sabato 20 dicembre 2008

Il Foglio. "Cosa farà il partito dei pm quando il Cav. tenderà la mano al Pd"

Roma. Ovviamente, quella lanciata tre giorni fa sul Corriere della Sera dall’ex capo di gabinetto di Piero Fassino, Francesco Tempestini, resta più che altro una provocazione: ma per capire come potranno sviluparsi da ora in poi i rapporti tra il Pd e il centrosinistra sul tema della giustizia il succo del discorso resta questo: con chi si tratta? “Il problema per il centrosinistra – ha spiegato uno smaliziato Tempestini – è che “non c’è più un uomo forte come Luciano Violante che tratta con i magistrati”. Se in questo momento il Pd rischia di non avere tra i suoi dirigenti una figura in grado di essere interlocutore della magistratura, dall’altro lato non è facile neppure per il centrodestra riuscire a capire quali sono i dirigenti con cui è possibile trattare nel Pd sui temi della Giustizia. Ieri mattina, prima di mostrare un po’ di insofferenza nei confronti di W, il Cav. aveva lasciato intendere che questo è il momento giusto per allungare una mano al Partito democratico: “Sulla giustizia siamo pronti ad accogliere i loro suggerimenti: la riforma è pronta e c’è urgenza di farla”. Così, ora che le inchieste di Potenza, di Napoli, di Firenze, di Pescara e un domani forse anche di Roma stanno lentamente convincendo il maggior partito dell’opposizione che c’è davvero l’esigenza di arrivare a un compremesso con il Cav. sulla giustizia, il fatto è che la maggioranza si ritrova oggi in questa condizione: dover trattare nel Pd con un partito dei magistrati. Un partito di cui fanno parte un ministro ombra, un capogruppo al Senato, un capogruppo alla commissione Giustizia della Camera e quattro senatori, e i cui volti più noti sono quelli di Anna Finocchiaro, Lanfranco Tenaglia, Felice Casson, Donatella Ferranti e Gerardo D’Ambrosio. Casson, Ferranti, D’Ambrosio e Tenaglia hanno tutti e quattro un passato da pubblici ministeri, mentre Anna Finocchiaro è stata sostituto procuratore nel tribunale di Catania fino al 1987.
“Il fatto che ci sia un partito di questo tipo che dovrà confrontarsi con noi – spiega al Foglio il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano – rischia di complicare il dialogo. Ma a parte questo il problema è che nel partito vi sono deputati e senatori che hanno ottime conoscenze tecniche ma che purtroppo spesso dimostrano scarsa autonomia politica. Penso a Lanfranco Tenaglia e penso anche a D’Ambrosio e Casson, che in passato hanno avuto un impegno politico molto deciso contro esponenti del centrodestra e con i quali oggi non è facile confrontarsi. Ma il punto è che se fino a qualche tempo fa i fili del dialogo sulla giustizia erano nelle mani di grandi avvocati di sinistra oggi invece riuscire a confronarsi con politici che si trovano su posizioni simili a quelle dei pm è senz’altro molto più problematico”. Come spiega un attento osservatore di cose politiche, avvocati come Guido Calvi e Guido Rossi hanno ormai più un ruolo da battitori liberi, “e vengono coinvolti dal centrosinistra soprattutto quando è necessario avere dei tecnici che devono svolgere ruoli di intermediazione non tanto con l’opposizione ma soprattutto con i magistrati”. Dall’altra parte, però, la disponibilità al confronto mostrata negli ultimi mesi da Luciano Violante – che già a settembre aveva aperto al dialogo su quasi tutti i punti proposti dal ministro Angelino Alfano – non trova per esempio riscontro nelle posizioni del ministro ombra della Giustizia, Lanfranco Tenaglia. Tenaglia, raccontano dal centrodestra, è l’interprete più fedele della tattica dettata da Veltroni su questi temi, non ha grandissima autonomia e c’è chi dice che sia stato indebolito dalle inchieste giudiziarie che a Pescara hanno portato alle dimissioni di un suo uomo in Abruzzo, l’ex sindaco Luciano D’Alfonso. Nel centrodestra – dove c’è chi teme che le posizioni del Pd siano sempre più appiattite rispetto a quelle dell’Anm – c’è però qualcuno già pronto a scommettere che l’interlocutore principale del Pdl su questi temi diventerà la prossima candidata alla segreteria del Pd, Anna Finocchiaro: che non a caso pochi giorni fa in un’intervista all’Unità ha ricordato che da parte sua c’è “la disponibilità a discutere della riforma sulla Giustizia”.
Claudio Cerasa
20/12/08

mercoledì 17 dicembre 2008

Il Foglio. "Reato di chiacchiera. Da Toto a Fassino, storia dei nostri processi alle intenzioni. “E’ come un romanzo di Roth”, dice Saccà

Metteteli insieme uno dopo l’altro, mettete insieme il caso Saccà, il caso Iervolino, il caso Fassino e scoprirete che da queste parti non è così facile trovarsi di fronte a titoli simili a quello comparso ieri sulla prima del New York Times: “Blagojevich Case: A Crime or Just Talk?”. Signori, la storia del governatore corrotto dell’Illinois è vera o si tratta solo di una semplice e forse troppo smaliziata chiacchierata telefonica? Nel dubbio, ieri il Times di New York ha scelto di andarci con cautela e ha dato una lezioncina a coloro che ultimamente si sono specializzati nel raccontare quelli che fino a prova contraria sono “reati di chiacchiera”. Chiacchiere magari inopportune, inappropriate, esagerate, ma comunque chiacchiere, come quelle che a Napoli hanno contribuito a mettere sotto indagine la giunta di Iervolino, perché chi oggi chiede le dimissioni del sindaco di Napoli lo fa sulle base di intercettazioni in cui si parla di appalti che alla fine, nei fatti, non sono mai andati in porto. Discorso che per certi versi vale sia per il Cav. sia per Carlo Toto, perché se da un lato, sulla base di poche chiacchiere telefoniche, il premier è stato descritto per mesi come il gran corruttore di parlamentari del governo Prodi (e nel silenzio assoluto il caso è stato appena archiviato) dall’altro lato c’è chi come il numero uno di Air One risulta essere indagato per un appalto che in realtà non sarebbe stato neppure approvato. Lo stesso vale per Piero Fassino, perché cos’altro era il suo “Abbiamo una banca” se non l’espressione sincera di un sentimento personale, più che di un complotto politico? Una delle declinazioni più pazzotiche del processo alle intenzioni è però quella che dallo scorso ottobre coinvolge l’ex direttore generale della Rai, Agostino Saccà. In questo caso il processo alle intenzioni ha fatto un salto di qualità e si è trasformato in un processo alle promesse non mantenute: le attrici e le soubrette oggetto di segretissime trattative non sono mai state assunte, e tra pochi giorni il caso Saccà potrebbe essere persino archiviato dalla procura di Roma. “Se non altro – dice Saccà – chiunque è stato colpito dal reato di chiacchiera ha finalmente avuto la scusa buona per rileggersi la ‘Macchia umana’ di Philip Roth e per capire cosa significa che certe chiacchiere a volte possono anche uccidere”.
Claudio Cerasa