà cose geniali, che magari avrà idee meravigliose, che magari sarà giovane, che magari sarà persino nero ma sarà un genio anonimo, ma sarà un genio senza volto. I sostituti possibili di Steve Jobs esistono già e si chiamano Tim Cook (oggi Ceo ad interim di Apple), Phil Schiller (vicepresidente marketing di Apple), Scott Forstall (vicepresidente della divione iPhone Software). Ma in questo momento nessuno ci fa caso, perché ci sarà pure qualcuno convinto che la Apple se la cavarà benissimo anche senza Jobs, che senza di lui – sostiene per esempio Ezra Gottheil, del gruppo Technology Business Research – Apple dovrebbe faticare solo un po’ di più per ottenere l’attenzione generale e che non c’è motivo di credere che queste cose non possano essere continuate senza di lui”.

Perché ci sarà sempre qualcuno che ironizzerà su di lui, qualcuno che continuerà a odiarlo, qualcun altro che continuerà a chiamarlo messia, ma la verità è che attorno a quel corpo, attorno a quel volto e attorno a tutte quelle voci oltremodo esagerate oggi c’è un mondo fatto di persone che si farebbero volentieri mordicchiare una parte di sé per non vedere scomparire definitivamente quella figura fragile dentro un bellissimo maglione a collo alto.
Claudio Cerasa

giovedì 7 febbraio 2008

Il Foglio. "Nascita di un maestro. Franco Zeffirelli racconta i tre giorni in cui non doveva esistere

La gravidanza della madre, la pozione della nonna e poi l’uncino e i coltelli. Zeffirelli racconta i tre giorni in cui non doveva esistere

Il papà era un uomo molto affascinante: era ben piazzato, era forte, era agile, aveva gli occhi azzurri, passeggiava masticando stuzzicadenti, aveva dei magnifici cappellini monocromati e aveva sempre, quel mascalzone, un sorriso grande così. Si chiamava Ottorino Corsi, vendeva i tessuti più belli di Firenze, diventerà il padre di uno dei registi più famosi del mondo e anche quella volta fece la stessa scelta che aveva fatto per tutti i primi tre anni di guerra: solo quelle sposate, solo quelle con un marito, solo quelle belle come lei; come quella donna che, lottando contro tre aborti, di lì a poco sarebbe diventata la madre di Franco Zeffirelli. Lei si chiamava Alaide, era una sarta molto famosa, aveva un atelier al numero due di Piazza Vittorio Emanuele, a Firenze; aveva sposato da giovanissima un avvocato, un po’ più grande di lei; amava molto la musica di Mozart e aveva quel morbido profumo di seta che hanno solo le signore che lavorano con i tessuti. Alaide, però, per il signor Corsi, non fu esattamente come le altre: fu corteggiata a lungo, divenne la sua cliente preferita, cominciò a comprare da lui le lane più pregiate e scoprì quell’affetto che da due anni non aveva più trovato e poi, quando lei aveva ormai quasi quarant’anni, lui le regalò un figlio. Un figlio amato, ma non desiderato; un figlio che un giorno sarebbe diventato attore, regista, sir e senatore; un figlio che però proprio non doveva nascere, non doveva esistere, non doveva esserci. Perché, come le dicevano i genitori, non è il caso, non è il momento, non puoi farlo, e che cosa direbbero di te. E per tre volte, Franco Zeffirelli, rischiò di non esserci davvero. Ci proveranno in tutti i modi: la prima volta fu un coltello, la seconda fu una pozione, la terza fu un uncino. Era una questione di principio: ora tu non puoi, ora non devi. Non puoi: perché non hai l’età, perché hai già tre figli, perché sei una donna felice e perché con il tuo lavoro un altro figlio sarebbe una pazzia. Non devi: perché sei già sposata, perché lui oggi c’è e domani chissà e perché tutti saprebbero che il figlio portato in grembo non può essere di tuo marito, moribondo da tempo in un ospedale di Pratolino; doveva essere del tuo amante: Ottorino Corsi; quel signore diventato famoso a Firenze per essere caduto da cavallo, per essere stato riformato a ridosso della Prima guerra mondiale e per essere rimasto in Toscana quando tutti i mariti più belli, più forti e più giovani della regione erano partiti per andare al fronte, lasciando Ottorino libero di comportarsi come un galletto nel pollaio. Così fu. Dovevano essere belle, formose, alte e soprattutto poco disponibili: andò così con le famiglie Gherardini, Martelli, Gori, Venturi, Piccardi e andò così anche con sua madre Alaide. Come ricorda Franco Zeffirelli, quel mascalzone aveva anche una tattica. Funzionava così: lui inseriva nel suo calendario il giorno in cui sarebbe arrivata la licenza di questo e di quel marito, aspettava che il marito uscisse di casa, faceva passare due o al massimo tre giorni, poi bussava alla porta e ci provava. Fino a quando non arrivò lui: quel bastardino di Franco, come per anni fu chiamato il regista fiorentino. Non doveva nascere, non ci doveva essere e non doveva esistere. E Zeffirelli, o meglio Zeffiretti, che scoprì la sua storia qualche anno dopo la morte della madre, la rivive ora con il Foglio, seduto sul divanetto della sua casa romana sull’Appia antica, di fronte a una pila alta di vhs dell’“Otello”, dell’“Enrico V”, di “Sparrow”, del “Processo del lunedì”, di “Viva la diva”, de “Lo schermo vietato”, della “Traviata” e dei “Pagliacci”. “Non dovevo nascere, perché non era previsto, perché era uno scandalo, perché mia madre era al top del suo successo, e perché, come capitava ieri a Firenze e come potrebbe capitare oggi dovunque, se nasce un figlio non è detto che tu stia lì a pensare che quel bimbo potrebbe cambiare il mondo, è probabile invece che tu stia lì a pensare che quel figlio ‘potrebbe mettere a repentaglio il nostro rapporto’, che quello non sia ‘il momento giusto’, che ‘prima bisogna trovare un buon lavoro’ e che non ha senso se ‘non sei sistemato’. E spesso non ti viene neppure in mente che quella vita ancora non conosciuta andrebbe sempre e comunque rivelata. Sempre. Perché non è scontato che ti venga in mente che quel fiore è un fiore esplosivo, che quel fiore è già bello che fatto quando si crea, e non quando nasce. E quello che si chiama ‘l’incognito’, ‘il fascino del mistero’, perché quello è un fiore che esplode e che forse tu non lo sai, ma rivoluzionerà il mondo. E’ la nascita, quella. E’ quella cosa che fa cantare e che fa suonare le fibre più segrete di ognuno di noi. E’ la vita, e tu la vedi mille volte al giorno. La vedi quando nasci e la vedi anche in una di quelle camere buie dove tu entri, apri la porta e scopri che dalla stanza accanto arriva una luce che ti dice dove andare. E’ l’insostenibile fascino del mistero, questo. E’ la gioia di poter donare la luce a chi non vede ancora e di poter aprire una finestra, spalancandola sul mondo. E’ il sapere che lì dentro c’è una vita e che lì dentro forse ci può essere un genio, o forse no, e che comunque vale la pena di vedere, o almeno di sentire, la luce che fa”.
Il marito della mamma, Alberto, morì all’ultimo mese di gravidanza. Erano gli ultimi giorni dell’ottavo mese e la mamma, Alaide, arrivò al funerale del papà dei suoi tre figli (Giuliana, Adriana e Ubaldo) con il quarto figlio nel pancione. Lui, il marito, era un avvocato e da due anni era gravemente ammalato. Tubercolosi, dicevano. Poche settimane dopo la morte di Alberto, Alaide sarebbe diventata mamma per la quarta volta. Fu un parto difficile: a quarant’anni, e con un corpicino fragile come il suo, Alaide sapeva che sarebbe stato un rischio partorire. Ma quel figlio lei lo voleva, e senza che ci fosse una spiegazione precisa: lo voleva e basta, anche a costo di non farcela, anche a costo di non riconoscerlo, anche al costo di farlo nascere come se fosse “illegittimo”. “N”, “N”, scrissero. “Nescio nomen”, riportarono nel suo primo documento ufficiale. Perché in quegli anni, per i figli “illegittimi” con la doppia “N” c’era una regola precisa, e il figlio nato con il nescio nomen, per avere un nome, doveva essere abbinato a una lettera: una lettera per ogni giorno del calendario. Quel giorno era il dodici febbraio e toccava alla lettera zeta. Zeta, proprio come quei “zeffiretti gentili” di cui aveva sentito parlare mamma Alaide in un Idomeneo, visto pochi giorni prima. “Zeffiretti”, disse dunque la madre al copista del comune di Firenze, che prese nota e scrisse quel cognome con due “l” invece che con due “t”. Poche ore dopo, il piccolo Zeffirelli fu restituito a due puericultrici che per un anno lo affidarono a una coppia che abitava nella valle del Piombino. Senza cognome, senza nome, senza padre e con tre aborti andati miracolosamente male. Ma quel figlio lei lo voleva e basta.
“Diceva alle mie zie che la vita non va fermata, che un bambino non può essere schiacciato e che deve comunque aver la possibilità di nascere, a qualsiasi costo. Come darle torto? Se oggi penso a una vita che non c’è e che ci sarebbe potuta essere, io sto male; è una cosa che non accetto, è una cosa che non capisco ed è una cosa che neanche riesco a giustificare. Quella cosa va chiamata con il suo nome, cioè vita. E se una mano sublime ha fatto sì che un uomo e una donna si siano miracolosamente congiunti, e che il risultato alla fine sia stata la concezione di una creatura, che ci si creda oppure no, bisogna immaginarsela questa natura: una natura che vuole orientarsi, che per andare avanti ha bisogno di decine di migliaia di tentativi e che, se la si soffoca, qualcuno poi dovrebbe spiegare come fa ad andare avanti. Credo sia un discorso semplice: la mamma, quale che sia la sua condizione, è il tramite sacro per entrare nel mondo, è un ascensore per scendere giù, e se lei non ti aiuta, l’ascensore non funziona, si blocca; e l’amore rimane tutto strozzato”.
Continuavano a dirle mandalo via, tronca con lui, liberati del bastardino, vergogna, vergogna, vergogna. Per questo ci avevano provato tre volte: la prima con un dottore, la seconda con una pozione, la terza con un uncino. Con la pozione andò così. La mamma era sdraiata sul letto e non si sentiva bene. Colpa del bimbo, le dicevano; no, è solo mal di testa, lei rispondeva. Sua madre, la nonna di Zeffirelli, la vedeva, e diceva di volerla aiutare. Chiamò una fattucchiera, come la chiamava la zia, e fece preparare un intruglio: erbe, liquidi e qualche strano colorante. Prendine un po’, tesoro. Alaide ci pensò un attimo e poi scoprì l’inganno, e scoprì che la madre non pensava che fosse davvero tutto un problema di testa, pensava che fosse tutto un problema di pancia. E Alaide scoprì che quell’intruglio non era per la testa, scoprì che era per il bambino, buttò per terra il bicchiere, lo frantumò in mille cristalli, si alzò e uscì di casa. Lo voleva, quel bimbo. Lo voleva disperatamente, come se fosse l’ultima cosa buona della sua vita. Perché, seppur impropria, quella era una coppia bellissima: era al centro dei pettegolezzi, era diventata famosissima e sentiva che senza quel dono lei avrebbe vissuto con una parte di sé in meno, e con una parte in meno di Ottorino. Signora, le dicevano, lei è in pericolo di vita, non scherzi, lasci perdere con quel bambino. Bene, rispose lei, allora vorrà dire che se morirò, morirò più fiera di voi, e lascerò in terra quello che voi non avrete neppure in cielo: un figlio. Poi arrivò il coltello, perché l’uncino è troppo facile da immaginare. Un taglietto e via, le avevano detto. Ci provarono una sera di ottobre, e ci provarono legandola a una sedia. Mani, piedi, vita, collo. Tutto un nodo, tutto legato. Tutto un unico bavaglio. Si erano avvicinati in due per aprirle le gambe ma lei riuscì a slegarsi, si avvicinò al dottore e gli spaccò in testa un vaso di ferro. Il vaso in realtà non si ruppe, la testa del dottore, ricorda sorridendo Zeffirelli, un po’ sì. E quando glielo raccontarono, quando gli raccontarono dei tre quasi aborti, quando gli raccontarono della nonna, quando gli raccontarono che lui non doveva nascere, il regista fiorentino iniziò a pensarci un po’. Iniziò a pensare a quello che lui oggi chiamerebbe il grande manovratore, qualsiasi cosa volesse significare. “Mi sono chiesto perché sono io, dove sono io, come sono io, come sono diventato io, e perché il grande manovratore ha messo me nel grande novero, aprendomi quella porta. Quella porta che può essere aperta su una rampa di scale molto ripida, come ripida fu la mia; una porta che può anche aprirsi in un baratro, o in un burrone. Ma sempre una porta è, e tu non sai cosa puoi trovarci dietro. Ed è sempre meglio tenerla aperta che tenerla chiusa, qualsiasi cosa significhi tenerla aperta. Perché ogni figlio è come un desiderio mandato in terra, è una traduzione del linguaggio celeste in linguaggio umano, è una testimonianza del sublime, del supernaturale, e del principio del divino. Una donna che apre la porta è una donna molto forte. Una donna che non apre quella porta è una donna che resterà ferita per tutta la vita”.
Franco Zeffirelli, come scrive nella sua autobiografia, è cresciuto in un un periodo in cui il sesso non era così facile da frequentare; un periodo in cui la maggior parte delle ragazzine arrivavano vergini al matrimonio così come vergini, spesso, ci arrivavano anche i maschietti; un periodo in cui, come fu poi per lui, l’omosessualità si nascondeva come un fiume sotterraneo. Niente figli, dunque. Ma molti figli sono nati grazie a lui. Li ricorda uno per uno, Zeffirelli. Come se quei figli, che non dovevano nascere e che sono nati grazie a una sua parola, fossero in fondo un po’ carne sua: “Perché questa maschilità che non sono riuscito a esprimere attraverso la paternità ho cercato di farla vivere sfruttando la mia celebrità, e influenzare i cuori incerti nel prendere una decisione di vita. Quel mascalzone di mio padre lo faceva con il coitus che non voleva fosse interruptus. Lui lo faceva per il proprio piacere, io continuo a farlo come se fosse una piccola missione”. Ricorda quella volta in America, al New York City hospital, quando incontrò una signora di colore, scoprì che voleva abortire, scoprì che voleva farlo di nascosto dal marito, parlò con lei, parlò con il ginecologo e dopo qualche giorno la signora decise di non abortire più; ricorda quella volta alla Scala di Milano, quando una corista scoprì di essere incinta, scoprì che il suo fidanzato non voleva il bambino, vide il suo fidanzato andare via di casa, lui le parlò e provò a convincerla. Le disse di provarci, e così fu. Proprio come a Roma, all’Ospedale Fatebenefratelli, quando lui passò di fronte al reparto di ginecologia e vide una donna disperata. Era in fila, pronta per ricevere il certificato. Lui la guardò e lei lo riconobbe: “Maestro!”. Lui le chiese perché, si fermò a parlare e scoprì che lei voleva il bambino, ma non poteva. Lui la guardò, e le raccontò la sua storia: le raccontò dei tre aborti, del coltello, dell’uncino e della pozione; le spiegò che se quel giorno a Firenze, la mamma lo avesse ammazzato, lei, ragazza con il pancione, oggi non avrebbe nessuno da ammirare. Perché quel piccolo è come me, le disse. Io sono come lui, tu sei come lei, e se tu lo fai, il tuo bambino non disegnerà mai una stella più grande della mia. Poi arrivò il marito e ci fu una piccola baruffa. Il marito, il figlio non lo voleva, e la donna cominciò a urlare: “questa è una storia mia”, “questa è una storia mia”. Il marito non capiva, guardò il regista, lo spinse via e gli chiese che cosa significa “è una storia mia”. E gli chiese: mi scusi: ma lei conosce mia moglie? Parlarono un po’, poi Zeffirelli andò via. Pochi mesi dopo, i due diventarono papà e mamma, arrivarono sull’Appia, bussarono al cancello, chiesero di Zeffirelli, lo salutarono, presero in braccio un bambino, glielo passarono e poi gli dissero: buongiorno maestro, scusi il disturbo, siamo qui solo per presentarle il piccolo; il piccolo Franco.

sabato 26 gennaio 2008

Il Foglio. amanda, la morte, i balli in maschera. E’ la nuova cronaca nera

Dei delitti e delle scene. Metà Kubrick, metà Schnitzler. Il doppio sogno della studentessa americana, in carcere da cento giorni per il giallo di Perugia. Come un’inchiesta con troppi indizi si trasforma in un processo agli aggettivi

Forse ho letto. Forse ho fatto i compiti. Forse sono uscita. Forse ho sognato. Forse ho fatto la doccia. Forse ho fatto un tiro. Forse mi sono addormentata. Forse ho fatto l’amore. Il doppio sogno di Amanda è l’occhio di Kubrick, la penna di Schnitzler, la maschera di Pirandello, la notte di Halloween; il doppio sogno di Amanda è una stanza a Perugia, è un piumone bianco, un armadio a muro, uno schizzo di sperma, una lavatrice in funzione, un interrogatorio infinito, un reggiseno che si slaccia, una coscia che si scopre, un poliziotto che ti guarda, una mutandina che si toglie e otto centimetri di sangue che ti uccidono. Il doppio sogno di Amanda è tutto quello che gli altri desideravano, tutto quello che gli altri non riuscivano a spiegare: la studentessa, l’Erasmus, l’omicidio, la coinquilina, il computer, il film, la mamma, il papà, l’erba, il telefonino, il messaggino, i giovani, il sesso, il blog, il pompino; con l’aggettivo che diventa più grave della possibile prova, e con l’accusa che si trasforma in attributo: bella, giovane, erasmus, ventenne, simpatica, disponibile, disinibita, allegra, vivace, e molto, molto fatta. Inspira e respira, piccola: un altro tiro? Primo novembre, Perugia: Meredith: ventidue anni, studentessa, inglese, coinquilina di Amanda; Rudy: studente, ventuno anni, ivoriano, amico di Meredith e Amanda; Raffaele: studente, ventiquattro anni, fidanzato di Amanda; Patrick: trentasette anni, congolose, barista; Amanda: vent’anni, studentessa, americana. Dolcetto o scherzetto? Primo novembre, giovedì sera, è la notte dopo Halloween; la casa è quella di Meredith e di Amanda: lo stereo è spento, Meredith spalanca la porta, apre a qualcuno, lo fa entrare, lo accompagna in camera, si sdraia sul letto, e muore: uccisa con una lama di sei centimetri che tra le ventidue e le ventitré e trenta le strappa otto centimetri di collo, con un taglio lungo quattro secondi che da destra scorre verso sinistra, e la uccide. Poi un attimo, e l’osso del collo si spezza in due. La casa. La porta all’ingresso: chiusa con una doppia mandata. I cassetti: svuotati, ma non quello di Amanda. Su un bicchiere: l’impronta di Amanda. Sul lavandino: il sangue di Amanda, e quello di Meredith. Su un cuscino: l’impronta di Rudy. Nel water: le feci di Rudy. Sul reggiseno: il dna di Raffaele. Sulla mattonella: l’impronta a cerchi concentrici di un paio di nike air max numero 42 e mezzo; simili a quelle trovate a casa di Raffaele. A casa di Raffaele, sulla mensola, un coltello di venti centimetri a lama fissa, con schizzi di candeggina fresca e due microtracce: sulla punta il dna di Meredith, sull’impugnatura quello di Amanda. In carcere: oggi Amanda, Rudy e Raffaele. Ieri Patrick, ora libero ma ancora indagato. Le accuse: concorso in omicidio e violenza sessuale. See you later, piccola: “Sì, Amanda vive in un altro mondo, vive la vita come se fosse un sogno, e il suo unico pensiero è provare piacere, in ogni momento”, dice Raffaele in una lettera forse scritta in carcere o forse no. Inspira e respira, Amanda; pollice e indice si toccano e si strofinano, la cartina scivola sui polpastrelli come una caramella da scartare: e la giri, la stropicci, la fai scorrere da un palmo all’altro, l’accendi e tiri. Inspira e respira. Il doppio sogno di Amanda è una frase del suo doppio, è un verbo coniugato all’infinito, è una tuta nera molto attillata, è un perizoma in un negozio al centro, è una parola sussurrata: sì, scopiamo. “Both high of cannabis”, dice lei. “Fatti”, dice Amanda: quella sera eravamo completamente fatti.
Era proprio come volevano che diventasse, Amanda. Perfetta. Perfetta per chi può raccontare una cosa senza conoscerla, perfetta per chi può parlare di Erasmus senza averlo fatto, perfetta per chi può parlare di giovani senza averci mai parlato, perfetta per chi può parlare di sesso senza ricordarsi più che cos’è. Perfetta, Amanda: perché era tutto quello che serviva ai genitori degli altri; tutto quello volevano dimostrare, tutto quello che ancora non capivano, che ancora non comprendevano, che ancora non conoscevano ma che ora finalmente riconoscono: tesoro, vorrai mica diventare come Amanda? Era tutto quello che serviva, Amanda; era la perfetta non studentessa, la perfetta non fidanzata, la perfetta non coinquilina, la perfetta non amica, la perfetta non figlia. “Era”, perché se ne parla così di Amanda; se ne parla sempre al passato: perché c’è un prima e un dopo quando sei fuori da una cella. E c’è solo un prima quando invece ci sei dentro: perché il presente è il tempo che ti condanna, il passato quello che ti incastra. Il dopo invece non c’è. Era: bella, studentessa, Erasmus, ventenne, simpatica, disponibile, disinibita, allegra, vivace, e molto, molto fatta. Inspira. Respira. E poi: chi è Amanda? Quella coinquilina? Quella fidanzata? Quella del night? Quella del blog? Quella di Amelie? Quella con il Vangelo in carcere? Amanda è scrivere qualcosa su qualcuno che esiste solo come lo hai inventato tu. E’ la proiezione della paura così reale che non può più essere virtuale; e che diventa drogata perché studentessa, zoccola perché biondissima, glaciale perché sospetta, colpevole perché bellissima. Dieci, cento, mille. La maschera di Amanda però è quella che fa comodo agli altri.
Quella sera: alle 19 e un minuto, Meredith accende il dvd a casa della sua amica Sophie; preme on e sceglie un film che si chiama “The Notebook”, con Gena Rowlands, James Garner, Tim Ivey; alle venti e quaranta uno studente polacco vede Amanda uscire dalla casa di Raffaele; tre minuti dopo una telecamera a circuito chiuso, di fronte alla villetta di Meredith, cattura una sagoma, una silhouette nera; bellissima, sottile: è Amanda, dicono. Diciassette minuti dopo, Meredith spegne il lettore dvd, saluta Sophie, torna a casa. Un’ora e quindici minuti dopo, Meredith connette per otto secondi il suo telefonino a Internet. Passano quattordici minuti, Patrick batte uno scontrino: lui è ancora lì, al suo locale “Le Chic”. Un minuto dopo, un testimone racconta di aver visto un uomo nero correre via dalla casa di Meredith. Alle ventidue e trenta minuti, Rudy sta per entrare in un night club. Poco dopo, alle ventidue e trentotto minuti, la cella telefonica più vicina alla casa di Meredith localizza il codice Imei (International Mobile Equipment Identity) del telefonino di Patrick. Il dettaglio sembra importante. Sembra, però. Perché la cella più vicina alla casa di Meredith è anche quella più vicina al pub “Le Chic”, dove lavora Patrick. Tre minuti prima, Patrick riceve un messaggio da Amanda: “See you later”, Patrick; che significa ci vediamo dopo, ma significa anche “Ciao: ci si vede”, ma chissà quando. Dalle venti e trentacinque minuti fino alle dodici del giorno dopo, il telefonino di Amanda non squilla e non riceve telefonate. Dalle venti e quarantadue minuti fino alle sei del giorno dopo, il telefono di Raffaele non squilla e non riceve telefonate: “vuoto di traffico”, lo chiamano i magistrati. Poche ore dopo, alle tredici del due novembre, due agenti della polizia postale si presentano di fronte casa di Amanda e Meredith e troveranno la porta aperta, il vetro rotto, Meredith con il collo tagliato in due, e Raffaele e Amanda seduti sul divano; la lavatrice brontola: dentro anche alcuni panni di Meredith.
Il doppio sogno di Amanda è una frase del suo doppio, è un verbo coniugato all’infinito, è una tuta nera attillata, è un perizoma in un negozio al centro, è una parola sussurrata: scopiamo. “Wild sex tonight”, dice Amanda due giorni dopo la notte di Halloween.
Tesoro mio, vuoi diventare come Amanda?
Due giorni dopo la morte di Meredith, al numero dieci di via Guglielmo Calderini, a Perugia, una telecamera a circuito chiuso riprende i due ragazzi, mano nella mano, in un negozio di intimo. Fidanzati, li chiamano: sono così i ragazzi di oggi, piccola mia. Il proprietario del negozio – il signor Carlo Maria Scotto – riconosce i ragazzi, li segue con lo sguardo, registra, ascolta, racconta: “Amanda, comprati il perizoma che stanotte facciamo sesso selvaggio”. Sono fatti così i ragazzi: fumano, comprano perizomi, fanno sesso. Pensa. L’amica morta, e loro scopano. Come se il perizoma fosse fatto per incartare i libri di Spinoza, o come se il perizoma fosse fatto per nascondere un coltello. E allora, eccola Amanda: quella che ci provava con i clienti, quella cacciatrice di uomini, quella che non puoi avere storie romantiche con lei, quella che non porti a casa per farle conoscere tua madre, ché magari arriva e le dice scusa, hai una cartina? Ma anche quella dell’ex fidanzato di Roma, quello che racconta di quella scommessa vinta a casa sua, e con Amanda che guarda un film, perde la scommessa, inizia a massaggiare, si sfila la maglietta, si slaccia il reggiseno, gioca con i polpastrelli, scende con la testa, e scende sempre di più; e lui sospira, e racconta: “She wanted to try lots of positions”. Troppo bella, troppo fredda, troppo glaciale, troppo intelligente. Così Amanda diventa “angel face”, ma solo per poter dimostrare che angel non lo è. Foxy Knox, la chiamano. Foxy, come la volpe; Knox, come il cognome. Niente invenzioni, però: era Amanda a chiamarsi così sul suo blog; perché giovani, studenti, sesso, droga, e quindi Internet. Perfetta, Amanda. Perfetta per il mondo virtuale che diventa reale solo quando il mondo reale proprio non lo capisci. Come Amelie, a casa di Raffaele. “La vita è solo un’interminabile replica di uno spettacolo che non avrà mai luogo”, diceva Amelie, nel suo Meraviglioso Mondo. E Amanda diventa proprio così. Lei, “che vive in un altro mondo”, “che vive la vita come se fosse un sogno”, e “che il suo unico pensiero è provare piacere, in ogni momento”. Eppure. Eppure quella faccia d’angelo, quegli occhi chiari, quei capelli dorati, quel sorriso grande così. Eppure Amanda studiava, era intelligente, era brava a scuola, e allora tu non capisci: perché il Male deve essere giustificato, perché ci deve essere un filo, ci deve essere un sintomo; e allora la colpa può esser anche un aggettivo: troppo bella, troppo fredda, troppo glaciale, troppo intelligente. Troppo. Troppi indizi per non provare, troppe tracce per non fermare. E così, a cinque giorni dall’omicidio di Meredith, l’indagine è “sostanzialmente chiusa”. Lo dice il magistrato. E lo dice tre volte tra il primo e il quattordici novembre. Chiusa, chiusa, chiusa: anche se un uomo nero, Patrick, verrà arrestato solo per una mezza confessione di Amanda e solo per un messaggino sospetto. Chiusa, anche se sul corpo di Amanda non verranno trovate né ferite, né tagli, né nient’altro che possa spiegare quelle microtracce nel lavandino, con il sangue di Meredith confuso con quello di Amanda. Chiusa, anche se il quarantadue con i cerchi concentrici di Raffaele un giorno ci sarà e il giorno dopo, invece, in casa non ci sarà più. Chiusa, anche se nessuno, in “quel mondo fatto di frequentazioni tra studenti, anche fuori dal mondo universitario, nelle loro abitazioni e negli esercizi pubblici” – come racconta Arturo De Felice, questore di Perugia – non è ancora riuscito a trovare né tutte le armi, né il movente del delitto. Chiusa, anche se l’unica conferma che quella sera Amanda sia stata davvero a casa sua è un fermo immagine di una bellissima silhoutte nera, ripresa di spalle. Chiusa, anche se sui computer di Amanda e di Raffaele l’analisi delle memorie è stata fatta solo dopo due mesi dall’omicidio. Chiusa, anche se nell’appartamento di Meredith su centodieci impronte digitali, quelle di Amanda sono solo due, o forse solo una. Chiusa, anche se Amanda racconterà – a proposito della confessione su Patrick – che “la polizia mi ha fatto pressioni perché facessi il suo nome, non so perché l’ho fatto”; chiusa, dunque: anche se Rudy, a oggi, è l’unico tra i quattro indagati di cui è stata provata la presenza, quella sera, a casa di Meredith. Chiusa, anche se l’ordinanza descriveva “un delitto commesso al culmine di un gioco erotico al quale la vittima aveva deciso improvvisamente di sottrarsi” quando invece gioco erotico forse non ci sarebbe stato affatto. Chiusa, anche se “i gravi indizi di colpevolezza” per i quali Patrick finirà in carcere saranno gravi solo per dieci giorni, il tempo di entrare e uscire dal carcere; il tempo di passare da un verbo al presente a uno al passato.
Respira e inspira, piccola. Il doppio sogno di Amanda è un interrogatorio e due frasi che non tornano: “Ho seri dubbi sulla verità delle mie dichiarazioni perché rese sotto pressione di stress, choc e perché ero esausta”, “I remember in a confused way”. Confused. Quella sera, Amanda la racconta così, così, e così.
Due novembre. Amanda ricorda di aver passato la notte con il suo fidanzato, Raffaele. Ricorda di essersi svegliata, di essere tornata a casa e di aver trovato per terra una macchia di sangue, dietro la porta di casa. Che strano, ha pensato. E allora va da Raffaele, ritorna a casa verso mezzogiorno e lì troverà la polizia postale: con il corpo di Meredith ancora avvolto in un piumone bianco – dietro la porta della stanza da letto – e con la lavatrice che comincia a brontolare.
E poi anche così. Sei novembre: Amanda ricorda di aver lasciato casa di Raffaele alle venti e trenta minuti per incontrare Patrick. Con Patrick, Amanda torna nell’appartamento in via della Pergola numero sette, dove da qualche mese abita insieme con Meredith. Prima di uscire, Amanda dice di aver fatto uso di droga, dice di essersi fatta qualche canna, e per questo – dice – non ricorda esattamente come sono andate le cose. Non ricorda molto, Amanda: ma ricorda che Patrick ha fatto sesso con Meredith. Non ricorda esattamente, Amanda: non ricorda se Meredith è stata prima minacciata, ma, “in a confused way”, ricorda che lei era in cucina, ricorda che Patrick era entrato nella stanza di Meredith, e ricorda che sì, è stato Patrick a uccidere Meredith. Non ricorda quanto tempo avessero passato insieme, dice Amanda. Ricorda però che aveva sentito Meredith urlare e che lei, molto spaventata, si era coperta le orecchie con tutte e due le mani. Non ricorda altro, Amanda. E non ricorda se Raffaele fosse con lei, quella notte.
Il sei novembre, Amanda scrive una lettera dal carcere. Il pm le ha appena ricordato di quella mattina, quando Amanda – pochi minuti prima dell’interrogatorio del tre novembre – aveva raccontato al fidanzato della terza coinquilina di via della Pergola – Marco – di aver visto quella sera il cadavere di Meredith accanto all’armadio, quando invece Meredith la mattina era stata trovata vicino al letto. Amanda non risponde, e poi prende la lettera. “Extreme exhaustion”, scrive. Sì, sono esausta. Nelle due pagine buttate giù nel carcere perugino di Capanne, Amanda precisa che – riguardo all’ultima confessione fatta –, ancora oggi lei stessa ha molti dubbi sulla veridicità delle cose che dice. Confused: perché Amanda è ancora sotto choc, e ci sono delle cose che lei stessa ha detto perché spaventata e perché, in qualche modo, si considera esausta: sì, extreme exhaustion; sono molto, molto confusa. Amanda racconta di non aver avuto un interprete nel corso del primo interrogatorio, racconta di essere stata colpita al capo da un poliziotto, dice che la sua testa è piena di idee e sa perfettamente che “lavorare così” sarebbe frustrante per tutti.
Ma io non ho ucciso Meredith. Non ho nulla da temere. Non ho alcuna bugia da dire. Non ho nulla di cui essere preoccupata. Inspira, respira; inspira, respira: cara mamma, quello che è successo è tutto un mistero. Non posso pensare che a questo. Sono davvero preoccupata per questa storia del coltello, non capisco come quel coltello si trovasse a casa di Raffaele. Ma tutto questo è stupido, perché io non posso dire nient’altro, io ero là e non posso mentire su questo.
“Futilità”, dicono gli investigatori. “Incredibile futilità”: che tradotto significa fare una cazzata e non saper spiegare il perché. Deve essere andata così, pensano: c’erano tre, forse quattro persone in quella stanza, una ragazza sul letto che faceva l’amore, o qualcosa di simile, con un ragazzo; un ragazzo che le lascia addosso qualche macchia sospetta (che prima sembrava sperma e che invece poi si scoprirà che sperma non lo era affatto), forse lo stesso ragazzo che qualche minuto dopo andrà in bagno a fare la cacca; un ragazzo: forse era di colore o forse no, forse era con altre due persone, o forse tre. Forse era con un’altra ragazza. Forse è stata l’altra ragazza a nascondere nel piumone il corpo di Meredith (“per pietà”, dirà una consulente del pm). Forse. Forse Meredith è stata uccisa sul letto, forse qualcuno ha ripulito le impronte, forse erano in tre e una la teneva ferma, un’altra le apriva la gola e la terza le prendeva il collo, spezzandoglielo a metà. Forse. Forse qualcuno voleva incastrare qualcun altro, forse quella sera in quella casa c’erano Amanda, Rudy e Raffaele, forse l’impronta della Nike, numero 42 e mezzo, è quella di Raffaele, forse Patrick era lì ma non c’entrava nulla, forse qualcuno ha aperto i cassetti di casa per rubare i soldi, forse Meredith non sopportava che Amanda si facesse le canne, forse non sopportava che Amanda non usasse mai la lavatrice, forse non sopportava tutti quegli uomini ogni sera a casa, forse Amanda credeva che Meredith le volesse rubare il lavoro, forse Amanda era in cucina, forse era a letto, forse non era a casa. Forse. Forse ho visto Amelie. Forse ho letto. Forse ho fatto i compiti. Forse sono uscita. Forse ho sognato. Forse ho fatto la doccia. Forse ho fatto un tiro. Forse mi sono addormentata. Forse ho fatto l’amore. Confused, e al passato: e se non c’è la prova basta l’aggettivo, o magari anche un sostantivo. Perché troia in inglese lo scrivono così: virgin like a beauty, dress up slutty, few social inhibitions. E’ questo quello che raccontano gli ex, quello che dicono gli amici, quello che dicono le tracce lasciate da Amanda: più di là che di qua. Più sulla rete, che nella casa. Qui, a casa – nella casa di Meredith, che però era anche di Amanda – una macchia di sangue sul lavandino e un’impronta sul bicchiere. Lì, sulla rete, il film, il blog, le foto, il libro, i post. E si dice di sapere tutto di Amanda proprio perché forse non si sa nulla. E’ il virtuale che diventa reale solo perché il reale non lo conosci affatto. Inspira, respira, e tutto sembra uguale. Lì metti uno accanto all’altro e tutto si sovrappone: gli occhi glaciali, la fidanzata, la villa, lo studente, la tesi di laurea; e l’Amanda di Perugia sembra la vicina di casa di Erba, e il Patrick di Le Chic sembra il Da Silva di Rignano, e il Raffaele nel mondo di Amelie sembra lo Stasi di Garlasco: e così Olindo, di Erba, racconta che la moglie Rosa mentre sogna Raffaella, la compagna uccisa di Azouz, disegna su un foglietto di carta sagome simili al corpo di Chiara (di Garlasco); Erba, Rignano, Garlasco, Perugia. Tutto un filo, tutto torna. Tutte facce diverse di un film che si ripete sempre sulla stessa pellicola: gli occhi azzurri, i capelli corti, la pelle chiara, il computer, il fidanzato, la fidanzata, la microtraccia, le balle degli studenti, i corpi sulle mattonelle, le impronte che non si trovano e i due laureandi quasi bocconiani: Stasi e Sollecito; ché ogni individuo con ideali è un potenziale assassino, diceva Gómez Dávila. E poi la rete: dove ci sono troppi indizi per dire che una prova buona non c’è. Perché ora il cronista non ha più bisogno di bussare a casa del “parente della vittima”, e avvicinarsi al tavolino, sbottonare il cappotto, far scivolare in tasca la fotografia della morta ammazzata, e mandarla di nascosto in stampa. Ora Amanda è su MySpace, Meredith su Facebook, Raffaele su Hotmail. Foto, profili, musica, nickname e ultimo movie. Per esempio Amanda, che il cinque dicembre del 2006 apre il computer e scrive la trama di un film. Si chiama Baby Brother, il regista è Robert A. McGowan, l’anno di produzione è il 1927. Sangue, lame, mattonelle. “Cade a terra, il sangue le cola dalla bocca, lei lo ingoia, non muove la mascella, ma si muove come se ci fosse qualcuno che le passasse una lama sul lato sinistro della faccia”. Eccola: è la prova virtuale che rende perfettamente riconoscibile il reale; e allora Amanda diventa quello gli altri volevano dimostrare, quello che gli altri non capivano e che non comprendevano, e che ora invece sembra terribilmente reale. E allora, tesoro, non andare a dormire tardi, non uscire dopo mezzanotte, chiudi a chiave la porta, hai studiato, hai fatto i compiti, con chi hai dormito ieri sera, lascia perdere le americane, non guardare troppa televisione, togliti quell’orecchino, spegni quella sigaretta, spegni quel computer, e dimmi: vorrai mica sposare una come Amanda? Amanda doveva essere così, non la ragazza americana che studia, si diverte, scherza, fuma, beve e ogni tanto scopa: Amanda deve essere il perfetto peggior modello da portare sul piattino a chi quel modello non lo hai mai voluto vedere. Capisci di cosa parlavo, tesoro? E allora il diario di Amanda si trasforma nel riflesso delle sue intenzioni, il profilo diventa l’alibi impossibile e quelle foto sono l’istantanea di ciò che Amanda sarebbe diventata. Le foto: con Amanda di profilo, con lo zaino blu, il mento poggiato sul pugno chiuso, il treno che non passa; con la coppolina celeste, la lingua un po’ fuori un po’ dentro, l’indice che punta le labbra, gli occhi celesti spalancati; con la borsetta grigia, al coffee shop di Amsterdam; con la maglietta nera, il cerchietto nero, il tacco nero, il trucco nero, i capelli raccolti, il rossetto muto. Basta una foto, e Amanda diventa quello che gli altri volevano scrivere; quello che gli altri non erano mai riusciti a far vedere. Tutto chiaro, come la prima visione di una replica: una replica di un film che però non esiste. Perché, tesoro, quella storia non è vera, forse quella ragazza non è così: ma tu credici lo stesso, e vedrai che io mi sentirò meglio.
Il sogno, la scuola, la foto, il tiro. Il doppio sogno di Amanda è l’occhio di Kubrick, la maschera di Pirandello, la notte di Halloween e la penna di Schnitzler. “Doppio sogno”, come il libro scritto da Arthur Schnitzler, come l’“Eyes Wide Shut” girato da Stanley Kubrick e ispirato da Schnitzler. Doppio sogno, come quella scena nel film di Kubrick: l’orgia, la donna americana con gli occhi azzurri, con i capelli biondi, con tantissimi uomini, e troppo silenziosa, quasi glaciale, molto confused, bellissima, drogata: il doppio sogno perfetto, che nella vita si chiama Julienne Davis ma che nel film si fa chiamare Mandy: o se volete semplicemente Amanda.
Claudio Cerasa
26/01/08